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Il cielo e l’acqua


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Se in una giornata calda, vi rimangono nel serbatoio alcuni litri di carburante (oppure siete vicini alle Ferrovie Nord), non potete mancare di fare una visita al Lago del Segrino, tra Eupilio e Canzo, proprio sopra Erba. Sono circa 55 km. dal centro di Milano, che si percorrono agevolmente in circa 58 minuti. Se ci andate in ferrovia il tempo necessario, tra treno ed autobus è di circa 98 minuti.

Quì la natura è ancora prorompente e l’ottima sistemazione paesaggistica dell’uomo, ne fa una riserva di “delizie paesaggistiche” e di frescura. Assolutamente da evitare la domenica, per colpa di un afflusso pazzesco di turisti ed avventori, ma in qualunque altro giorno, non vi deluderà.

Quì una mappa del Lago del Segrino

Eseguire il percorso naturalistico, ciclo-pedonale, che circonda il Lago è veramente un’esperienza di paesaggio totalizzante. Ma la cosa più raccapricciante di quest’esperienza, è il paesaggio, il territorio della Brianza, che ci scorre sotto gli occhi per raggiungere il Segrino. Un Paesaggio una volta bellissimo, sistematicamente distrutto, nel corso del tempo da una congerie di cacofonie architettoniche che oggi si sono irrimediabilmente saldate tra loro. Di fatto realizzando una “città infinita” tra Milano ed Erba.  Tutto ciò, in contrasto con il luogo ancora bellissimo del Segrino, ci fa capire che siamo giunti ad un un punto di non ritorno: uomo, natura, cementificazione ormai non riescono più a coesistere in maniera sinergica ed equamente simbiotica.

Mentre scrivo, sto seguendo, attraverso una piattaforma informatica Webinar,  uno di quei corsi obbligatori per legge a cui sono vincolati alla partecipazione gli architetti per acquisire crediti formativi. Si tratta di un corso sul paesaggio dal titolo : “Conoscenza, tutela e valorizzazione del paesaggio”, organizzato dall’ Ordine degli Architetti di Milano (OAM) e dall’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) – http://bit.ly/1hHTWYV – . Vi partecipano soloni ed esperti quali : Umberto Vascelli Vallara, Silvano Tintori, Sergio Cavalli, Anna Rossi, Marina Cattaneo, ecc.

Ho ormai oltre 28 anni di professione dietro le spalle, spesso esercitata in ambiti paesaggistici e/o su edifici con vincoli monumentali. Per oltre 10 anni sono stato dapprima assistente al Politecnico di Milano e poi docente a contratto. Da quattro anni sono Presidente della “Commissione per il Paesaggio” di un comune della provincia di Milano. Da qualche tempo insegno in Svizzera, dove il Paesaggio (Territorio) è implementato nello stesso percorso di preparazione degli architetti fin dal primo anno. Posso quindi tranquillamente affermare di essere un “esperto” in temi paesaggistici e nella relativa legislazione di tutela.

Quello che sento pomposamente affermare, in questo triviale corso obbligatorio, è la glorificazione sistematica di una legislazione paesaggistica italiana, monumentale e becera, che discettando per decenni sulla terminologia (è meglio Paesaggio, Territorio, Ambiente, ecc.) e pochissimo sui contenuti effettivi, ha legittimato lo scempio che ci troviamo di fronte se da Milano, ci rechiamo al Lago del Segrino.

Ma costoro si rendono conto di quello che è avvenuto e che ogni giorno sta avvenendo in tutta Italia: ogni secondo che immancabilmente passa 8 metri quadrati di suolo agricolo e/o naturale vengono irreversibilmente fagocitati, con l’avvallo di chi si occupa della tutela del Paesaggio stesso, che non possiede (per legge) autorevolezza, ne strumenti legislativi che siano in grado di interrompere questo meccanismo perverso e folle.

Quando come Commissione per il Paesaggio, respingiamo un progetto, perchè realizzato non in coerenza con il vincolo paesaggistico a cui soggiace, il dirigente del settore, può con una sua determina ad hoc, farsene un baffo del parere di esperti (cinque), non retribuiti e scelti in maniera meritocratica in seguito ad invio di curricula.

Ma ci rendiamo conto tutti quanti che lasceremo alle generazioni future, andando avanti a distruggere sistematicamente il Paesaggio più che a tutelarlo veramente, un vincolo tale per cui il loro presente non gli consentirà delle scelte. Ma ci rendiamo conto dello squallore del quadro legislativo italiano in merito al Paesaggio, rispetto ad altre realtà europee. Ma ci rendiamo conto, noi architetti, che questa non è formazione ma merda allo stato puro !

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Riso (amaro) vercellese


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Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di circa 8 metri quadrati al secondo, ogni ora spariscono 2,8 ettari. Ogni giorno, a mezzanotte, se ne sono andati per sempre quasi 70 ettari. E questo capita per 365 giorni all’anno. La media europea di terreni cementificati è del 2,3% mentre 14 regioni su 20, in Italia, superano abbondantemente la soglia del 5% e alcune quella del 10%. A ciò ha corrisposto un progressivo stato di abbandono dei centri storici, ed una loro sistematica cementificazione a scopi speculativi. Insomma un inno al volume ed al nuovo.

Anche a Vercelli, come in molti centri storici italiani, tutto ciò che riguarda la polis (la città), vale a dire noi e i nostri figli, sia pure nel nostro ambito: riguardano il progressivo annullamento della memoria collettiva, della storia, che sono poi, anche la nostra vita ed ancor più il nostro modo di viverla, ma soprattutto il lascito per le generazioni future.

Infatti, troppo spesso, delle architetture nuove, brutte ed avulse dal contesto, vengono costruite demolendo una parte importante della storia, ed affogando nelle loro fondamenta di cemento i reperti storici della Vercellae Romana.

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Insomma una serie raccapricciante di distruzioni di ogni tipo, si concentrano nel centro storico di Vercelli. Scientemente si è dissipato, una parte considerevole del patrimonio urbano e storico, del Paesaggio italiano, ma soprattutto della memoria di una città. Il tutto additando la necessità di realizzare del nuovo per “incassare” gli oneri di urbanizzazione e di rifiutare il restauro, ed il recupero dell’esistente. Tutto ciò palesa soprattutto delle evidenti incapacità gestionali e di progettazione dell’Amministrazione comunale, ed anche di sviluppare delle politiche culturali adeguate, sia a livello locale, come a livello nazionale.

Per fortuna, che quel poco che rimane, fuori ed entro terra, riesce ancora a raccontare una storia urbanistica, architettonica e sociale, sofisticata, complessa e sofferta, fatta di un paesaggio antropizzato  bellissimo tra acqua e terra. Storia che spesso si confonde con le capacità produttive enogastronomiche di un territorio fertile e generoso, che può trovare nel turismo un nuovo motore per una crescita più sostenibile e coerente.

E’ arrivato il momento di ritornare ad una corretta pianificazione urbana, ritornando anche ad una definizione non speculativa delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Avendo come obbiettivo il conseguimento di un nuovo modello di sviluppo per il futuro. I decenni della liberalizzazione edilizia, non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi hanno reso ancora più brutti parecchi centri storici e rese ancor più disordinate le periferie urbane ed i territori agricoli attorno  Vercelli. Occorre dunque rinnovare profondamente le città, ritornare a costruire attraverso regole semplici ma con finalità chiare e precise, leggi e regole condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha tristemente caratterizzato questi anni.

Quì una mappa di Vercelli con evidenziate alcune eccellenza architettoniche e paesaggistiche

Ora per consolarci da questa Italia, cementificatrice, intrallazona e “mafiosa” di cui Vercelli è assolutamente rappresentativa, godiamoci una ricetta per consumare un prodotto agricolo vercellese di eccellenza, il riso. Una sintesi perfetta (il riso) tra : paesaggio, architettura ed enogastronomia.

RISOTTO AI PORRI E CAPRINO

Ingredienti per 4 persone

350 gr. di riso carnaroli superfino (utilizzato prodotto della Riseria Asigliano – Vc)

2 porri

parmigiano reggiano grattugiato

1 cipolla

1 carota

1 costa di sedano

olio extravergine d’oliva

burro

sale quanto basta

un bicchiere di vino bianco

PROCEDURA

Preparare un brodo vegetale con la cipolla, la carota ed il sedano e salarlo leggermente. In un tegame alto far rosolare con dell’olio extravergine d’oliva il porro mondato e tagliato a rondelle sottilissime per un minuto, versare il riso e farlo tostare leggermente, poi sfumarlo con un bicchiere di vino bianco. Continuare la cottura del riso versando man mano un mestolo di brodo vegetale.

A cottura ultimata, mi raccomando che il riso sia bene al dente, spegnere il fuoco e mantecare bene il risotto con il formaggio caprino, il parmigiano reggiano ed il burro, salare leggermente. Impiattare e versare eventualmente su ogni piatto un cucchiaio di parmigiano grattugiato. Un piatto delicato, soave, leggero.

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Great Lake


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OLYMPUS DIGITAL CAMERAIsole di Brissago (Svizzera)

Mio padre lavorava per una ditta svizzera che produceva (e produce) collanti industriali e pitture. Dapprima come semplice rappresentate, poi scalando lentamente la gerarchia societaria, come dirigente. I proprietari, originari di Zurigo, ma residenti inizialmente a Lugano e poi a Milano, organizzavano tutte le estati, una gita societaria in torpedone nella confederazione elvetica. Negli anni Settanta (del Novecento) erano soliti frequentare le terre di confine, tra l’Italia e la Svizzera, a ridosso dei laghi ticinesi. Soprattutto del Lago Maggiore, dove la “bellezza” era come distillata in paesaggi ameni e fatati, sosteneva uno di questi proprietari.

Ricordo chiaramente un mio compleanno, quello dei 10 anni, passato con un meltin-pot di ragazzini coetanei svizzeri ed italiani, su un’enorme terrazza di Cannobio (Lago Maggiore), con vista a lago, a giocare a pallone.

Poi da adulto, durante gli studi universitari, mi è capitato molte altre volte di frequentare soprattutto le cittadine svizzere che si affacciano sul Lago Maggiore : Brissago, Ronco, Magadino, San Nazaro, ecc., mete preferite di lunghe gite durante i fine settimana.

Dopo l’università ho fatto un master in “Architettura del Paesaggio”, con un notissimo paesaggista milanese (Franco Giorgetta), che ha avuto quale epicentro proprio le isole Borromee del Lago Maggiore.

Dal 1995 ho iniziato una lunga esperienza universitaria, alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, prima come assistente e poi come docente a contratto, terminata nel 2005. Il mio docente di riferimento, un signorotto di belle speranze, proveniente da una ricca famiglia varesotta poi decaduta in maniera traumatica, era solito organizzare dei “laboratori itineranti” in provincia di Varese. Ricordo molto bene un anno passato a Sesto Calende (un luogo meraviglioso) a disquisire con Marco Zanuso, Fabio Reinhart, ed altri soloni dell’architettura, di massimi sistemi architettonici tra lago, fiume e paesaggio.

Mi è capitato, sempre casualmente, come succede spesso, di trovarmi sul lago, in quella che fu la  casa di Aldo Rossi, a Ghiffa (ora in vendita per 450 mila euro), in compagnia di suoi parenti che me ne hanno raccontato i legami con il lago.

Sono stato più volte sull’Altopiano di Agra a visitare la bellissima casa progettata da Carlo Mollino, quando era in rovina e quando è stata risistemata. Come anche al Museo di Maccagno “Parisi-Valle” di Maurizio Sacripanti.

Anche la parte Svizzera del Lago Maggiore, è per me sempre stata una specie di “riserva di architettura contemporanea”, una “biblioteca architettonica a cielo aperto”, ad iniziare da Locarno. Dove più volte ho assistito a mirabili conferenze di quel “geniaccio” dell’architettura che era Livio Vacchini. Per poi passare ad Ascona ed al Monte Cardada.

Era quindi da parecchio tempo che coltivavo, l’esigenza di dare una visione organica a queste frequentazioni lacustri del Lago Maggiore. Quando un “sacranone padovano”, mentre ci trovavamo ambedue in terra svizzera,  inventandosi una serie di “balle pazzesche” (a suo esclusivo uso e consumo)  mi ha stimolato in tal senso, non me lo sono fatto ripetere due volte. In qualunque caso ci avrei guadagnato qualcosa ad ordinare i miei ricordi ed a sottoporvi questo elenco di bellissimi incontri architettonici e paesaggistici selezionati.

Cosa è la vita se non si condividono le esperienze. Ecco quindi, una mappa con individuati i luoghi “eccellenti” (secondo me), del Lago Maggiore,  a cavallo del confine italo-svizzero.

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Isola Bella

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L’anima del paesaggio


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In un paesaggio non si è solo spettatori, ma ci si sta dentro spazialmente, con una presenza e una partecipazione fisica e spirituale finanche contemplativa.

Un paesaggio ed un panorama danno l’opportunità di percepire la particolarità di una regione, ma anche della sua realtà paesistica e sociale : la simbiosi tra natura e cultura.

Basta lasciar vagare lo sguardo per rendersi conto del quadro storico alternativamente frammentato e rissoso, oppure piano e pacioso che sta dietro gli agglomerati di case e lungo le strade ed i campi. Il panorama rivela pure zone d’ombra o brutture infertigli dall’uomo. Poiché non sempre un panorama include gente di ampie vedute. Ma questo è un altro discorso.

Trascritto da uno dei pannelli didattici che accompagnano e spiegano al visitatore  ciò che si vede dall’ Alpe Cardada sopra Locarno (Svizzera)

L’anima di un paesaggio è di fatto quello “schermo ideale” su cui, ognuno di noi, proietta la propria visione del mondo. Una visione che è suscettibile di moltissime variabili, tra cui : la cultura, lo stato d’animo, la salute, ecc..

Salendo sull’Alpe Cardada e poi sul monte Cimetta (mt. 1671 slm.), in una bella giornata limpida e ventosa, con un solo colpo d’occhio, si è in grado di spaziare a 360 gradi. E’ così che si coglie (circondati dal lucente biancore della neve) tutta la magnificenza del paesaggio, il punto più profondo ed il più alto : a sud il Lago Maggiore (con le splendide isole di Brissago), ad ovest le alte vette alpine vallesane con la Punta Dufour e la Jungfrau. E tutto ciò a solo pochi minuti al di sopra delle “mediterranee” città di Locarno ed Ascona ed a circa 135 chilometri da Milano.

Ecco forse l’anima del paesaggio è proprio questa specie di “serendipity” (come direbbero gli inglesi), che vuol dire saper cogliere qualcosa che abbiamo sotto gli occhi, che conosciamo, ma che riusciamo a vedere solamente avendo la capacità di collegare fra loro fatti apparentemente insignificanti, per arrivare ad una conclusione “preziosa”, o più in breve, forse soltanto: ad una “felice coincidenza” che ci emoziona, che ci commuove.

Quì una mappa dei luoghi descritti

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Il “Viadukt” della democrazia


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Zurigo, ormai da parecchi anni tra le prime città al mondo per la “vivibilità” (http://www.giornalettismo.com/archives/755693/la-top-10-delle-citta-piu-vivibili-del-mondo/), si è costruita le sua posizione in seguito alle proteste dei cittadini negli anni Ottanta del Novecento.

A partire dagli anni Novanta, la classe politica di Zurigo, politicamente “messa all’angolo” da continue proteste e scontri, anche fisici, con movimenti giovanili e politici avvenuti lungo tutto il corso degli anni Ottanta, si attrezzò  per indire un referendum democratico affinchè i cittadini potessero votare una progettualità futura di loro gradimento, tesa a costruire (e ricostruire), nei decenni successivi, lo spazio urbano e sociale. Si sottoposero alle valutazioni referendarie dei cittadini, diversi scenari, redatti da esperti e consulenti, di diverse discipline (urbanistica, architettura, sociologia, antropologia, mobilità, ecc.), ascoltando gli stessi cittadini.

La città di Zurigo di oggi, che fruiamo, è la costruzione concreta dello scenario condiviso e votato democraticamente allora, senza stemmi partitici, senza bandiere di una parte o dell’altra. Il perdurare sapiente di una politica comune (perché condivisa e priva di marchi politici) che si è tramandata di amministrazione in amministrazione, ha fatto si che le parole, i progetti, diventassero realtà. Essenzialmente il progetto urbanistico e sociale che vinse il referendum, verteva nell’esigenza di fare rientrare in città i giovani, le forze creative, i ricercatori, rendendo la città vivibile, istituendo spazi pubblici che potessero offrire svago e divertimento a tutti. Cittadini e politici, tutti assieme, capirono che questa era l’unica possibilità per assicurare prosperità a una economia postindustriale, che vedeva allora Zurigo, con molte aree dismesse e tanti quartieri con servizi pubblici e verde carenti.

La Zurigo di oggi, sta raggiungendo quell’obbiettivo, quell’idea di città che i suoi abitanti hanno votato ormai parecchi decenni fa. Una città che si sta espandendo consumando il minor suolo possibile. Una città con un mercato immobiliare dinamico in cui operatori privati ed amministrazione pubblica collaborano assieme, con un bilancio comunale in attivo e con i mezzi pubblici diffusi e puntuali. Soprattutto con tante aree verdi, musei e spazi sociali.

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La Kunsthalle ( – http://www.kunsthallezurich.ch/ – progetto Studio Gigon & Guyer), che siamo andati a visitare in questi giorni di dicembre, s’inserisce in un programma di rigenerazione e di espansione urbana. Un’ ex area industriale dismessa (un birrificio) che si trova compresa tra la stazione centrale, la stazione della S-Bahn di Hardbrücke e il fiume Limmat. Un paesaggio metropolitano in trasformazione (una volta produttivo), di grande fascino e “bellezza”, caratterizzato da un alto viadotto ferroviario dell’Ottocento in pietra, le cui arcate sono state abitate e rese percorribili, dando vita ad un complesso che prende il nome di Viadukt (- http://www.im-viadukt.ch/content/plan – progetto dello Studio EM2N). Una città Zurigo, ancora in profonda trasformazione, che si ritrova negli edifici industriali, nelle infrastrutture, che fanno parte della sua memoria, l’energia per rinnovarsi. Un’energia “pulita” esente da consumo di suolo, con una grande attenzione per la sostenibilità ambientale e per la mobilità su due ruote.

La “genesi progettuale” della Kunsthalle è una storia che comincia nel lontano 1996: un edificio industriale e dismesso, un birrificio (come già detto), posto a ridosso del centro urbano viene recuperato con l’obiettivo di tenere assieme istituzioni private, pubbliche e gallerie d’arte contemporanea di tipo commerciale all’interno di un unico complesso.

L’operazione è resa possibile grazie al coinvolgimento di Migros, uno dei due colossi della distribuzione alimentare in svizzera che per statuto devolve il 2% del proprio fatturato per lo sviluppo della cultura. Migros acquista direttamente il lotto e costituisce all’interno del complesso il Migros Museum d’arte contemporanea, affittando ad importanti gallerie internazionali i restanti spazi e lasciando uno spazio espositivo alla Kunsthalle, galleria pubblica che da il nome a tutto il complesso. Il valore immobiliare di tutta l’area sale in maniera esponenziale e la Migros decide di vendere, pur continuando la propria attività di museo. Dal 1996 al 2002 si susseguono diversi proprietari. Nel frattempo nel quartiere si trasferiscono diverse importanti gallerie che aprono i propri spazi commerciali ed espositivi in diversi appartamenti nei dintorni. Si costituisce di fatto un distretto dell’arte contemporanea zurighese, che viene ratificato oggi dal progetto unitario degli zurighesi Gigon & Guyer. Un progetto in cui creativi, giovani, spazi raffinati e zone meno eleganti, convivono assieme, una a fianco dell’altra in un meltin-pot, che è sia urbanistico che architettonico, ma soprattutto sociale. Di fatto la creazione di una “piattaforma di attracco” in cui qualunque cittadino del mondo può sentirsi a casa.

Il progetto della Kunsthalle e di tutto il quartiere di Zuri-West (http://www.zuerich.com/en/zuerich/sehenswuerdigkeiten/Zuerich-West.html), appare molto interessante, soprattutto se paragonato alla “tristezza infinita” della situazione italiana, dove aree dismesse, quali “Le Albere” a Trento, oppure le “Ex aree Falck” a Sesto San Giovanni, vengono trasformate, di fatto radendole al suolo (senza nessun apporto da parte dei cittadini), da politici ed immobiliaristi disposti a tessere legami tra loro sempre più perversi e non in grado di “costruire il futuro”.

A Zurigo lo strumento referendario è stata l’occasione per fare partecipare i cittadini alle trasformazioni urbane, ma dietro a questo strumento ci stavano dei cittadini, culturalmente attrezzati per essere parte di un processo democratico dove non c’è distinzione tra maggioranza ed opposizione, oppure tra chi partecipa o no, ma tutti si collabora per un unico obbiettivo condiviso.

Manca da noi, come invece è avvenuto a Zurigo, la capacità di esporsi delle persone comuni, di fare rete, senza simboli nè partiti politici (più o meno nascosti) di appassionarsi all’impegno civico, perché si ha insieme, come obbiettivo, un ideale più alto. Manca insomma una vera capacità democratica di individuare cosa è giusto fare e cosa non lo è. Questi anni che stiamo vivendo, sono il frutto di questa assenza collettiva di progettualità.

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Il Regno di Lo (Fino alla fine dell’uomo – Parte II)


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Il vertiginoso sviluppo della Cina, contamina inevitabilmente i più deboli tra i Paesi limitrofi che offrono un terreno fertile ad eventuali accordi per uno sviluppo congiunto. Per esempio il Nepal si infrappone tra due nuove superpotenze economiche, la Cina e l’India, orientandosi su una lingua di terra che segue da est a ovest, la catena dell’Himalaya.

E’ da anni che la Cina, facendo campo base sull’altopiano tibetano, preme sul confine nepalese per cercare un varco attraverso il tetto del mondo, per aprirsi sulla nuova potenza economica indiana.

All’atto pratico ciò che occorre è un sistema infrastrutturale che si dirami dalla Cina verso i territori del sud, scavalcando l’impossibile barriera “degli 8.000” Himalayani. Negli ultimi anni del 900, sono stati trovati dei valichi che potenzialmente offrivano la possibilità fisica di realizzare una strada carrabile, approdando sul confine Indiano, attraverso lo stretto stato del Nepal. Storicamente la strada è il primo segno di una volontà chiara di sviluppo e nel passato anche sinonimo di progresso.  La realtà oggi presenta un rovescio della medaglia.

Tra i pochi punti individuati per creare la nuova strada, fu scelto il piu praticabile. L’orografia del terreno poteva essere modificata, gli accordi tra i Paesi interessati, sanciti.

Rimaneva solo un problema da risolvere.

Il Regno di Lo. La potenziale via di comunicazione, entrando in territorio nepalese, penetrerebbe come un cuneo in uno dei patrimoni più preziosi dell’umanità.

Esiste un luogo incastonato tra uno dei territori più impervi del mondo, posto a oltre 4000 mt di altitudine chiamato oggi Mustang. Questa piccola parte di mondo trovò la sua identità oltre un millennio fa, quando alcune etnie tibetane si spostarono nel cuore dell’Himalaya provenendo dall’attuale Tibet e sconfinando nell’attuale Nepal. Si trattava di poche persone forse un migliaio, comandate da un re e da una regina che decisero di fermarsi e creare il loro luogo di permanenza lungo il fiume Kali Gandaki, in un fazzoletto di terra di circa 3.500 kmq, distribuendosi in piccoli villaggi fatti di poche anime e altrettante poche case realizzate con fango e paglia. Era il luogo ideale dove fermarsi, un piccolo altopiano tra alcune delle montagne più alte del mondo, dal Dhalaugiri 8167 mt. all’l’Annapurna 8091 mt., che offriva la giusta protezione e il minimo di terra fertile, nutrita dal fiume eterno.

In poco tempo il Regno di Lo venne istituzionalizzato e la popolazione si isolò nei secoli dal resto del mondo. Poiché l’accesso al regno è stato sempre di difficile percorrenza (unicamente a cavallo o a piedi) e trattandosi di poche persone pacifiche, anche nel 1951 quando divenne ufficialmente territorio nepalese e denominato Mustang, mantenne la sua identità istituzionale e lo stato di clausura antropologica. Questo isolamento volontario dalla civilizzazione ha concesso che si generasse un incubatore spontaneo, dimenticato dal mondo, nel quale si è preservata la cultura di quel popolo, congelandola al momento in cui formarono il loro regno e le montagne fecero da recinto, fermandola nel tempo in una sospensione mistica fino al 1992.

In quell’anno venne data dal Nepal la possibilità al turismo di nicchia di accedere al Regno, seppur in modo limitato (solo un centinaio di presenze all’anno e attraverso permessi speciali) dando avvio ad un inevitabile (programmato?) lento declino del Regno di Lo.

Fino a quel momento nel Regno, tutto ciò a cui si poteva ambire o era necessario non poteva che ricavarsi dalla terra, dagli animali e dallo spirito, dove i sudditi possedevano tutti una casa e un pezzo di terra. Dove il ritmo della vita era scandito dal sole e della luna, dall’inverno e dalla primavera e soprattutto della preghiera. L’idea del luogo segreto, di pace e felicità, così come rappresentato da Frank Capra nel film Orizzonte perduto, trova senso in quello che doveva essere il Regno di Lo fino a qualche decennio fa.

Un paradiso segnato però da quella che un tempo si chiamava “semplicità” e che oggi alcuni confondono con la povertà, e dalla durezza delle condizioni di vita in alta quota per tutti i suoi abitanti (oggi circa 15.000 incluse le etnie nepalesi).

Questo lento processo di apertura al mondo, vede negli ultimi anni una rapida evoluzione, oggi l’accesso al Mustang è ancora limitato al turismo di massa, ma i permessi d’ingresso sono aumentati fino ad oltre un migliaio all’anno.

Come risultato, l’identità culturale e l’antico retaggio della popolazione si sono notevolmente disgregati.

Nel 2009 quando ebbi occasione di accedere al Regno di Lo, camminai due settimane per oltre 250 km e dovetti scavalcare valichi in alta quota per arrivare a Lo Manthang, ultimo villaggio fortificato tibetano di cui si ha conoscenza, con alcuni dei più importanti templi del buddhismo himalayano, dove ancora oggi risiede il Re. Già allora trovare un caterpillar a oltre 5.000mt di quota fu uno shock. Oggi sapere che quello stesso tragitto si può percorrere in jeep in poche ore di viaggio mi lascia uno strano sentimento addosso.

Jigme Parbal Bista l’anziano re dell’antico Regno di Lo, che per quanto oggi rappresenti solo una figura simbolica, alla mia domanda su cosa ne pensasse della nuova strada, ha alzato le spalle e fatto un sorriso, non una parola, solo due occhi lucidi.

Il problema del regno di Lo era quindi stato risolto.

Non voglio pensare che sia stata una subdola manovra studiata a tavolino, ma sta di fatto che oggi è in corso di costruzione la parte finale di una pista che attraverserà il Mustang dal confine cinese fino a Jomson, aprendo l’importantissimo passaggio nell’Himalaya, tra l’India e la Cina. Tutto come se fosse la naturale evoluzione delle cose, con una stridente rassegnazione da parte di un popolo che fino al 1992 viveva isolato dal mondo e che oggi già ambisce ad avere un cellulare ed una televisione.

La nuova via di comunicazione voluta dal governo cinese, nepalese e indiano da una parte contribuirà al progresso economico dei Paesi, dall’altra esporrà le comunità locali a quella forma di globalizzazione che a mio avviso non potrà essere sostenuta in un processo di evoluzione così rapido. La velocità con cui questa popolazione si vedrà proiettata nella “civiltà” alla quale si era negata per secoli non potrà che avere un solo effetto che disgregherà, dissolvendola, una delle ultime culture del nostro passato che ancora vale la pena preservare e che rappresenta una tra le più preziose ricchezze dell’Umanità a cui si può ambire.

Marco Splendore

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Fino alla fine dell’uomo


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Nel mio ultimo viaggio in Cina ho avuto occasione di esplorare una parte di mondo che attraversa oltre 1,5 milioni di km quadrati, di territorio cinese da est a ovest, da Beijing a Zhangye, passando per il cuore geografico dello stato.

In passato avevo già avuto occasione di visitare alcuni tratti di questo vasto territorio, ma rimanendo sempre in zone circoscritte.

Questa volta, a distanza di anni, ho avuto occasione di avere una visione aggiornata e di insieme di questo enorme fetta di mondo.

Quando fu fondata la Repubblica Popolare Cinese sei decenni or sono, la popolazione era locata per il 90 % nelle campagne e la rimanenza in centri urbani di piccole dimensioni, dove le città più grandi contavano pochi milioni di abitanti. Oggi il rapporto ha superato la soglia del 50% in favore dei centri abitati,  Pechino ha oltre 20 milioni di abitanti, Shanghai quasi 24.

Nel resto del mondo questo tipo di cambiamento ha richiesto secoli, consentendo una più coerente crescita del sistema culturale e sociale, insieme allo sviluppo tecnologico.

La politica di sviluppo della Cina, prevede di spostare nelle città 310 milioni di persone entro il 2030. Da come costruiscono sembra che i programmi mirino a numeri ben più alti. In venti anni prevedono quindi di avere il 70% della popolazione residente nelle città.

Si è innescata quindi una frenetica corsa edificatoria, che genera una situazione già vista (almeno ai nostri occhi, ma credo che il governo Cinese stesse facendo altro in quel periodo) negli Usa nel 2008 e in Spagna, con tutte le conseguenze disastrose a livello globale, che conosciamo.

Nei numerosi centri abitati che ho attraversato, dove la matrice rurale è ancora presente nella struttura urbana, si vedono elevare, quasi a fortificazione del perimetro, una cortina di scheletri di cemento alti oltre 100 metri, a mazzette di dieci, quindici, venti torri affiancate, ripetute in lotti non molto distanti l’uno dall’altro. Torri tutte uguali. Tutte desolatamente vuote, anche quelle finite. Questo scenario si ripete in tutte le aggregazioni urbane da est a ovest, considerate strategiche dal punto di vista geografico. Da lontano l’impressione è questa, ma da vicino è anche peggio.

Le nuove strade urbane si aprono su prospettive inquietanti con enormi viali oggi desolati ma che domani potranno ambire solo ad uno scenario peggiore, immaginandosi lo stato del traffico che oggi degenera nelle grandi metropoli cinesi. Le cortine di edifici si dispongono lungo questi enormi assi infrastrutturali come fantasmi di se stessi, mentre a terra enormi cartelloni pubblicitari, mostrano una futura realtà che nulla ha a che fare con le premesse edificate. La qualità delle opere eseguite risulta essere pessima, rendendo ancora più deprimente lo scenario urbano che si sta delineando nelle, sempre più tutte uguali, nuove città cinesi. La popolazione che viene spostata dalle campagne nelle città viene oggi prevalentemente impiegata nel settore edilizio. La manovalanza impiegata nella costruzione degli edifici risulta essere senza competenze specifiche, pertanto la cura nell’esecuzione delle opere, specialmente in quelle di finitura, è assolutamente assente. Si generano quindi migliaia di edifici di oltre 35 piani, che alla fine della loro costruzione risultano già bisognosi di manutenzione, altro concetto assolutamente assente in questa nuova politica di (in)evoluzione.

Non rimane che chiedersi, verso quale futuro si sta proiettando lo sviluppo cinese. Se la bolla edilizia resisterà, se questa follia urbanistica eluderà lo spettro dell’implosione economico/finanziaria legata al mercato immobiliare, avuta con l’esperienza USA e quella spagnola, allora si dovrà fare i conti con una nuova problematica mai affrontata prima. Lo sviluppo socio culturale di una popolazione di  1 miliardo e 400.000 anime che cresceranno in città che già oggi sembrano paradossalmente essere sopravvissute alla fine improvvisa dell’Uomo.

Marco Splendore

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IAC


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Nel lontano 2007, veniva assegnato il primo premio del concorso “Progettazione e ristrutturazione del comparto Masseria, Istituto Agrario Cantonale, a Mezzana (IAC)”. Oggi questo edificio è una realtà, infatti si stanno completando i lavori.

Il progetto è degli architetti : Mario Conte, Gionas Pianetti, Michele Zanetta architetti di Lugano Carabbia. Un edificio caratterizzato dai grandi setti in terra, dal cor-ten, da grandi vetrate che si aprono sulla campagna e le viti circostanti.

Quasi non la si nota, questa architettura, dalla strada cantonale Chiasso-Mendrisio, eppure questa “corte non chiusa”, una volta disvelata, rivela tutta la sua forza paesaggistica, la sua “giustezza” con cui si colloca sul suolo inclinato, splendidamente contornata da magnifici vigneti.

il suolo esprime continuamente, nella sua duplice e inscindibile connotazione geografica ed umana, un serie di informazioni, non soltanto geometriche e formali , ma anche storiche e culturali. La lettura di tali informazioni, avviene nel progetto dello IAC in maniera scientifica, elaborando dati di varia natura .

Il progetto è uno strumento di ricognizione e la scoperta del terreno (del suolo, dell’orografia) è il momento decisivo del percorso nel quale intuizione e invenzione possono avere un peso diverso, ma comunque interagiscono. Il risultato architettonico qui a Mezzana è particolarmente riuscito.

http://www.behance.net/gallery/PROG-2007-scuola-agraria-IAC-mezzana/5301685

Anche quest’anno ci sarà, a fine settembre (27 – 28 – 29), la Sagra dell’Uva del Mendrisiotto, con apertura di cantine ed eventi, un’ottima occasione per fare il pieno, non solo di benzina, ma anche degli ottimi prodotti locali, di “ameni paesaggi” e di eccellenti architetture. Il tutto a soli 50 chilometri da Milano.

Quì una mappa che localizza l’edificio

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OPorto poetic


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41 progetti di architettura in mostra, 215 pezzi di design, 540 fotografie d’autore, 28 filmati in proiezione, tantissimi plastici, schizzi e disegni originali. Questa è la mostra “Porto poetic” che si tiene alla Triennale di Milano (http://www.triennale.it/en/), sotto l’egida dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Portoghese e la collaborazione del Canadian Centre for Architecture (CCA) e del Museum of Modern Art  (MoMA). Il tutto dal 12 settembre al 27 ottobre 2013.

La bellissima mostra, narra le vicende architettoniche di Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura, e di tutta la Scuola di Oporto (come si scrive in italiano) negli ultimi decenni, dalla rivoluzione dei garofani (http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_dei_garofani) all’oggi, dimostrando con i materiali, la forza dell’architettura pensata, poetica. Ma soprattutto l’eccezionalità comunicativa e la forza rivoluzionaria, del “disegno che si fa realtà spaziale”.

Scrive Alvaro Siza in “L’importanza di disegnare” (Skira, 1997) . “Il disegno è una forma di comunicazione con l’io e con gli altri. Per l’architetto, è anche, tra i tanti, uno strumento di lavoro, una forma di apprendere, comprendere, comunicare, trasformare: una forma di progetto. L’architetto potrà utilizzare altri strumenti; ma nessuno sostituirà il disegno senza qualche perdita, nemmeno il disegno sostituirà quello che appartiene agli altri. La ricerca dello spazio organizzato, l’approccio calcolato di quello che esiste e di quello che è desiderio, passano attraverso le intuizioni che il disegno introduce immediatamente nelle più logiche e partecipate costruzioni, alimentandole e alimentandosene. Tutti i gesti (anche il gesto di disegnare) sono carichi di storia, di incosciente memoria, di incalcolabile, anonima sapienza. E’ necessario non trascurare l’esercizio, perché i gesti non si contraggano, e con essi il resto.”

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