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Builders of the future

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Edifici ecosostenibili

La casetta vicino alla Fucina.


Le Dolomiti viste da Nova Ponente
Il Fiume Ega

La casetta di Walter Pirchler (al centro) e la Fucina (che si intravvede sulla destra)

La casetta.

1 settembre 2022, Nova Ponente

Intellettuale, scultore, architetto, Walter Pichler nasce nel 1936 a Nova Ponente (Deutschnofen) in Val d’Ega, Alto Adige. La sua famiglia, proprio quell’anno 1936, decide di trasferirsi in Austria a causa della Seconda Guerra Mondiale, della penuria di cibo e delle leggi razziali. Nell’anno 1955, Walter Pichler si diploma alla Hochschule für Angewandte Kunst (Università di arti applicate) di Vienna.

Nel 1963 insieme ad Hans Hollein (1934/2014, importante architetto austriaco. Premio Pritzker nel 1985) realizza la mostra innovativa e rivoluzionaria “Architektur” alla Galerie nächst St. Stefan di Vienna: progetto con cui vogliono liberare l’architettura dalle costrizioni del costruire e la scultura dalle costrizioni di un astrattismo diventato arido. Nel 1967 con “Visionary Architecture” espone al MoMA (Museum of Moder Art) di New York con Hans Hollein e Raimund Abraham. Nel 1968 partecipa a Documenta 4 e 6, di Kassel ( https://bit.ly/3TEmNBH )

Nel 1972 Pichler compra un terreno a Sankt Martin sul Raab (Burgenland meridionale – Austria), che elegge a sua residenza, in cui allestisce le sue sculture all’interno di costruzioni architettoniche realizzate ad hoc ( https://bit.ly/3ekJ5YS ). Pur avendo anche un prestigioso studio a Vienne, trascorre qui la maggior parte della sua vita creativa.

Un’altra peculiarità di questo artista era la progettazione molto lenta, quasi maniacale nella definizione dei dettagli, che a volte ha richiesto decenni per il completamento di una scultura, realizzato molti schizzi, disegni e modelli. Ed anche una passione sfrenata per la tecnologia applicata al costruire tradizionale.

Nel 1975 è nuovamente al MoMA con “Projects” ( https://www.moma.org/artists/4612 ), e nel 1982 partecipa alla Biennale di Venezia. Nel 1998 espone allo Stedelijk Museum di Amsterdam.

Nel 2002 inizia la realizzazione della Casa accanto alla Fucina in Val d‘Ega, su un terreno del nonno, concessogli dai parenti, a ridosso del Fiume Ega (Kardaunbach). Una casetta di appena 59 metri quadrati, che l’artista utilizza durante l’estate quando viene a trovare i parenti.

Al piano terreno un bagno, una cucina, un piccolo deposito, ed un vasto locale con un divano/letto per dormire ed un tavolo per ricevere le persone.

Immagini del piano terreno

Al piano interrato, a cui si accede attraverso un ingegnoso escamotage (a mo’ di ponte levatoio), un grande locale, con un enorme tavolo per le riunioni con i parenti. Tutti gli impianti in questo locale (compreso il rosso scaldabagno elettrico) sono a vista, mentre al piano superiore, sono tutti incassati e celati, con sportelli di acciaio. Il solaio sembra realizzato con un sistema prefabbricato simile alle predalle.

Una casetta senza finestre, ma con solide pareti in muratura di pietra (quella del Fiume Ega lì vicino) e cemento armato a vista, con un tetto di vetro per osservare il cielo. Tutto, all’interno ed all’esterno nella casetta, viene minuziosamente disegnato da Walter Pirchler, e perfezionato, seguendo di persona gli artigiani locali. Dettagli spesso strepitosi, come il grande forno/caldaia in piastrelle di ceramica, o come i ripiani lapidei della cucina in pietra di Andriano (rosata) levigata, ma anche il tetto, il tavolo, le sedie, ed il sistema a “tenda orizzontale” (a carrucole) di schermatura del tetto vitreo. Strepitose le travi in acciaio di sostegno dei pannelli di vetro del tetto, tagliate e saldate al laser (grazie alla perizia dei cugini che ancora continuano la lavorazione dei metalli a Bolzano).

Un’intercapedine ventilata, in cemento armato, isola la casetta, rendendola salubre dalle possibili infiltrazioni d’acqua.

Alle pareti, del piano terreno, i parenti conservano i numerosi schizzi e disegni, dell’architetto/scultore, che aiutano i visitatori a contestualizzare il processo creativo che ha portato alla realizzazione della casetta.

Walter Pirchler muore nel 2012 a settantacinque anni, a causa di un cancro. Nel 2015 tuttavia viene realizzata, dai parenti, postuma, la Plattform über dem Bach (Piattaforma sopra il Fiume Ega, di colore rosso) che completa, con questo osservatorio paesaggistico, pensato e disegnato da Walter in ogni dettaglio, il progetto della casetta in Val d’Ega.

Un progetto che nelle sue parti reinterpreta tutta la Storia dell’Architettura, con le pareti in sasso, il frontone classicheggiante del tetto (evidenziato in rosso), il rigore planimetrico simile ad un tempio greco, la scelta di materiali naturali, ecc.

Dal 17 giugno al 4 settembre il MUSEION di Bolzano, a cura di Andreas Hapkemeyer (raffinato e colto storico dell’arte che ci ha accompagnati nella visita della casetta a Nova Ponente), ha accolto l’interessante mostra di alcuni disegni di Pichler, con visita guidata della casetta in Val d’Ega, in presenza dei parenti :

Walter Pichler (1936 – 2012), Architettura – Scultura, Haus neben der Schmiede, Val d‘Ega

https://bit.ly/3L2TZ1T

Vista della grande Caldaia/Forno, con gli elementi ceramici disegnati da Pirchler (come ad esempio il modulo d’angolo in pezzo unico)
Sopra – Gli sportelli in acciaio studiati da Pirchler per nascondere gli impianti
Le sedie lignee, in faggio per il piano terreno
L’accesso al piano interrato (solo dall’esterno) condiviso con quello al piano terra
Immagini del piano interrato con il grande tavolo, le panche, ed il lampadario mobile a contrappeso
Le grandi pietre di fiume, che nascondono ed arieggiano l’intercapedine in c.a. (sotto)
E per finire alcune immagini della Fucina, con il tavolo esterno (in pietra rosa di Andriano) su cui era solito sostare in estate Walter Pirchler durante le belle giornate

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

DORONA


Altinum (in prossimità dell’attuale Quarto d’Altino), divenne “Municipium” quando raggiunse il suo massimo sviluppo in epoca romana a partire dal II secolo a.C. Il processo di romanizzazione ebbe inizio intorno al 131 a.C., data della costruzione della via Annia. Altinum in epoca romana era una grande e florida città, tra le più importanti dell’impero, con oltre 30.000 abitanti. Si trovava ai margini della laguna veneta, protetta dai fiumi di risorgiva Sile, Zero e Dese, ed era un’importante nodo stradale dell’Impero Romano, poiché costituita sulla Via Annia (131 a.C.), che collegava Adria ad Aquileia passando per Padova, e dalla Via Claudia Augusta (47 d.C.), che arrivava fino al Danubio, passando dall’attuale Augsburg in Germania. Altinum fu anche uno dei più importanti scali dell’Alto Adriatico e la sua fortuna è in gran parte legata alla sua posizione ed alle vie di comunicazione citate, grazie alle quali la città si ingrandì con ville, templi ed edifici pubblici, e divenne “Urbs” già dal I° secolo d.C. Dopo l’editto di Costantino (313 d.C.) che concedeva libertà di culto ai Cristiani, Altino divenne sede vescovile con Eliodoro I, vescovo di Altino fino al 407 d.C. La decadenza della città altinate cominciò con l’invasione barbarica degli Unni di Attila nel 452 d.C., e nel VII secolo i suoi abitanti si trasferirono definitivamente sull’isola di Torcello (anticamente Turricellum, nome dato dagli altinati in ricordo della Turris di Altinum), dove fu trasferita anche la sede vescovile, creando così i presupposti per la nascita di Venezia.

Trasferendosi si portarono dietro anche delle “barbine” di uva ed impiantarono sulle isole alcuni vigneti. Si trattava di vigne di antico Trebbiano e garganega, chiamate “Dorona”. La viticoltura in Laguna esiste dall’alba dei tempi e Piazza San Marco fino al 1100 era un grande giardino con orti, vigneti e frutteti, quello che è noto come brolo. I campi a Venezia si chiamano così perché di fatto erano coltivati, dato che anche le piazze in una città in cui il novanta per cento dello spazio è occupato dall’acqua andavano sfruttate per sfamare il popolo.

L’isola di Mazzorbo, per le sue caratteristiche divenne il luogo ideale per produrre vino bianco fermo. Il vino dei Dogi veneziani, prodotto con un’uva che si era adattata al terreno salino ed al clima insulare della laguna. Il vigneto, da sempre fu gestito in maniera collettiva dalla popolazione.

Un muro ricostruito nel 1727, dai francesi, fu eretto per recingere i “preziosi” 10 mila metri quadrati di terra con 4000 piante d’uva Dorona, una esclusiva ed unica uva autoctona veneziana.

Oggi qui si trova la Tenuta Venissa: una vigna murata aperta al pubblico, dove passeggiare e rilassarsi nella magica atmosfera di questo luogo. La vigna murata del Venissa ospita il vigneto di Dorona di Venezia, un’uva autoctona veneziana, che era quasi scomparsa dopo la grande acqua alta del 1966. Oltre alla vigna si possono visitare gli orti, gestiti da nove pensionati dell’isola, che nei mesi primaverili producono le famose castraure (carciofi) di Mazzorbo. Parte della verdura prodotta negli orti viene utilizzata nel Ristorante Venissa, premiato con la stella Michelin, e nell’Osteria Contemporanea, che propone una cucina più informale. All’Osteria del Venissa è possibile fermarsi anche solo per bere un bicchiere di vino, godendosi la pace di quest’oasi verde nella laguna di Venezia. Sempre all’interno della tenuta, è presente il Venissa Wine Resort, che offre ai propri ospiti cinque eleganti camere, dov’è possibile soggiornare per vivere l’isola nei momenti più tranquilli e romantici: quando i turisti devono ancora arrivare, oppure rientrano in città, nelle isole di Mazzorbo e Burano si vive ancora quell’atmosfera paesana, che contraddistingue la vita dei suoi abitanti.

Al di là del muro, insistono le splendide forme architettoniche, del quartiere di Edilizia Economica Popolare, il cui progetto è degli anni 1980-87, ed è stato elaborato dal gruppo progettazione guidato Giancarlo de Carlo con Alberto Cecchetto, Paolo Marotto, Etra Connie Occhialini, Daniele Pini, Renato Trotta.

De Carlo interviene a Mazzorbo, con un doppio incarico, per il Comune di Venezia, attua la realizzazione del progetto planivolumetrico dell’area, per lo Iacp l’edificazione di 36 alloggi. La particolare delicatezza e singolarità dell’ambiente lagunare richiedono all’architetto specifici studi preliminari sull’inserimento paesistico e sulla cultura dell’abitare tipica degli isolani, che culminano nei due aspetti più rilevanti della progettazione: ricerca dell’integrazione dei percorsi di terra e acqua e sviluppo delle tipologie di alloggi, distinte in nuclei “mazzorbini” e “buranelli” a seconda della provenienza e delle esigenze degli abitanti. Al primo lotto residenziale di 36 alloggi, già costruiti e commissionati dallo Iacp veneziano, avrebbe dovuto seguire un intervento 4 volte più esteso, poi invece molto ridimensionato e ridotto a soli altri 15 alloggi Iacp, con riqualificazione del campo sportivo e una nuova palestra dotata di tribune. La complessa articolazione volumetrica ricercata per ogni unità abitativa, sottolineata da un efficace cromatismo mutuato dall’isola di Burano, rende l’insediamento residenziale nuovo per il linguaggio moderno con cui è realizzato, magnificamente inserito nel delicato equilibrio naturale di terra, acqua e cielo, spazi tradizionali e caratteristici dell’ambiente laguna.

Ai giorni nostri, il lusso esclusivo e perfetto della “Tenuta di Venissa”, che produce un vino da oltre 300 euro al litro, venduto in tutto il mondo nelle bottiglie in foglia d’oro del muranese Giovanni Moretti, e la dotta sapienza architettonica del quartiere popolare di De Carlo, lasciato “deperire” per mancanza di manutenzione, come tutte le “cose” pubbliche in Italia, si confrontano, dal punto di vista paesaggistico, proprio nel Vigneto “murato” (ma aperto al pubblico).

Ci vorrebbe un ennesimo “piccolo miracolo italiano”, facendo in modo che le due realtà collaborassero (cosa che oggi non avviene) in un sostentamento che non è solo economico, ma anche di idee e di cultura, dove architettura, paesaggio, enogastronomia, potrebbero restituire l’idea di una patria, intesa come tutto ciò che costituisce lo spirito, le radici, l’identità di un popolo : l’ Heimat direbbero i popoli germanici.

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La Filanda


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Costruito nel 1783, lo stabile “La Filanda Torriani-Balzani” a Mendrisio testimonia, nella sua denominazione e nella struttura muraria perimetrale, un passato storico significativo per l’industria manifatturiera dei filati.

Nella Filanda, una volta c’era la Manor che aveva ristrutturato l’edificio; nel 2009 il Municipio di Mendrisio ne era tornato proprietario.

Chi, come me, ne ha frequentato per cinque lunghi anni il parcheggio interrato adiacente, ha potuto vedere nascere questa struttura costata quasi 7 milioni di franchi.

Oggi è diventata, con l’inaugurazione del 15 e 16 settembre 2018, un centro innovativo per il Ticino: sarà contemporaneamente  biblioteca, ludoteca, videoteca, luogo d’incontro, sede di conferenze, mostre……. L’edificio è stato ristrutturato su progetto dell’architetto  Anne-France Aguet

https://www.annefrance-aguet.ch/profilo

La struttura soggiace ai rigorosi “standard ristrutturazione Minergie” (TI-479) diventando così un edificio altamente ecosostenibile.

https://www.annefrance-aguet.ch/single-post/2017/02/01/Ristrutturazione-Filanda-Mendrisio

La struttura dotata già di un notevole quantitativo di libri e riviste “a scaffale”, presenta anche numerose postazioni per lo studio ed il collegamento Wi-Fi, che la faranno diventare un’occasione ghiotta per gli studenti sia dell’Accademia di Architettura USI, che della futura (nascente)sede SUPSI.

Un edificio “La Filanda” che è soprattutto un interno, accogliente e comodo, con un piano (il secondo) ancora da ultimare. Spazi colorati e molto ben illuminati, materiali gradevoli al tatto e facili da manutenere. Forse la scala poteva essere “giocata” meglio dal punto di vista dell’architettura.

https://www.cdt.ch/ticino/mendrisiotto/198826/l-attesa-%C3%A8-terminata-inaugurata-la-filanda

Un altro progetto legato alla cultura del Canton Ticino, che diventa disponibile per i cittadini. Quale miglior investimento per il futuro. Direbbe un letterato colto : “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

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Milano City (Testa o Croce).


 

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La "Nube Purpurea che uccide" su Milano fotografata dalla Torre Garibaldi

Se con il lancio di una monetina, Milano ha perso l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), a favore della più rutilante, ecologica e culturalmente più dotata Amsterdam, questo fatto non deve essere vissuto negativamente, in quanto può essere una grande occasione.

Infatti, l’arrivo dell’Agenzia Europea del Farmaco (che ora ha sede a Londra), con i suoi oltre 800 impiegati, i congressi ed il relativo turismo conseguente, avrebbero ulteriormente indotto la metropoli milanese ad una crescita urbanistica “gonfiata” che già consta di decine di migliaia di vani sfitti e/o inutilizzati; soprattutto di terziario e di residenziale.

Non dimentichiamoci che Milano, una delle zone al mondo con il più alto consumo di suolo, insiste in una delle regioni della Pianura Padana in cui gli abitanti dell’area metropolitana sono esposti quotidianamente (tra ottobre e marzo) a livelli di inquinamento atmosferico da biossido di azoto e da micropolveri sottili (PM 10 e PM 2,5) di gran lunga superiore ai limiti di legge. Da Paderno Dugnano a Lacchiarella, da Corbetta a Truccazzano.

È evidente la necessità di un urgente e decisivo piano d’intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento. E’ ormai un problema di salute pubblica, che ricorre praticamente ad ogni inverno, per più settimane.

A ciò non esula l’urbanistica. Anziché di continuare a progettare dei Piani di Governo del Territorio (PGT)  di espansione della superficie lorda di pavimento (con conseguente inevitabile consumo di suolo), bisognerebbe decostruire, riducendo il numero degli abitanti insediati. Concentrando tutte le disponibilità economiche sulla realizzazione di spazi verdi (filtranti) e di mezzi di trasporti pubblico efficienti, capillari ed economici.

Una occasione è stata di recente offerta dall’Accordo di Programma (A.d.P) tra Ferrovie dello Stato e Comune di Milano, inerente la riqualificazione degli scali ferroviari dismessi (oltre 1,2 milioni di metri quadrati oggi abbandonati e degradati sparsi nel territorio comunale) delle aree : Farini, Porta Genova, Porta Romana, Lambrate, Greco, Rogoredo e San Cristoforo, ecc.. Una occasione colta solo parzialmente d’invertire un futuro di “cemento”.

Infatti i progetti, presentati la scorsa primavera in occasione del Salone del Mobile, sono maestosi, ricchi di verde, di piante e di grandi prati, ma anche di tanto edificato “dipinto di verde” : troppo edificato e tanti palazzoni inutili, probabilmente invendibili a medio e lungo termine.

Non si tratta di realizzare, degli scenari per le “fauci feroci” degli immobiliaristi, o per le “matite verdeggianti” degli architetti, troppo spesso “servi” di costoro, ma invece bisogna consentire ai cittadini di tornare a respirare, invertendo una tendenza che non consente più deroghe, già da molti anni. Alle auto ecologiche ed elettriche, al costruito sostenibile con contenimento spinto dei consumi energetici, deve anche seguire un’architettura che sappia contenersi nella quantità (volume) per dare più spazio alla qualità, ai contenuti.

Non è più accettabile pensare alla Città di Milano ed alla sua area metropolitana in termini di edificato, ogni brandello di terreno da riqualificare deve diventare esclusivamente un’area verde. Un verde da intendersi «come infrastruttura ecologica ed economica», che sia fruita insediandovi attività diverse che possono essere orti urbani, istallazioni temporanee, spazi per i concerti e attività sportive. Per il costruito ci sarà solo l’impronta degli edifici già edificati, il sopralzo (contenuto) di quelli esistenti. Un lascito per le generazioni future.

Dario Sironi

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Smog Architecture (Milan)


 

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SOPRA – Milano – Via San Raffaele – 18 dicembre 2015

In questi giorni, di progressivo avvicinamento alle Festività Natalizie, l’inquinamento dell’aria “la fa da padrone” in tutta la Pianura Padana. In particolar modo a Milano la qualità del fluido in cui siamo irrimediabilmente immersi, è pessima . Ogni giorno è sempre peggio. Vento e pioggia sono ormai un’eventualità lontana. Non ci resta che morire (quasi senza accorgercene), portando avanti un modello di “civiltà” pesantemente condizionato dall’economia e dall’indifferenza dei più.

Quì in Padania, o in Cina, si fa di tutto per esorcizzare questa grande follia collettiva, frutto di “cieche” politiche passate e di odierna totale mancanza di programmazione per il futuro.

Tra qualche ora, oppure tra qualche giorno, magari tra qualche settimana, forse una precipitazione farà cambiare la situazione (si spera). Immediatamente, sia dai Cittadini, che dai politici, l’inquinamento, lo smog, sarà completamente rimosso, dimenticato. Fino al prossimo autunno, quando le stesse problematiche si ripresenteranno immutate.

Milano, in questo dicembre del 2015, mostra le sue architetture ed accende le sue luci, nella nebbia che uccide, nello smog persistente e mefitico, facendo diventare la città più teatrale del solito. La stessa nebbia : “che penetra, come l’effetto di una macchina teatrale, nella galleria milanese.”, come scriveva Aldo Rossi nella “Autobiografia scientifica” (Pratiche Editrici, 1990);  che fa grande  l’architettura, che la completa, che ne cela le brutture. La stessa nebbia inquinata : “C’è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi mi pare che la nebbia inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza.”, come sosteneva Carlo Campanini (Attore, 1906-1984); che però oggi uccide lentamente ma inesorabilmente.

Lo smog, come la nebbia è un’esperienza percettiva multisensoriale : visiva (il campo visivo è distorto, sfumato), olfattiva (l’odore dello smog tutto pervade), tattile (lo smog nella sua “densità” può quasi essere toccato), uditiva (la percentuale di particolato nell’aria, riduce la diffusione delle onde sonore). E se l’architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo sul Pianeta Terra, lo smog, facendoci avere una percezione nuova dell’architettura e della città, rende ambedue più adatte a questi anni, più consone alla realtà.

Il modello di architettura, e quindi di città a cui guardare, puo’ essere solo quello che sappia sapientemente coniugare il tema della crescita con quello dell’ecologia e della sostenibilità; ma anche con il lavoro, i servizi, i trasporti, la natura urbana, l’agricolutura di prossimità. Certamente non bisogna farsi affascinare dal fatto che sia la “verzura” a nascondere le incapacità degli architetti e degli urbanisti; che siano “quattro alberelli” a nascondere un modello cementificatorio e ad incrementare il consumo di suolo.

La vera sfida dei prossimi anni, dei prossimi decenni, è quella di cambiare stile di vita, e fissare nuovi obbiettivi per il futuro all’insegna della qualità sostenibile; come scrive Claudio De Albertis nel bell’articolo intitolato  “Il futuro della città è la città”, nel numero 997 di Domus (Dicembre 2015, pagina 126) : “La prima infrastruttura per la vita e l’economia sostenbile del futuro è la città ed è cruciale che la progettazione, le costruzioni e le tecnologie si sviluppino con una costante attenzione al comportamento e ai bisogni umani.”

Il futuro è nella rigenerazione urbana, riqualificando l’esistente, ampliandolo in pianta (poco)  e sopraelevandolo (tanto), con procedure e tecnologie semplici, leggere, a basso impatto ambientale e ad alta sostenibilità. Sostenibilità che dovrà essere anche sociale, oltre che ambientale ed economica. Città più dense (dato che il fenomeno dell’urbanizzazione è in continua crescita e di recente la popolazione planetaria residente in luoghi urbani ha superato il 50%), ma più intelligenti, vivibili, ad alta socialità e connesse tra loro (sia dal punto di vista fisico che di comunicazione).

Se così non sarà, moriremo lentamente, tra architetture e città bellissime, smaterializzate, che emergono dallo smog, perfette ed infinite. Testimonianze “assurde” della presenza umana su questo pianeta e della nostra follia.

Giusto per non dimenticare velocemente queste settimane, con la gola che brucia costantemente.

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SOPRA – Qualità dello stato dell’aria, espressa in valori annui, nell’Area Metropolitana Milanese

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Semplice ma bello


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Expo 2015, Padiglione del Bahrain

Dopo lunghe, e gratuite, peregrinazione in Expo 2015, se si dovesse scegliere il padiglione “più bello”, certamente bisognerebbe cercare di “surfare” tra una cacofonia di immagini architettoniche ridondanti, per non dire pacchiane, banali e soprattutto già viste.

Tra questa “folle ridda di architetture” emerge per la sua rigorosa semplicità e per il percorso museale scarno e semplice, il Padiglione del Bahrain.

Il padiglione, progettato dall’architetto olandese Anne Holtrop e dalla paesaggista svizzero/olandese Anouk Vogel, è concepito come un continuum paesaggistico di meravigliosi ed intimi frutteti (10 giardini dell’Eden) che si intersecano in una serie di spazi espositivi chiusi. Il Padiglione è tutto costruito in pannelli prefabbricati in calcestruzzo bianco. Il Padiglione verrà trasferito in Bahrain alla fine di Expo Milano 2015 e sarà ricostruito, trasformandosi in un giardino botanico aperto al pubblico. I componenti prefabbricati, volutamente visibili, sono come attraversati da ancestrali “disegni”, da “cuciture”, da “piccoli canali”, che idealmente li collegano l’uno all’altro.

Il “centro” del Padiglione, rende omaggio ad un ricco patrimonio storico ed archeologico e presenta, pochi ma selezionati manufatti storici, risalenti a migliaia di anni fa, ognuno dei quali legato alle tradizioni agrarie e alle leggende  che circondano il Bahrain, desertico ma ricco d’acque sotterranee, ed in particolare l’antica Cultura di Dilmun.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cultura_Dilmun

Qui non troverete grandi folle e lunghe code, ma soltanto la semplicità della “grande architettura”, ed un percorso museale con un racconto chiaro e semplice. La sera, tenui luci aggiungono fascino e mistero alle forme architettoniche che si confrontano con la natura. Niente a che vedere con le “strombazzature luminose” degli altri padiglioni.

http://bahrainpavilion2015.com/it

Tra tante architetture “scrause”, degne di essere cancellate per sempre dopo appena sei mesi (la durata di expo 2015), questo piccolo padiglione (circa 2.000 metri quadrati), si offre come un’isola felice in cui ritrovare il vero senso dell’architettura, in grado di resistere al tempo.

Qui sotto il link ad alcune immagini del Padiglione del Bahrein

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Il Grande Coniglio


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Il concorso internazionale per il “Padiglione dell’infanzia” all’ombra dei grattacieli del progetto Garibaldi/Repubblica, giunge ad una prima “tappa di valutazione”, selezionando i 10 partecipanti alla seconda fase.

Un concorso di idee a livello  internazionale completamente aperto, troppo aperto, cui hanno partecipato 313 studi professionali da tutto il mondo per realizzare 500 mq di superficie lorda di pavimento in un luogo di risulta, assolutamente “infelice”, tra un parcheggio multipiano, l’ombra dei  grattacieli e degli svincoli. Una marginalizzazione dell’infanzia e dei disabili, all’interno di un Giardino degli Alberi, enorme, che avrebbe consentito ben altre centralità.

Là dove ci sarebbe voluto un concorso “a chiamata” per impreziosire uno di quegli “spazi inutili” ritagliato nel nulla, ecco invece che il Comune di Milano (sostenuto ovviamente dall’Ordine degli Architetti di Milano) attua il parto dell’ennesimo topolino, un concorso aperto, anzi “apertissimo”. Diremmo noi di massa.

Molti architetti, letto il bando di concorso, hanno palesato le loro rimostranze con lettere inviate al Consiglio di Zona 9, lettere al Sindaco, e tanti post negativi in rete. Tanti architetti, per i motivi sopra descritti, non hanno partecipato.

Il risultato sarà “pessimo”, vista l’area di ritaglio (“impestata” da impianti, pozzetti, tubazioni e trovanti) messa a disposizione. Vedremo alla fine del secondo grado, quale architettura sarà in grado di “salvare” un luogo infimo .

Pensare che da un concorso di architettura internazionale siffatto, in un’area così brutta e “bastarda”, nasca la soluzione di tutti i problemi dell’infanzia e della disabilità, grazie alla “potenza” dell’architettura, lo può elaborare solo la mente “insana” di questa giunta meneghina, capitanata da un uomo “gentile”, ma sicuramente senza qualità.

Nasce da qui l’esigenza di un “coniglio rosa” di una provocazione architettonica che restituisca all’architettura una sua valenza critica, una sua dignità. Un’architettura che non sia semplicemente il posizionamento di una “toppa politica”, là dove l’incapacità ha raggiunto livelli  altissimi. Un partecipare, quindi, a testimonianza dello “stato delle cose”, a Milano,  a quattordici mesi dall’Expo 2015.

Questo concorso avviene, mentre l’architettura milanese “muore”, tra un parco di invenduto ormai enorme, ed il tentativo di completare, in pochissimi mesi, tutte quelle “promesse”, che dovevano costituire l’adeguato contorno della manifestazione “Nutrire il pianeta, energie per la vita”. Probabilmente, anche i 20 milioni di turisti previsti tra maggio ed ottobre 2015, costituiranno l’ennesimo esercizio di “distrazione di massa”, una promessa che tenga in alto gli animi del settore, e non faccia prefigurare un probabile “fiasco annunciato”.

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Con il RISPETTO del copyright delle Immagini selezionate

Wang Shu


4 settembre 2012, Milano, Viale Alemagna 6, Triennale, ore 17,00

Andare in Triennale a sentire la Lectio Magistralis (Architecture in a recycle way) del più recente Pritzker Prize (2012), a metà pomeriggio, può essere un’esperienza mistica e sensuale. Soprattutto se, ad introdurre il giovane (49 anni) maestro cinese (Professore e Direttore della Scuola di Architettura Accademia Cinese dell’Arte, Hangzhou), e un magnifico ed illustrissimo, nonchè anzianotto, docente del Politecnico di Milano (61 anni).

Quest’ultimo, dal cognome di una nota casa automobilistica francese dei primi del Novecento, preso il microfono, ammonisce i moltissimi presenti, tra cui tanti studenti di architettura, in merito alla necessità di conoscere bene l’idioma anglosassone, visto che lo stesso Politecnico, da quest’anno accademico (2012-2013) introdurrà dei corsi nella sola lingua inglese.

Poi in un inglese, che dire stentoreo è dire poco, si mette a leggere il testo scritto di una introduzione bi-lingue (inglese – italiano) che lascia sgomenti gli spettatori, per incapacità di lettura, pronuncia, spelling. Insomma, tutti a guardarsi basiti, mentre il relatore indefesso prosegue per circa 30 minuti la sua imbarazzante performance. Quando tocca all’architetto cinese, che invece dimostra una capacità di possesso dell’idioma inglese, assoluta, sui volti dei più appaiono sorrisetti compiaciuti.

E’ la dimostrazione, della superiorità cinese (con tutti i suoi limiti) rispetto all’architettura italiana. Il giovane cinese, in pochi anni ha elaborato un linguaggio innovativo e di ricerca, ed ha costruito una quantità impressionante di edifici, tanto che oggi, avendo vinto il prestigioso “oscar dell’architettura mondiale” (Premio Pritzker) può rifiutare importanti incarichi in giro per il mondo, per dedicarsi al suo paese. Diverso è il caso dell’anzianotto docente del Politecnico a cui si devono pochi ed “insipidi” edifici di tristissima ed ormai vetusta (se non lingua morta?) “scuola italiana”.

Ma ritorniamo alla Lectio Magistralis, e ad alcuni aforismi che hanno contraddistinto la performance del maestro cinese, dove per avere un posto in piedi bisognava sgomitare (ennesima dimostrazione della mancanza endemica di spazi adeguati, per una Milano che è sempre meno da bere e sempre più da digerire) :

 Architecture in a recycle way

Poetic of construction with reciped things

 Teaching inside ruins

 Go back to see an refind what we have lost

 De reyiling in not only material but also kraftmen and many other things

 Architecture starts from hand drawings

Wang Shu e sua moglie, Lu Wenyu (anch’essa presente in sala), sono i membri dello Amateur Architecture Studio, fondato nel 1997 a Hangzhou in Cina. Il nome fa esplicito riferimento alla metodologia di approccio amatoriale alla disciplina architettonica e all’edificazione, basato sulla spontaneità, l’artigianalità e le tradizioni culturali di cui è ricca la Cina. Wang Shu trascorso un certo numero di anni di lavoro nei cantieri per imparare le abilità della tradizione costruttiva, è entrato in sinergia con le aziende costruttrici che utilizzano la sua conoscenza delle tecniche tradizionali e di tutti i giorni, per studiare le caratteristiche e le procedure di adattamento e trasformazione dei materiali per i progetti contemporanei. Questa combinazione unica, ed eccezionale, di conoscenza, tradizione, tattiche di costruzione sperimentali e intensa ricerca, definisce la base per progetti di architettura dello studio Amateur. Lo studio Amateur, ha una visione critica, di una parte della professione dell’architettura, soprattutto di quella che si identifica nella demolizione e nella distruzione di grandi aree urbane storiche.

http://www.casa24.ilsole24ore.com/art/mondo-immobiliare/2012-09-05/wang-premio-pritzker-2012-161615.php?uuid=AbSBpvYG

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Stratford 012


Il Parco Olimpico, per Londra 2012,  è stato costruito su un’area enorme di oltre cento ettari a Stratford, una zona industriale degradata alla periferia est di Londra.

La riqualificazione urbana, secondo i concetti dell’urbanistica sostenibile, della riduzione di consumo di suolo, sono stati il motore per tutti i progetti realizzati. Una riqualificazione che adotta  alcune delle “invenzioni” sul futuro delle città inglesi proposte dalla “Urban Task Force”, diretta da Richard Rogers: la concentrazione dello sviluppo edilizio su suoli ex-industriali invece che su suoli agricoli, l’uso massimo possibile del trasporto pubblico, la riduzione del consumo di suolo e la mescolanza (Megamix) di funzioni residenziali, commerciali e terziarie.

A pochissime settimane dall’accensione del “fuoco olimpico” a Londra è quindi tutto pronto. Le  attrezzature dei Giochi Olimpici : Stadio, Velodromo, Centro Acquatico, Villaggio, infrastrutture per i servizi energetici, ecc.. E poi, un grande parco, sculture, diverse opere di arredo urbano, che migliorano le infrastrutture di trasporto. Particolare il  Villaggio olimpico che, a Giochi terminati, è destinato a diventare un quartiere residenziale / terziario, realizzato con il coinvolgimento di partner pubblici e privati, adatto a generare, in loco, nuovi posti di lavoro.

Nel Parco Olimpico sono stati poi progettati sistemi ecologici, dei  percorsi verdi che “penetrano” nel tessuto urbano dei quartieri circostanti (Hackney, Fish island, Leyton, Stratford, ecc.) e rendono l’area ex industriale, rigenerata, , più “vicina” al centro di Londra.  Al Parco si può accedere con il trasporto pubblico e con percorsi ciclopedonali. Insomma, un magnifico giardino che sarà una risorsa aggiuntiva per Londra.

Cinque principi basilari per l’attuazione della  sostenibilità per i Giochi di Londra 2012 : 1) contenere il cambiamento climatico, 2) riciclaggio spinto dei rifiuti, 3) aumentare la biodiversità dell’area, 4) particolare attenzione per salute, 5) inclusione sociale, soprattutto delle categorie deboli (giovani ed anziani in primis).

È stata anche creata ad hoc un’apposita società di scopo, l’Olimpic Park Legacy Company (OPLC – http://www.londonlegacy.co.uk/), che si occuperà di amministrare e gestire l’area per circa 30 anni una volta terminati i Giochi. I risultati di questa impostazione sembrano essere soddisfacenti non solo sotto il profilo ambientale ed ecologico, ma anche da quello economico, dato che nel business plan, i Giochi londinesi costeranno quasi la metà di quelli di Pechino 2008.

Tutte le strutture architettoniche e le infrastrutture realizzate per le Olimpiadi 2012, sono state sottoposte ad una preliminare valutazione prestazionale, svolta sulla base dei cinque principi di sostenibilità stabiliti e degli indicatori del Building Research Establishment Environmental Assessment Methodology (BREEAM – http://www.breeam.org/). Le procedure di certificazione energetica ed ambientale del Regno Unito sono molto restrittive in termini di sostenibilità e di approvvigionamento energetico e prevedono misure per la riduzione dell’impronta ecologica per tutto il ciclo di vita del progetto. Per compensare in parte il fabbisogno energetico  degli apparati olimpici  è stata appositamente realizzata a Eton Manor, a nord dell’area dei giochi, una turbina eolica, che, secondo la ODA (http://www.london2012.com/about-us/the-people-delivering-the-games/oda/) “produrrà l’energia equivalente al fabbisogno medio annuo di 1.200 famiglie”. La ODA ha inoltre sviluppato strategie per la riduzione dell’uso dell’acqua e la produzione di rifiuti.

Un altro aspetto molto importante, riguarda il ri-utilizzo dei materiali derivanti dalle demolizioni che hanno preceduto la realizzazione del Parco Olimpico e quelle che seguiranno dopo la conclusione. Diverse di queste ultime sono infatti attrezzature provvisorie che ospiteranno i Giochi 2012 e che dopo la conclusione dell’evento saranno smantellate e riutilizzate. E’ stato poi calcolato che oltre il 90% delle macerie derivate dalle demolizioni siano state recuperate e ri-utilzzate per costruire le nuove strutture.

L’impatto ambientale di Londra 2012, non riguarderà soltanto le strutture sportive e le realizzazioni urbanistiche ma anche lo svolgimento degli stessi “eventi” giochi olimpici. Sarà quindi adottata la metodologia di monitoraggio del footprint (Impronta ecologica di Mathis Wackernagel). Il comitato organizzatore, sostiene così di aver già evitato l’emissione in atmosfera di oltre 100mila tonnellate di anidride carbonica e ha inoltre messo in atto un programma di approvvigionamento sostenibile anche da parte delle ditte fornitrici dei prodotti, dal cibo alle attrezzature sportive.

Un altro aspetto importante preso in considerazione riguarda la mobilità elettrica al servizio delle Olimpiadi 2012 e della città di Londra. In tal senso è stato individuato un partner strategico  importante, la GE Energy Industrial Solutions che installerà 120 stazioni di ricarica per auto elettriche e che fornirà anche duecento vetture elettriche per gli spostamenti di atleti e dirigenti durante i Giochi. Al termine della manifestazione olimpica le stazioni di ricarica resteranno in eredità alla città e potranno essere utilizzate dagli automobilisti inglesi entrando a far parte della rete Source London, la più grande del Regno Unito e che nel 2013 conterà oltre 1.300 stazioni. Durante le Olimpiadi le stazioni di ricarica saranno invece utilizzate da appositi veicoli elettrici (BMW e Mini).

http://www.london2012.com/

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