http://www5b.biglobe.ne.jp/~arch-uno/
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Esiste una relazione tra architettura e musica, tra canzonetta e paesaggio. Anche Claudio Baglioni fa outing durante la trasmissione “Deejay chiama Italia”. Si scopre così che ha studiato architettura a Roma (studente lavoratore dichiara), e una decina di anni fa circa, ha pure conseguito l’abilitazione per esercitare la professione. Quindi oltre ad Edoardo Bennato, che pure professa ormai da anni (http://bit.ly/1eF89mx), anche l’ex “ricciolone belloccio” deroma, discetta amabilmente con i due conduttori, sancendo con autorevolezza che : “In Italia l’architettura è morta!”
Ci voleva Baglioni per ricordarci ciò? Eh si, forse si. Infatti parafrasando probabilmente inconsapevolmente, il titolo di un noto libro di Giorgio Grassi, Baglioni, focalizza di nuovo, dichiarandone la morte, per la gente comune, ma anche per noi architetti, l’attenzione su questa bistrattata (in Italia) disciplina.
Scriveva infatti G.G. nella presentazione di un suo libro di “Scritti Scelti 1965-1999” : “Questo libro è fatto soprattutto per gli studenti di architettura, per i futuri architetti, quelli che secondo Hannes Meyer dovrebbero “consegnare le piramidi alla società del futuro”,con la speranza che sentano di nuovo il forte bisogno di mettere in discussione per prima cosa la ragione di essere del loro lavoro, cioè la ragione di essere (e la responsabilità) di un lavoro tanto antico da includere appunto perfino le piramidi; è però dedicato ai miei vecchi studenti e anche a quelli un po’ meno vecchi, ma che hanno avuto tutto il tempo per imparare, a loro spese, che non è affatto facile mantenersi fedeli alle scelte che si sono fatte a scuola spinti dall’entusiasmo, ma che è ancora più difficile tradirle dopo, sapendo che una volta, anche se per breve tempo, le si è credute decisive e per sempre.”
Appunto un lavoro così difficile, che oggi non c’è più, essendo quasi completamente scomparso il lavoro, e quindi la ragione stessa di essere architetti. Nessuno lo dice, ma dopo il paesaggio, o meglio contemporaneamente alla sistematica distruzione del paesaggio, in Italia, si è definitivamente uccisa la professione dell’architetto. Oggi chiunque, in Italia, magari lettore spietato di Casamica, si picca di essere architetto ed insegnare a chiunque una disciplina che necessita di anni di studio per essere appieno compresa. Un omicidio-suicidio, infatti anche noi architetti abbiamo contribuito a questa “morte” sancita dal Baglioni, non tutelando il nostro mestiere e consentendo che sia costantemente oggetto di saccheggio e razzia da chicchessia.
Le immagini soprastanti sono dell’Auditorium di Ravello (Na) – progetto Oscar Niemayer
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La principale citta’ del sud della Francia, Marsiglia, e’ per tutto il 2013 capitale della cultura Europea. Fulcro di tutta la manifestazione e ‘ il MuCEM (Museo della civilizzazione dell’Europa e del Mediterraneo – www.mucem.org), progetto dell’astro emergente (e amante della filibusta) dell’architettura francese, Rudy Riccioti (www.rudyrocciotti.com). Un progetto architettonico e soprattutto museale, grandioso ed ambizioso, che cerca di sancire un nuovo “centro culturale”, il Mediterraneo. Una prospettiva futura per l’Europa, che è anche stata la base della sua origine : la contaminazione. A Marsiglia si gettano le basi per un “tavolo culturale” (ma non solo) del Mediterraneo. Una cosa che fa la Francia ma che avrebbe dovuto fare l’Italia, paese “sterile ed impotente” in merito, ma che essendo una penisola è di fatto una ponte sdraiato nel centro del Mare Mediterraneo.
http://www.dailymotion.com/video/x10knuu_mucem-marsiglia-cuore-del-mediterraneo_news
A fianco del MuCEM, si trova l’edificio Villa Mediterranee (www.villa-mediterranee.org), un centro congressi ed esposizioni, multifunzionale, progettato in seguito a vincita di concorso internazionale, dall’italico Stefano Boeri (www.stefanoboeriarchitetti.net). Tutta l’operazione fa parte di un progetto complessivo di ammodernamento della citta’ denominato Euromediterranee (www.euromediterranee.fr) che prevede un investimento complessivo di oltre 3,5 miliardi di euro in infrastrutture, riqualificazioni urbane, edifici culturali, alberghi, residenze, ecc..
Dalla visita dei due interessanti edifici contigui, risulta evidente, direi quasi imbarazzante, una maggiore dimestichezza e genialita’ nei “lavori in pelle ” e nella coerenza tra struttura ed involucro, da parte del francese. Dovendo dare un voto : Riccioti 9, Boeri 7,5.
Raccontare quello che sta avvenendo a Marsiglia, per la cultura e per il turismo e che funge da motore per un rilancio di tutta l’economia locale francese, vuol dire necessariamente, come nel caso dei due edifici MuCEM e Villa Mediterranee, mettere a confronto realtà molto diverse, l’Italia e la Francia.
Oltralpe, si è sempre investito in cultura, istruzione e nella ricerca, perseguendo una società multietnica/multiculturale e democratica (ed oggi, in periodo di crisi, si rilancia guardando al Mediterraneo), in Italia si dilapidano, senza un progetto complessivo, le “briciole” che si investono in questi settori.
E’ notizia di questi giorni di fine agosto 2013, che Lucrezia De Domizio Durini (Trento 1936), figura di primo piano della scena artistica e culturale contemporanea, lascia Milano. La lascia per sempre, in direzione Parigi, dichiarando, come si legge a pagina 6 de “il Giornale-Milano” del 26 agosto : ” I grattacieli, le fondazioni dei modaioli, le mostre itineranti, i riciclaggi, le gallerie-boutique, i luoghi remember di musei caserecci, hanno prodotto in questi confusione e ambiguità. In ambito artistico Milano è provinciale, non ha nulla a che fare con le proposte che osano i galleristi europei, né è possibile un benché minimo paragone tra i suoi musei e quelli stranieri”.
Ed ancora : “Lo Stato prima e cinque musei (italiani) in seguito hanno rifiutato sia la mostra Joseph Beuys. Difesa della Natura, sia la Donazione di 300 lavori che invece, nel 2011, è stata accolta ed esposta dalla Kunsthaus di Zurigo, alla quale avevo già donato la regale opera Olivestone”.
Ecco che allora, anche l’architettura deve conformarsi a questo “stato delle cose”, diventare uno sport (più che un arte) da combattimento, per potersi affermare in una realtà culturale “caotica e provinciale”. Dove, anche Milano (e tutto il nord), non siamo più in grado, da anni a competere con le grandi realtà culturali urbane europee non solo dal punto di vista economico, ma anche, e soprattutto, della circolazione e della creazione delle idee.
Senza però evitare la dietrologia, come succede quale metafora, nell’edificio di Boeri a Marsiglia, dove la “struttura ardita” diventa troppo spesso, un elemento di intralcio fisico e visivo dell’architettura. Ci vuole equilibrio e lungimiranza, proprio come nell’edificio di Ricciotti. L’equilibrio della storia che sa farsi futuro, necessariamente passando dal presente.
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Alcune sere fa, ero comodamente stravaccato sulla poltrona “Ardea” di Carlo Mollino (produzione Zanotta), che con molti sacrifici, io e mia moglie (anch’essa architetto) ci siamo acquistati venti anni fa, quando ci siamo sposati. Il mio soggiorno, come tutta la casa, è caratterizzato da una moltitudine di libri, oltre cinquemila, che nel corso del tempo, hanno costituito una biblioteca, che di fatto circonda le pareti di quasi tutti i locali, coibentandoli. Un vero e proprio ricettacolo di cultura, e di polvere, che solo grazie alla genialità dello “Swiffer Dusters 360°” riesce ad essere precariamente bonificato settimanalmente. Mentre elucubravo, cose folli, tra la veglia ed il dormiveglia, i miei “stanchi” neuroni si sono focalizzati su quella “massa cartacea”, e fantasticando mi sono posto questo inesistente problema.
Se improvvisamente, dovesse esserci, che so, un terremoto, un incendio, un gigantesco Tsunami (?), dovendo scegliere alcuni libri, prima di fuggire, tra i volumi di questa biblioteca, a me tutti cari, e che costituiscono “pezzi” della mia memoria e della mia storia personale, quali salverei dal disastro, dalla “ruina”?
Ecco che allora, vi sottopongo, questa mia scelta essenziale, fatta per un architetto, che in preda al terrore, deve scegliere, scappando da un appartamento posto al quinto piano (senza ascensore), alcuni strumenti essenziali (non molto pesanti) per la propria sopravvivenza “culturale”. Sono dieci volumi, che stanno comodamente in una ventiquattro ore, del peso circa di due chili.
Un libro, quello di Calvino, che potrebbe essere utilissimo per ricostruire qualunque cosa : un edificio, una città, una società, una vita.
Un libro per apprezzare le “rovine” ed il senso del tempo ad esse intimamente correlato. E dopo una catastrofe, qualunque essa sia sarà uno strumento indispensabile.
Una raccolta di scritti del grande pensatore italiano, che spaziano sul significato del progetto, nell’architettura, nell’arte, nell’urbanistica, nella società.
Dopo una catastrofe, bisognerà, pensare ad un “mondo nuovo”, partire dal libello di Friedman, significherà risparmiare molto tempo per realizzare una maggiore compatibilità tra uomo e natura.
Una miniera, in cui “scavare” quando si è disperati, per assicurarsi pezzetti di certezza, di cui LC era portatore sano.
Un libro che è un vero e proprio “elogio della lentezza”, per una progettazione consapevole ed a misura d’uomo.
E’ esattamente l’opposto del libro di Zumthor, sopra descritto. Giusto, giusto, per ritornare a cullare il sogno di quella modernità che una catastrofe (e la crisi di oggi) sembra negare.
Un libro di “politica”, su come si deve vivere con gli altri. Una lezione di sopravvivenza, da un uomo centenario, che attendeva con serenità la morte.
Andare alla velocità del suono, alla velocità della luce, e continuare a progettare, a vivere, con la giusta filosofia.
Come sarà il nuovo paesaggio dopo la catastrofe ? Quì le istruzioni per farne l’epicentro della società umana.
E’ questa una lista, assolutamente personale, che ho operato in soli 35 secondi (visto che il disastro qualunque esso sia non dà tempo ai ragionamenti), probabilmente non condivisibile da molti. Comunque, l’esperimento, oltre a darmi una “botta di vita”, mi ha consentito di stabilire, che in maniera assolutamente inconscia, già avevo concentrato negli anni, in una zona precisa della biblioteca, i libri a me più cari. Libri che di fatto ad oggi riempiono un solo scaffale, lungo circa 90 centimetri.
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Sopra immagini della Biblioteca di Adriano ad Atene
Giovedì 17 gennaio 2013, verso le 20,40, mi ero ormai rassegnato a guardare la televisione, flagellata come e’ dalla continua esibizione dei politici nostrani, lanciati verso la maggiore visibilita’ possibile, in vista delle Elezioni politiche di fine febbraio. Svogliatamente twittavo, in rete sul mio i-Pad, quando improvvisamente mi soffermai su un twitt, che rimandava al link di un evento che si teneva in quel momento a Roma. Giorni fa avevo letto su un giornale, che Alessandro Baricco, teneva nella capitale, quattro “letture”, ed essendo un suo estimatore, avevo fantasticato sulla possibilita’ di partecipare a qualcuna di queste serate, dai titoli ghiottissimi. Ecco improvvisamente quel link, da me prontamente visitato, mi consentiva, nella societa’ fluida 2.0 di godere in streaming della prima conferenza romana del colto scrittore e saggista, nonché regista e musicista.
Sedata con il telecomando la sequela di immagini e voci televisive, vestite due comode cuffie, ho potuto seguire, sulla “tavoletta magica” un’ora e mezza di una conferenza sapiente e raffinata. Il tema di fondo era il concetto di bellezza, di cultura, di sapere. Le sere successive, ho praticato come un’abitudine, questa attività dello “spettatore remoto”. Mi sembra interessante ora, trarre da ciò, alcune considerazioni.
Palladium, Roma 17 gennaio 2013 – Il Sapere
Palladium, Roma 18 gennaio 2013 – La Giustizia
Palladium, Roma 19 gennaio 2013 – Il Tempo
Palladium, Roma 20 gennaio 2013 – La Scrittura
Baricco, ha di fatto orchestrato, un ciclo di “letture/lezioni” che ci parlano, con degli esempi tratti dal sapere umano (libri, video, dischi, quadri, ecc.), della contemporaneità. Quasi un messaggio politico. Mentre, quotidianamente, una “folle ridda di voci”, dai media, calpesta e violenta i Cittadini/Elettori, lui, come i grandi letterati di un volta, da Hermann Hesse a Italo Calvino, ci fa un regalo (da consumato frequentatore delle scene), evidenziandoci i probabili punti di appoggio di un futuro possibile. Soprattutto, ci gratifica, oggi che siamo tutti un pò tristi pensierosi, “schiacciati” da questo “progresso scorsoio”, e ci lascia un’immagine “bella ed affascinante” della nostra cultura umana. Ci lascia un’idea di sapere, di giustizia, di tempo e dello stesso scrivere, partendo dalle domande che tutti ci facciamo.
Ecco, Baricco, ci fa un regalo (da consumato frequentatore delle scene), ci lascia un’immagine sublime, che parte da Dick Fosbury, e passa da Kate Moss, Luigi XVI e Marcel Proust. Ci lascia un’idea di sapere, che trova nel termine “paesaggio”, la giustificazione della sua esistenza. Un sapere accogliente, sensuale ed al contempo bello come puo’ esserlo un paesaggio italiano dell’Appennino toscano, una montagna incantata ed innevata delle Alpi, oppure una spiaggia bianca con un mare cristallino come la costa della Sardegna. Perche’ il paesaggio e’ cultura, sapere, accoglienza, permanenza, ma e’ soprattutto estetica pura, in lenta, lentissima, costante modificazione. Lo stesso Baricco, con la sua presenza fisica, attoriale, la sua verve, il suo carisma sensuale (che e’ soprattutto vocale), domina lo spazio teatrale (il Palladium) in cui ha tenuto queste “letture romane”, e cosi’ ci dimostra egli stesso con le sue performance, che : “il sapere e’ permanenza all’interno delle domande”. Potremmo dire noi che questo “permanere”, questo “abitare”, presuppone la definizione di uno spazio, di un’ architettura del paesaggio in cui risiedere.
Nella povertà di idee e di trattazione dei veri problemi dei Cittadini, che il Paese Italia offre in queste “inquietanti” settimane pre-elettorali, il progetto di Baricco, oltre ad essere di un valore politico e culturale “alto”, ha una sua accattivante bellezza, perché democratico, ricco di contenuti, e “costruttore di futuro”.
Niente a che vedere, per fortuna, con la “banale piattezza” dei comici, dei nani, delle ballerine, dei cittadini acefali, degli chansonnier di plastica e degli economisti sadici, che improvvisamente si inventano di essere degli autorevoli politici. Baricco riesce a farci comprendere che forse una speranza progettuale, anche politica, ancora oggi, forse c’è, pescando nella memoria culturale della specie umana, e creando connessioni sapienti, innovative, rivoluzionarie.
Ossigeno puro, da respirare a pieni polmoni.
Quì sotto immagini del museo Hermann Hesse e della casa dove visse a Montagnola (Svizzera)
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L’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani (AMACI), ha promosso per il 6 ottobre 2012, l’ottava giornata del contemporaneo. E’ stata l’occasione, nel pomeriggio, per visitare l’insolito “Museo Teo”. Un museo senza una sede predefinita, senza opere, con spazi per le mostre in continuo cambiamento. Insomma il vero museo del terzo millennio (come dichiarano i curatori), che in questi giorni compie 22 anni di attività.
Il Museo Teo, questa volta si materializzava, nel nuovo spazio organizzativo di via Stromboli 3 a Milano. Un appartamento borghese della fine degli anni cinquanta, dove al primo piano, tra librerie, divani, venivano esposte alcune opere di “vecchi amici del museo”, affiancate da alcuni sapienti “innesti” di nuovi giovani talentuosi artisti. Una mostra che ovviamente evocava, esempi milanesi molto più noti, come la mitica Casa Museo Boschi – Di Stefano, in via Giorgio Jan 15.
http://www.casemuseomilano.it/it/casamuseo.php?ID=2
Tra questi spiccava l’insolita installazione di Paulina Barreiro (Italo-Argentina), dal titolo “Chi- cosa- dove-quando-perché?”, costituita dauna vecchia, piccola valigia da viaggio, che conteneva un “Taccuino di memorie”. Una raccolta meticolosa e colta che ricostruisce le peregrinazioni della sua famiglia tra l’Europa e l’America Latina, cercando un “filo rosso” che tutto lega ed avvolge……e probabilmente trovandolo.
Paulina Barreiro – “Chi- cosa- dove-quando-perché?”
Il museo e l’opera descritta, dimostrano che Milano, pur nella solita asfissiante nebbia mortale che l’avvolge (carenza di musei, cinema, teatri e di offerta culturale rispetto a città simili) è sotto sotto, una città che culturalmente riesce, ancora a dare qua e là dei “colpi di pinna”. Insomma è la dimostrazione, che qualche speranza per il futuro, magari nel “new italian blood”, possiamo ancora coltivarla. Si tratta magari di trapiantare altrove questi fragili virgulti, visto che per molti anni il nostro paese sarà un terreno “sterile” (trattato, come è stato per anni “malamente”) per molti di loro, e poi re-importarli una volta “artisti maturi”.
D’altronde lì vicino, le architetture di Giò Ponti (casa d’abitazione in via Dezza) e di Arrigo Arrighetti (piscina pubblica al Parco Solari), costituiscono dei capisaldi architettonici, “testimonianze”, di un passato glorioso, gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta in cui Milano era (prima di diventare “La Milano da bere”) un luogo di produzione culturale di assoluto livello internazionale. Realtà come il Ciak o il Teatro Smeraldo, la stessa Brera scomparse o in corso di sparizione, erano i trampolini di lancio per artisti (pittori, musicisti, architetti, ecc.) a livello nazionale ed internazionale.
Piscina al Parco Solari.
Progettata dall’architetto Arrigo Arrighetti nel 1963, la piscina del Parco Solari ha come principale caratteristica, la copertura, così particolare da costituire l’immagine stessa dell’intera architettura: si tratta di una grande tenso-struttura a forma di sella .
L’ingresso della Piscina Solari è schermato da un setto curvilineo che divide la cassa dalla sala vera e propria, mentre gli altri servizi, che comprendono la direzione, gli uffici, il pronto soccorso, depositi e bagni, si trovano verso la strada. La vasca di piccole dimensioni 25 metri per 10 metri, è anche poco profonda si distingue per dettagli architettonici e tecnici, come gli spigoli arrotondati e l’assenza di trampolino o blocchi di partenza. La vista diretta sul parco, in particolare, la rendono una degli impianti sportivi più piacevoli ed affascinanti di Milano.
Casa d’abitazione in via Dezza
Nel condominio di via Dezza, realizzato tra il 1956 ed il 57, Gio Ponti caratterizza la facciata con una successione di balconate, all’interno delle quali, secondo il programma iniziale molto lecorbuseriano, ogni condomino può far impaginare le finestre e scegliere il colore della sua porzione di facciata in base alla propria sensibilità. Una facciata di “architettura partecipata”, in cui il progettista si limita a offrire le componenti e la maglia entro cui gli acquirenti le dispongono. Nell’attico, si trova la residenza dell’architetto, che realizza un’abitazione dimostrativa della sua idea di pianta libera, sempre nel solco di LC. Le singole stanze, allineate sul fronte, sono divise da pareti a soffietto, che consentono di modulare lo spazio. Si può così ottenere, anche un grande ambiente unitario, rafforzato dal disegno insolito del pavimento in ceramica a strisce diagonali.
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Giuseppe Caglioti, nel libro – Simmetrie infrante –(Clup 1983), mette in evidenza la necessità di recuperare nel pensiero contemporaneo la scissione tra pensiero scientifico e pensiero umanistico . Caglioti mette in evidenza le relazioni ambigue tra alcune strutture della fisica e della matematica, con il linguaggio artistico (pittura, architettura, ecc.). Scrive Caglioti : “il rapporto fra l’uomo e le strutture naturali è dominato dal pensiero”, ed oggi è possibile, grazie alla scienza, individuare un potere unificante tra loro, riscontrabile nel rapporto tra disordine casuale e ordine strutturale. Esiste quindi un nesso logico tra la simmetria e la rottura di simmetria tra entropia ed informazione, si tratta spesso di seducenti relazioni “pericolose”, rilevabili sia nel mondo naturale che in quello culturale, che sono alla base probabilmente di un senso globale della vita su questo pianeta ed in tutto l’universo.
Ecco quindi, che alcuni bellissimi quadri dell’olandese Maurits Cornelis Escher (http://it.wikipedia.org/wiki/Maurits_Cornelis_Escher) e dell’italiano Franco Grignani (http://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Grignani), possono trovare delle relazioni nella dinamica degli elettroni nelle molecole; e le strutture nell’intorno dell’equilibrio termodinamico, hanno possibili legami con alcuni quadri di vedutismo paesaggistico, realizzati da Van Gogh (http://it.wikipedia.org/wiki/Vincent_van_Gogh).
In tal senso Caglioti, con le sue dotte anteposizioni, ci consente anche di cogliere chiaramente un riferimento diretto con le discipline paesaggistiche. Ecco, il paesaggio è proprio questo, una liaison dangereuse tra natura e cultura. Un paesaggio è sempre una “simmetria infranta”, in cui a governare è un precario equilibrio instabile.
Viene facilmente in mente quando, nel lontano 1969 l’astronauta Neil Armstrong (http://it.wikipedia.org/wiki/Neil_Armstrong), è sceso sulla Luna. Fino ad allora il nostro satellite era rimasto allo stato naturale assoluto, ma dal momento in cui è stato posto il primo piede di un essere umano su di esso, anche la Luna è diventata un paesaggio “culturale reale” (e non immaginario) collettivo. E’ stata infranta una simmetria, quella tra l’uomo, legato al suo “acquario”, il pianeta Terra, e la violazione, grazie agli apparati culturali, di un ambiente extraterrestre, ostile, avulso. Un paesaggio lentamente colonizzato, antropizzato dai residui, dai resti (rifiuti tecnologici) delle numerose missioni umane che si sono succedute e che verranno.
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4 settembre 2012, Milano, Viale Alemagna 6, Triennale, ore 17,00
Andare in Triennale a sentire la Lectio Magistralis (Architecture in a recycle way) del più recente Pritzker Prize (2012), a metà pomeriggio, può essere un’esperienza mistica e sensuale. Soprattutto se, ad introdurre il giovane (49 anni) maestro cinese (Professore e Direttore della Scuola di Architettura Accademia Cinese dell’Arte, Hangzhou), e un magnifico ed illustrissimo, nonchè anzianotto, docente del Politecnico di Milano (61 anni).
Quest’ultimo, dal cognome di una nota casa automobilistica francese dei primi del Novecento, preso il microfono, ammonisce i moltissimi presenti, tra cui tanti studenti di architettura, in merito alla necessità di conoscere bene l’idioma anglosassone, visto che lo stesso Politecnico, da quest’anno accademico (2012-2013) introdurrà dei corsi nella sola lingua inglese.
Poi in un inglese, che dire stentoreo è dire poco, si mette a leggere il testo scritto di una introduzione bi-lingue (inglese – italiano) che lascia sgomenti gli spettatori, per incapacità di lettura, pronuncia, spelling. Insomma, tutti a guardarsi basiti, mentre il relatore indefesso prosegue per circa 30 minuti la sua imbarazzante performance. Quando tocca all’architetto cinese, che invece dimostra una capacità di possesso dell’idioma inglese, assoluta, sui volti dei più appaiono sorrisetti compiaciuti.
E’ la dimostrazione, della superiorità cinese (con tutti i suoi limiti) rispetto all’architettura italiana. Il giovane cinese, in pochi anni ha elaborato un linguaggio innovativo e di ricerca, ed ha costruito una quantità impressionante di edifici, tanto che oggi, avendo vinto il prestigioso “oscar dell’architettura mondiale” (Premio Pritzker) può rifiutare importanti incarichi in giro per il mondo, per dedicarsi al suo paese. Diverso è il caso dell’anzianotto docente del Politecnico a cui si devono pochi ed “insipidi” edifici di tristissima ed ormai vetusta (se non lingua morta?) “scuola italiana”.
Ma ritorniamo alla Lectio Magistralis, e ad alcuni aforismi che hanno contraddistinto la performance del maestro cinese, dove per avere un posto in piedi bisognava sgomitare (ennesima dimostrazione della mancanza endemica di spazi adeguati, per una Milano che è sempre meno da bere e sempre più da digerire) :
De reyiling in not only material but also kraftmen and many other things
Wang Shu e sua moglie, Lu Wenyu (anch’essa presente in sala), sono i membri dello Amateur Architecture Studio, fondato nel 1997 a Hangzhou in Cina. Il nome fa esplicito riferimento alla metodologia di approccio amatoriale alla disciplina architettonica e all’edificazione, basato sulla spontaneità, l’artigianalità e le tradizioni culturali di cui è ricca la Cina. Wang Shu trascorso un certo numero di anni di lavoro nei cantieri per imparare le abilità della tradizione costruttiva, è entrato in sinergia con le aziende costruttrici che utilizzano la sua conoscenza delle tecniche tradizionali e di tutti i giorni, per studiare le caratteristiche e le procedure di adattamento e trasformazione dei materiali per i progetti contemporanei. Questa combinazione unica, ed eccezionale, di conoscenza, tradizione, tattiche di costruzione sperimentali e intensa ricerca, definisce la base per progetti di architettura dello studio Amateur. Lo studio Amateur, ha una visione critica, di una parte della professione dell’architettura, soprattutto di quella che si identifica nella demolizione e nella distruzione di grandi aree urbane storiche.
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La salvaguardia del paesaggio agrario è un tema fondamentale per la nostra sopravvivenza. Solo in questo modo può essere assicurato uno sviluppo sostenibile, coerente, capace di limitare il consumo di territorio e l’uso delle risorse naturali, ma anche di tutelare le produzioni alimentari. Il cibo è una delle massime espressioni del paesaggio agricolo, l’oro dell’Italia. Chi lavora nell’architettura del paesaggio e nell’urbanistica non può slegare la tutela del territorio agricolo da una produzione di qualità, di prodotti enogastronomici, perchè sono due cose indissolubili ed inscindibili.
Mia nonna Italina (la madre di mio padre, chiamata così in onore dell’allora appena nata Nazione italiana), che aveva avuto i natali nel 1899 a Specchio un piccolo paesino agricolo del parmense vicino a Fornovo Val di Taro, quando venne a Milano a lavorare come inserviente in una casa, nel primo decennio del Novecento, condusse con se, pochissime cose. Si portò i vestiti che indossava, un paio di scarpe di scorta, un pezzo di formaggio (molto simile a quello che sarebbe diventato il Parmigiano Reggiano), e la ricetta di una torta, che faceva sua madre nelle grandi occasioni. Per lei, che veniva al nord a lavorare, la ricetta, me lo disse più volte era una cosa preziosa, era espressione della sua storia, della sua famiglia, dei suoi ricordi e soprattutto del paesaggio agricolo dove era nata. Eccovi la ricetta.
– 4 etti di farina tipo 00 (possibilmente biologica)
– 2 etti di burro (di ottima qualità)
– 2 etti di zucchero (bianco)
– 1 uovo intero + 1 tuorlo
– 1 bicchierino di Cognac (di ottima qualità)
– 1 pizzico di sale
– la buccia grattugiata di un intero limone
Lavorare a mano il composto (costituito dai prodotti sopra elencati) per poco tempo, fino a quando non diviene un impasto compatto. Riporre la “palla del composto” in una terrina coperta con un telo, per alcune ore.
Imburrare una pentola, meglio se di vetro, e cospargere lievemente di farina, riporre l’impasto nella pentola e lavorare con cura. Posizionare con cura la marmellata ed eventuali altre decorazioni. Utilizzare solamente marmellata di ottima qualità. Gusti ideali : albicocca, fragola, lampone.
Cuocere a partire da forno caldo per circa 40 minuti, ad una temperatura di circa 200 gradi.
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