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Dasir

La Passeggiata


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“Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. Sulle scale mi venne incontro una donna dall’aspetto di spagnola, di peruviana o di creola, che ostentava non so quale pallida o appassita maestà. Per quanto mi riesce di ricordare, appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in un disposizione d’animo avventurosa e romantica, che mi rese felice. Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi così bello come se lo vedessi per la prima volta.” Robert Walser – La passeggiata – Adelphi 1976

Se vi capita di andare a Merano, non potete mancare l’occasione di fare un piccola passeggiata. L’ideale è di pranzare alla Birreria Forst, in via Venosta 8 a Lagundo/Foresta.

http://www.forst.it/it

Quì dopo aver assaporato la deliziosa birra prodotta in loco (Premium, Kronen, Sixtus, ecc.), magari accompagnata dal piatto del Mastro Birraio (mezzo stinco di maiale, salsicce, canederli, crauti e rafano), vi troverete nelle condizioni ideali per fare una “digressione paesaggistica”. Dal retro della Birreria, presa la Untergandlweg, sarete accompagnati tra i campi di mele, al primo incrocio prendete a destra la Pendlerweg, dove, sempre tra i meleti, potrete godere di un paesaggio maestoso, con sapienza, nel corso del tempo, antropizzato a scopi alimentari. Dopo circa 200 metri affronterete un ameno ponticello in legno (esclusivamente pedonale), che attraversa il fiume Adige. Da quì muovendo, prima per via Mercato, poi per la strada Provinciale n° 52, ed infine per via Peter Thalguter, arriverete, dopo circa un chilometro, nel centro di Lagundo, precisamente in località Riomolino, in prossimità della Chiesa Parrocchiale di Lagundo (intestata a San Giuseppe). Architettura mirabile, il cui riferimento paesaggistico è dato dall’altissimo campanile (oltre 70 metri), che si rifà alla tradizione altoatesina dei landmark di carattere religioso.

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La Chiesa Parrocchiale di Lagundo, è stata realizzata su progetto dell’architetto Willy Gutweniger e di sua moglie Lilly, negli anni tra il 1966-1971, i quali hanno proceduto, in base all’attento controllo di un’apposita commissione parrocchiale. La Chiesa che ammicca all’architettura storica delle chiese altoatesine (soprattutto negli esterni), costituisce anche uno di quei rari esempi, in cui la metafora dell’architettura organica e quella dell’architettura razionale, si fondono, in una infinità di schemi compositivi e di dettagli. Si consiglia vivamente, quindi, di prendersi tempo a sufficienza per visitare la Chiesa (soprattutto negli interni), per apprezzarne la complessità, e riuscire a carpire i segreti del linguaggio simbolico di questa costruzione religiosa, che anche si rifà alla tradizione architettonica altoatesina. Il cemento armato a vista, il metallo, si alternano, alla pietra ed all’intonaco grezzo: spesso le citazioni evidenti di Le Corbusier e Frank Lloyd Wright, sembrano fondersi in dettagli che richiamano decisamente al migliore Carlo Scarpa. L’impianto planimetrico è dichiaratamente impostato sul richiamo di forme esagonali, a navata unica, con un’acustica perfetta. Magnifico l’altissimo campanile, che indica con uno slancio moderno il cielo. Maestose le vetrate, realizzate da artisti che in molti punti hanno costruito dei veri e propri “racconti” di trasparenze colorate.

Una piccola passeggiata “enogastronomopaesaggistica”, che risulta deliziosa in qualunque stagione, ma che dà il meglio di sé durante la fioritura dei meli.

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Natale alla Bovisa


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Il tessuto urbano della Bovisa è flagellato da una cacofonia di edifici esistenti, distonici tra di loro, ed i nuovi  interventi “casuali” (spesso di terziario vuoto, ed invendibile) male inseriti in quello che dovrebbe essere un paesaggio urbano storico da tutelare, simbolo della industria milanese, che ormai non è più, aggiunge tristezza ad un Natale, che tutti percepiamo, come greve. La Bovisa dovrebbe essere un quartiere progettato e ragionato, se non altro per il “peso” di inquinamento lasciato alle generazioni attuali ed a quelle future, dall’industria (nel terreno), ma invece, questa progettualità, non è. L’occasione delle aree dimesse da riqualificare, non è stata colta, qui alla Bovisa, manca un disegno virtuoso complessivo, che generi un paesaggio nel solco dell’immaginifico passato, o una valida alternativa ad esso.

Il quartiere della Bovisa, che negli anni passati aveva acquisito una propria autonomia, architettonica fatta di edifici industriali e dignitose case popolari: autonomia anche sociale, rispetto a Milano, oggi, è tra le aree dimesse, da bonificare, più inquinate dell’area urbana (e forse d’Europa). Nonostante ciò, qui è ovunque, un rifiorire di gru, di imprese che edificano “selvaggiamente”, senza nessun progetto urbanistico e paesaggistico complessivo, edifici di rara insulsaggine architettonica e volumetrica. Qui il paesaggio è perso, probabilmente definitivamente, e forse ormai non c’è più nulla da salvare, se non qualche edificio isolato. Il Natale qui, sente il “peso mortale” di ciò, dei numerosi cartelli “vendesi” che probabilmente rimarranno lì per anni ed anni, ancora. E la pochezza delle “luminarie natalizie” della Bovisa, issate dai commercianti nel bel mezzo delle vie, testimonia in maniera evidente, di un sistema economico ormai al collasso.

Strano destino,  quello dei tessuti urbani costruiti, con finalità produttive: in pochi anni sull’onda di un violento sviluppo economico, a partire dai primi decenni del Novecento, sono “esplosi”, nati dal nulla, consumando quel suolo agricolo fertile che è comune a tutta la Pianura Padana. Poi rapidamente sono degradati in aree dimesse ricche di fascino e memoria. Oggi questi ambiti, sono alla ricerca di un proprio futuro paesistico, che viene spesso disatteso, e sostituito da un pianificazione “casuale” che premia ed incentiva il  volume (incrementi volumetrici per chi costruisce sostenibile, per chi fa housing sociale, ecc.), la mutazione di destinazione funzionale (da industriale a residenziale/terziario), e soprattutto con la mancanza di un “quadro complessivo”, nonostante i piani urbanistici ed i progetti di archistar quali : Renzo Piano a Sesto San Giovanni e Rem Koolhaas alla Bovisa di Milano, di .

Forse in queste parti di tessuto urbano, che tanto hanno dato in passato, più che favorire una densificazione della città, come si ostina a sostenere Vittorio Gregotti (ed ha applicato con sistema alla Bicocca di Milano), quale soluzione di tutti i mali, imponendo una sviluppo prettamente volumetrico ed in altezza, bisognerebbe decrescere, come suggeriscono molti, verso forme più “soft” di pianificazione controllata, in grado di preservare, grandi aree verdi con all’interno anche quella che fu la memoria produttiva,  recente, di questi luoghi, magari di nuovo abitata (la memoria) da funzioni di eccellenza.

Ecco questo Natale alla Bovisa, con la crisi economica che attanaglia tutti, se ci deve portare un regalo, speriamo sia proprio questo, la consapevolezza dei politici, e soprattutto di noi cittadini, che il futuro, deve essere “governato”, “indirizzato”, per tornare ad essere quel “sogno reale” da vivere a cui tutti aspiriamo.

TANTI AUGURI A TUTTI !

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Statica !


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“Tanto la via intuitiva che quella matematica sono necessarie per inventare ed esattamente proporzionare una struttura resistente. L’efficienza e potenza realizzatrice della intuizione e’ largamente dimostrata e testimoniata dalle grandiose opere tramandateci dal piu’ lontano passato, quando le moderne teorie scientifiche erano totalmente ignorate. L’acutezza dei moderni metodi di calcolo in continuo e progressivo sviluppo e’ illustrata dai risultati raggiunti nella realizzazione di sempre piu’ grandiose ed audaci opere. Ma la invenzione strutturale, quella che permette di risolvere nel modo piu’ efficiente i nuovi problemi, che ogni giorno vengono proposti dall’inarrestabile sviluppo di ogni aspetto dell’attivita costruttiva, non puo’ essere che il frutto di una armoniosa fusione di personale intuizione inventiva, e di impersonale obiettiva, realistica, ed inviolabile scienza statica. In altre parole gli sviluppi teorici debbono trovare una rispondenza intuitiva che li verifichi, che ne diminuisca la impersonale durezza tecnica, e che li renda piu’ umani e comprensivi, mentre d’altra parte le teorie formalistiche debbono offrire i modi di esatte valutazioni alle quali resta pur sempre affidato il raggiungimento di quel – massimo risultato con i minimi mezzi – che e’ l’obbiettivo ultimo e l’indirizzo fondamentale di tutte le attivita’ umane” .

Questo brano, tratto dalla presentazione a firma di Pier Luigi Nervi, al bellissimo libro di Mario Salvadori e Roberto Heller, dal titolo ” Le strutture in architettura” (Etas libri, 1964), bene rappresenta, il concetto, che ad ogni intuizione complessa, definita da formule e regole, deve corrispondere un approccio intuitivo, naturale, ed ovviamente viceversa. infatti nel libro citato, la statica, e la scienza delle costruzioni in architettura, vengono spiegate, senza l’utilizzo di nessuna formula matematica.

Siamo partiti da questo brano, del grande ingegnere Nervi, per arrivare alla App degli “Angry birds”, un gioco della societa’ finlandese di informatica Rovio, in cui si “gioca” proprio con le strutture e la loro resistenza.
Il gioco, uno di quelli per tablet, smartphone e computer, e’ forse uno dei piu’ diffusi al mondo, ed e’ molto semplice. Si tratta di lanciare con una fionda, degli uccellini, contro a delle strutture precarie, per fare in modo che le componenti, crollando, facciano esplodere dei maialini “ridacchianti” di colore verde.
L’utente del gioco, deve, intuitivamente, studiare e trovare, nella struttura, il punto debole, per abbatterla utilizzando il minor numero di uccellini possibile.

Giocando, si danno cosi’ delle informazioni elementari di statica delle strutture edilizie e di scienza delle costruzioni.
Insomma le varie App degli “Angry birds” (season, rio, star wars, ecc.) sono anche degli strumenti didattici, che, soprattutto nei piu’ piccoli, sviluppano una passione primigenia per l’arte e la scienza del dimensionamento delle strutture, che e’ poi alla base di ogni buona architettura.

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Velofahren


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Andare a Lucerna, per incontrare l’atmosfera del Natale (città che dista solamente 243 chilometri da Milano), può essere l’occasione per constatare che questa cittadina di circa 76.000 abitanti, e con un’area metropolitana di circa 250.000 abitanti, è ormai orientata completamente verso la mobilità sostenibile ed il contenimento dei consumi, con una sua strategia energetica particolare .

Il concetto è quello di fare convivere in maniera intelligente ambiente e costruito,  passato e futuro, sfruttando al meglio l’accoglienza che una città storica può proporre ai propri cittadini ed ai turisti. Ecco che allora anche i progetti meno significativi, contribuiscono a ricostruire il disegno di un mosaico che ha al centro la partecipazione, la condivisione e la democrazia.

Un esempio di questo atteggiamento è il parcheggio esistente, per lo stazionamento temporaneo delle moto, alla stazione di Lucerna, che conta oggi circa 350 posti, questo parcheggio sarà, a breve sostituito, da un parcheggio per biciclette, completamente nuovo. Questo progetto, pensato dal Settore ingegneria della città di Lucerna, offrirà più di 1.100 posti coperti per biciclette, con accesso diretto alle piattaforme dei treni. Vi sarà anche un punto informativo ed uno di riparazione. Si prevede la sua apertura nel mese di aprile 2013.

Il motivo per il nuovo edificio, è il rimodellamento complessivo della stazione FFS (Ferrovie Svizzere), che prevede che questa diventi sempre più attraente per i ciclisti, così come tutta la città.  La scarsità di parcheggi accoglienti per le biciclette nella stazione è oggi particolarmente evidente. In collaborazione con la città di Lucerna, le Ferrovie Svizzere, hanno sviluppato un progetto che si basa sull’utilizzo dei binari non più operativi (per le poste) dietro l’università. A Milano invece siamo ancora “all’anno zero”, non esistendo nessun parcheggio per biciclette alla Stazione Centrale, nè in moltissime altre stazioni e nodi di interscambio.

Quì sotto il link ad un articolo sull’assenza di una bicistazione alla Stazione Centrale di Milano

http://milano.corriere.it/milano/notizie/caso_del_giorno/10_ottobre_8/caso-1703907446083.shtml

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Quì il sito velofahren. stadtluzern.ch

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Assenza di futuro


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Il Professor Giancarlo Consonni, pubblica un articolo dal titolo “Bocconi l’architettura delle facili metafore”  sul giornale  La Repubblica – Milano, del 9 dicembre 2012, che di fatto è un manifesto contro il progetto di Sanaa per l’area della ex Centrale del Latte di Milano (di recente presentato all’opinione pubblica).  In tale documento, l’anziano docente, ci fa un escursus dotto, una vera e propria “lezione frontale”, di quanto sia il progetto di Sanaa, non allineato con la storia dell’architettura milanese, e soprattutto con il “moderno” di Giuseppe Pagano Pogatschnig (1896-1945), autore del primigenio edificio dell’università Bocconi (di cui sono le immagini di questo articolo).  E rincarando la dose, ci illumina che la città di Bramante e Filerete, non può avere un progetto che : “è lontano anni luce da quella storia, compresa la sontuosa spazialità che caratterizza gli interni bocconiani di Pagano e Predaval. Si sa: nell’inseguire una visibilità sulla scena mediatica, tra i mezzucci a cui ricorrono architetti in grave crisi di idee vi è la metafora facile, priva di senso civile: la biblioteca-libro, il grattacielo-supposta, il casinò-fiche, ma anche lo stadio-nido, il museo vasca da bagno ecc. ecc.”

Eppure lì vicino, l’orribile “ciambella mattonata” di Ignazio Gardella, riconosciuto maestro della “scuola milanese del moderno”, costruita quale ampliamento dell’università Bocconi, tra il 1999 ed il 2000, testimonia di una presunta mancanza di “senso civile”, che non è solo di Sanaa. Ma di Gardella, il lungimirante Consonni non parla, sarebbe troppo “sconveniente” fare le pulci, ad un illustre defunto, che ha una genia ancora attiva a livello universitario.

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La “ciambella mattonata” di Ignazio Gardella 

All’esimio docente ci preme, sottolineare inoltre, che il progetto di Sanaa, è il frutto di un concorso ad inviti di livello internazionale, che si è avvalso di una giuria presieduta da Peter Cook (architetto e designer di fama mondiale, nonché Sir della Corona inglese), fondatore di Archigram, già direttore dell’Institute of Contemporary Arts, London, e della Bartlett School of Architecture, University College London.

Tale giuria contava i seguenti elementi : Guido Tabelloni (che allora era rettore dell’Università Bocconi); Bruno Pavesi (consigliere delegato dell’Università Bocconi); Federico Oliva (professore di urbanistica al Politecnico di Milano); Yvonne Farrell (degli irlandesi Grafton Architects); Martha Thorne (direttore esecutivo del Premio Pritzker); Deyan Sudjic (direttore del Design Museum di Londra); Enrico Cucchiani (amministratore delegato di Intesa Sanpaolo); Cesare de Seta (notissimo storico dell’arte e dell’architettura); Stefano Cascinai (architetto e scrittore).

I professionisti invitati al concorso, oltre al vincitore Sanaa erano di assoluta rilevanza internazionale : Rem Koolhaas (Olanda) Premio Pritzker 2000; David Chipperfield (Regno Unito); Thom Mayne (USA), Premio Pritzker 2005; Massimiliano Fuksas (Italia); Mario Cucinella (Italia); Cino Zucchi (Italia); Mathias Sauerbruch, Louisa Hutton (Germania); Benedetta Tagliabue – EMBT (Spagna); Odile Decq (Francia).

Il progetto potrà non piacere, al docente universitario, ma forse, prima di trarre delle conclusioni così definitive, sarebbe meglio attendere la sua costruzione, visto che molte architetture contemporanee, più che valutate “sulla carta” vanno vissute, con tutti e cinque i sensi, per essere apprezzate (come la biblioteca del Politecnico di Losanna). Ma forse, per Consonni questo è difficile da comprendere, attaccato come è alla metafora della “fabbrica moderna” che diventava università a cui si rifaceva in maniera esplicita Pagano (riferendosi al modello della Bauhaus di Dessau).

Non dimentichiamoci poi, che moltissimi componenti di quel “moderno milanese” citato nell’articolo, e sembra “rimpianto” da Consonni, hanno “rovinato”, sia dal punto di vista dell’architettura che dell’urbanistica,  parecchie zone di Milano, soprattutto in periferia. La continuità, con la storia dell’architettura, spesso deve godere di “preziose discontinuità”, proprio per potersi re-indirizzare verso un nuovo futuro possibile. Ma questo il  Consonni, difensore di una “scuola milanese” morente, che ci ha regalato dei veri e propri scempi (architettonici, urbanistici e sociali), come le case di Aldo Rossi a Vialba o al Gallaratese, oppure quelle di Aymonino sempre al “Galla”, oppure quelle da Albini e soci a San Siro, oppure il quartiere di Quarto Oggiaro, ecc. ecc..

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Poco per volta s’è fatta sera


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OLYMPUS DIGITAL CAMERASopra immagini del Teatro Carlo Felice di Genova

La luce a Genova  è un elemento predominate del paesaggio. L’esposizione  est/ovest, della città, schienata a nord dalle montagne, ed a sud contornata dal Mare Mediterraneo, fa si che l’architettura, e la città stessa, “vibrino” alle sollecitazioni luminose. Il cielo mutevole, completa la “magia luminosa” di questa città, particolarmente evidente all’ora del tramonto.

In una giornata di autunno inoltrato, Il teatro Carlo Felice risplende alla luce solare pomeridiana. Il teatro è il frutto di una serie di stratificazioni architettoniche, ed espressione della volontà “ferrea” di Genova di rimanere all’interno del ristretto numero delle città europee della cultura. Il progetto dell’ultimo “strato” del Carlo Felice, quello che vediamo oggi, è opera di Aldo Rossi  Ignazio Gardella, ed anche di Fabio Reinhart e Angelo Sibilla.

La prima pietra fu posta il 7 aprile 1987, e dopo quattro anni di intensi lavori, il Carlo Felice è stato ufficialmente consegnato al Teatro Comunale dell’Opera e nel 1992, in occasione delle Colombiadi, fu riaperto al pubblico. Il primo progetto, del Carlo Felice (il primo strato), fu del 31 gennaio 1825 ad opera di Carlo Barabino. Il progetto fu approvato il 31 dicembre dello stesso anno, ed i lavori procedettero rapidamente. Il teatro fu inaugurato il 7 aprile 1828. Diversi furono gli “strati” successivi,  i restauri e gli ammodernamenti, che il teatro subì a partire dal 1859 fino al 1934, anno dell’ultimo intervento. Bombardato una prima volta nel novembre 1942, il teatro fu ristrutturato in “fretta e furia” per consentire la ripresa delle attività. Il 26 marzo 1943 fu inaugurato. L’8 agosto 1943, l’edificio del Barabino venne di nuovo colpito da spezzoni incendiari che distrussero completamente l’intera struttura lignea. Nel dopoguerra, si cominciò a parlare di una sua ricostruzione. Un primo progetto fu presentato nel 1951 ma venne poi abbandonato per mancanza di fondi. Un progetto, magistrale fu quello di Carlo Scarpa, approvato nel 1977, ma la morte improvvisa dell’architetto fece decadere il tutto.

http://www.carlofelicegenova.it/

La luce è il dato principale, che fa cogliere agli umani, il senso del trascorrere del tempo, della nostra ineluttabile caducità, per altro comune a tutte le cose di questa parte di universo. La luce che c’è a Genova al tramonto, altamente scenografica e teatrale, ci parla di questo, e di una città, che trova nelle sue architetture, a strati, quasi fossero una sopra all’altra, in lotta con le montagne retrostanti, il tentativo di fissare, in un’architettonica commedia,  il trascorrere del tempo.

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Cadaveri eccellenti


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E’ stata una giornata strana, quella tra il 4 e 5 dicembre 2012, che si è portata via due brandelli “eccellenti” della società umana. E’ infatti morto a Parigi, per un attacco cardiaco improvviso, Guido Martinotti, 74 anni, uno dei massimi esponenti della “Sociologia Urbana”. La sua più nota pubblicazione è sicuramente “La morfologia sociale delle città” (Edizioni il mulino, Bologna, 1993). A poche ore di distanza a Rio de Janeiro moriva di vecchiaia (come si dice), a quasi 105 anni, il grande architetto Oscar Niemeyer, padre dell’architettura contemporanea. Il suo più grande progetto, universalmente conosciuto è la città di Brasilia (di cui sono tutte le immagini di questo articolo).

Risulta quindi ovvio un parallelismo, tra i due “cadaveri eccellenti”. Infatti Martinotti, era uno strenuo sostenitore della Città, vedendo in essa,  nella capacità continua di trasformarsi e di adattarsi alle esigenze della specie umana, il luogo del “destino della società”. In particolare Martinotti, ha sempre avuto un interesse particolare per Milano, analizzandone, anche ultimamente, le caratteristiche di stratificazione sociale e la conseguente morfologia urbana. Alla stessa maniera, il “comunista” Niemeyer, era convinto, progettando la città di Brasilia (capitale del Brasile, voluta dal Presidente  Juscelino Kubitschek de Oliveira), con Lucio Costa, che la forma ad “ali di aereoplano” della sua planimetria urbana, fossero la risposta urbanistica e politica, efficiente e funzionale, alle pulsioni ed ai dinamismi sociali della città Moderna.

Ecco, sia Martinotti che Niemeyer, erano erano attenti alle mutevoli sollecitazioni sociologiche che derivavano  dalle città : la ristrutturazione del lavoro dall’industria al terziario,  i nuovi usi del tempo libero, la mobilità, i dinamismi umani, ecc., ed hanno ambedue studiato e valutato le influenze che queste sollecitazioni, determinavano sull’organizzazione delle città. Palesandosi in maniera evidente, soprattutto nelle destinazioni pregiate delle aree centrali, e nella contemporanea espulsione della residenza verso l’esterno urbano.

Però tali sollecitazioni, e le loro conseguenze, non sono state, da ambedue, sempre ben comprese a fondo, non solo perché era difficile leggerle, e “dargli una risposta” con i tradizionali strumenti di analisi, ma anche perché, non erano sempre agevolmente riconoscibili gli interessi che venivano premiati o penalizzati.

Sia a Milano, come a Brasilia, si palesano tutte le incongruenze, di due modelli urbani molto differenti, ma con, sostanzialmente le stesse problematiche sociali e funzionali: traffico, inquinamento, scarso dinamismo sociale, ecc..

Il centro storico di Milano, e delle sue aree limitrofe, altamente terziarie, ha sviluppato rendite elevatissime, che di fatto hanno espulso (e stanno sempre più espellendo) la residenza verso le periferie ed oltre. Il tutto con una mobilità e una rete di trasporti pubblici, che non è in grado di sanare il dilagante (ed inquinante) pendolarismo di grandi parti della popolazione. Alla stessa maniera Brasilia, pur essendo una città di fondazione moderna, non è stata in grado di risolvere queste incongruenze. Al centro direzionale (con i suoi palazzi ed edifici pubblici di architettura moderna disegnati da O. Niemeyer), succedono una serie di aree limitrofe per residenze esclusive (dignitari, dirigenti, quadri, ecc.). La popolazione è confinata in veri e propri “lontani quartieri  periferici”, degradati, privi di alcuni servizi, e male collegati con le aree centrali in cui la maggiore parte della gente lavora.

Quindi, concludendo, due “cadaveri eccellenti”, che con il loro lavoro, ci indicano, come, una disciplina quale è la “sociologia urbana”, troppo presto dimenticata, debba essere di nuovo implementata nella progettazione dell’urbanistica e dell’architettura.

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L’inverno dell’architettura


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In queste giornate di gelo, che incombono sul continente europeo, mentre un altro anno giunge al termine, ci sembra doveroso trarre alcune considerazioni, frutto del nostro continuo peregrinare, in quella nazione, la Svizzera, che consideriamo la nostra “Biblioteca in 3D” dell’architettura e del paesaggio .

L’architettura, per sua natura, ha una forte caratterizzazione spaziale “duale”. Essa si palesa sempre con due dimensioni intimamente legate : con uno spazio esterno (pubblico), ed uno spazio interno (privato e luogo dell’accoglienza). Ciò implica necessariamente una sua fruizione dinamica, di successioni spaziali scenografiche. Lo sapeva bene Bruno Zevi, che già trattava di ciò nel bellissimo libro “Saper vedere l’architettura” (Einaudi, 1997).

Questo fatto che mette in relazione l’architettura e l’uomo (il suo costruttore), dà come elemento qualitativo indispensabile (di questo dinamismo), il tempo. Più si ha tempo, meglio si apprezzano queste successioni spaziali.

Le opzioni tettoniche, tecnologiche e statiche dell’architettura, quasi intuitive, impongono prima o poi un rigore costruttivo, che deve necessariamente avvalersi del calcolo numerico, per rendersi trasmissibile a tutti. E ciò vale per l’esterno, ma anche per l’interno.

L’architettura si inserisce nel paesaggio (che ha certamente meno vincoli), essendo il prodotto dell’azione antropica sulla natura, grazie all’individuazione precisa degli infiniti percorsi dinamici e variabili di avvicinamento ad essa.

Possiamo quindi dire che l’architettura, la grande architettura, si offre agli uomini, in quanto sequenza temporale esattamente prefissata, studiata a tavolino con calcolo numerico : in cui paesaggio, esterno, ed interno, collaborano assieme a creare una sequenza di avvicinamento ad essa (ed ovviamente di allontanamento da essa).

In inverno, queste caratteristiche appaiono più evidenti, più palesi, più limpide e facili da leggere.

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LAC (Upgrade)


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Lugano Arte Cultura (LAC) sta nascendo dal 2009, proprio in riva all’omonimo lago della città ticinese. Là dove per anni, ha insistito la splendida struttura dell’ex Hotel Palace, completamente abbandonata.

Il Palace sarà completamente ristrutturato e restaurato, essendo stato acquistato dalla municipalità, che intendeva abbatterlo. Poi i Cittadini (con la C maiuscola) si sono opposti, e con referendum, come solo in Svizzera avviene (patria della Democrazia Diretta), hanno votato per la conservazione delle facciate, nonostante gli alti costi dell’intervento.

Il LAC sarà, a partire dal 2014, la sede polifunzionale delle attività che riguardano le arti visive, la musica e le arti sceniche. Particolarmente prestigiosa sarà la grande Hall vitrea, alta più di venti metri. La sala teatrale e concertistica, con una capienza di mille posti, è studiata nei dettagli (soprattutto in quelli dell’acustica) per avere un uso polivalente, per le diverse espressioni teatrali e musicali: dalla prosa alla danza, dal cabaret ai concerti sinfonici o cameristici resi possibile grazie all’utilizzo di una conchiglia acustica modulabile.

Un video 3D della sala polifunzionale del LAC

Particolarmente interessante appare anche lo schema strutturale, in metallo e calcestruzzo, che consente di realizzare grandi luci, senza appoggi, grazie alle grandi travi reticolari. Il nuovo centro culturale, progettato da Ivano Gianola, vuole diventare nel corso del tempo, un centro di eccellenza per la promozione della cultura umanistica e scientifica e una piattaforma internazionale per le più diverse espressioni.

Di fatto una grande opera magistrale di “paesaggio”, una corte a “C”, che si apre verso il lago, divenendo un nuovo punto di riferimento visuale, nel waterfront lacustre. Ottima la scelta della tonalità grigio-verde per il rivestimento, accurato il taglio obliquo della facciata di testa, che sembra “studiato” con millimetrica precisione.

Costo dell’operazione : Ristrutturazione Hotel Palace + Centro Culturale LAC = Circa 200 milioni di franchi !

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Qui sotto le foto dello “stato dell’arte” a fine luglio 2014

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