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Builders of the future

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Paesaggio

Publius Quintilius Varus


Publio Quintilio Varo (46 a.C. Cremona  – d.C. 9 in Germania)  fu un uomo politico e generale romano sotto l’imperatore Augusto , ricordato principalmente per aver perso tre legioni romane e la sua stessa vita quando venne attaccato da una coalizione germanica ai comandi di Arminio, nella battaglia della Foresta di Teutoburgo .

Nel 9 d.C., Varo aveva dislocato, nei pressi del Fiume Weser le sue tre legioni, quando arrivò la notizia di una rivolta violenta  nella zona del Reno a ovest. Nonostante un avvertimento, Varo si fidò di chi gli chiese aiuto, Arminio, perché costui era un principe germanico, romanizzato e comandante di una unità di cavalleria ausiliaria dell’esercito romano.

Non solo la fiducia Varo in Armino, fu un errore di valutazione terribile, ma la posizione, rispetto alla Storia di Varo è aggravata da un macroscopico errore strategico. Le legioni, furono da lui schierate, in una posizione in cui le loro forze sarebbero state ridotte al minimo, mentre quelle delle tribù germaniche massimizzate.

Arminio e la tribù Cherusci, insieme ad altri alleati, avevano sapientemente teso un’imboscata, nella Foresta di Teutoburgo, nel mese di settembre (a est della moderna Osnabrück ). Le stesse condizioni del terreno, boscato e paludoso non consentirono l’utilizzo della tecnica da combattimento romana, basata sulla fanteria che marcia verso gli avversari, supportata dalla cavalleria.

Il terzo giorno di combattimenti, i germani ebbero ragione dei Romani a Kalkriese, a nord di Osnabrück. Le fonti certe in merito alla sconfitta romana, sono scarse, a causa della totalità della sconfitta, ma una di esse racconta che la cavalleria romana, con in testa Varo, abbandonò la fanteria, anziché essergli di supporto e fuggì al Reno, ma vennero intercettati dalle tribù germaniche e uccisi tutti. Varo non è certo se si suicidò, oppure fu giustiziato da Arminio.

Oggi, dopo decenni di scavi archeologici, che hanno consentito di recuperare parecchi reperti della battaglia, a Kalkriese, uno splendido museo, raccoglie la storia di questo evento, che di fatto segnò la fine dell’espansionismo romano nel nord-ovest dell’Europa. Questo museo, completato nel 2002,  frutto di un concorso internazionale di idee (1998), lo si deve agli architetti svizzeri Gigon & Guyer. E’ un museo di paesaggio, con una sede museale principale, rivestita in acciaio Cor-ten, costituita dalle sale di accoglienza, dallo spazio museale e da un’alta torre che consente di osservare l’intorno e poi da una serie di “stanze paesaggistiche”. Ognuna di queste stanze (anch’esse rivestite in acciaio Cor-ten) permette di osservare in maniera, sempre differenziata, l’intorno, i luoghi dove morirono migliaia di uomini, mentre lastre abbandonate sul terreno, con incisa la storia della battaglia della Foresta di Teutoburgo, le relazionano tra loro.

Il museo di Kalkriese, oltre ad essere una “grande ed immaginifica architettura”  è soprattutto un’esperienza di paesaggio, ma è anche latore di un “racconto” che è parte della nostra Storia Europea.

Gigon & Guyer, sublimi, qui raggiungono l’apice della loro attività, “colpendo”  i visitatori, con camere oscure, stanze sonore, bellevue e quant’altro, mediato dalla storia dell’architettura per stupirci ad ogni passo e farci riflettere.

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Neve


La neve, cadendo copiosa (e lieve), evidenzia che, l’inserimento di corpuscoli gelati in quantità massiccia su tutto il paesaggio, fa si che tutto diventi improvvisamente omogeneo, unitario, bello. Elementi naturali ed elementi artificiali, sembrano ritrovare una loro “dimensione paesaggistica comune”. Le brutture, le schifezze, i danni paesaggistici, vengono come inglobati, in un magma bianco, in una coperta, che non fa più distinguere con precisione, chi deve essere salvato e quali sono gli elementi fonte dello sfregio. Lo stesso effetto “acustico” della neve, rende ovattato ed intimo anche il rumore più acuto, contribuendo a “costruire” un paesaggio sonoro nuovo ed inusuale. Tutto rallenta, si dilata, il tempo trascorre in maniera meno frenetica.  L’aria, anche nei luoghi più inquinati (come a Milano), attraversata da una moltitudine di fiocchi bianchi, viene filtrata, resa limpida e pulita. Insomma la neve è amica del paesaggio, quando scende (lieve) lo salva, per poco, però lo salva. Ecco, forse, bisognerebbe pensare a ciò: salvare il paesaggio, probabilmente vuol dire diffondere, propagare, divulgare non solo un’idea di salvaguardia del paesaggio, ma soprattutto una “istruzione corpuscolare”, diffusa, una “neve” che tutto e tutti deve ricoprire.

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Potsdamer Platz


Potsdamer Platz a Berlino era negli anni tra il 1920 ed il 1930, il luogo più trafficato D’Europa, nonchè il centro della vita notturna di Berlino. Era “l’ombelico” di Berlino, la piazza in cui si incrociavano le cinque principali vie della città.  Nell’immediato intorno proliferavano centinaia di negozi, alberghi, ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo, caffè, bar, wine-case e locali alla moda di fama internazionale. La Potsdamer Banhof movimentava oltre 80.000 passeggeri al giorno, mentre transitavano per la piazza berlinese oltre 600 tram transitavano negli orari di punta, in oltre 40 itinerari diversi. nel 1882, i viali e la piazza furono tra i primi illuminati con poli della luce a corrente elettrica, e nel 1924 per regimentare i traffici fu quì installato il primo semaforo d’Europa.

Potsdamer Platz nel 1919 (german-architecture.info)

Durante la guerra, l’enorme piazza a raggiera, fu bersaglio dell’aviazione degli Alleati, e venne quasi completamente rasa al suolo. Il 13 agosto 1961, con l’elevazione del Muro di Berlino, che separava definitivamente l’Ovest della città dall’Est, la Postdamer Platz fu irrimediabilmente  tagliata in due. Poi come succede spesso, nel novembre del 1989, fu quì che si aprì  uno dei primi varchi, che significò in pochi giorni, la caduta della così detta “Cortina di Ferro”. Fu sempre quì, nella grande spianata generata dall’abbattimento del muro, che il 21 di luglio del 1990 che Roger Waters leader dei Pink Floyd celebrò il memorabile concerto “The Wall” per celebrare l’unificazione della Germania Ovest con la Germania Est.

Potsdamer Platz nel 1965 (german-architecture.info)
 

Oggi, con le immagini patinate della nuova architettura, che ha tentato la ricostruzione del luogo della memoria “Potsdamer Platz”, operata dalla furia di risanamento urbanistico imposta alla Città/Capitale, dall’unificazione, viene logico chiedersi se è legittimo, se è opportuno, tentare di ricreare la “tensione paesaggistica” di un luogo che non esiste più. Eppure, nel “grande supermercato” dell’architettura, che è la nuova Berlino dell’unificazione, a volte, in alcune sere, quando le persone lì impiegate, defluiscono verso le loro abitazioni, ed i grattacieli si illuminano, si percepisce chiaramente  ancora la “tensione”, la “frenesia dei traffici” di un luogo che fu “l’ombelico del Mondo”. Si coglie chiaramente che il luogo ed il paesaggio “Potsdamer Platz” non è più lo stesso, che in mezzo c’è stato il vuoto dei bombardamenti, della Guerra, della morte, della follia. Però, quì,  anche si coglie chiaramente che a fare quel luogo è innanzitutto la moltitudine umana, la “massa” di una specie che, inarrestabile, continua, nel bene e nel male, lungo una propria strada, che è  sicuramente di “costruzione” e di contemporanea “distruzione”, ma anche ricorso, alla memoria non solo architettonica e paesaggistica, ma direi soprattutto “genetica” di un genius loci biologico, che fa di Berlino e di Postdamer Platz, ancora oggi,  uno dei luoghi più affascinanti al Mondo. Dietro a Potsdamer Platz, si legge l’energia per il futuro della gente di Germania, dei Cittadini di Berlino. Ecco a volte, salvare il paesaggio, vuol dire anche questo, creare la giusta tensione, affinchè un luogo, divenuto nel corso del tempo una “tabula rasa” possa essere “portato avanti”, rinascere, in forme non necessariamente solamente architettoniche.

21 luglio 1990 Potsdamer Platz – The Wall (estratti) – Roger Waters

Una mappa dell’architettura attorno a Potsdamer Platz

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Un luogo per riflettere sul futuro


La vecchia fabbrica Citroen a Parigi nel 15 ° arrondissement, sulla rive della Senna , è stata trasformata dopo la dismissione, in un grande parco urbano, circondato da un progetto urbano di edilizia residenziale pubblica ed edifici commerciali. La sua creazione risale ai primi anni novanta del XX secolo. Per l’esattezza è stato inaugurato nel 1992. Gli architetti del paesaggio che hanno dato vita a questo raro esempio di “filosofia verde” fattasi giardino, sono : il paesaggista Gilles Clement e Alain Provost , architetti Patrick Berger , Jean Fracoise Jodry,  Jean – Paul Viguier. I 13 ettari lungo la Senna, ospitano, in vere e proprie “stanze verdi”, una vegetazione lussureggiante ed allestimenti acquatici. Il grande parco dominato da un grande parterre erboso, è attraversato in diagonale da una linea retta di 800 metri, che è una continua evoluzione del paesaggio del parco (stagni, prati, bambù, scale, percorsi, panchine, ecc.). Due serre climatizzate a nord-est ospitano piante esotiche e mediterranee, tra loro una grande piazza lapidea di getti d’acqua, con cui la gente in estate interagisce . Di fatto il Parc Citroen è una “grande isola verde”, all’interno del tessuto urbano di Parigi, che però offre anche una riflessione quasi filosofica sul tema del verde, in bilico tra parco e giardino, e garantisce al visitatore attento, una molteplicità di esperienze : sonore, tattili, odorose, luminose, ecc.. Il parco ospita anche la grande mongolfiera Eutelsat, che può salire in aria e quindi offrire insolite vedute aeree di Parigi e della sua struttura urbana e paesaggistica. Il Parc Citroen è un luogo per la riflessione sul futuro, su come potrebbe essere il paesaggio nel futuro, in bilico costante tra antropizzazione e naturalezza. Offrire occasioni per riflettere, fare didattica (colta e raffinata), sul verde, sul paesaggio a disposizione, ed a libera interpretazione, da parte dei Cittadini : questo è il Parc Citroen.

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I soprammobili dell’architettura


Può un soprammobile cambiare le sorti di un’architettura, di un paesaggio. Può un elemento mobile e quindi rimovibile, “costruire” un intorno. E’ una domanda difficile a cui rispondere, soprattutto quando il soprammobile è alto 5 metri ed ha una superficie di 140 metri quadrati. Infatti lo spazio Electrolux, progettato dallo studio Park Associati e “depositato” sui tetti della Galleria Vittorio Emanuele in Piazza del Duomo a Milano, sembra quello che è un soprammobile. La sua funzione è quella di un ristorante provvisorio, esclusivo, con 18 posti a sedere tutti con vista, dove a pranzo si pagano 200 euro, alla sera, a cena (per godersi la Milano illuminata) 275 euro.

http://www.electrolux.it/Cube/Milan/

Insomma, sembra una ciliegina posata in bilico sulla torta, non fa danno, ma certamente attira lo sguardo, devia dalla torta. Quì la torta (o meglio il panettone, visto che tra poco è San Biagio) è il sistema prospettico che conduce tutti gli sguardi sul Duomo. Infatti, soprattutto di sera, molti turisti si ritrovano con il nasino all’insù, ad osservare questa insolita “astronave”. Probabilmente è solamente questo l’effetto che si vuole determinare, con la collocazione inusitata, posta in bilico sui tetti. Non è quindi una architettura, come tutti i soprammobili è innanzitutto una scultura, una scultura abitata, un qualcosa che può piacere o non piacere, ma non sconvolge più di tanto, visto che già si sa che prima o poi verrà rimosso per sempre. In questo caso sarà traslocato, il soprammobile, in un’altra situazione urbana, sempre in bilico, a sottrarre al paesaggio attenzioni, ed a fare deviare lo sguardo.

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Around Milan Pgt


La Giunta Pisapia ha approvato (il 23 gennaio 2012),  il Documento di indirizzo e revisione del Piano di Governo del Territorio (PGT) modificato sulla base delle osservazioni. Il concetto che è giustamente prevalso è quello del “non si butta via niente tutto si ricicla”, la base è quella del Pgt della Giunta Moratti, con profonde modifiche. Ora la “palla” passa al Consiglio comunale. Ha dichiarato Lucia De Cesaris, assessore all’urbanistica. “Questo Piano nasce dall’ascolto della città (da parte di una Consulta di tecnici del comune e 10 esperti): abbiamo definito il disegno urbanistico della Milano dei prossimi anni a partire dalla considerazione delle 4.765 osservazioni presentate da cittadini, associazioni, operatori, enti”. Le osservazioni dei Cittadini, sono servite per costruire delle considerazioni atte indirizzare le modifiche al Piano, circa il 40% di esse. E poi riunite in blocchi da sottoporre all’analisi del Consiglio Comunale, probabilmente a partire dal 20 febbraio, dopo un passaggio in Commissione Urbanistica. Tutto l’iter del Pgt deve essere concluso entro il 31 dicembre 2012, in caso contrario bisognerà ripartire daccapo con un nuovo progetto. Nasce però qui la prima contraddizione, le osservazioni andrebbero discusse in aula consiliare, una per una, in modo da costruire un vero dibattito democratico, invece, sono state raggruppate (seppur in più gruppi, otto), come fece la Moratti.

Sostanzialmente queste sono le principali modifiche :

  • la città come bene comune da tutelare e da difendere;
  • eliminazione del concetto di “perequazione” che assegnava volumetrie a tutto il territorio comunale, parchi compresi
  • 20.000 alloggi di edilizia sociale;
  • riduzione delle possibilità di edificazione, indici edificatori da 0,50 a 0,35 (massimo 1,00 mc/mq, raggiungibili con premialità volumetriche per housing sociale);
  • maggiore tutela per le aree verdi;
  • maggiore efficienza energetica degli edifici di nuova costruzione. Si vuole però anche promuovere la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, a partire da una maggiore efficienza energetica;
  • le cascine Campazzo e Basmetto inserite nel patrimonio storico-rurale;
  • introduzione di meccanismi urbanistici e di regolamento atti alla  riduzione del traffico su quattro ruote;
  • rilancio della mobilità ciclabile;
  • potenziamento e rafforzamento della rete del trasporto pubblico. Si farà la Circle Line sul binari del rilevato ferroviario;
  • aumento dei  servizi accreditati e convenzionati;
  • cassata qualunque  possibilità di costruire nel Parco Agricolo Sud Milano;
  • si prevede per il 2030 un aumento di residenti pari a 155.286 unità (anziché delle 500.000 del Pgt Moratti);
  • con il Pgt Pisapia si prevede una superficie costruibile di 2.534.000 metri quadrati (anziché dei 5.747.000 del Pgt Moratti);
  • cancellato definitivamente il tunnel automobilistico Expo – Linate;
  • si punta a concentrare gli interventi di nuova edificazione sugli scali ferroviari dismessi ed in vicinanza di metropolitane e stazioni ferroviarie;
  • Passano da 26 a 21 gli Atu (Ambiti di Trasformazione Urbana).

Mi preme innanzitutto sottolineare l’affermazione di  “città come bene comune”, essendo questa una dichiarazione d’intenti più politica e culturale, che urbanistica. Si tratta di una specie di “motto/auspicio” finalizzato a  riformare il governo della città e rilanciarne lo sviluppo civile, economico, sociale e ambientale. Il lavoro di revisione (in quanto il “corpo” è ancora quello della Giunta Moratti, onde evitare di buttare via un lavoro di anni, molto costoso), compiuto sul Pgt si ispira a questa “mission impossible”, e tenendo conto della difficile situazione  economica, cerca di avviare una sistemazione delle “numerose ferite” che da tempo segnano il tessuto urbano e sociale cittadino. Inoltre da il là ad una risposta, vedremo quanto concreta, ai referendum locali di giugno 2011. Alla luce di questo motto ambizioso, la trasformazione e lo sviluppo urbano sono espressione di una concezione “centralista” (e quindi molto di sinistra). Anche se subito ci si affanna a precisare che trattasi di concezione :  “non ideologica, ma realistica e perciò sobria, ispirata unicamente al conseguimento dell’interesse generale della comunità. Una regia capace di generare e di condividere una visione moderna e aperta della città, e nel contempo di confrontarsi con i mutamenti già in corso e con le istanze più urgenti, sia di piccola che di grande scala.”

Il Piano della Giunta Pisapia, riduce notevolmente la potenzialità edificatoria, di circa il 60%, attenuando anche la densità  urbana, attraverso l’introduzione di un indice massimo di utilizzazione territoriale. Tutto ciò , si dichiara “fatta salva la conservazione delle Slp (superficie lorda di pavimento) esistenti e attraverso una migliore regolamentazione del cambio di destinazioni d’uso da produttivo ad abitativo”. Ovviamente non si entra nel merito di come si calcola la Slp, che stando all’Attuale Regolamento edilizio (R.E. Art. 10), è di una premialità, secondo me assurda. Regolamento edilizio che andrebbe di conseguenza profondamente riformato.  Sembra interessante, anche se troppo debole, l’affermazione per cui il Pgt della Giunta Pisapia, possa interagire anche sulle trasformazioni a scala  dell’Area Metropolitana: “un progetto territoriale capace di declinare il tema della densificazione e dei limiti dello sviluppo, delle grandi attrezzature e dei servizi territoriali, della rete ecologica e dei sistemi della mobilità. Un progetto alternativo teso a contrastare una generica e solo quantitativa tendenza accentratrice del capoluogo milanese.” Bisognerebbe qui, “twittare” di comune accordo almeno con i comuni esterni di prima fascia, magari “ascoltando” e “coordinando” di più con loro la strutturazione del Piano, cosa che non è assolutamente avvenuta. Di fatto, pur applicando la Legge Regionale 12/2005, che obbliga tutti i comuni di Lombardia a dotarsi dello strumento urbanistico del Piano di Governo del Territorio, i tecnici della Consulta, che ha indirizzato le modifiche sostanziali al Pgt Moratti, fanno un bel “indietro tutta” e ritornano verso una strutturazione di piano, tipica dei Prg (Piano Regolatore Generale), anzi ne fanno un ibrido. In tal senso il Pgt andrebbe ripubblicato, con una nuova fase di osservazioni.

Sarà quello che sarà, ma certamente ci sarà nel futuro urbanistico di Milano, meno cemento. Forse si è persa un’occasione, in fin dei conti i Piani di Governo del Territorio, o strumenti similari, da decenni caratterizzano la politica urbanistica di molte città europee, creando degli strumenti flessibili, facilmente modificabili, con cui dialogare con i privati. Spesso per fare business con i privati da parte della Pubblica Amministrazione. Strumenti in cui i Cittadini siano agevolati nella loro interazione con la pubblica Amministrazione, nel campo dell’edilizia e dell’urbanistica. Certo, là (in Europa) l’Amministrazione Pubblica, ha al suo interno le competenze e la creatività in grado di generare un dialogo paritetico con gli operatori, e soprattutto con i loro progettisti, presenti sul territorio. Mi sa che dovremo ancora spettare parecchio per vedere realizzarsi progetti quali Hammarby Sjostad a Stoccolma, o i quartieri di Freiburg am Brisgau in Germania, dove è il pubblico a fare partnership con il privato, dove le infrastrutture ed i mezzi di trasporto, nonchè le aree verdi, sono realizzate prima degli edifici. Forse, vista la grave situazione sanitaria legata all’inquinamento in tutta l’Area Metropolitiana milanese, per il Pgt di Milano (sono ad oggi 25 i giorni che dall’inizio dell’anno si sono superati le soglie massime per le micropolveri sottili PM10 e PM 2,5), ci voleva più coraggio, soprattutto per dare un segnale chiaro e forte ai Cittadini. Ci voleva un Pgt a “volume zero” per dire a tutti che ormai non c’è più tempo per intervenire, un Pgt strutturato in maniera da censire gli alloggi sfitti e le “vere esigenze della città”. Un Pgt che promuovesse esclusivamente il costruito sulle aree dismesse, il recupero degli edifici esistenti. Non aumentare, anche in 20 anni, i residenti di oltre 150.000 unità, il che vorrà dire ulteriori traffici ed inquinamento ! Ma purtroppo, Pisapia è latore di una “politica gentile”, così gentile, che avremo una Expo 2015 di “cemento”, un inno ai Fast Food, e quindi è naturale che Pisapia proponga ai Cittadini un Pgt di compromesso : fermiamo un pò il cemento, riduciamo un pò la mobilità inquinante (se ci riusciamo), con qualche area verde in più, ma voi Cittadini turatevi narici e bocca, respirate meno, e godetevi qualche giornata in più di micropolveri sottili ogni anno.

Quì, come al solito siamo all’Anno Zero, e piuttosto che rischiare e cercare di “costruire” qualcosa di diverso, si crea un “ibrido”, un “mostriciattolo”, speriamo inoffensivo e magnanimo, e meno “mortale” di quanto sembra, soprattutto per la qualità dell’aria.

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Arance, Ivrea, Olivetti


Tra il 18 ed il 21 febbraio 2012, ad Ivrea, come tutti gli anni, si ripeterà la tradizione dello “Storico Carnevale di Ivrea”. Una manifestazione popolare quanto mai “strana” in cui i rioni della città del Canavese, di oltre 24.000 abitanti, si contenderanno i favori di una speciale commissione, che osserva, nei tre giorni di suo svolgimento, l’andamento della battaglia delle arance (in media ogni anno si consumano 5000 quintali di arance), ed assegna un premio alle bande a piedi ed ai carri da getto che, per ardore, tecnica e lealtà, si sono maggiormente distinte.

La battaglia delle arance rappresenta il “clou” spettacolare e violento del carnevale (nel 2011 si contarono 149 feriti), motivo di forte richiamo turistico annuale per centinaia di migliaia di visitatori (conviene prenotare un biglietto di accesso alla città sul sito del carnevale). Alla fine della giornata gli arancieri lasciano sulle strade della città uno strato impressionante di arance “esplose”.

Le origini della battaglia sono incerte, ma risalgono verosimilmente ad anni intorno alla metà dell’Ottocento quando presero ad essere praticate scherzose schermaglie tra le carrozze e la gente sui balconi.

Ma il carnevale di Ivrea, non è solo arance: c’è la sfilata in costume, con a capo la Banda dei Pifferai (con pifferi in legno di bosso), il Generale (di settecentesca memoria), le Mugnaie (figure mediate dalla Rivoluzione Francese),  e molto altro.

http://www.storicocarnevaleivrea.it/

Qui un filmato della “Battaglia delle Arance”

Ivrea, offre, oltre ad un centro storico interessante, anche un Museo all’aperto dell’architettura moderna. L’attività edilizia ed urbanistica della Olivetti (e del suo “Principe colto” Adriano Olivelli), che ha caratterizzato le sorti imprenditoriali e paesaggistiche, della città di Ivrea, nel secondo dopoguerra, è oggi un’occasione ghiottissima di riscoprire passeggiando, gli edifici di Gambetti e Isola, Figini e Pollini, Gardella, ecc..  Una urbanistica “illuminata”, europea, sapiente, che ha tenuto conto di generare un paesaggio (dialogando con la sia storia) in cui costruito e spazi verdi, consentono, assieme, di inserirsi nella “scenografia alpina”, che caratterizza lo “sfondo” di Ivrea. Insomma il meglio dell’architettura moderna e dell’urbanistica industriale “illuminata” italiana. Il tutto ben indicato e descritto in apposite “stazioni” informative.

http://www.mamivrea.it/collezione/mappa.html

http://www.mam.ivrea.it/visita/visita.htm

Palazzo per Uffici 2 – Gino Valle 1988

Edificio 18 alloggi – Nizzoli + Oliveri 1955

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Case unifamiliari per dirigenti – Figini + Pollini 1948

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Unità residenziale Ovest (Talponia) – Gabetti + Isola 1971

Stabilimenti ICO/Olivetti – Figini + Pollini + Vittoria + Fiocchi 1939 / 1949 / 1957

Centro servizi – Figini + Pollini 1942

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Il campo esteso


Elaborare la salvaguardia del paesaggio è porre al centro l’esperienza diretta dell’osservatore, per dare ad un “luogo”, perchè il paesaggio è una sommatoria di luoghi, un contenuto emotivo. Bisogna stabilire una “alleanza con la natura”, che crei una sintonia emozionale, in cui, necessità antropiche ed ecologia procedano di pari passo, ricostruendo un rapporto di profondo rispetto, proprio per la natura. Salvare il paesaggio significa guardare in faccia al pericolo; come scrive Holderlin : “….dove il pericolo è come pericolo, già fiorisce anche ciò che salva. Che però non cresce nei dintorni. Ciò che salva non sta accanto al pericolo. E’ il pericolo stesso, ove vi sia come pericolo, che salva. Il pericolo è ciò che salva in quanto trae ciò che salva fuori dalla propria essenza ascosa (ndr. nascosta), involuta ma svolgibile. Che cosa significa salvare? Sciogliere, affrancare, trarre in scampo, preservare, custodire, proteggere, salvaguardare”

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L’architetto del paesaggio


Riva del Garda vista dal Ponale

Il Bastione di Riva del Garda

Il Vittoriale degli italiani a Gardone Riviera

Nel 1921, Maroni Giancarlo (Arco, 1893 – Riva del Garda, 1952), esimio architetto di Riva del Garda, conosce D’Annunzio Gabriele. Maroni era stato chiamato ad occuparsi dei lavori di sistemazione della Villa di Cargnacco (appartenuta allo storico dell’arte tedesco Henry Thode),  un luogo ameno dominato da una ricca vegetazione di Ulivi, Cipressi e Oleandri, nelle immediate vicinanze di Gardone Riviera, che diverrà il sito, dove Gabriele D’Annunzio aveva deciso di trasferirsi a vivere. Inizia così una liaison intellettuale, con “il Poeta”, che tra alti e bassi, durerà per tutta la vita.  Con il trascorrere degli anni,  il ruolo di Giancarlo Maroni non si limiterà soltanto a quello di architetto del “Poeta”, ma, progressivamente acquisirà sempre più importanza, svolgendo anche i ruoli di segretario e di amministratore di D’Annunzio. In alcuni carteggio tra i due  addirittura si legge : “Tu sei tra i pochissimi – scrive D’Annunzio – che sappiano amarmi”.

Si succedono così, nel corso del tempo,  continue ed ininterrotte opere di trasformazione, di abbellimento e di ampliamento, di “modellazione paesaggistica”, della Villa di Cargnacco, che renderanno irriconoscibile il luogo originario. Si attua così, con la complicità dei due, una vera e propria opera di trasformazione paesaggistica che D’Annunzio dona nel 1923 alla Nazione, come “Vittoriale degli Italiani”. Si tratta, secondo me, non di un’opera esclusiva del “Sommo Poeta”, come i più descrivono, ma invece, in realtà, la maggior parte del merito spetta a Giancarlo Maroni.

Infatti l’architetto di Riva del Garda, ha di base una colta preparazione umanistica, e si forma professionalmente a Milano dove studia presso la Scuola Speciale di Architettura dell’Accademia di Belle Arti di Brera (tra i suoi insegnanti ci sono l’architetto Gaetano Moretti e il pittore Alcide Davide Campestrini), e lavora presso alcuni studi professionali. Dopo la scuola milanese, Maroni ritorna a Riva del Garda, divenendone insieme al fratello Ruggero, uno dei maggiori architetti. Infatti a partire dal 1919, inizia una costante produzione di edifici, dovuti alla necessità di ricostruire la città del Lago, pesantemente bombardata, durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18): la Canonica Arcipretale (1919); la Casa Marzani-Parteli (1920) la ristrutturazione dell’Hotel Sole (1922-25); la centrale idroelettrica del Ponale (1926); la Spiaggia degli Olivi che fu inaugurata il 3 giugno 1934; lo Stadio Di Riva, il faro e la darsena. Anche quì a Riva, Maroni, costruirà, con i suoi progetti, una “struttura paesaggistica” in grado di restituire una nuova immagine della città. Una struttura altamente scenografica, di chiara impostazione decò, come era il Vittoriale, con una forte ridondanza e ripetitività degli elementi architettonici classici, ma che ancora oggi, quà e là, presenta spunti del nascente proto-razionalismo europeo. Morto D’Annunzio, Maroni, rimase al Vittoriale fino alla sua morte (divenendone nel 1937 il curatore), completandolo con alcuni edifici. Alla sua morte, nel 1952,  fu sepolto nel Mausoleo del Vittoriale.

Quì sotto una mappa di Riva del Garda con gli edifici citati nell’articolo

Quì sotto alcune immagini degli edifici di G. Maroni a Riva del Garda

Centrale idroelettrica


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