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Milano

Assenza di futuro


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Il Professor Giancarlo Consonni, pubblica un articolo dal titolo “Bocconi l’architettura delle facili metafore”  sul giornale  La Repubblica – Milano, del 9 dicembre 2012, che di fatto è un manifesto contro il progetto di Sanaa per l’area della ex Centrale del Latte di Milano (di recente presentato all’opinione pubblica).  In tale documento, l’anziano docente, ci fa un escursus dotto, una vera e propria “lezione frontale”, di quanto sia il progetto di Sanaa, non allineato con la storia dell’architettura milanese, e soprattutto con il “moderno” di Giuseppe Pagano Pogatschnig (1896-1945), autore del primigenio edificio dell’università Bocconi (di cui sono le immagini di questo articolo).  E rincarando la dose, ci illumina che la città di Bramante e Filerete, non può avere un progetto che : “è lontano anni luce da quella storia, compresa la sontuosa spazialità che caratterizza gli interni bocconiani di Pagano e Predaval. Si sa: nell’inseguire una visibilità sulla scena mediatica, tra i mezzucci a cui ricorrono architetti in grave crisi di idee vi è la metafora facile, priva di senso civile: la biblioteca-libro, il grattacielo-supposta, il casinò-fiche, ma anche lo stadio-nido, il museo vasca da bagno ecc. ecc.”

Eppure lì vicino, l’orribile “ciambella mattonata” di Ignazio Gardella, riconosciuto maestro della “scuola milanese del moderno”, costruita quale ampliamento dell’università Bocconi, tra il 1999 ed il 2000, testimonia di una presunta mancanza di “senso civile”, che non è solo di Sanaa. Ma di Gardella, il lungimirante Consonni non parla, sarebbe troppo “sconveniente” fare le pulci, ad un illustre defunto, che ha una genia ancora attiva a livello universitario.

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La “ciambella mattonata” di Ignazio Gardella 

All’esimio docente ci preme, sottolineare inoltre, che il progetto di Sanaa, è il frutto di un concorso ad inviti di livello internazionale, che si è avvalso di una giuria presieduta da Peter Cook (architetto e designer di fama mondiale, nonché Sir della Corona inglese), fondatore di Archigram, già direttore dell’Institute of Contemporary Arts, London, e della Bartlett School of Architecture, University College London.

Tale giuria contava i seguenti elementi : Guido Tabelloni (che allora era rettore dell’Università Bocconi); Bruno Pavesi (consigliere delegato dell’Università Bocconi); Federico Oliva (professore di urbanistica al Politecnico di Milano); Yvonne Farrell (degli irlandesi Grafton Architects); Martha Thorne (direttore esecutivo del Premio Pritzker); Deyan Sudjic (direttore del Design Museum di Londra); Enrico Cucchiani (amministratore delegato di Intesa Sanpaolo); Cesare de Seta (notissimo storico dell’arte e dell’architettura); Stefano Cascinai (architetto e scrittore).

I professionisti invitati al concorso, oltre al vincitore Sanaa erano di assoluta rilevanza internazionale : Rem Koolhaas (Olanda) Premio Pritzker 2000; David Chipperfield (Regno Unito); Thom Mayne (USA), Premio Pritzker 2005; Massimiliano Fuksas (Italia); Mario Cucinella (Italia); Cino Zucchi (Italia); Mathias Sauerbruch, Louisa Hutton (Germania); Benedetta Tagliabue – EMBT (Spagna); Odile Decq (Francia).

Il progetto potrà non piacere, al docente universitario, ma forse, prima di trarre delle conclusioni così definitive, sarebbe meglio attendere la sua costruzione, visto che molte architetture contemporanee, più che valutate “sulla carta” vanno vissute, con tutti e cinque i sensi, per essere apprezzate (come la biblioteca del Politecnico di Losanna). Ma forse, per Consonni questo è difficile da comprendere, attaccato come è alla metafora della “fabbrica moderna” che diventava università a cui si rifaceva in maniera esplicita Pagano (riferendosi al modello della Bauhaus di Dessau).

Non dimentichiamoci poi, che moltissimi componenti di quel “moderno milanese” citato nell’articolo, e sembra “rimpianto” da Consonni, hanno “rovinato”, sia dal punto di vista dell’architettura che dell’urbanistica,  parecchie zone di Milano, soprattutto in periferia. La continuità, con la storia dell’architettura, spesso deve godere di “preziose discontinuità”, proprio per potersi re-indirizzare verso un nuovo futuro possibile. Ma questo il  Consonni, difensore di una “scuola milanese” morente, che ci ha regalato dei veri e propri scempi (architettonici, urbanistici e sociali), come le case di Aldo Rossi a Vialba o al Gallaratese, oppure quelle di Aymonino sempre al “Galla”, oppure quelle da Albini e soci a San Siro, oppure il quartiere di Quarto Oggiaro, ecc. ecc..

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Il serpentello bianco


Se passando dal nuovo centro direzionale di Milano (Garibaldi – Repubblica – Porta Nuova), non vi fate distrarre dalla “forme vecchiotte” e dalla magniloquenza dei grattacieli “gugliati”, magari potreste anche accorgevi, che sta nascendo un piccolo (si fa per dire – 14.500 mq. di slp) interessante frammento di quella bistrattata disciplina che è l’architettura.

L’edificio, ad uffici e negozi (al piano terreno che è su più livelli), è bianco, sinuoso, quasi a contrastare il “quadrato” grigiore della città lombarda. All’interno, alcune “chiostrine” contengono dei giardini pensili. Fuori è bianco, come deve essere l’architettura fedele alle prescrizioni di Giuseppe Terragni, Le Corbusier e Richard Meyer. Proprio di Le Corbusier, l’edificio sembra assumere a sua regola, i cinque punti della architettura : pilotis, tetto-giardino, pianta libera, facciata libera,  finestra a nastro. Ovviamente re-interpretandoli, ed adeguandoli alla contemporaneità. Nella “folle accozzaglia” dell’architettura di questa parte di città, questo “serpentello bianco”, alettato, e quà e là “televisoresco”, è cosa assai ghiotta, per chi ha la bocca “difficile” dei gourmet dell’architettura. Interessanti i dettagli, che sembrano molto curati (ad esempio nelle facciate vitree), così come le soluzioni tecnologiche adottate (soprattutto nelle facciate cieche), che sono all’avanguardia. Si percepisce anche chiaramente lo sforzo tecnico, di chi ha seguito operativamente il cantiere, per ricondurre il “design prestante” del progetto, alla dura realtà del costruito. Se vi capita di passare di lì, volgete lo sguardo: alla luce solare, ma anche a quella notturna, l’edificio dà già oggi, e darà sempre di più una volta completato, delle ottime sensazioni, e potrebbe stupirvi.

Il progetto è dello studio Piuarch (Francesco Fresa, German Fuenmayor, Gino Garbellini, Monica Tricario), fondato a Milano nel 1996. Il General Contractor è la Colombo Costruzioni spa, il committente è Hines Italia spa.

Quì sotto alcuni render dell’edificio ad uffici (tratte dal sito piuarch.it) in corso di completamento a Porta Nuova-Garibaldi – Repubblica a Milano – Concorso 2006

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Fritz Metzger



Mentre ci recavamo (io ed il mio collega di sventura, Mattia) a visionare la deludente e costosa, mostra di Gunther Von Hagens (il plastinatore) dal titolo “Body Worlds”, che si tiene alla Fabbrica del Vapore a Milano, ci siamo imbattuti, percorrendo a piedi via Rosmini (zona Paolo Sarpi) nella bella architettura moderna della Chiesa della Santissima Trinità.

Questo edificio è il frutto di una di quelle intuizioni, che aveva il “corpus” sociale, culturale, religioso di Milano fino alla fine degli anni Settanta. Il cardinale (allora) Montini, poi divenuto Papa Paolo VI, e il Prevosto Don Giuseppe Michele Sironi, dopo una visita a Zurigo e dintorni di quest’ultimo, decisero di assegnare all’architetto zurighese esperto in edifici di culto Fritz Metzger (1898-1973, allievo al Politecnico di Zurigo di Karl Moser), l’incarico di progettare l’intero complesso della chiesa  della Santissima Trinità. Bei tempi.

Le forme architettoniche richiamano il razionalismo. Il grande tetto che domina l’intero complesso, è supportato da  elementi semplici ed essenziali, infatti Metzger era uno degli inventori/sviluppatori dell’architettura in cemento armato a vista, che guardava a Le Corbusier ed all’architettura nordica. Le facciate esterne sono rivestite in marmo Bardiglio nelle tonalità del grigio. Gli interni anch’essi semplici, sono caratterizzati dalla grande croce/lucernario che squarcia il tetto e dalle vetrate colorate, hanno pavimenti in marmo striato di nero, pareti in intonaco grezzo, grandi vetrate lineari, con l’altare dominato dal marmo bianco di Carrara.

Numerose le opere d’arte che impreziosiscono l’architettura, ad iniziare dalle sculture a bassorilievo di Carlo Paganini.

L’edificio, per noi è stato come un’imboscata, una sorpresa. Ne avevo sentito parlare, ma un’altra cosa è viverlo di persona. E’ possente, soprattutto costruisce un paesaggio urbano, per nulla milanese, ma di sapore prettamente europeo. E’ una chiesa che ha la forza delle grandi architetture di cemento armato, e come molti edifici milanesi, è poco conosciuta soprattutto dai cittadini.

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Madonnina


Se, come me, vi capita, in questi giorni di passare per piazza del Duomo, a Milano, buttate un’occhiata in alto, verso la Madonnina, potrete così notare che è apparsa una struttura affascinante, costruttivista, direi “Tatliniana”, che ingentilisce, e proietta nel futuro, il “panettonesco” edificio che rappresenta il cuore di Milano.

Quindi non uno sfregio tecnologico (e necessario) al monumento per il suo restauro, ma un’elegante addizione, che probabilmente, con la sua forma cilindresca “spiraliforme”, fa diventare l’insieme, assolutamente accattivante.

Un ponteggio “disegnato”,  fatto apposta per non sfiorare neppure di un millimetro delle guglie, si  leva da quota + 65 metri , per un lavoro dal costo di oltre 30 milioni di euro. I lavori si protrarranno per quattro anni per salvare un capolavoro, simbolo di Milano, per il quale si usa da oltre 700 anni lo stesso marmo della cava di Candoglia.

Mi sembra quindi interessante fare una riflessione, sulla provvisorietà di un’architettura tecnologica, moderna ed innovativa, dettata dalle esigenze di sicurezza e di cantiere, che, grazie al disegno accorto ed esasperato, assurge sicuramente, ad un ruolo, non di protagonista, ma di perfetta integrazione.

Un’architettura tecnologica, che modifica il paesaggio urbano, rendendolo più adeguato, ai dinamismi ed alla “velocità” milanese. Così magicamente rivestita, la Madonnina compete con le recenti, contemporanee, architetture verticali del grattacielo Garibaldi, instaurando con esso delle ” liaisons dangereuses ” eccitanti ed innovative. Sicuramente positive nel “piatto” e grigio paesaggio urbano milanese.

Qu’ sotto un’immagine del ponteggio attorno alla Madonnina in corso di realizzazione

Quì sotto un’immagine delle “guglia” della Torre Garibaldi

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Casa : giro di quartiere a Milano Sud – Ovest


Casa di Riposo per anziani Fondazione Antonietta Biffi di via Dei Ciclamini 34 

Casa Materna ed Asilo Nido di via Cascina Corba 97 

In una caldo pomeriggio di fine luglio, ci siamo chiesti , dove a Milano, fuori dai punti di riferimento classici, fosse possibile ravvisare chiaramente i segni di una architettura e di un’urbanistica, tesa a dare “residenzialità” ai ceti popolari. In tal senso l’area periferica, a sud-ovest di Milano (via Mimose, via Genziane, via Ciclamini, ecc.), risulta come, un pezzo di città dimenticata, quasi sconosciuta, anche poco analizzata.

In un editoriale della rivista di architettura ed urbanistica Casabella (n° 105 del 1936), Mario Pagano reputava quale luogo in cui costruire la “città razionalista”, la periferia milanese. In realtà. a  Milano, in quegli anni, l’esigenza era quella di dare case popolari agli operai, attraverso l’attività dell’Istituto Autonomo Case Popolare (IACP). Il risultato spesso, come nel quartiere Lorenteggio, erano delle “deformazioni” delle poetica razionalista, inserite a forza nei piani urbanistici vigenti. Erano case ben orientate, ma basate sempre sul concetto novecentista di corte aperta, con alloggi che spesso nulla avevano a che fare con l’impianto funzionale razionalista. Come nel Quartiere IFACP Renzo e Mario Mina (1938 – 1944 progetto : Tullio Tollio, Alberto Morone, Fausto Natoli, Guido Baselli, Pietro Della Noce) in via Inganni, via Giambellino, via Segneri e via Odazio. Venne poi il regime e successivamente la guerra, e ci si concentrò sui singoli edifici, più che sul problema della casa per i ceti popolari.  Si dovrà aspettare fino all’inizio degli anni cinquanta, con esempi quale il Quartiere IACP Giambellino (1951 – 1955 progetto : Irenio Diotiallevi, Max Pedrini, Camillo Rossetti) via Inganni 52 – 61, via Degli Astri 22 – 26, per ritrovare in questa zona  l’applicazione della “poetica razionalista”. Infatti al Giambellino notevole è il distacco tra gli edifici, il verde a disposizione, ed inoltre è millimetrica l’applicazione dell’orientamento planimetrico sull’asse eliotermico, come imponeva il razionalismo. Sempre in questa zona, con gli anni, la dotazione di servizi per i nuovi quartieri residenziali popolari,  acquisisce degli aspetti qualitativi molto interessanti, come ad esempio  la Casa Materna ed Asilo Nido di via Cascina Corba 97 (1954 – 1955 progetto di Marco Zanuso), quasi fiabesca nelle forme architettoniche; e la Casa di Riposo per anziani Fondazione Antonietta Biffi di via Dei Ciclamini 34 (1965 – 1970 progetto : Ignazio Gardella), che lontanamente fa il verso alla casa alle “Zattere” di Venezia.

Il tempo, ha come decantato questa zona, salvaguardando alcuni terreni liberi, che creano degli spazi verdi inaspettati, ed alcune casette a schiera di “Corea”, costruite a fianco di alcune lignee su modello finlandese per essere provvisorie ed assolvere alla necessità immediata di abitazioni, poi divenute definitive. Ciò ha generato un quartiere ad alta residenzialità, tranquillo e ben collegato con il centro città.

Quartiere IACP Giambellino  via Inganni 52 – 61, via Degli Astri 22 – 26

Quartiere IFACP Renzo e Mario Mina ( in via Inganni, via Giambellino, via Segneri e via Odazio

Case di “Corea” divenute definitive

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Il Portello dalle “Grandi Orecchie”


Girare in maniera a-finalistica nell’area che fu dello stabilimento Alfa Romeo al Portello di Milano, consente di valutare i due interventi ex novo che si stanno attuando, alla destra ed alla sinistra della sopraelevata Renato Serra, in attuazione dell’Accordo di Programma “Progetto Portello” PII (Piano Integrato d’Intervento) in Variante al PRG vigente, in fase avanzata di ultimazione, prevista per il dicembre 2012.

Gli edifici di Cino Zucchi (e soci), già ultimati, si succedono a generare uno spazio urbano accattivante e sofisticato, apprezzabile proprio la differenza degli oggetti architettonici, che riescono insieme a generare un “paesaggio urbano” che trova nel parco (montagnetta conoidale e nel lago circolare) la sua logica sublimazione. Anche il centro commerciale, seppur più rozzo, progettato dallo studio Valle di Roma, si inserisce ottimamente nel layout urbanistico e nei profili architettonici.

Se da un lato si può già apprezzare nella sua finitezza, l’intervento colto e raffinato progettato dell’architetto milanese, per altro già con parte del rivestimento in piastrelline che si stacca, dall’altro, il completamento parziale di quello che è stato progettato dal parmense  Guido Canali (e soci), rivela già degli aspetti  molto inquietanti.  Le grandi “orecchie fragili”, inutili e gratuite,  che spuntano dalle coperture, fanno da contraltare ad un costruito denso e sinceramente poco raffinato, perché monotono e ripetitivo. Che dire poi dei grandi “spicchi di grana” (ovviamente parmigiano) che incapsulano gli edifici di terziario, un vero e proprio obbrobrio, sancito da facciate anonime e tristi. Marco Zanuso, a cui è intestata una via quì al Portello, si rivolterà nella tomba.

Gli apparati dell’architettura di Canali, non riescono a nascondere lo scempio volumetrico che lì si sta attuando, generando un paesaggio urbano triste. Dall’altro lato del cavalcavia invece  è stato abile Zucchi a generare un “meccanismo” più sofisticato, dove il volume viene gestito, “manipolato” anche graficamente,  per costruire la città.

Ecco forse è meglio che Canali, ormai al tramonto della sua “luminosa” carriera, ritorni a fare quello che sa fare da sempre, e cioè a confrontarsi solamente con l’esistente ed  il restauro, in cui ha saputo restituirci dei capolavori “magici”.  Mentre Zucchi , qui al Portello, dà l’ennesima prova di maturità,  da ormai consolidata archistar, in grado di muoversi su più fronti.

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Around Milan Pgt


La Giunta Pisapia ha approvato (il 23 gennaio 2012),  il Documento di indirizzo e revisione del Piano di Governo del Territorio (PGT) modificato sulla base delle osservazioni. Il concetto che è giustamente prevalso è quello del “non si butta via niente tutto si ricicla”, la base è quella del Pgt della Giunta Moratti, con profonde modifiche. Ora la “palla” passa al Consiglio comunale. Ha dichiarato Lucia De Cesaris, assessore all’urbanistica. “Questo Piano nasce dall’ascolto della città (da parte di una Consulta di tecnici del comune e 10 esperti): abbiamo definito il disegno urbanistico della Milano dei prossimi anni a partire dalla considerazione delle 4.765 osservazioni presentate da cittadini, associazioni, operatori, enti”. Le osservazioni dei Cittadini, sono servite per costruire delle considerazioni atte indirizzare le modifiche al Piano, circa il 40% di esse. E poi riunite in blocchi da sottoporre all’analisi del Consiglio Comunale, probabilmente a partire dal 20 febbraio, dopo un passaggio in Commissione Urbanistica. Tutto l’iter del Pgt deve essere concluso entro il 31 dicembre 2012, in caso contrario bisognerà ripartire daccapo con un nuovo progetto. Nasce però qui la prima contraddizione, le osservazioni andrebbero discusse in aula consiliare, una per una, in modo da costruire un vero dibattito democratico, invece, sono state raggruppate (seppur in più gruppi, otto), come fece la Moratti.

Sostanzialmente queste sono le principali modifiche :

  • la città come bene comune da tutelare e da difendere;
  • eliminazione del concetto di “perequazione” che assegnava volumetrie a tutto il territorio comunale, parchi compresi
  • 20.000 alloggi di edilizia sociale;
  • riduzione delle possibilità di edificazione, indici edificatori da 0,50 a 0,35 (massimo 1,00 mc/mq, raggiungibili con premialità volumetriche per housing sociale);
  • maggiore tutela per le aree verdi;
  • maggiore efficienza energetica degli edifici di nuova costruzione. Si vuole però anche promuovere la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, a partire da una maggiore efficienza energetica;
  • le cascine Campazzo e Basmetto inserite nel patrimonio storico-rurale;
  • introduzione di meccanismi urbanistici e di regolamento atti alla  riduzione del traffico su quattro ruote;
  • rilancio della mobilità ciclabile;
  • potenziamento e rafforzamento della rete del trasporto pubblico. Si farà la Circle Line sul binari del rilevato ferroviario;
  • aumento dei  servizi accreditati e convenzionati;
  • cassata qualunque  possibilità di costruire nel Parco Agricolo Sud Milano;
  • si prevede per il 2030 un aumento di residenti pari a 155.286 unità (anziché delle 500.000 del Pgt Moratti);
  • con il Pgt Pisapia si prevede una superficie costruibile di 2.534.000 metri quadrati (anziché dei 5.747.000 del Pgt Moratti);
  • cancellato definitivamente il tunnel automobilistico Expo – Linate;
  • si punta a concentrare gli interventi di nuova edificazione sugli scali ferroviari dismessi ed in vicinanza di metropolitane e stazioni ferroviarie;
  • Passano da 26 a 21 gli Atu (Ambiti di Trasformazione Urbana).

Mi preme innanzitutto sottolineare l’affermazione di  “città come bene comune”, essendo questa una dichiarazione d’intenti più politica e culturale, che urbanistica. Si tratta di una specie di “motto/auspicio” finalizzato a  riformare il governo della città e rilanciarne lo sviluppo civile, economico, sociale e ambientale. Il lavoro di revisione (in quanto il “corpo” è ancora quello della Giunta Moratti, onde evitare di buttare via un lavoro di anni, molto costoso), compiuto sul Pgt si ispira a questa “mission impossible”, e tenendo conto della difficile situazione  economica, cerca di avviare una sistemazione delle “numerose ferite” che da tempo segnano il tessuto urbano e sociale cittadino. Inoltre da il là ad una risposta, vedremo quanto concreta, ai referendum locali di giugno 2011. Alla luce di questo motto ambizioso, la trasformazione e lo sviluppo urbano sono espressione di una concezione “centralista” (e quindi molto di sinistra). Anche se subito ci si affanna a precisare che trattasi di concezione :  “non ideologica, ma realistica e perciò sobria, ispirata unicamente al conseguimento dell’interesse generale della comunità. Una regia capace di generare e di condividere una visione moderna e aperta della città, e nel contempo di confrontarsi con i mutamenti già in corso e con le istanze più urgenti, sia di piccola che di grande scala.”

Il Piano della Giunta Pisapia, riduce notevolmente la potenzialità edificatoria, di circa il 60%, attenuando anche la densità  urbana, attraverso l’introduzione di un indice massimo di utilizzazione territoriale. Tutto ciò , si dichiara “fatta salva la conservazione delle Slp (superficie lorda di pavimento) esistenti e attraverso una migliore regolamentazione del cambio di destinazioni d’uso da produttivo ad abitativo”. Ovviamente non si entra nel merito di come si calcola la Slp, che stando all’Attuale Regolamento edilizio (R.E. Art. 10), è di una premialità, secondo me assurda. Regolamento edilizio che andrebbe di conseguenza profondamente riformato.  Sembra interessante, anche se troppo debole, l’affermazione per cui il Pgt della Giunta Pisapia, possa interagire anche sulle trasformazioni a scala  dell’Area Metropolitana: “un progetto territoriale capace di declinare il tema della densificazione e dei limiti dello sviluppo, delle grandi attrezzature e dei servizi territoriali, della rete ecologica e dei sistemi della mobilità. Un progetto alternativo teso a contrastare una generica e solo quantitativa tendenza accentratrice del capoluogo milanese.” Bisognerebbe qui, “twittare” di comune accordo almeno con i comuni esterni di prima fascia, magari “ascoltando” e “coordinando” di più con loro la strutturazione del Piano, cosa che non è assolutamente avvenuta. Di fatto, pur applicando la Legge Regionale 12/2005, che obbliga tutti i comuni di Lombardia a dotarsi dello strumento urbanistico del Piano di Governo del Territorio, i tecnici della Consulta, che ha indirizzato le modifiche sostanziali al Pgt Moratti, fanno un bel “indietro tutta” e ritornano verso una strutturazione di piano, tipica dei Prg (Piano Regolatore Generale), anzi ne fanno un ibrido. In tal senso il Pgt andrebbe ripubblicato, con una nuova fase di osservazioni.

Sarà quello che sarà, ma certamente ci sarà nel futuro urbanistico di Milano, meno cemento. Forse si è persa un’occasione, in fin dei conti i Piani di Governo del Territorio, o strumenti similari, da decenni caratterizzano la politica urbanistica di molte città europee, creando degli strumenti flessibili, facilmente modificabili, con cui dialogare con i privati. Spesso per fare business con i privati da parte della Pubblica Amministrazione. Strumenti in cui i Cittadini siano agevolati nella loro interazione con la pubblica Amministrazione, nel campo dell’edilizia e dell’urbanistica. Certo, là (in Europa) l’Amministrazione Pubblica, ha al suo interno le competenze e la creatività in grado di generare un dialogo paritetico con gli operatori, e soprattutto con i loro progettisti, presenti sul territorio. Mi sa che dovremo ancora spettare parecchio per vedere realizzarsi progetti quali Hammarby Sjostad a Stoccolma, o i quartieri di Freiburg am Brisgau in Germania, dove è il pubblico a fare partnership con il privato, dove le infrastrutture ed i mezzi di trasporto, nonchè le aree verdi, sono realizzate prima degli edifici. Forse, vista la grave situazione sanitaria legata all’inquinamento in tutta l’Area Metropolitiana milanese, per il Pgt di Milano (sono ad oggi 25 i giorni che dall’inizio dell’anno si sono superati le soglie massime per le micropolveri sottili PM10 e PM 2,5), ci voleva più coraggio, soprattutto per dare un segnale chiaro e forte ai Cittadini. Ci voleva un Pgt a “volume zero” per dire a tutti che ormai non c’è più tempo per intervenire, un Pgt strutturato in maniera da censire gli alloggi sfitti e le “vere esigenze della città”. Un Pgt che promuovesse esclusivamente il costruito sulle aree dismesse, il recupero degli edifici esistenti. Non aumentare, anche in 20 anni, i residenti di oltre 150.000 unità, il che vorrà dire ulteriori traffici ed inquinamento ! Ma purtroppo, Pisapia è latore di una “politica gentile”, così gentile, che avremo una Expo 2015 di “cemento”, un inno ai Fast Food, e quindi è naturale che Pisapia proponga ai Cittadini un Pgt di compromesso : fermiamo un pò il cemento, riduciamo un pò la mobilità inquinante (se ci riusciamo), con qualche area verde in più, ma voi Cittadini turatevi narici e bocca, respirate meno, e godetevi qualche giornata in più di micropolveri sottili ogni anno.

Quì, come al solito siamo all’Anno Zero, e piuttosto che rischiare e cercare di “costruire” qualcosa di diverso, si crea un “ibrido”, un “mostriciattolo”, speriamo inoffensivo e magnanimo, e meno “mortale” di quanto sembra, soprattutto per la qualità dell’aria.

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MICO


Due grandi sale plenarie per convegni da 2 mila e 4 mila posti a sedere, 70 sale suddivisibili da 50 posti a 2 mila posti, un auditorium da 1.500 posti e 5 saloni espositivi (54.000 mq.), per una capacità complessiva di 18 mila posti congressuali che saranno dotati dei più moderni impianti tecnologici ed arredi sofisticati. L’investimento è stato di circa 40.000.000 di euro, a carico di Fondazione Fiera Milano. Sono queste, le caratteristiche principali, del progetto di ampliamento del Centro Congressi di FieraMilanoCity – http://www.fieramilanocongressi.it/Home_it.html -, che prevede l’accorpamento dei padiglioni 5 e 6 del Portello, opportunamente ristrutturati, con il MICO  (Milano Convention Centre), già oggi il più importante, per numero di eventi,  centro congressuale italiano.

Il progetto è di uno dei “soloni” del design italiano, Mario Bellini  – http://www.bellini.it/ – , che sembra aver “scimiottato” nelle forme, le fattezze degli edifici dell’archistar Frank O. Gehry, senza avere le capacità del “creatore di sogni” americano.

La vicinanza con le aree di Expo 2015, il fatto di inserirsi in un contesto urbano, che diverrà uno degli affacci al grande Parco di CityLife, la vicinanza con gli accessi autostradali, la prossimità con una stazione della linea 5 della metropolitana, garantiscono che questa struttura diventerà uno dei poli di attrazione della Milano del futuro.

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