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# Architettura

La “funzione ibrida” e complessa


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L’ingresso del Labirinto della Masone

Ho conosciuto, ed apprezzato Franco Maria Ricci molti anni fa quando a Milano si occupava della rivista FMR (acquisita nel 1994 dal Gruppo Art’è). Oggi che è diventato anche un “progettista di architettura e paesaggi”, mi è sembrato giusto andare a vedere ciò che aveva combinato a Fontanellato (Parma), dove da anni , nella sua tenuta di campagna, insieme agli architetti Pier Carlo Bontempi e Davide Dutto, si era ritirato a realizzare un “Parco culturale”.

Fontanellato, per me è sempre stata, fin da piccolo quando mi ci portavano i miei genitori passando per andare a trovare i parenti (mia nonna paterna Italina era di Fornovo Val di Taro), la Rocca Sanvitale, con la sua “camera ottica”, gli affreschi del Parmigianino e gli angiolotti cicciottelli. Ma soprattutto l’immancabile “Torta fritta” (o gnocco fritto, che dir si voglia) con il Culatello di Zibello ed il burro.

Il Labirinto della Masone è a sud di Fontanellato a circa 5 chilometri; perso nella bellissima campagna parmigiana, dove l’agricoltura ancora, segna con prepotenza il paesaggio.

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La campagna circostante vista dalla Torre di Osservazione del Labirinto della Masone

Quì il Ricci ha voluto creare un epicentro culturale, la sua Fondazione, ma soprattutto una di quelle “funzioni ibride” e complesse, che stanno alla base dello stimolare l’interesse per i luoghi, da parte degli esseri umani. All’ingresso del Labirinto c’è un bar/ristorante e un bookshop dove, oltre a libri e gadget, forse in futuro si potranno acquistare Culatello e Parmigiano Reggiano, di certo per ora le informazioni sul bambù (tipologie, caratteristiche, ecc.) dei numerosi giovani guardiani del Labirinto sono scarse. Al piano superiore si sviluppa la galleria-museo dove Ricci ha sistemato la sua collezione di 450 opere tra sculture e quadri, la maggior parte risalenti al Settecento e al primo Impero, busti e ritratti soprattutto. E quasi tutti i volumi di Giambattista Bodoni che Ricci ristampò in un formato raffinatissimo nel 1963. C’è anche spazio per mostre temporanee, oggi dedicate ad Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi, con il titolo “Arte e Follia”.

Quì sotto il link ad una mappa dei luoghi

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kAY9oLV7Cuss&usp=sharing

E poi, soprattutto, c’è il Labirinto di Bambù, uno spettacolo in cui perdersi, con oltre 20 tipologie diverse di piante, con al centro una grande piazza porticata con : suite, sale per eventi, una cappella piramidale.

Il tutto in mattoni “faccia a vista”, rigorosamente fatti a mano. Il “Parco Culturale” ha aperto il 29 di maggio 2015.

Quì sotto il link ad alcune immagini del sopralluogo effettuato

Che dire, nel nulla, un privato fa un investimento considerevole, probabilmente discutibile dal punto di vista dell’architettura (sembra troppo legata ad una rivisitazione storica che ricorda tanto il Post-Modern – http://it.wikipedia.org/wiki/Architettura_postmoderna), non certamente per la “funzione ibrida” e complessa che si è voluta insediare. Ormai le funzioni tradizionali “canoniche” : residenza, alberghi, terziario, ristoranti, commercio, ecc., sono morte, bisogna guardare ad altro e Ricci (che ha un grande fiuto imprenditoriale) è certamente sulla strada giusta. In un sabato anonimo di un giugno tra i più caldi e torridi a memoria umana (36 gradi in loco, 55% di umidità), la presenza di visitatori era consistente, nonostante il costo del biglietto abbastanza alto (18 euro a persona). Probabilmente nelle “funzioni ibride” e complesse sta anche il rilancio dell’edilizia e del turismo italiano, attraverso la valorizzazione del paesaggio e dell’architettura esistente e nuova. Basta avere le idee giuste.

Architettura, arte dei giardini, attività museali, bibliofilia, cultura, editoria, enogastronomia, ecc. quì a Masone si fondono a rappresentare (ed elevare) un paesaggio eccellente quale è quello parmigiano. La scommessa sarà vinta se, una volta passata la novità, tale luogo saprà continuamente rinnovarsi e generare attrattività ed interesse.

http://www.labirintodifrancomariaricci.it/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Serial Classic


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Pannello argentato del Podium

«Siamo convinti che la cultura sia profondamente utile e necessaria. Oltre che coinvolgente e attrattiva. Deve arricchire la nostra vita quotidiana, aiutarci a capire i cambiamenti che avvengono in noi e nel mondo», dichiarano alla Fondazione Prada. Ed in effetti da una settimana in Largo Isarco 2 a Milano (al di là dei Binari dello Scalo Lodi) una ex distilleria, “manomessa” con sapienza dallo Studio OMA, si è trasformata in un epicentro della cultura internazionale (frequentatissimo). Costi e conti economici probabilmente “indicibili” per l’intervento, in corso da lustri.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kVUUNAUP5ldg

Dieci edifici, restaurati e proiettati nel futuro dal gruppo di architetti olandesi capitanati da quel “satanasso” di Rem Koolhaas (Remo Kollasso), contenenti altrettante mostre (19.000 i metri quadrati di cui 11.000 per esposizioni) si mostrano al pubblico per 10 euro.

Oro (18 carati in foglia) ed argento (800 o alluminio?), costosissimo tavertino iraniano, specchi ed intonaci……vecchi gelsi, un fico, un tiglio, una grande cisterna, una torre ancora in costruzione, titillano il fruitore di questo spazio (con tante occasioni di sosta sia all’interno che all’esterno), oltre al bar (Bar Luce in stile milanese taroccato di Wes Anderson), al cinema, al podium alla biblioteca, agli spazi bimbi, ecc.; inoltre al di là della strada, è utilizzabile anche un comodo parcheggio gratuito. Materiali vecchi e nuovi, architetture antiche e modernissime: si confrontano, si fondono, si ibridano.

Poi ci sono le mostre con installazioni di : Roman Polanski, Robert Gober (quello della Madonna del Schaulager a Basilea), Damien Hirst, Lucio Fontana, ecc., che qui, in un’area industriale dismessa, come succede da decenni in Europa ci “stanno da Dio”.

Vera e propria “chicca” è la mostra curata da Salvatore Settis, Anna Anguissola e Lucia Franchi Vicerè, “Serial Classic”, dove si riflette sul concetto di “copia seriale” nel mondo classico. Quì si esplora, in maniera colta ed intelligente l’arte greca e quella romana, indagando il rapporto ambivalente tra originale e sua imitazione, creando un ponte tra l’antico e la comprensione contemporanea dei concetti di : replica, appropriazione, imitazione, serialità, ecc.. Mostra moooooolto ghiotta.

Qui il link alle immagini della Fondazione Prada Milano

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Haunted House rivestita in Lamina d’oro

Melano Memories


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Nicola Baserga e Christian Mozzetti

Cosa è una “buona architettura” : è un edificio che, oltre a rispondere al programma funzionale, riesce attraverso la composizione delle facciate, i materiali, la disposizione planimetrica, ad esprimere “bellezza”.

Come scrive Alberto Campo Baeza, nel suo bel libro : “L’idea costruita” (Edizioni  LetteraVentidue, 2012) – L’Architettura deve offrire all’uomo quel “qualcosa in più”, misterioso però concreto, che è la Bellezza. La Bellezza intelligente che è la conseguenza di opere che sono idee costruite. Qualcosa di più, molto di più, che la mera costruzione. – 

Ecco l’edificio commerciale ed amministrativo di Melano (Svizzera), opera di Nicola Baserga e Christian Mozzetti, ha tutte queste caratteristiche. E’ inoltre un’operazione interessante di collaborazione e sinergia tra pubblico e privato.  Costato 6,1 milioni di Franchi, il nuovo centro amministrativo (900 metri quadrati in pianta) che il Comune di Melano ha costruito lungo la strada cantonale, ha la particolarità che conterrà al pianterreno un centro commerciale della Migros. L’affitto servirà così a finanziare l’opera dove al piano superiore si insedieranno i nuovi uffici comunali, in una struttura complessivamente comunque flessibile. L’edificio è eco-sostenibile e sul tetto ha un impianto fotovoltaico. Meravigliosa l’enorme porta in rovere, dell’ingresso della parte amministrativa.

Qui sotto il link con le foto dell’edificio

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Il Sindaco di Melano che indica il terreno vuoto in cui è stato costruito l’edificio

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Englih version (Abstract)

What is a “good architecture” is a building that, in addition to responding to the functional program, succeeds through the composition of the facades, the materials, the ground plan, to express “beauty”.

As written by Alberto Campo Baeza, in his book: “The idea built” (LetteraVentidue Editions, 2012) – The Architecture must offer man that “something more”, mysterious but real, that is Beauty. The Intelligent Beauty which is the result of works that are built ideas. Something more, much more, than the mere construction. –

Here is the commercial building and administrative Melano (Switzerland) by Nicola Baserga and Christian Mozzetti, has all these features. It ‘also interesting task of collaboration and synergy between public and private. Cost 6.1 million francs, the new administrative center (900 square meters in plan) that the City of Melano built along the main road, has the peculiarity that will contain the ground floor of a shopping center Migros. The rent will serve well to finance the work where the upper floor will settle the new municipal offices, in a total still flexible. 

Un museo ed una “scatola vuota”


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IL MUSEO – Il lavori di realizzazione del progetto di ristrutturazione e rifunzionalizzazione del Museo Egizio di Torino (che è avvenuta senza chiudere completamente il museo), è opera del raggruppamento Isolarchitetti – http://www.isolarchitetti.it/ . Costo dell’intervento 50 milioni di euro. Conclusione lavori prevista nel 2013, inaugurato il 1 aprile 2015.

Il Museo egizio di Torino, è considerato, per il valore dei reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo. Il museo è stato, nel 2013, l’ottavo tra i siti statali italiani più visitati, con 540.297 visitatori e un introito totale di 1.698.350,50 Euro.

Il progetto di ampliamento (raddoppiata la superficie) sembra coerente a creare un’amalgama con l’esistente ed a fare un’operazione di marketing culturale. La prima giornata di visita era completamente gratuita.

Il 6 ottobre 2004 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali conferì in uso per trent’anni i beni del Museo ad una apposita fondazione, la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. Presidente Evelina Cristillin, Direttore del museo  Christian Greco (egittologo, e docente) è molto bello, e si integra perfettamente con il museo e l’edificio esistente. Il percorso di visita è chiaro e semplice, l’interattività accattivante e coinvolgente.

E’ qui evidente che la capacità manageriale (tecnica, economica, ecc.) di chi progetta e gestisce il museo è riuscita a fare un’opera mirabile che sicuramente incrementerà ulteriormente i visitatori e l’attrattività complessiva del museo, proiettandolo soprattutto sul panorama internazionale, ai più alti livelli.

Quì sotto il link ad alcune immagini del Museo Egizio di Torino

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-egizio-di-torino/

LA SCATOLA VUOTA – il Museo delle culture extra europee di Milano (MUDEC) – http://www.mudec.it/ita/ , ha avuto un percorso sofferto durato 15 anni a partire dagli anni Novanta ed una spesa si oltre 60 milioni di euro. Il progetto è dell’architetto inglese David Chipperfield – http://www.davidchipperfield.co.uk/ , che vinse il concorso internazionale allora appositamente predisposto.

Intanto, c’è un dato che è incontestabile: il chiacchierato pavimento del nuovo polo espositivo è tutt’altro che perfetto. Macchie, scheggiature, sovrapposizioni e difetti cromatici sono evidenti. Come sono evidenti le sbrodolature sulle boiserie lignee degli acidi utilizzati per cercare di “pulire” le pavimentazioni. Tali “difetti” inaccettabili per un’opera di tale portata hanno allontanato il progettista dalla committenza, tanto che Chipperfield non era presente all’inaugurazione avvenuta in tutta fretta il 27 marzo 2015.

Due le mostre inaugurate “Africa. La terra degli spiriti” e “Mondi a Milano”. La prima è una mostra monumentale e “pallosa” dedicata all’arte africana, dal Medioevo a oggi, con oltre 200 pezzi esposti. La seconda racconta al pubblico come la città abbia accolto e divulgato al grande le diverse culture non europee nel corso dei suoi più importanti eventi espositivi: dalle mostre di arti industriali nella seconda metà dell’Ottocento, concepite alla stregua delle Esposizioni Universali, fino alla loro riformulazione nelle Biennali e Triennali degli anni Venti e Trenta del Novecento.

Il percorso museale, ancora mancante dei reperti permanenti, studiato appositamente per la coincidenza con Expo 2015, appare fragile ed incongruente. Sicuramente costoso per il 15 euro del biglietto d’ingresso.

Per chi ha visto altri musei delle culture extra europee, come ad esempio il “Musee quai Brandly” a Parigi di Jean Nouvel  http://www.quaibranly.fr/ ; o il “Museum der Kulturen” a Basilea di Herzog & De Meuron – http://www.mkb.ch/de/programm.html , forse l’ex Ansaldo non era per localizzazione, il luogo più adatto ad una tale tipo di museo. Probabilmente una gestione più manageriale della cultura milanese avrebbe sensatamente qui localizzato un museo “importante” del Design (Il Fuorisalone nella “Milan Design Week” ha qui in via Savona una delle sue location principali) che tanto manca a Milano, certamente non appagata dal piano nobile della Triennale disegnato da De Lucchi – http://www.triennale.org/it/triennale-design-museum .

Certo oggi il MUDEC milanese appare come un’enorme vaso Savoy di “Aaltiana memoria”, molto simile una scatola vuota………Vuota soprattutto di idee.

Quì sotto il link ad alcune immagini del Museo delle Culture di Milano

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-delle-culture-extra-europee-mudec-di-milano/

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Tomoaki Uno


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http://www5b.biglobe.ne.jp/~arch-uno/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Gli interni della follia


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OLYMPUS DIGITAL CAMERALa Luce rivela che l’uomo è straniero a se stesso. E poichè non si conosce, compie atti che non doveva compiere – il primo, che tutti comprende: nasce e non avrebbe dovuto“.
 

Il bellissimo (e ostico) libro di Massimo Cacciari, “Dallo Steinhof – Prospettive viennesi del primo Novecento” pubblicato per Adelphi nel 1980, e più volte riveduto ed integrato, fino alla sontuosa edizione del 2005, può essere così riassunto in breve. Su una collina che guarda Vienna sorge la Chiesa dello Steinhof costruita dal 1904 al 1907 sul terreno dell’ex-manicomio della Bassa Austria, sede attuale dell’ospedale psichiatrico della Città di Vienna. Tale edificio è un’opera architettonica fondamentale dello stile Liberty viennese, opera di Otto Wagner.

Nello spazio raccolto della sua cupola (dorata), ci rivela Cacciari, si incontrano “forze oscure” che riescono, solo qui a ritrovare un punto di contatto tra cosa è “follia” e cosa è “normalità”. Uscendo dallo spazio della chiesa lo sguardo si perde in un paesaggio di “perfezione infinita” e di “follie interminabili”: Vienna. A questa città, e a certi memorabili “uomini mirabili” che vi abitarono nei primi anni del secolo scorso, è dedicato questo libro.

Il filosofo ci accompagna a rivisitare le opere e la vita di uomini viennesi quali : Robert Musil, Hugo von Hofmannsthal, Joseph Roth, Georg Trakl, o Ludwig Wittgenstein. Dallo Steinhof, secondo Cacciari si riesce a trovare “un centro comune, un centro però vuoto, dove non risiede una verità da trasmettere, tutt’al più un’assenza”. E di ciò fa parte integrante : la letteratura, il teatro, l’architettura e tutto quanto generano gli esseri umani, che sia in grado di “resistere” alla loro inevitabile caducità.

Ecco entrare in una casa dove risiede un folle, un ammalato di mente, inevitabilmente porta a confrontarsi con ciò che è giusto e ciò che è errato, su come, per “utilità e raziocinio” noi “normali” ci siamo dati come regole condivise. Se queste sono giuste o sbagliate.

Gli interni, più che gli esterni, rappresentano benissimo queste due “posizioni estreme”, che poi si riversano in precisi atteggiamenti e formalismi architettonici. Oggi probabilmente, proprio l’architettura minimale degli interni, diventata un riferimento stilistico disciplinare, palesa forse, una follia diffusa, che ormai pervade l’intera umanità.

Ad architetture asettiche, “chirurgiche”, con soggiorni che sembrano delle reception di hotels, cucine e bagni luoghi assimilabili a sale operatorie per anatomopatologi: sempre più frequentemente, i mezzi di informazione disvelano situazioni reali limite, dove gli interni sono utilizzati quali discariche e/o depositi per collezioni interminabili di oggetti più o meno ordinati. Oggetti che saturano gli spazi interni, fino ad escludere quasi totalmente la possibilità che possano risiedervi gli esseri umani.

Interni che, sempre più spesso, diventano i luoghi di efferati omicidi e/o suicidi, probabilmente intimamente correlati anche allo stato delle architetture interne ed esterne che oggi siamo in grado di proporre come società (e noi architetti).

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Il Grande Coniglio


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Il concorso internazionale per il “Padiglione dell’infanzia” all’ombra dei grattacieli del progetto Garibaldi/Repubblica, giunge ad una prima “tappa di valutazione”, selezionando i 10 partecipanti alla seconda fase.

Un concorso di idee a livello  internazionale completamente aperto, troppo aperto, cui hanno partecipato 313 studi professionali da tutto il mondo per realizzare 500 mq di superficie lorda di pavimento in un luogo di risulta, assolutamente “infelice”, tra un parcheggio multipiano, l’ombra dei  grattacieli e degli svincoli. Una marginalizzazione dell’infanzia e dei disabili, all’interno di un Giardino degli Alberi, enorme, che avrebbe consentito ben altre centralità.

Là dove ci sarebbe voluto un concorso “a chiamata” per impreziosire uno di quegli “spazi inutili” ritagliato nel nulla, ecco invece che il Comune di Milano (sostenuto ovviamente dall’Ordine degli Architetti di Milano) attua il parto dell’ennesimo topolino, un concorso aperto, anzi “apertissimo”. Diremmo noi di massa.

Molti architetti, letto il bando di concorso, hanno palesato le loro rimostranze con lettere inviate al Consiglio di Zona 9, lettere al Sindaco, e tanti post negativi in rete. Tanti architetti, per i motivi sopra descritti, non hanno partecipato.

Il risultato sarà “pessimo”, vista l’area di ritaglio (“impestata” da impianti, pozzetti, tubazioni e trovanti) messa a disposizione. Vedremo alla fine del secondo grado, quale architettura sarà in grado di “salvare” un luogo infimo .

Pensare che da un concorso di architettura internazionale siffatto, in un’area così brutta e “bastarda”, nasca la soluzione di tutti i problemi dell’infanzia e della disabilità, grazie alla “potenza” dell’architettura, lo può elaborare solo la mente “insana” di questa giunta meneghina, capitanata da un uomo “gentile”, ma sicuramente senza qualità.

Nasce da qui l’esigenza di un “coniglio rosa” di una provocazione architettonica che restituisca all’architettura una sua valenza critica, una sua dignità. Un’architettura che non sia semplicemente il posizionamento di una “toppa politica”, là dove l’incapacità ha raggiunto livelli  altissimi. Un partecipare, quindi, a testimonianza dello “stato delle cose”, a Milano,  a quattordici mesi dall’Expo 2015.

Questo concorso avviene, mentre l’architettura milanese “muore”, tra un parco di invenduto ormai enorme, ed il tentativo di completare, in pochissimi mesi, tutte quelle “promesse”, che dovevano costituire l’adeguato contorno della manifestazione “Nutrire il pianeta, energie per la vita”. Probabilmente, anche i 20 milioni di turisti previsti tra maggio ed ottobre 2015, costituiranno l’ennesimo esercizio di “distrazione di massa”, una promessa che tenga in alto gli animi del settore, e non faccia prefigurare un probabile “fiasco annunciato”.

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Pit Stop


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Sergio Cattaneo Architetti ha elaborato il progetto del nuovo Easy Stop, che si trova a Coldrerio in direzione nord sull’autostrada Svizzera, che da Chiasso conduce a Mendrisio. Si tratta di un progetto di ristrutturazione di una struttura esistente, un’opera di “pelle” intelligente e colta, che si può apprezzare soprattutto negli interni, che sono molto curati con ampio uso di corian bianco : tavolini, bancone bar, ecc.. Tale materiale e un’attenta gestione delle aperture, consente una luminosità che conferisce agli ambienti interni, quell’accoglienza che è ormai un fatto consolidato nelle aree autostradali svizzere dedicate al “pit stop”. Carine anche le aree dedicate al wi-fi gratuito, con tablet a disposizione degli avventori e l’ampia area esterna a foggia di gradevole terrazza schermata dal rivestimento metallico microforato. Di ottima qualità i prodotti venduti sia al banco del bar, sia nel piccolo negozio. Rallentare, scalare le marce per provare a vedere se così si vive meglio, è quello che di fatto ci suggerisce questo intervento di architettura di supporto al viaggiare in auto, a lato di una delle autostrada più trafficate d’Europa. E questa è già una conquista importante per un’intervento così piccolo e minimale.

Quì una mappa con la localizzazione dell’Easy Stop

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Inserire il titolo quì……..


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Ed eccoci di nuovo nell’imminenza del solstizio d’inverno, in cui le ore di luce del giorno, sono infinitamente minori di quelle della notte. Eccoci di nuovo a fare i conti con le Feste di Natale e con l’avvento dell’Anno Nuovo. Il tutto però quest’anno avviene, quasi in maniera sommessa e triste. Noi italiani, infatti siamo ormai da anni colpiti da una crisi economica e di valori strisciante e sordida, che sicuramente si protrarrà ancora per molto tempo. L’edilizia langue, così come moltissime altre attività, mentre i disoccupati e chi oltrepassa la soglia della povertà, continuano ad aumentare.

Chi ci governa attualmente, disegna in maniera ottimistica, la possibilità di un miglioramento imminente della situazione generale, mentre altri, probabilmente con più buon senso, vedono ancora un futuro a tinte fosche. Il tutto avviene in maniera quasi surreale, perseguendo il solito “ondivaghismo italianota”, che tanto danno ha creato nel passato, ed a cui, tutti siamo incapaci a porvi rimedio.

L’architettura italiana langue anch’essa, tra le esigenze di una “truppa di giovani architetti” sempre in costante crescita, ed un mercato del lavoro sempre più compresso e “stitico”.

Anche dal punto di vista del linguaggio, l’architettura italiana, sembra come imbrigliata su delle posizione marginali ancora troppo legate alle poetiche di chi ha oggi più di settanta anni, o comunque sulla ripetizione di linguaggi già ampiamente consolidati altrove.

http://www.festadellarchitetto.awn.it/vincitori.php

Sembrano temi irrisolvibili, ed infatti molto probabilmente lo sono, in una nazione che è incapace di tracciare in maniera chiara e netta la traiettoria del proprio futuro.

Non ci resta quindi che rifugiarci nella capacità messianica di quel Babbo Natale di Haldenstein, che più passano gli anni e più sembra un vero e proprio “santone” di una comunità religiosa, in grado di vedere nel “fluidum temporale”, lento e denso, quale sarà il vero futuro dell’architettura. Chissà, magari lui, che non ha mai costruito nulla in Italia, saprà leggere nella “palla magica” il destino dell’architettura di questo balzano Paese.ZHT copia copia

http://zumthor.tumblr.com/

Però ho come il sospetto che, silente, ci punterà il dito contro evidenziandoci  innanzitutto, l’ovvia realtà che non vogliamo vedere: i primi colpevoli di questa situazione siamo noi Architetti/Cittadini, incapaci di “scegliere” o di ribellarci in maniera costruttiva a questo stato delle cose.

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