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Builders of the future

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Il vuoto ed il margine


“Credo nei luoghi, non quelli grandi, ma quelli piccoli, quelli sconosciuti, in terra straniera come in patria. Credo in quei luoghi senza fama nè risonanza, contraddistinti solo dal semplice fatto che là non c’è niente, mentre intorno c’è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi perchè là non succede più nulla e non succede ancora niente. Credo nelle oasi del vuoto”

Peter Handke – L’assenza – Garzanti 1991,  pagina 46

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Una giornata riuscita


Non intendo una giornata perfetta o una giornata fortunata, nè una giornata senza preoccupazioni, la giornata riuscita è qualcosa di più, è incomparabile. E’ unica. E’ un qualcosa ai “confini della linea della bellezza e della grazia”, come ha scritto Peter Handke.

Una giornata riuscita è come un’ascensione verso una cima, verso una vetta, nella neve, è come il discepolo che va dal maestro (e sa già cosa gli sarà detto), come il ricordo vivido di un passato immaginifico. Una giornata riuscita è trovare vicino a casa un luogo della riminiscenza, da cui osservare dall’alto le cose e le persone, contemplare il paesaggio, discernere tra bene e male, tra amici e nemici. Una giornata riuscita costruisce il futuro.

Una giornata riuscita, apre gli occhi, dà la giusta proporzione al respiro, dà la misura del passo da tenere, consente di rileggere le parole (degli altri) attribuendogli il giusto significato. Una giornata riuscita consente di vedere molto più lontano, nel cuore della gente. Consente di guardare e continuare a guardare con gli occhi della parola giusta.

La giornata riuscita, non ha bisogno di grandi dichiarazioni, restituisce semplicemente grandi prospettive ed allarga gli orizzonti, soprattutto ci spinge a ri-valutare il passare del tempo, il vivere.  Ci restituisce un’idea di compiutezza, di eternità.

Milano, sabato 22 gennaio 2011

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Fondamenta degli incurabili


Emilio Vedova mentre dipingeva uno dei suoi quadri

Sabato, 26 febbraio 2011, ore 17,22. Venezia, Ponte agli Incurabili. Tramonto.

Ho appena visitato la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, che ha sede alle Zattere, Dorsoduro 42, negli ex Magazzini del Sale. Uno spazio antico, una volta produttivo, vicino al deposito dove viene conservato il Bucintoro. Tale spazio espositivo, dove vengono conservati alcuni dipinti di Emilio Vedova (1919-2006) uno dei più grandi pittori italiani di Arte Moderna Informale, è stato realizzato su progetto dell’architetto Renzo Piano, ed è dotato delle più moderne tecnologie per la conservazione e la fruibilità delle opere d’arte. La Fondazione Vedova ha anche spazi aperti ai lavori degli artisti di tutto il mondo, soprattutto giovani, che vogliono confrontarsi in maniera dialettica con le opere di Vedova. I quadri, tutti di grandi dimensioni, dal loro deposito, vengono condotti più volte al giorno, da un macchinario robotizzato (posto sul soffitto), nella loro collocazione espositiva, con programmi di disposizione, sempre diversi. Lo spazio è stretto e lungo, molto alto, le pareti sono in mattoni a vista, antichi, il pavimento è in legno naturale, ad assi, inclinato verso l’unica porta di ingresso ed uscita. Vedova lavorava sull’azione, sul fare, gettando, agendo sulle tele bianche, con i colori. La sua strategia era soprattutto linguistica, semplice, comunicare, informare in maniera chiara alla società, ai suoi interlocutori le sue poche tematiche, il suo impegno di approfondimento costante su di esse : pittura, spazio, tempo, storia, futuro. Per comunicare, ma anche soprattutto, per condividere.

Fondazione Vedova

Come ho scritto all’inizio, sto camminando lungo le Fondamenta del Canale della Giudecca, nella luce dorata, di un tramonto che avviene dopo una giornata calda e serena. Tutto sembra magico e sospeso, come se il tempo, per un attimo avesse rallentato cercando di fermarsi. E’ il primo fine settimana di Carnevale, a Venezia le folle mascherate invadono gioiose la città, ma io, guidato da una provvidenziale “App Mappe” dell’IPad, e dai ricordi, ho guidato i miei 5 accompagnatori in luoghi molto lontani dai percorsi turistici, dove Venezia appare ancora per quella che è, una città bellissima, un labirinto di viuzze, calli e campi, disabitata e morente, fatta di gente anziana (tanta) e giovani (pochi). Una città che, proprio come nel percorso artistico di Emilio Vedova, è riuscita a ragionare su sé stessa a conciliare il proprio spazio urbano, il proprio tempo costruito intorno all’acqua, con la propria antica storia, per costruire un futuro solido, che oggi si sta concretizzando proprio in “contaminazioni”, come è la Fondazione Vedova, dove opzioni tematiche tra loro molto distanti coesistono meravigliosamente.

Mentre cammino seguendo idealmente i percorsi veneziani di Iosif Brodskij, che tanto amo come scrittore, così ben descritti nel libro – Fondamenta degli Incurabili – (Adelphi, 1989), mi si prospetta di nuovo il tema della comunicazione, della capacità, tramite essa di operare sintesi da condividere con gli altri. Scrive Brodskij, a chiusura  del libro che ho appena citato : “ Acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi,  fatti in parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città (Venezia) migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore : la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama.”

Una maniera di descrivere Venezia (l’acqua, la staticità della città) e fare allo stesso tempo considerazioni  (la bellezza urbana, il futuro, l’amore). Brodskij, il poeta, ci trasmette l’essenza stessa della città di Venezia, ce la descrive sintetizzandola. Informare, comunicare, condividere, vuol dire, certamente non essere all’altezza di un premio Nobel, perché è impossibile, ma comunque provare a suscitare interesse in maniera curiosa, intelligente, colta, ma soprattutto chiara e condivisibile, mettendo amore e qualità in ciò che si fa.  E’ molto diverso dal pretendere di informare e comunicare tanto, forse troppo, generando molto rumore per nulla. Vuol dire soprattutto informare e comunicare il minimo necessario (lavorando perché questo avvenga), in maniera chiara e semplice, facendo in modo che il messaggio raggiunga tutti indifferentemente. Ecco io chiedo a coloro che oggi lavorano nel campo dell’informazione e della comunicazione, infestato di messaggi e strumenti di comunicazione (giornali, televisioni, internet, ecc.) che generano solamente una grande distrazione di massa, dove il cinismo, il sensazionalismo, l’audience, hanno preso il sopravvento, e tutti dichiarano che tutto è possibile, per poi fare esattamente l’opposto e contraddirsi, chiedo a costoro che lavorino per costruire qualcosa di più semplice, e credibile per tutti.

Bisogna “ritrovare un percorso alternativo”, non seguire quello della massa. Sottrarsi  a quel “pensiero unico” che pretende di appiattire tutto come se fosse uno schiacciasassi. Non bisogna pensare di essere “Incurabili”, persi in un mondo ostile e non modificabile, accontentandosi di contare delle quantità su degli istogrammi o i picchi delle curve cartesiane. Si deve agire sulla crescente insofferenza nei confronti della comunicazione mass-mediatica, per costruire una informazione ed una comunicazione con contenuti di qualità, limpida come l’acqua, credibile, che abbia una sua bellezza ed un suo fascino e soprattutto sia condivisibile nella maniera più ampia possibile. Ecco io credo che ci si debba porre questo come obbiettivo quando ci si occupa dell’informazione, e della comunicazione, utilizzando i mezzi oggi a disposizione in maniera gioiosa, creativa, innovativa, proprio come facevano Emilio Vedova e Iosif Brodskij.  Impossible? Impossible is nothing!

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Giardino in movimento


“Ciò che è veramente essenziale risiede nel vuoto. La realtà di una camera, per esempio, si troverà nello spazio libero racchiuso dal tetto e dai muri, non nel tetto e nei muri medesimi…..L’utilità di un vaso per l’acqua sta nel vuoto in cui si può versare l’acqua, non nella forma del vaso o nella materia di cui è fatto. Il vuoto e onnipotente poichè può contenere tutto. Solo nel vuoto, il movimento diventa possibile”

Lao Tse, citato da Okakura Kakuzo,  – Lo Zen e la cerimonia del tè – 

Il vuoto architettonico contiene un pieno biologico in cui si esplica il movimento, che è la realtà del giardino. In un giardino “mixed borders” le erbe “buone” e quelle “cattive” non sono separate, si mischiano tra loro. Stà al giardiniere, operare con sapienza e cultura, per separarle adeguatamente, e garantire il buono sviluppo complessivo del giardino.

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Non Malik


Un film sul mistero della vita, sulla sua grazia, sulla sua magnifica crudeltà. Le galassie, i vulcani in eruzione, le nuvole si contorcono e risplendono nel cielo generando, bagliori, vortici, labirinti, affreschi di colore. Sul pianeta Terra, invece, alberi altissimi, cavità rocciose, si protendono verso il cielo, immaginifiche presenze : tutti i misteri e le magnificenze del mondo e di una trascendente e magica natura sembrano calarsi, includersi, insinuarsi, in una famiglia del Mid-West americano, nella serenità, solamente apparente, dei primi anni cinquanta. Brad Pitt interpreta un padre, a suo modo amoroso, che cerca di educare con estrema severità i suoi tre figli. Molti anni dopo, l’attore Sean Penn, che interpreta il figlio maggiore, si ricorderà in ogni dettaglio quella “particolare” e “violenta” educazione sentimentale paterna, dove l’aspetto amorevole era condizionato al superamento di prove, tese a “costruire” un percorso per affrontare la vita. Per frammenti, The tree of Life, il film dell’ascetico ed “eremitico” Terrence Malick (che vive nel deserto, in isolamento, ed ad oggi ha prodotto solamente tre film, uno ogni decennio), sembra affascinante e misterico; i giusti aggettivi sarebbero “poetico” e “messianico”. In realtà è un “mattone” di oltre due ore, se preso in un’unica dose, che facilita il sonno, che si attorciglia su sè stesso, compiacendosi delle immagini e della recitazione degli attori (tutti molto bravi). C’è però un cosa che appare sicuramente interessante, ed è la contaminazione tra film, opera d’arte e documentario. Infatti The tree of life è forse, un qualcosa di innovativo, anche se non completamente sfruttato appieno da Malick; infatti, a tratti, fa intravedere, probabilmente, ciò a cui dovrà tendere il cinema, se vorrà sopravvivere. Un’ opera di comunicazione multimediale, tesa ad affascinare lo spettatore, con immagini sublimi ed uniche, con parole poetiche che “toccano” la sensibilità degli spettatori, il tutto “assemblato” a creare una vera e propria opera d’arte.

Paul Virilio, 2005 – L’art à perte de vue


La nostra contemporaneità  è caratterizzata dalla sovraesposizione massmediatica, dalla digitalizzazione dell’arte e della comunicazione. Dove il sensibile è diventato fotosensibile e l’oggettività una teleobbiettività. “Vedere senza andare a vedere sul posto. Percepire senza esserci veramente……..tutto ciò sconvolgerà l’insieme dei diversi fenomeni di rappresentazione, plastica o teatrale, fino alla stessa democrazia rappresentativa, minacciata dai mezzi di trasmissione che plasmeranno una democrazia standardizzata dell’opinione pubblica, prima di sfociare in una democrazia sincronizzata dell’emozione pubblica che distruggerà il fragile equilibrio della presenza reale nelle società cosiddette emancipate”. Nella società della globalizzazione, in cui la visione dell’osservatore si trasferisce agli innumerevoli “canali video” che pervadono e saturano il suo vivere, in una fatale e continua distrazione dal mondo circostante, dagli altri, dalla percezione in situ in visu, ”l’arte di vedere” diventa la prima vittima. Subentra quindi una “arte dell’accecamento”, che coinvolge sia l’estetica che la politica.

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Constantin Brancusi


La semplicità non è un fine dell’arte ma si arriva alla semplicità malgrado se stessi avvicinandosi al senso reale delle cose. La semplicità è la complessità stessa – ti devi nutrire della sua essenza per comprenderne il valore.

Le cose d’arte sono specchi nei quali ognuno vede cio’ che gli somiglia.

La proporzione interna e’ la verita’ essenziale di tutte le cose.

Lavorare come si respira, nella gioia e senza fatica, ecco la meta.

Bisogna salire molto in alto, per vedere molto lontano.

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