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Builders of the future

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Architettura

La morte


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Quì sopra ed anche sotto, immagini della Biblioteca Joaquin Leguina a Madrid e dell’Archivio Regionale, opera di Mansilla & Tunon (1999-2002)

Giusto un anno fa, o giù di lì, il 22 febbraio 2012, moriva a Barcellona, Luis Moreno Mansilla (1959-2012), grande e noto architetto spagnolo. Lo hanno trovato morto la mattina, nel letto dove dormiva. Nella città catalana, Mansilla residente a Madrid, il giorno prima, aveva presentato un libro sull’architetto catalano Enric Miralles. La sua morte, curiosamente, già si trovava descritta, e quasi evocata, nella dedica della sua tesi di dottorato, «Apuntes de viaje al interior del tiempo», dove si legge : “A mio nonno Luis, oculista, tra i cui apparati ottici sono cresciuto. Morì come vorremmo morire tutti, improvvisamente, nel sonno, la mattina in cui dovevo partire per Roma e cominciare questa tesi, che ora gli dedico”. La sua breve, ma intensa carriera, è iniziata vent’anni prima,  insieme ad Emilio Tuñon, nello studio del loro maestro Rafael Moneo, con il quale entrambi collaborarono fino al 1992, prendendo parte alla realizzazione, tra gli altri, del Museo d’arte romana di Merida, della stazione madrilena di Atocha e della Fondazione Joan Mirò di Maiorca.

http://www.mansilla-tunon.com/

Ma la morte degli architetti, spesso non è così lieve, come lo è stata con Luis Moreno Mansilla, nonostante l’ancor giovane età. Chiudendo in maniera improvvisa una vita fatta di successi  e di notorietà. Recentemente un nostro caro amico, si è spento tra tormenti inenarrabili, dopo una lunga malattia. Lui, a differenza dell’architetto madrileno, aveva lavorato per decenni nell’oscurità, assolutamente lontano dai riflettori e dalla notorietà. Come tantissimi bravi e colti architetti anonimi (e a molti altri umani), ma partecipi a questa basilare attività umana sul pianeta Terra, che è il progettare, il costruire. Nonostante ciò è stato il progettista, ed il costruttore “occulto” di moltissimi edifici, in Italia ed all’estero. Presto le esili tracce del legame tra le sue architetture e la sua figura, saranno scomparse per sempre, presto di lui non rimarrà nulla, se non il ricordo, proprio come accade ai più.

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Planimetria tratta dal sito : Archivo y Biblioteca Regional – coam.org

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La spirale


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Una visita invernale ad un Parco, consente, come mi hanno insegnato illustri paesaggisti miei insegnanti, di apprezzarne meglio il disegno e le caratteristiche realizzative, senza farsi ingannare dal rigoglio della natura, che spesso nasconde  con la sua bellezza veri e propri misfatti. Il sopralluogo “invernale” di un Parco metropolitano, da noi attuato in una fredda giornata di metà gennaio, ha riguardato quello progettato da Charles Jencks e Andreas Kipar alla ex fabbrica Alfa Romeo del Portello di Milano. Il Parco si presenta con un disegno planimetrico a “doppia esse” allungata, e con una montagnetta conoidale, caratterizzata da una grande “doppia” spirale.

Mappa_ParcodelPortello

Non ci soffermeremo sui significati “bucolici” dati dai progettisti, agli elementi che compongono il parco (quattro fasi della storia dell’uomo, spirale del DNA, ecc.), quanto piuttosto sulla qualità degli spazi all’aperto progettati. Innanzitutto il nuovo parco, si integra con il sistema verde del QT 8 (grazie ad una passerella ciclo pedonale che scavalca viale De Gasperi – un’altra passerella scavalca viale Serra), anzi, soprattutto nel caso della montagnetta spiraloide, fa il verso al disegno pulito ed ancora bellissimo del verde progettato da Piero Bottoni.

Il nuovo parco (denominato per ora Parco Vittoria), riesce, mercè dei movimenti terra impressionanti, a ritagliare degli spazi verdi (seppur limitati) di assoluta tranquillità in una delle aree più congestionate e problematiche di Milano. Spesso quanto progettato, non sembra però assolvere, alla necessità di essere facilmente manutenibile e di facile gestione. Soprattutto le salite alla montagnetta (quelle a spirale) denunciano una precarietà del substrato calpestabile, che già oggi presenta un diffuso degrado (pantano, buche, ricerca di percorsi alternativi, ecc.). Molti degli elementi del parco sembrano fatti apposta per entrare velocemente in uno stato di precarietà : bordo  laghetto, bordure ad arbusti, ecc.. Quasi “comico ed assurdo” l’apice della montagnetta, dove all’arrivo dei due percorsi di salita, è stato ricavato uno spazio minimo (circondato dai parapetti metallici), che tra alberature (5 pini che cresceranno), monumento con relativa fontana al piede, vedovella per dissetarsi (stile 1931), sedute, rimane ben poco spazio per muoversi. Se ci si ritrova in 5 o 6, a contemplare questa parte di Milano dall’alto,  sembra, già oggi,  di stare in metropolitana nei momenti di punta.

Il Parco Vittoria è ancora in stato di completamento, mancano l’asilo, il presidio sanitario e la grande cavea verde per eventi. Però la sensazione che si ha, percorrendolo, che più che un Parco, questo nuovo impianto verde sia assimilabile ad un Giardino, delicato e di difficile manutenzione (pensate al taglio dell’erba e delle essenze arbustive sui piani inclinati), nonchè facilmente soggetto ad atti vandalici, nonostante le telecamere e la chiusura notturna.

Quì l’Accordo di Programma del “Portello”

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Biblioteca 3D


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“Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne restera’ modificato per sempre; contribuire inoltre a quella lenta trasformazione che e’ la vita stessa delle citta’. Quanta cura, per escogitare la collocazione esatta d’un ponte e  d’una fontana, per dare a una strada di montagna la curva piu’ economica che e’ al tempo stesso la piu pura!…..Costruire un porto, significa fecondare la bellezza d’un golfo. Fondare biblioteche, e’ come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.” Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano – pagg. 120 e 121 (Einaudi, 1963)

Per chi progetta,  possedere oggi una  biblioteca piena di libri (un granaio) non e’ piu’ sufficiente. Nell’epoca dell’informatica, della societa’ “fluida 2.0”, il lavoro degli architetti e’ profondamente mutato, divenendo preda di soliloqui creativi e di tempi compressi.  Non e’ piu’ l’epoca della china e della carta da lucido, in cui,  in tanti, l’uno vicino all’altro, si collaborava alla stesura ed alla formazione del progetto, condividendolo. Quello che una volta lo si faceva in cinque, oggi lo si esegue da soli. Bisogna tornare a “fare decantare” il progetto, a condividerlo, e per far cio’ ci vuole tempo. Ecco che il viaggio finalizzato (con degli ottimi compagni di viaggio) a trovare delle idee od a verificare quello che si sta facendo, diventa l’occasione per “dare tempo” al progetto, per tornare a “collaborare con la terra e con gli uomini”.

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La Svizzera, che ha sulla banconota da 10 franchi, il volto di Le Corbusier, e’ una sommatoria di luoghi, di edifici e di paesaggi, facilmente raggiungibili in giornata, da Milano,  in cui, nel bene o nel male, e’ possibile visionare, studiare e soprattutto apprezzare con tutti e cinque i sensi l’architettura moderna e contemporanea dei grandi architetti. Perchè quì, come in un granaio, si continuano ad ammassare opere di grande architettura : “…..ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

La nazione Svizzera, e’ la nostra biblioteca in tre dimensioni, una biblioteca fatta di edifici. Una biblioteca democratica, sempre aperta, disponibile per tutti. Finchè ci sarà energia e risorse, noi ci andremo, quando avremo bisogno di consultare qualcosa, o di fare “decantare” il tempo. Perchè il viaggio, è sempre parte di un buon progetto.

“L’universo (che altri chiamano la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, circondati da ringhiere bassissime. Da qualunque esagono, si vedono i piani inferiori e superiori: interminabilmente. La distribuzione delle gallerie e’ invariabile…… Quando venne proclamato che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima sensazione fu di stragrande felicita’. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non c’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse in qualche esagono. L’universo era giustificato….” Jorge Luis Borges – Finzioni – pagg. 67 e 71 (Adelphi, 2003)

Quì sotto immagini della Biblioteca dell’Università di Lugano  – Architetti : Michele e Giorgio Tognola (1999)

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Vedi Napoli e poi Muori


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Napoli è complessa, sporca, multietnica, caotica, povera e ricca contemporaneamente, truffaldina e cialtrona, però è anche una città affascinante, proprio per queste sue contraddizioni, sempre in bilico tra un passato prestigioso ed un futuro precario e “baro”. Spesso attraversandola, si ha come l’impressione di cogliere, per alcuni istanti, la vera immagine dell’Italia, che città come Milano o Torino, o la stessa Roma, non restituiscono, perchè troppo patinate, fedeli alla loro immagine consolidata, e proprio per questo “false” e non in grado di incarnare lo spirito di una Nazione.

La prima cosa che colpisce di Napoli (soprattutto chi, come me, non ci tornava da oltre tre decenni), è che quasi tutto costa circa un 40% in meno che a Milano, che il traffico automobilistico è “folle”, che attraversare una strada  piedi è un’impresa improba. Nei quartieri periferici, la pattumiera viene ancora oggi conferita in enormi cumuli, direttamente lanciandola dall’auto in corsa. Eppure la città è un brulichio continuo di gente, che compra, vende, maneggia ogni cosa. E’ un fermento continuo di idee di iniziative, di eventi, di genialità. Quì sembra, nonostante l’estrema povertà di ampie fasce della popolazione, che la “crisi economica” abbia già trovato una sua risposta, probabilmente in un’economia sommersa, illegale (che esiste da sempre), ma che consente a molti di sopravvivere. Un’economia probabilmente intrecciata (mani e piedi) con la camorra, che lascia dietro di sè una “striscia di sangue”, un’economia sicuramente da stigmatizzare, ma che è molto più efficiente e dinamica della così detta “Agenda Monti”, che uccide lentamente, nel corso del tempo, ed in silenzio, in un “mare di tasse”, magari con il sorriso o con la “lacrimuccia”.

Il territorio storico napoletano, è stato sistematicamente inghiottito, da un costruito incoerente e casuale, molto spesso abusivo, oltre ad essere oggetto di rilascio nell’ambiente di inquinanti, troppo spesso provenienti dal nord. Un territorio, che solo localmente, trova quà e là una sua estetica “pittoresca e pop”, in grado di inserirsi nel paesaggio una volta bellissimo della piana che contorna il Vesuvio, delimitata dal golfo di Napoli.

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Per osservare bene Napoli e capirne la logica del suo territorio, bisogna salire in alto, dove si gode dello scempio del paesaggio ma anche del fascino dei contrasti “brutali” tra recenti brutture e splendidi edifici storici. Oppure camminare per gli infiniti vicoli, vie e viuzze, che di fatto rappresentano uno spazio intermedio tra l’alloggio privato e lo spazio pubblico. Un luogo che non è un interno, ma che non è nemmeno, ancora, veramente, un esterno. E’ quì che avviene la vita dei napoletani, che ci si rappresenta. Si gioca a carte, si stendono i panni, si fa mercato, soprattutto si parla con gli altri, si urla, si ride, e si scrive sui muri il disagio di una città, che come tutto il Paese Italia è divisa. Metà “rema contro” (non paga le tasse, delinque, trasgredisce le leggi, ecc.), e metà, si dà da fare per portare avanti le sorti di una Nazione (lavora, rispetta le leggi, studia per migliorarsi, ecc.). E questo avviene da sempre, o perlomeno dall’epoca dei Borboni, che si insediarono a Napoli, facendola capitale del Regno delle Due Sicilie (1734). Ecco perchè Napoli è, per me, oggi, è la rappresentazione migliore dell’immagine attuale dell’Italia.

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Ma a Napoli, le anteposizioni, sono spesso l’una accanto all’altra e, proprio perchè evidenti per chiunque, fanno riflettere. Degrado, pattume, spreco, hanno contigue, innovazione, progetto, futuro.  Il progetto della “meravigliosa” (e costosissima) Stazione  della Linea 1 della metropolitana di Napoli, di “Toledo”, inaugurata nel novembre 2012, è dell’architetto catalano Oscar Tousquets Blanco, che si è sbizzarrito in una operazione “insensatamente opulenta” e di forte caratterizzazione spaziale. Quasi un museo ipogeo. Gli interni sono impreziositi da opere di William Kendridge, Bob Wilson e Achille Cevoli. Una stazione molto profonda, oltre 50 metri dal livello del suolo e un volume di 43.000 metri cubi. Complessivamente gli utenti dovranno percorrere cinque piani per raggiungere le banchine, attraversando una vera e propria “galleria coloristica”, dove uno spettacolare “occhio” collega la superficie con la grande hall  sotterranea a mosaico bianco e blu. Da apposite riviste di settore, è stata insignita della definizione di “stazione della metropolitana più bella d’Europa”. Nonostante ciò la gestione “libertina” dei tempi e dei fondi europei, anche quì utilizzati con molta “leggerezza”, ha suggerito una riprogrammazione e rifinanziamento, per il completamento di un’opera, la Linea 1, che sembra infinita, ma fondamentale per la mobilità pubblica di Napoli. Appunto complessità e contraddizioni, e soprattutto poco buon senso e un’amministrazione per nulla oculata e saggia………….come in tutta Italia.

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Scolpire il tempo


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Andrej Tarkovskij, nel 1986, pubblica un libro con lo stesso titolo di questo articolo “Scolpire il tempo”. In esso, il grande regista russo, fa un’analisi, limpida e spietata del trascorrere del tempo. Egli scrive, in questo libro ormai introvabile, della consistenza del tempo, della sua resilienza, insomma cerca di raccontarci e classificare  un qualcosa che a noi esseri umani (creature mortali) sfugge continuamente. Tutto il libro, secondo me un capolavoro di scrittura e di immagini fotografiche, e’ di fatto una digressione poetico-filosofica, del concetto e della “dimensione” del tempo, visto attraverso la sua attività cinematografica, e suppur, Tarkovskij pone al centro il cinema, come unica arte in grado di “incidere e fissare” il tempo, emerge anche chiaramente nel testo, che l’architettura ed il paesaggio sono di fatto anch’esse, sinergiche a questa “missione”, che tutta la specie umana sta attuando da millenni. Fissare, modellare, modificare un pianeta, con lentezza e sapienza, restituendo al passato la possibilita’ di perpetuarsi nel futuro, per “scolpire il tempo”, questa e’ la grande intuizione che ci consegna il regista russo.

Ecco, andare a Cuirone, piccola frazione nel comune di Vergiate, si ha l’immediata sensazione che qui, l’arte di “scolpire il tempo” sia stata assunta a regola. Una regola, non semplicemente “schiava” di una memoria che non c’e piu’, di un tempo e di uomini che non torneranno mai piu’, ma il tentativo di una comunità di rendere le impronte umane su questo pianeta (rilievi, coltivazioni, architetture, ecc.), parti del paesaggio, presente e futuro, come se fossero una sua ulteriore ed inscindibile componente.

Come scriveva Peter Zumthor : “La forza di un buon progetto risiede in noi stessi e nella nostra facolta’ di percepire il mondo con il sentimento e la ragione” (Pensare architettura, 1998), ecco quì a Cuirone, ed in particolare nello spirito del “baubaus” (di Giorgio e Miranda Ostini) , si ha chiara la sensazione che una strada alternativa ad un “progresso scorsoio” (come scriveva Andrea Zanzotto) fatto di emergenze climatiche, crisi ambientali e turbo capitalismo, sia possibile. Il segreto : la riscoperta di un tempo della lentezza e della decrescita consapevole, a cui tutti dovremmo immediatamente aspirare.

“Nulla esisteva soltanto come cosa a s’è stante. Ogni singola cosa trovava la sua giustificazione nel tutto e comunque soltanto attraverso questo tutto esisteva come cosa. Fra queste c’era anche la durevolezza” – Sten Nadolny – La scoperta della lentezza, 1983 –

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La Passeggiata


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“Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. Sulle scale mi venne incontro una donna dall’aspetto di spagnola, di peruviana o di creola, che ostentava non so quale pallida o appassita maestà. Per quanto mi riesce di ricordare, appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in un disposizione d’animo avventurosa e romantica, che mi rese felice. Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi così bello come se lo vedessi per la prima volta.” Robert Walser – La passeggiata – Adelphi 1976

Se vi capita di andare a Merano, non potete mancare l’occasione di fare un piccola passeggiata. L’ideale è di pranzare alla Birreria Forst, in via Venosta 8 a Lagundo/Foresta.

http://www.forst.it/it

Quì dopo aver assaporato la deliziosa birra prodotta in loco (Premium, Kronen, Sixtus, ecc.), magari accompagnata dal piatto del Mastro Birraio (mezzo stinco di maiale, salsicce, canederli, crauti e rafano), vi troverete nelle condizioni ideali per fare una “digressione paesaggistica”. Dal retro della Birreria, presa la Untergandlweg, sarete accompagnati tra i campi di mele, al primo incrocio prendete a destra la Pendlerweg, dove, sempre tra i meleti, potrete godere di un paesaggio maestoso, con sapienza, nel corso del tempo, antropizzato a scopi alimentari. Dopo circa 200 metri affronterete un ameno ponticello in legno (esclusivamente pedonale), che attraversa il fiume Adige. Da quì muovendo, prima per via Mercato, poi per la strada Provinciale n° 52, ed infine per via Peter Thalguter, arriverete, dopo circa un chilometro, nel centro di Lagundo, precisamente in località Riomolino, in prossimità della Chiesa Parrocchiale di Lagundo (intestata a San Giuseppe). Architettura mirabile, il cui riferimento paesaggistico è dato dall’altissimo campanile (oltre 70 metri), che si rifà alla tradizione altoatesina dei landmark di carattere religioso.

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La Chiesa Parrocchiale di Lagundo, è stata realizzata su progetto dell’architetto Willy Gutweniger e di sua moglie Lilly, negli anni tra il 1966-1971, i quali hanno proceduto, in base all’attento controllo di un’apposita commissione parrocchiale. La Chiesa che ammicca all’architettura storica delle chiese altoatesine (soprattutto negli esterni), costituisce anche uno di quei rari esempi, in cui la metafora dell’architettura organica e quella dell’architettura razionale, si fondono, in una infinità di schemi compositivi e di dettagli. Si consiglia vivamente, quindi, di prendersi tempo a sufficienza per visitare la Chiesa (soprattutto negli interni), per apprezzarne la complessità, e riuscire a carpire i segreti del linguaggio simbolico di questa costruzione religiosa, che anche si rifà alla tradizione architettonica altoatesina. Il cemento armato a vista, il metallo, si alternano, alla pietra ed all’intonaco grezzo: spesso le citazioni evidenti di Le Corbusier e Frank Lloyd Wright, sembrano fondersi in dettagli che richiamano decisamente al migliore Carlo Scarpa. L’impianto planimetrico è dichiaratamente impostato sul richiamo di forme esagonali, a navata unica, con un’acustica perfetta. Magnifico l’altissimo campanile, che indica con uno slancio moderno il cielo. Maestose le vetrate, realizzate da artisti che in molti punti hanno costruito dei veri e propri “racconti” di trasparenze colorate.

Una piccola passeggiata “enogastronomopaesaggistica”, che risulta deliziosa in qualunque stagione, ma che dà il meglio di sé durante la fioritura dei meli.

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Natale alla Bovisa


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Il tessuto urbano della Bovisa è flagellato da una cacofonia di edifici esistenti, distonici tra di loro, ed i nuovi  interventi “casuali” (spesso di terziario vuoto, ed invendibile) male inseriti in quello che dovrebbe essere un paesaggio urbano storico da tutelare, simbolo della industria milanese, che ormai non è più, aggiunge tristezza ad un Natale, che tutti percepiamo, come greve. La Bovisa dovrebbe essere un quartiere progettato e ragionato, se non altro per il “peso” di inquinamento lasciato alle generazioni attuali ed a quelle future, dall’industria (nel terreno), ma invece, questa progettualità, non è. L’occasione delle aree dimesse da riqualificare, non è stata colta, qui alla Bovisa, manca un disegno virtuoso complessivo, che generi un paesaggio nel solco dell’immaginifico passato, o una valida alternativa ad esso.

Il quartiere della Bovisa, che negli anni passati aveva acquisito una propria autonomia, architettonica fatta di edifici industriali e dignitose case popolari: autonomia anche sociale, rispetto a Milano, oggi, è tra le aree dimesse, da bonificare, più inquinate dell’area urbana (e forse d’Europa). Nonostante ciò, qui è ovunque, un rifiorire di gru, di imprese che edificano “selvaggiamente”, senza nessun progetto urbanistico e paesaggistico complessivo, edifici di rara insulsaggine architettonica e volumetrica. Qui il paesaggio è perso, probabilmente definitivamente, e forse ormai non c’è più nulla da salvare, se non qualche edificio isolato. Il Natale qui, sente il “peso mortale” di ciò, dei numerosi cartelli “vendesi” che probabilmente rimarranno lì per anni ed anni, ancora. E la pochezza delle “luminarie natalizie” della Bovisa, issate dai commercianti nel bel mezzo delle vie, testimonia in maniera evidente, di un sistema economico ormai al collasso.

Strano destino,  quello dei tessuti urbani costruiti, con finalità produttive: in pochi anni sull’onda di un violento sviluppo economico, a partire dai primi decenni del Novecento, sono “esplosi”, nati dal nulla, consumando quel suolo agricolo fertile che è comune a tutta la Pianura Padana. Poi rapidamente sono degradati in aree dimesse ricche di fascino e memoria. Oggi questi ambiti, sono alla ricerca di un proprio futuro paesistico, che viene spesso disatteso, e sostituito da un pianificazione “casuale” che premia ed incentiva il  volume (incrementi volumetrici per chi costruisce sostenibile, per chi fa housing sociale, ecc.), la mutazione di destinazione funzionale (da industriale a residenziale/terziario), e soprattutto con la mancanza di un “quadro complessivo”, nonostante i piani urbanistici ed i progetti di archistar quali : Renzo Piano a Sesto San Giovanni e Rem Koolhaas alla Bovisa di Milano, di .

Forse in queste parti di tessuto urbano, che tanto hanno dato in passato, più che favorire una densificazione della città, come si ostina a sostenere Vittorio Gregotti (ed ha applicato con sistema alla Bicocca di Milano), quale soluzione di tutti i mali, imponendo una sviluppo prettamente volumetrico ed in altezza, bisognerebbe decrescere, come suggeriscono molti, verso forme più “soft” di pianificazione controllata, in grado di preservare, grandi aree verdi con all’interno anche quella che fu la memoria produttiva,  recente, di questi luoghi, magari di nuovo abitata (la memoria) da funzioni di eccellenza.

Ecco questo Natale alla Bovisa, con la crisi economica che attanaglia tutti, se ci deve portare un regalo, speriamo sia proprio questo, la consapevolezza dei politici, e soprattutto di noi cittadini, che il futuro, deve essere “governato”, “indirizzato”, per tornare ad essere quel “sogno reale” da vivere a cui tutti aspiriamo.

TANTI AUGURI A TUTTI !

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Statica !


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“Tanto la via intuitiva che quella matematica sono necessarie per inventare ed esattamente proporzionare una struttura resistente. L’efficienza e potenza realizzatrice della intuizione e’ largamente dimostrata e testimoniata dalle grandiose opere tramandateci dal piu’ lontano passato, quando le moderne teorie scientifiche erano totalmente ignorate. L’acutezza dei moderni metodi di calcolo in continuo e progressivo sviluppo e’ illustrata dai risultati raggiunti nella realizzazione di sempre piu’ grandiose ed audaci opere. Ma la invenzione strutturale, quella che permette di risolvere nel modo piu’ efficiente i nuovi problemi, che ogni giorno vengono proposti dall’inarrestabile sviluppo di ogni aspetto dell’attivita costruttiva, non puo’ essere che il frutto di una armoniosa fusione di personale intuizione inventiva, e di impersonale obiettiva, realistica, ed inviolabile scienza statica. In altre parole gli sviluppi teorici debbono trovare una rispondenza intuitiva che li verifichi, che ne diminuisca la impersonale durezza tecnica, e che li renda piu’ umani e comprensivi, mentre d’altra parte le teorie formalistiche debbono offrire i modi di esatte valutazioni alle quali resta pur sempre affidato il raggiungimento di quel – massimo risultato con i minimi mezzi – che e’ l’obbiettivo ultimo e l’indirizzo fondamentale di tutte le attivita’ umane” .

Questo brano, tratto dalla presentazione a firma di Pier Luigi Nervi, al bellissimo libro di Mario Salvadori e Roberto Heller, dal titolo ” Le strutture in architettura” (Etas libri, 1964), bene rappresenta, il concetto, che ad ogni intuizione complessa, definita da formule e regole, deve corrispondere un approccio intuitivo, naturale, ed ovviamente viceversa. infatti nel libro citato, la statica, e la scienza delle costruzioni in architettura, vengono spiegate, senza l’utilizzo di nessuna formula matematica.

Siamo partiti da questo brano, del grande ingegnere Nervi, per arrivare alla App degli “Angry birds”, un gioco della societa’ finlandese di informatica Rovio, in cui si “gioca” proprio con le strutture e la loro resistenza.
Il gioco, uno di quelli per tablet, smartphone e computer, e’ forse uno dei piu’ diffusi al mondo, ed e’ molto semplice. Si tratta di lanciare con una fionda, degli uccellini, contro a delle strutture precarie, per fare in modo che le componenti, crollando, facciano esplodere dei maialini “ridacchianti” di colore verde.
L’utente del gioco, deve, intuitivamente, studiare e trovare, nella struttura, il punto debole, per abbatterla utilizzando il minor numero di uccellini possibile.

Giocando, si danno cosi’ delle informazioni elementari di statica delle strutture edilizie e di scienza delle costruzioni.
Insomma le varie App degli “Angry birds” (season, rio, star wars, ecc.) sono anche degli strumenti didattici, che, soprattutto nei piu’ piccoli, sviluppano una passione primigenia per l’arte e la scienza del dimensionamento delle strutture, che e’ poi alla base di ogni buona architettura.

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Velofahren


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Andare a Lucerna, per incontrare l’atmosfera del Natale (città che dista solamente 243 chilometri da Milano), può essere l’occasione per constatare che questa cittadina di circa 76.000 abitanti, e con un’area metropolitana di circa 250.000 abitanti, è ormai orientata completamente verso la mobilità sostenibile ed il contenimento dei consumi, con una sua strategia energetica particolare .

Il concetto è quello di fare convivere in maniera intelligente ambiente e costruito,  passato e futuro, sfruttando al meglio l’accoglienza che una città storica può proporre ai propri cittadini ed ai turisti. Ecco che allora anche i progetti meno significativi, contribuiscono a ricostruire il disegno di un mosaico che ha al centro la partecipazione, la condivisione e la democrazia.

Un esempio di questo atteggiamento è il parcheggio esistente, per lo stazionamento temporaneo delle moto, alla stazione di Lucerna, che conta oggi circa 350 posti, questo parcheggio sarà, a breve sostituito, da un parcheggio per biciclette, completamente nuovo. Questo progetto, pensato dal Settore ingegneria della città di Lucerna, offrirà più di 1.100 posti coperti per biciclette, con accesso diretto alle piattaforme dei treni. Vi sarà anche un punto informativo ed uno di riparazione. Si prevede la sua apertura nel mese di aprile 2013.

Il motivo per il nuovo edificio, è il rimodellamento complessivo della stazione FFS (Ferrovie Svizzere), che prevede che questa diventi sempre più attraente per i ciclisti, così come tutta la città.  La scarsità di parcheggi accoglienti per le biciclette nella stazione è oggi particolarmente evidente. In collaborazione con la città di Lucerna, le Ferrovie Svizzere, hanno sviluppato un progetto che si basa sull’utilizzo dei binari non più operativi (per le poste) dietro l’università. A Milano invece siamo ancora “all’anno zero”, non esistendo nessun parcheggio per biciclette alla Stazione Centrale, nè in moltissime altre stazioni e nodi di interscambio.

Quì sotto il link ad un articolo sull’assenza di una bicistazione alla Stazione Centrale di Milano

http://milano.corriere.it/milano/notizie/caso_del_giorno/10_ottobre_8/caso-1703907446083.shtml

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Quì il sito velofahren. stadtluzern.ch

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