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Racconto “estivo” di Natale (Rovaniemi)


La prima volta che sono stato a Rovaniemi (Finlandia), era durante l’estate del 1998, all’inizio di luglio.  Siamo partiti (io e la mia compagna di viaggio dal naso a punta) in aereo dall’aeroporto di Helsinky Vantaa, che il termometro segnava 22 gradi, siamo arrivati nella capitale della Lapponia (che dista dalla capitale circa 800 km), dopo quasi un’ora e mezza di volo, con una temperatura al suolo di poco più di 10 gradi. La gente girava in canottiera e T-shirt, mentre noi ci aggiravamo “imballati” come non mai. Ci sono stato per 5 giorni, in quanto Rovanieni è un luogo “mitico” per l’architettura, essendo il posto dove un noto architetto finlandese, Alvar Aalto, ha realizzato sia il piano regolatore di ricostruzione (1944-1945), che una serie di edifici, in cui l’architettura si integra con  la natura difficile e meravigliosa di un luogo, che è di fatto ai confini della vivibilità umana su questo pianeta. Rovaniemi è vicina al circolo polare artico e dista solamente 700 chilometri da Capo Nord in Norvegia, quì vi sono sei mesi di luce in estate e sei mesi di oscurità in inverno. Quì Aalto non ha dato il meglio di sè, ha però espresso come una “filosofia architettonica globale”, intelligente e colta, tesa alla salvaguardia del paesaggio. Gli abitanti di Rovaniemi in estate, mentre il terreno si liquefa, producendo dei liquami marroni fortemente odorosi di muschio e tante zanzare e moscerini, si dedicano soprattutto all’edilizia ed alla vita all’aperto. I cantieri edili lavorano a ciclo continuo 24 ore su 24 (in inverno con una temperatura media di -10 gradi è impossibile lavorare all’aperto) e le persone pescano il salmone e raccolgono il camemoro. Ci sono signore che arrivano in aereo sin dal sud della Finlandia, con stivaloni di plastica e secchielli, per raccogliere questa mora artica dal sapore di nocciole, e farci la marmellata. La visita alle architetture pratiche ed affascinanti di Alvar Aalto, fu l’ennesima scoperta di un lato architettonico “discreto e minimalista” e poco conosciuto del maestro finlandese, che adorava questa città ai confini del mondo abitato.

Quì sotto il link della webcam del centro civico di Rovaniemi- Progetto di A.  Aalto

http://www.rovaniemi.fi/layouts/rovaniemi/includes/360/kirjasto.asp?sek=10

Obbligata e doverosa fu anche la visita al Santa Park, il famoso villaggio di Babbo Natale, che dista solamente 5 chilometri dal centro della città, dove la magia del Natale commercial-capitalista, dura tutto l’anno e non finisce mai. In una serena e luminosa serata “artica”, dato che il sole non tramonta, ma “ruzzola” solamente sull’orizzonte, verso le 3,30 del mattino , visto che per colpa della sfasatura tra la notte ed il giorno, non si sa più quando dormire (a Rovaniemi usano degli speciali occhiali con lampadine per riequilibrare il ciclo notte-giorno), abbiamo deciso di fare un giro in città e raggiungere un bosco di abeti, che rivestiva completamente un leggero rilevato, dove alla reception dell’Hotel mi avevano indicato insistere una torre lignea per osservare il paesaggio. Siamo quindi scesi per strada e ci siamo incamminati verso il ponte strallato Jatkankynttila (con la fiamma eterna che arde imperitura dalla cima di due pilastri), per raggiungere l’altra sponda del fiume Kemijoki. Le vie che percorrevamo erano disseminate quà e là di individui che si aggiravano in questa “assurda” penombra, indaffarati a raggiungere le loro attività. Dopo un lungo percorso nel bosco, disseminato di inquietanti figure femminili che raccoglievano affondate nel muschio il camemoro, abbiamo raggiunto la torre, e ci siamo arrampicati per le sue ripide scalette. Da quì ho potuto ammirare lo spettacolo di Rovaniemi illuminata tra l’oscurità del paesaggio boscoso che saturava l’orizzonte terreno, mentre il sole, eseguiva nel cielo sereno, spettacolari “effetti speciali”. Quì ho potuto apprezzare il disegno paesaggistico a forma di “corna di renna” che Alvar Aalto aveva con sapienza impresso a questa cittadina, facendo sì che i boschi e la natura penetrassero nel tessuto urbano fino al centro. Quì per l’ennesina volta mi sono convinto che la salvaguardia del paesaggio, nasce soprattutto, dalla capacità di offrire ai Cittadini occasioni plurime, per osservare ed apprezzare il territorio in cui essi vivono, sia esso costruito o naturale. Salvare il paesaggio è innanzitutto il frutto di un’azione didattica, protratta nel tempo, che chi governa, attua sistematicamente nei confronti dei suoi elettori, oppure di Cittadini che si sostituiscono a questa indispensabile azione, ma con le stesse finalità didattiche. Ritornando verso l’Hotel, il bosco sembrava improvvisamente spopolato; la penombra oscura, seppure consentiva il formarsi delle ombre, risultava inquietante e misteriosa. Il percorso, che all’andata sembrò breve, al ritorno non finì mai, e prima di uscire dal bosco di abeti, ci venne incontro un signore anziano, dal portamento elegante, alto e segalineo, che nell’oscurità mi sembrò vestito con un cappello simile a quello di Babbo Natale, un pesante maglione girocollo e dei pantaloni di jeans. Come scarpe, pesanti stivaloni in gomma. In mano mi sembrò tenere una bacchetta di legno, con in cima una stella gialla luminescente. Si avvicinò esclusivamente a me, mi guardo negli occhi. Il suo volto sembrava quello di un clown triste……….sembrava Alvar Aalto da anziano. In un perfetto italiano mi augurò : “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”. Rimasi basito, quasi paralizzato. Velocemente si allontanò, sparendo nella penombra bluastra che tutto avvolge a queste latitutini, durante il “sole di mezzanotte” (http://it.wikipedia.org/wiki/Sole_di_mezzanotte).

Ente Turismo Rovaniemi

http://www.rovaniemi.fi/Kansainvalinen_sivusto/Italiano.iw3

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Fog architecture (il “Galla”)


La prima volta che andai al complesso Monte Amiata al quartiere Gallaratese di Milano, la nebbia fitta, sanava così l’isolamento ed il degrado in cui questo edificio insisteva. L’atmosfera era quella tipica dei racconti di Sir Arthur Conan Doyle, e chi si aggirava allora per il “Galla” rischiava anche la vita. Spesso i residenti venivano aspettati al ritorno dal lavoro “a Milano”, alla stazione di Lampugnano della Metropolitana (che galleggiava nel nulla) e quì, nella fitta nebbia serale, accompagnati da malintenzionati, sotto la minaccia di pistole, sino alla loro abitazione, che una volta aperta veniva accuratamente svaligiata. Ti andava bene se portavi a casa la vita. Era l’inizio degli anni ottanta, ed io giovane studente di architettura ero “stato mandato” a studiare, in loco, questo enorme complesso, da alcuni docenti del Politecnico di Milano (di cui non farò i nomi). Il complesso era allora incensato, come un esempio dell’architettura residenziale di scuola italiana. La cosa che di più mi colpì, e che ancora oggi ricordo, è stata la violenza con cui i residenti accolsero la mia visita. Tutti coloro che incontrai, evidenziarono, portandomici, l’assurdità di alcuni spazi interni e degli spazi esterni, la pochezza di soluzioni tecniche che palesavano già allora, a soli 10 anni dal termine dei lavori : infiltrazioni, perdite, crepe, ecc.. Non vi sto a raccontare gli insulti a carico dei progettisti e degli architetti in genere, che raccolsi allora. I residenti soprattutto non capivano l’assurdità dell’esperimento sociale imposto da un’architettura dai lunghissimi ballatoi, che rendevano “introvabile” qualunque appartamento. Eppure ancora oggi la nebbia diventa parte integrante ed indispensabile di questo complesso, ormai elemento integrante del quartiere Gallaratese (totalmente completato); quasi essa fosse un “elemento” architettonico indispensabile, che addolcisce i contorni e le volumetrie assurde, nonchè le tragiche e metafisiche ripetitività, che poco hanno a che fare con la vita degli esseri umani. Dobbiamo ad interventi come questo del Gallaratese, la definitiva sconfitta dell’architettura moderna in Italia, che non è mai diventata un’opzione veramente praticabile, lasciando così il passo ad una visione dell’architettura e del paesaggio italiano, assolutamente idealizzata e falsa, incapace di proporsi quale elemento “reale” di continuità tra la “memoria del passato” ed il futuro. Infatti anche le architetture contemporanee del Gallaratese, come ad esempio il social housing del gruppo MAB Arquitectura, palesano, pur in una spazialità volumetrica diversa ed accattivante, soprattutto negli spazi esterni, la necessità di un confronto con la “nebbia architettonica” che pervade il nostro paese e soprattutto Milano. L’Olanda è ancora moooooooooooooooolo lontana e forse ormai irragiungibile.

Complesso residenziale Monte Amiata (Gallaratese – Milano) Progetto : Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Sachim Massarè – Realizzazione 1970-72

Complesso residenze sociali di via Gallarate  (Gallaratese – Milano) Progetto : MAB Arquitectura  Floriana Marotta e Massimo Basile – Realizzazione 2006 -2009

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L’asteroide che cadde sulla Terra (Oporto)


Nel 2005 un’imponente massa di materia, dall’aspetto arcano ed inusuale, “precipitò” nella città di Oporto in Portogallo. Si tratta dell’edificio della “Casa da Musica”, che da allora contraddistingue lo skyline cittadino. Un edificio inusuale, rivoluzionario, opera dell’architetto olandese Rem Koolhaas, dedicato alla musica, alla sua esecuzione, ma anche alla ricerca, all’istruzione ed all’innovazione. Lo spazio esterno, ricrea un paesaggio monumentale, in cui il “geode” viene esaltato dalla spianata lapidea; mentre all’interno la spazialità labirintica, consente di generare ambienti sempre vari ed inaspettati, giocati con intelligenti apporti luminosi dall’esterno e da inusuali legami con la tradizione architettonica portoghese. L’auditorium centrale (quello da oltre 1.200 posti) funziona come una grande cassa armonica, in grado di adattarsi a qualunque tipo di musica.

http://www.casadamusica.com/

Quì sotto alcuni dati riguardanti l’intervento.


Tempistica :
Competizione: nel 1999
Completato: nel 2005

Cliente:
Porto 2001 / Casa da Música

Luogo:
Rotunda da Boavista

Imprese costruttrici : Consorzio Somague / Mesquita /Casa da Música, Porto, Portogallo

Programma:
22.000 mq di superficie totale, che includono un grande auditorium (polifunzionale) con 1.200 posti a sedere, un piccolo auditorium con 350 posti a sedere, sale prova, sale di registrazione, negozio di musica, computer ed installazioni istruttive, stanze per VIP, un grande ristorante sul tetto costruito a terrazze e interrati (27.000 mq, per ospitare depositi e 600 posti auto).

Costi : 100 milioni di euro

Partners :
Rem Koolhaas, Ellen van Loon 

Team:
Adrianne Fisher, Michelle Howard, Isabel Silva, Nuno Rosado, Robert Choeff, Barbara Wolff, Stephan Griek, Govert Gerritsen, Saskia Simon, Thomas Duda, Christian von der Muelde, Rita Amado, Philip Koenen, Peter Müller, Krystian Keck, Eduarda Lima, Christoff Scholl, Alex de Jong, Catarina Canas, Shadi Rahbaran, Chris van Duijn, Anna Little, Alois Baptista, André Cardoso, Paulo Costa, Ana Jacinto, Fabienne Louyot, Christina Beaumont, João Prates Ruivo

Architetto locale :
ANC Architects, Jorge Carvalho

Strutture: Arup / AFA Lda
Cecil Balmond, Rory McGowan, Asim Gaba, Toby Maclean, Andrew Minson, Rui Furtado, Rui Oliveira, Pedro Moas

Servizi: Arup / AFA Lda/RGA
Tim Thornton, Stefan Waldhauser, Dane Green, Rodrigues Gomes, Joaquim Viseu, Luís Graça, Paulo Silva, Marco Carvalho, Pedro Albuqüerque

Ingegneri per VVf : Arup Fire
George Faller

Code Consultancy:
OHM /Gerisco

Acustica: TNO Eindhoven / DHV
Renz van Luxembourg, Theo Raijmakers

Interni: Inside Outside
Petra Blaisse, Peter Niessen, Marieke van den Heuvel, Mathias Lehner

Scenografie: DUCKS scéno
Michel Cova, Stephan Abromeit, Aldo de Sousa

Facciate:
Robert Jan van Santen, Rob Nijsse (ABT), Arup Facades


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Castelgrande (Bellinzona)


Castelgrande a Bellinzona (Canton Ticino – Svizzera), progetto di restauro di Aurelio Galfetti (http://www.aureliogalfetti.ch/), completato nel 1997, rappresenta più che altro, un’opera complessa di ri- costruzione del paesaggio Bellinzonese. Infatti il castello, è stato luogo, dove la storia della città, si è stratificata dal Neolitico al XIX secolo. Va inoltre considerato che Caslelgrande, insieme al castello di Montebello ed a quello del Sasso Corbaro, rappresentava, insieme alla “murata” che portava sino al Ticino, ed oltre, un apparato paesaggistico, imponente e maestoso, più volte rappresentato negli acquerelli e nei disegni, dagli “attori” del Gran Tour europeo.

Il linguaggio “architettonico” adottato per Castelgrande, da Galfetti, mantiene dei toni espressivi autorevoli, tesi a fare delle associazioni figurative, che conducono alla trasformazione del complesso militare, creando una fusione, colta ed attraente, tra moderno e restauro.

E’ infatti lo stesso Galfetti, a sostenere, che la trasformazione è un passaggio necessario ed indispensabile nella vita dell’opera di architettura, dove il restauro non è banale ricostruzione del passato, ma attualizzazione e proiezione nel futuro. Scrive : “ Il solo possibile restauro conservativo è quello che permette all’edificio di morire in pace……Per me restauro significa conservare e attualizzare. Per attualizzazione io intendo prima di tutto l’atto di scoprire e sottolineare i particolari fattori espressivi di un edificio….. In tal modo restauro significa stabilire connessioni, costruire legami tra una forma esistente e la sua storia da un parte e il contenuto richiesto oggi dai nuovi usi (diversi da quelli esistenti) dall’altra parte”.

Il nuovo significato impresso dal progetto di Galfetti per Castelgrande, è quello di una grande struttura di spazi pubblici, un parco urbano, al centro della città di Bellinzona, che al contempo ne palesa la storia. Grande attenzione per il paesaggio, palesata anche dal recupero delle vigne, che rendono il castello un vero e proprio luogo di delizia ed un “colto mirador” paesaggistico, infatti dalle due torri, quella bianca e quella nera, attraverso un gioco sapiente di scale, si accede a degli osservatori che consentono di ammirare Bellinzona dall’alto e tutta la Piana di Magadino, nonchè le montagne. Quindi storia, memoria, progetto, paedaggio, futuro, ma soprattutto nuova vita.

http://www.bellinzonaturismo.ch/it/castelli/castelgrande.aspx

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Glass (Bregenz, Austria, Europa)





Il vetro fa parte della nostra vita da oltre cinquemila anni : un materiale duttile, naturale, non inquinante, potenzialmente infinito e trasparente. Un materiale totalmente riciclabile e bio-compatibile. Talmente trasparente, da costituire una ovvia presenza nella nostra quotidianità, che spesso non ci accorgiamo di quanto la sua eventuale assenza determinerebbe un cambiamento radicale nella nostra esistenza, non solo in termini di impatto ambientale, ma anche e soprattutto se associata ai progressi igienico-sociali ottenuti grazie al suo utilizzo.

Il vetro viene utilizzato in uno spettro molto ampio, che spazia : dai contenitori per alimenti e bevande, agli usi farmaceutici e cosmetici, alle facciate continue dei grattacieli, alle finestre delle comuni abitazioni, passando per oggetti d’arte, di arredo e design, fino agli impieghi nelle tecnologie più all’avanguardia (pensate ad un oblò di un’astronave).  Il fascino “discreto” che il vetro ha sempre esercitato è giustificato dal suo aspetto e dalle sue funzioni tanto meravigliose e complementari quanto contraddittorie che ne hanno fatto un materiale dai poteri misterici. La storia del vetro è la storia dell’uomo, della trasparenza che lascia passare la luce e lo sguardo e al tempo stesso separa, isola, garantendo, migliorando e tutelando la vita degli uomini in ambienti confinati.

Qui a Bregenz (Austria), Peter Zumthor  ha creato, anni fa (1997), un “monumento” al vetro, alla sua trasparenza, alla sua duttilità. Quasi sul lago di Costanza, questo edificio, è di fatto, un “grande faro”, sensuale ed attraente. Un “gioco di carte”, magistrale e magico, che sorprende il visitatore della Kunsthaus, un racconto di forza e leggerezza, come è la natura di questo prodotto.

http://www.kunsthaus-bregenz.at/ehtml/ewelcome00.htm

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CaMPUs NOVartis (Basel)


Architettura

Per la realizzazione del campus Novartis di Basilea, si sono utilizzati i migliori talenti mondiali, nel campo dell’architettura e del design, per progettare un ambiente di lavoro moderno ed efficiente. In questo modo, la Novartis intende  continuare ad attrarre e trattenere i migliori talenti del mondo nel campo della chimica e della farmaceutica. Insomma l’idea di partenza, è stata quella di creare un “pensatoio” comodo ed accogliente per chiunque. Un “incubatore di idee”. Il campus offre proprio questo: un ambiente stimolante e accattivante che stimola l’innovazione, promuove la collaborazione interdisciplinare e la condivisione delle conoscenze. Il multi-spazio è un  concetto, che è stato attuato anche da altri siti Novartis (es. a Siena), si basa su un vasto spazio di lavoro, con una serie di singoli, spazi comuni, vere e proprie aree di lavoro a cui si succedono spazi aperti e chiusi per lo svago. Questo nuovo ambiente open space per uffici e posti di lavoro nei laboratori, non ha nulla a che vedere con i precedenti ed antiquati uffici open-space. La conversione del sito dell’ex impianto produttivo Novartis, è un progetto a lungo termine che è implementato per fasi. Questo non riguarda solo l’architettura, lo sviluppo del lavoro e del paesaggio, ma deve anche essere funzionale e risolvere problemi di pianificazione del traffico. Il progetto campus Novartis è un progetto a lungo termine con un orizzonte di pianificazione fino al 2030. I primi lavori sono iniziati nel 2005. Il Campus Novartis intende fornire a medio termine, un ambiente ottimale per l’innovazione e lo spazio di ricerca per oltre 10.000 dipendenti. Il masterplan è stato curato dall’architetto italiano Vittorio Magnago Lampugnani. Alcuni dei progetti che si possono già ammirare sono di archistar quali : Sanaa, Diner & Diner, Frank O. Gehry, ecc..

Sostenibilità

La sostenibilità e la tutela dell’ambiente ha la priorità nella società Novartis. Pertanto, il campus Novartis ha implementato sin dal progetto preliminare, l’ambiente e gli edifici del campus sono di un livello di contenimento dei consumi energetici, molto elevato . Lo standard si basa sul cosiddetto Label Minergie. Il riutilizzo dei materiali utilizzati per la demolizione, l’uso di materiali da costruzione ecologici e un concetto di recupero generalizzato dell’acqua, sono le caratteristiche preponderanti di una cura attenta dell’ambiente. Con il Cantone di Basilea-Città, è stato firmato un accordo sugli obiettivi di energia, in cui Novartis si è impegnata volontariamente ad un “consumo massimo” di energia per edificio. Il consumo energetico dei nuovi edifici, sede del campus, consumano solo un terzo rispetto ad un edificio esistente dello stesso tipo. Parte dei risparmi in costi energetici, viene speso per l’acquisto di energia rinnovabile (energia elettrica e calore). Novartis si è posta l’obiettivo di costruire il campus con il 100% di utilizzo di energia da fonti rinnovabili, senza emissioni di CO2. Così, le emissioni di CO2 del campus sono state completamente eliminate nel medio termine. Attualmente il 100 per cento dell’energia utilizzata, deriva da risorse rinnovabili, in particolare, da energia idroelettrica, ma anche da energia solare ed eolica. Il campus utilizza per il riscaldamento l’acqua di raffreddamento del vicino termovalorizzatore (esistente) per l’incenerimento dei rifiuti di Basilea.


http://www.novartis.com/about-novartis/locations/basel-headquarters.shtml


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Gotham “Chicago” City


Chicago d’inverno viene definita “Windy City” o “City of Artic Express”, perchè, a volte, l’irruzione di aria fredda, proveniente direttamente dall’Artico, raggiunge le coste del Lago Michigan, determinando fenomeni improvvisi di gelo, aggravati dal vento insistente. Nel 1982 a metà gennaio (giorni 10 e 11) si raggiunsero i -32,2 gradi. Capita anche spesso che dagli oltre -20 gradi notturni, si passa in poche ore a + 10 gradi, a causa dell’irruzione di aria calda proveniente da sud, questo fatto determina delle nebbie improvvise, che scaturiscono direttamente dagli edifici e dal terreno e trasformano la città in una specie di set cinematografico, ricco di effetti speciali. Tale fenomeno consente anche di passare dalla pioggia al sole, dal nuvoloso al sereno, in pochissimi minuti, sempre grazie al vento. Luce, nebbia, penombra, pioggia, sole, gelo, ecc. “titillano” l’architettura, la fanno “esprimere”, la sollecitano anche dal punto di vista tecnologico. Non a caso a Chicago, le facciate degli edifici, le strutture, ma anche le tubazioni, devono avere una particolare attenzione per i “giunti di dilatazione”, onde consentire di assecondare le rapide dilatazioni possibili dei materiali. Per Chicago, che è la capitale dell’architettura americana, comunque la meteoreologia estremamente variabile, è anche una occasione aggiuntiva di “eleganza”, che valorizza ulteriormente il ricco patrimonio architettonico.

Una mappa (la trovate quì sotto) quindi, di un viaggio d’architettura d’inverno, eseguito tra il 28 dicembre 2008 ed il 5 gennaio 2009, nella città del vento.


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La Piazza Rossa (San Gallo)


Piazza Raiffeisen a Sankt Gallen 

La Piazza,  realizzata da Pipilotti Rist, artista e Carlos Martinez architetto, tra il 2003 ed il 2005, a San Gallo, costo 3,9 milioni di franchi svizzeri, è rossa. E’ di un rosso intenso dovuto alla pavimentazione ed agli arredi, rivestiti in un’unico materiale gommoso (da riciclo di gomma usata), di fatto si tratta di una grande “stanza urbana”, direbbe qualcuno di mia conoscenza, ma in realtà è una nuova dimensione spaziale, dove l’esterno, illuminato ed insonorizzato con la cura che solamente un’artista di fama internazionale, sà azzardare, diventa un’esperienza sensoriale, sensuale ed unica. L’acqua, della fontana, sgocciola su una superficie elastica, mentre voi vi sedete su panchine molli e gommose, che sono un tutt’uno con la pavimentazione ed anche con la fontana. I corpi illuminanti sono invece “sfere volanti”, in vetroresina,  sospese con cavi tra gli edifici. Anche la segnaletica “trasgredisce” alle normali e ferree regole svizzere, per diventare un effetto grafico che impreziosice, anzichè disturbare.

Pipilotti è magica, riesce sempre a trasformare lo spazio in un grande organismo vivente, mescolando cinema e televisione, allucinazioni e immagini ad alta definizione, musica. Ecco un esempio di come arte ed architettura, riescono a fondersi per produrre qualcosa di “confine” che fa del bene ad ambedue le discipline.

Riporto quì di seguito dal quotidiano “City” di oggi 9 novembre 2011 : ” Un lampadario fatto di mutande femminili. Un elettrodomestico che spara a raffica bolle di sapone. Apre oggi al pubblico milanese “Parasimpatico”, la prima importante mostra italiana dell’artista Pipilotti Rist, organizzata dalla Fondazione Nicola Trussardi e allestita al Cinema Manzoni (in via Manzoni 40). La sala, chiusa dal 2006, ha riaperto appositamente per ospitare la personale di questa eclettica performer svizzera: 49 anni, la Rist può vantare la partecipazione a ben cinque Biennali di Venezia (oltre che a quelle di Sidney, Istanbul, Mosca, Shanghai, Berlino, Lione e San Paolo) ed esposizioni al Moma di New York, al Centre Pompidou di Parigi, alla Fondazione Joan Mirò di Barcellona. A Milano la Rist – Pipilotti è la fusione del suo nome di battesimo, Charlotte, con quello di Pippi Calzelunghe, personaggio da lei amato durante l’infanzia – trasforma le sale del Manzoni in un continuum di opere e video-installazioni. Sullo schermo principale si vedrà l’artista mentre preme il viso contro una finestra, deformandolo. Fino al 18 dicembre, aperta tutti i giorni dalle 11 alle 21, ingresso libero.”

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La città delle donne (Roma)


MAXXI

Roma è tornata al centro della “passerella” architettonica internazionale contemporanea  il 12 novembre 2009, con la presentazione alla stampa del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, appena completato, progettato da Zaha Hadid (Baghdad, IRAQ, 1950).

Sono passati quasi dieci anni dall’assegnazione del concorso internazionale di idee per la realizzazione del nuovo centro museale romano. Nel lontano 2000, tra le oltre 270 candidature giunte, 15 gruppi progettuali ammessi alla seconda fase, il progetto vincitore risulta quello della archistar anglo/irachena. Sbaragliando illustri e più noti concorrenti come : Jean Nouvel e Rem Koolhaas,  viene così interrotta la supremazia del sesso maschile dello star system architettonico proponendo una soluzione progettuale innovativa e creativa. Nel 2004 Zaha Hadid vince il Premio Pritzker per l’architettura contemporanea.

L’architettura del MAXXI, che sulla carta sembrava irrealizzabile, ai più, ora genera un effetto ardito e dirompente. La spazialità è fluida, si potrebbe affermare “liquida”, degna della società descritta da Baumann. Un’architettura da vivere sul posto, più che da raccontare: le categorie canoniche d’interpretazione dell’architettura sembrano termini appartenenti al passato. Sale, stanze espositive, auditorium, laboratori, depositi, ecc., dedicati all’arte contemporanea nel suo insieme : architettura, fotografia, scultura, pittura, videoart, ecc.. Vedute, visuali, scorci inusuali, aperture, connessioni, disequilibri, si alternano attraverso una sorprendente articolazione spaziale, dove non esiste più una cesura tra interno ed esterno. Un altri enorme, alto più di 20 metri, con pochissimi pilastri, banconi/reception in Corian, gettato in opera, scale ardite auto-portanti, tutto sembra orchestrato per stupire. I costi lievitati da 50 milioni di euro, ad oltre 132 milioni di euro. L’idea del Maxxi nasce nel 1998 con il trasferimento delle ex caserme Montello al Mibac. Nel 2000 lo studio Zaha Hadid si aggiudica il concorso per il progetto. Nel 2003 iniziano le demolizioni e la costruzione dell’opera ad opera dell’Ati Maxxi 2006 (Italiana costruzioni e Sac). L’opera è stata costruita su un lotto di 29mila metri. Gli spazi esterni sono di 19.640 metri (oggi oggetto di interventi di land-art ed istallazioni provvisorie d’arte. La superficie espositiva complessiva è di oltre 10mila metri quadrati.

MACRO

Odile Decq (Laval, Francia, 1955) , fu la vincitrice nel lontano 2001, del concorso internazionale bandito dal Comune di Roma per l’ ampliamento del Macro (Museo d’Arte Contemporanea Roma). Il museo ha aperto al pubblico il 3 dicembre 2010. Il progetto, interrompe l’approccio tradizionale tipicamente italiano di esasperata integrazione tra vecchio e nuovo, quando ci si trova, come qui, in un contesto di carattere storico, la nuova costruzione si inserisce nella struttura preesistente ridefinendone però l’intera morfologia ed il percorso espositivo. L’opera architettonica è stata realizzata con il coordinamento tecnico e procedurale dell’Ufficio Città Storica dell’Assessorato all’Urbanistica, mentre il controllo amministrativo è stato curato direttamente dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma. La direzione dei lavori è stata seguita dal team Zètema Progetto Cultura, società a cui sono stati dati in gestione anche i  servizi museali.

Il MACRO, con l’addizione dei nuovi spazi, pensati da Odile Decq, diventa un luogo museale contemporaneo che illustra il percorso creativo che conduce alla contemporaneità. La nuova e unica entrata del Museo, segna l’ingresso di un’architettura dedicata all’arte, un intero isolato, caratterizzato da una superficie espositiva considerevole, cui si aggiungono le nuove aree dedicate ai servizi e al pubblico: la grande terrazza “sui tetti”, la sala conferenze, la libreria (con ampia dotazione di testi), il ristorante, la caffetteria (molto intima e piacevole), il parcheggio e l’area didattica, per raggiungere una superficie complessiva di 19.590 mq, incluso il parcheggio pluripiano interrato di oltre 160 posti auto, utilizzabile anche dai residenti del quartiere.

Le forme dinamiche e colorate della nuova struttura, perfettamente integrate nel contesto preesistente, creano ora un paesaggio di percorsi, anche aerei, sensuale e luminoso (di luce naturale) in cui i diversi linguaggi del contemporaneo trovano la loro collocazione spaziale naturale. Si instaura così un “sistema ridondante” in cui la nuova costruzione “impollina” gli elementi che la circondano, restituendo una trasparenza seducente ed articolata.

Il complesso degli edifici della ex Birra Peroni, dove ha sede il MACRO fu realizzato dall’architetto Gustavo Giovannoni, tra il 1901 e il 1922. Nel 1989 il Comune di Roma destina una parte dello stabilimento a sede della Galleria Comunale d’Arte Moderna, ed iniziano i lavori, seguiti direttamente dalla Sovrintendenza di Roma. Finalmente nel settembre 1999 la galleria apre al pubblico. Nel 2001 un concorso internazionale assegna i lavori di riqualificazione del secondo lotto dello stesso isolato della fabbrica all’architetto francese donna Odile Decq. Nel 2002 sono stati assegnati al MACRO due capannoni dismessi del Mattatoio di Testaccio, nel 2003 è stato restaurato e aperto al pubblico un primo capannone di circa 1.000 mq con il nome di Macro Future, oggi MACRO Testaccio, nel 2007 è stato aperto al pubblico il secondo capannone di altri 1.000 mq, sempre con ingresso da piazza Orazio Giustiniani. Nel marzo 2010 è stato restaurato un terzo padiglione dell’ex Mattatoio di Roma denominato Pelanda dei suini. Costo complessivo dell’intervento di Odile Decq, 27 milioni di euro.

Due architetture, due edifici realizzati da due donne, con diverse sensibilità spaziali, ed anche due “fisicità” e profili caratteriali diversi. Architetture che ci hanno regalato due ex aree dimesse, proiettate nel futuro, in maniera intelligente. Due “granai per i periodi di carestia” scriverebbe saggiamente Marguerite Yourcenar.

Se andate a Roma, per una volta, lasciate perdere i ruderi, le macerie, la storia, la “memoria” di cui la nostra splendida capitale è piena e proiettatevi per un attimo in questa nuova “dimensione”, un po’ più  periferica, dove il “paesaggio contemporaneo”, fatto di cemento ma realizzato con sensibilità “al femminile”,  può riservarvi considerazioni inaspettate.

MAXXI

Sito istituzionale : http://www.fondazionemaxxi.it/

Video : http://vimeo.com/12708450

Sito della progettista : http://www.zaha-hadid.com/

MACRO

Sito istituzionale : http://www.macro.roma.museum/

Video : http://vimeo.com/12146980

Sito della progettista : http://www.odbc-paris.com/web/

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