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Builders of the future

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Natura

Le jene


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L’ultimo edificio dell’epicentro Vitra di Weil am Rhein, sarà un “contenitore edilizio”, il progetto è di Herzog & de Meuron. Si tratta di un deposito/galleria (Schaudepot) per la collezione di sedie dello svizzero Rolf Peter Fehlbaum (Capostipide della famiglia), che ha inventato l’attuale realtà imprenditoriale di Vitra.

Si tratta di un edificio completamente chiuso, se si esclude la porta d’ingresso, con microclima ed illuminazione controllata, destinato alla preservazione degli importanti “pezzi di design” che vi saranno insediati. Una architettura “banalotta”, in linea con le ultime tendenze “provocatorie” del duo allargato di basilea.

Il rivestimento è in mattoni rossi alleggeriti, appositamente spezzati, di un colore rosso intenso. Rosso sangue.

Gli architetti, noi architetti, siamo delle jene, pronti ad azzannarci tra di noi. Essendo in molti e volendo tutti insistere nello stesso territorio, la competitività è spietata, senza essere esente da colpi bassi. Noi architetti siamo degli “animali opportunisti” che perseguono l’illusione del grande successo. Pur avendo un buon grado di adattabilità agli eventi della vita, a predominare sempre, è soprattutto il cinismo; avendo la capacità di digerire qualunque sopruso, qualunque ignominia, pur di lavorare, e di avere successo.

Il nostro cinismo è inversamente proporzionale alla età anagrafica; più si è giovani e più, non guarda in faccia a nessuno. Pronti a “venderci l’anima” per un lavoro, per un incarico, per emergere. Il sangue dei colleghi, il loro insuccesso, ci eccita, ci esalta.

La maggior parte degli architetti di oggi (ma non tutti) è di fatto a spiccata tendenza logorroica. Continuiamo a parlare di noi stessi, non sappiamo ascoltare, e riempiamo angosciati, qualunque silenzio. E’ diventato un vero e proprio sport disciplinare, parlare male dei colleghi, di tutti i colleghi. Appena uno esce dalla porta, o appena si termina una telefonata, ecco che gli improperi ed i diminutivi “piovono a raffica”, verso l’altro colpevole spesso solamente di esistere.

L’architetto deve tornare a fare l’architetto, cercando d’innovare, con un lavoro paziente e “poco cinico”, cercando nello spirito del proprio tempo cosa mettere alla base del proprio lavoro, e della propria etica professionale. Bisogna ritornare ad individuare i veri contenuti capaci di sostenere il lavoro, senza “scannarsi con i colleghi”, magari prendendosi dei rischi, avventurandosi anche in territori poco conosciuti.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Labò


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Genova vista dalla "promenade paesaggistica" che conduce al Museo Chiossone

A Genova esiste una “piccola chicca architettonica”, un edificio razionalista colto ed intelligente, collocato quasi in sommità di uno dei più interessanti belvedere cittadini.

Si tratta del Museo di Arti Orientali Chiossone.  Edoardo Chiossone fu grafico ed incisore di Arenzano, stabilitosi in Giappone, divenne conoscitore dell’arte locale nonché grande collezionista.

https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Chiossone

L’area dove oggi si colloca il Museo fu individuata nel luogo dell’antica villa neoclassica del marchese Gian Carlo Di Negro (1769-1857), bombardata e quindi demolita durante la II Guerra Mondiale. Il parco era stato creato ai primi del secolo XIX dallo stesso marchese Di Negro, che riconvertì un antico bastione delle cinquecentesche mura di Santa Caterina a fini residenziali, stabilendovi la propria abitazione. Il parco è stato oltre che orto botanico, anche piccolo zoo; oggi è uno splendido bellevue pubblico su parte del centro storico di Genova.

La progettazione, dell’attuale sede museale fu affidata dal Comune di Genova che ereditò la collezione Chiossone, all’architetto Mario Labò (1884-1961).

https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Lab%C3%B2

La fase costruttiva iniziò nel 1953 e fu compiuta nel 1970, nove anni dopo la morte di Labò. La collocazione del Museo all’interno del parco della Villetta Di Negro è davvero privilegiata. Immerso nel verde giardino che domina l’ottocentesca Piazza Corvetto, il Museo Chiossone si trova nel pieno centro di Genova e, tuttavia, occupa una posizione appartata e magnificamente panoramica. Un’isola felice nel caos del centro di Genova. Dal camminamento terrazzato che fiancheggia il Museo sul lato sud-ovest, si gode una splendida “landscape promenade” la veduta della città antica, con la distesa dei tetti d’ardesia, i campanili e le torri medievali stagliati sullo sfondo azzurro del Mare Ligure.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=z3qPDnquf1H8.kHmZu7bquORM&usp=sharing

L’edificio museale è un esempio colto e raffinato, d’architettura razionalista in cemento armato con rivestimento esterno in cotto maiolicato, formato da un avancorpo con tetto a terrazza, sede della biglietteria e del bookshop, e da un corpo principale costituente il museo. Si tratta di un magnifico spazio a volume unico con un salone rettangolare al piano terreno e sei gallerie a sbalzo sulle due pareti lunghe, collegate da rampe di scale formanti un percorso continuo. E’ come se il museo (nel suo percorso museale, seguisse l’andamento dell’altura su cui è collocato). Semplici ed al contempo “opulenti” i dettagli, governati da una scelta intelligente dei materiali e da forme essenziali

L’allestimento espositivo fu affidato nel 1967 all’ingegnere Luciano Grossi Bianchi, che lo progettò e lo realizzò in collaborazione con Giuliano Frabetti, Direttore del Museo Chiossone dal 1956 al 1990, e Caterina Marcenaro (Genova, 1906-1976), Direttore del Settore Belle Arti del Comune di Genova.

https://it.pinterest.com/dariosironi/museo-di-arti-orientali-chiossone/

Un “gioiellino” poco conosciuto assolutamente da non perdere per la sua valenza paesaggistica, culturale ed architettonica.

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Il cielo e l’acqua


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Se in una giornata calda, vi rimangono nel serbatoio alcuni litri di carburante (oppure siete vicini alle Ferrovie Nord), non potete mancare di fare una visita al Lago del Segrino, tra Eupilio e Canzo, proprio sopra Erba. Sono circa 55 km. dal centro di Milano, che si percorrono agevolmente in circa 58 minuti. Se ci andate in ferrovia il tempo necessario, tra treno ed autobus è di circa 98 minuti.

Quì la natura è ancora prorompente e l’ottima sistemazione paesaggistica dell’uomo, ne fa una riserva di “delizie paesaggistiche” e di frescura. Assolutamente da evitare la domenica, per colpa di un afflusso pazzesco di turisti ed avventori, ma in qualunque altro giorno, non vi deluderà.

Quì una mappa del Lago del Segrino

Eseguire il percorso naturalistico, ciclo-pedonale, che circonda il Lago è veramente un’esperienza di paesaggio totalizzante. Ma la cosa più raccapricciante di quest’esperienza, è il paesaggio, il territorio della Brianza, che ci scorre sotto gli occhi per raggiungere il Segrino. Un Paesaggio una volta bellissimo, sistematicamente distrutto, nel corso del tempo da una congerie di cacofonie architettoniche che oggi si sono irrimediabilmente saldate tra loro. Di fatto realizzando una “città infinita” tra Milano ed Erba.  Tutto ciò, in contrasto con il luogo ancora bellissimo del Segrino, ci fa capire che siamo giunti ad un un punto di non ritorno: uomo, natura, cementificazione ormai non riescono più a coesistere in maniera sinergica ed equamente simbiotica.

Mentre scrivo, sto seguendo, attraverso una piattaforma informatica Webinar,  uno di quei corsi obbligatori per legge a cui sono vincolati alla partecipazione gli architetti per acquisire crediti formativi. Si tratta di un corso sul paesaggio dal titolo : “Conoscenza, tutela e valorizzazione del paesaggio”, organizzato dall’ Ordine degli Architetti di Milano (OAM) e dall’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) – http://bit.ly/1hHTWYV – . Vi partecipano soloni ed esperti quali : Umberto Vascelli Vallara, Silvano Tintori, Sergio Cavalli, Anna Rossi, Marina Cattaneo, ecc.

Ho ormai oltre 28 anni di professione dietro le spalle, spesso esercitata in ambiti paesaggistici e/o su edifici con vincoli monumentali. Per oltre 10 anni sono stato dapprima assistente al Politecnico di Milano e poi docente a contratto. Da quattro anni sono Presidente della “Commissione per il Paesaggio” di un comune della provincia di Milano. Da qualche tempo insegno in Svizzera, dove il Paesaggio (Territorio) è implementato nello stesso percorso di preparazione degli architetti fin dal primo anno. Posso quindi tranquillamente affermare di essere un “esperto” in temi paesaggistici e nella relativa legislazione di tutela.

Quello che sento pomposamente affermare, in questo triviale corso obbligatorio, è la glorificazione sistematica di una legislazione paesaggistica italiana, monumentale e becera, che discettando per decenni sulla terminologia (è meglio Paesaggio, Territorio, Ambiente, ecc.) e pochissimo sui contenuti effettivi, ha legittimato lo scempio che ci troviamo di fronte se da Milano, ci rechiamo al Lago del Segrino.

Ma costoro si rendono conto di quello che è avvenuto e che ogni giorno sta avvenendo in tutta Italia: ogni secondo che immancabilmente passa 8 metri quadrati di suolo agricolo e/o naturale vengono irreversibilmente fagocitati, con l’avvallo di chi si occupa della tutela del Paesaggio stesso, che non possiede (per legge) autorevolezza, ne strumenti legislativi che siano in grado di interrompere questo meccanismo perverso e folle.

Quando come Commissione per il Paesaggio, respingiamo un progetto, perchè realizzato non in coerenza con il vincolo paesaggistico a cui soggiace, il dirigente del settore, può con una sua determina ad hoc, farsene un baffo del parere di esperti (cinque), non retribuiti e scelti in maniera meritocratica in seguito ad invio di curricula.

Ma ci rendiamo conto tutti quanti che lasceremo alle generazioni future, andando avanti a distruggere sistematicamente il Paesaggio più che a tutelarlo veramente, un vincolo tale per cui il loro presente non gli consentirà delle scelte. Ma ci rendiamo conto dello squallore del quadro legislativo italiano in merito al Paesaggio, rispetto ad altre realtà europee. Ma ci rendiamo conto, noi architetti, che questa non è formazione ma merda allo stato puro !

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Bufera di neve


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Vogiljoch – Camminare, in montagna, quasi al tramonto, in un bosco di larici, sul finire di una bufera, che in ventiquattro ore ha posato sugli alberi oltre cinquanta centimetri di neve fresca, fa apprezzare la natura, che quatta quatta prepara nel gelo, gia’ i segni di una imminente primavera. Fa venire in mente il bellissimo libro del 1980, di Mario Rigoni Stern “Uomini, boschi e api” (Einaudi), in cui il “Cimbro letterato” racconta tutta la ritualità di luoghi (i boschi) dimenticati dalla società contemporanea, ligia solamente alla velocità ed alle regole dell’economia. Qui, sul meraviglioso Monte San Vigilio tra i fitti lariceti, si e’ sviluppata, nel corso del tempo, anche un’architettura di montagna, fatta di baite e fienili, ma anche di alberghi e rifugi. Un’architettura che trova nella storia locale, le forme di un adattamento materico e compositivo, alla bellezza dei luoghi. Ecco, aggirandomi all’ imbrunire in questi luoghi, stando molto attento a non sprofondare nella neve fresca, con stupore ho potuto apprezzare il nascere di nuove architetture, prodotte da colleghi di cui non conosco il nome, ma forse proprio per questo ancora piu’ belle ed interessanti. Architetture che, assimilando la storia locale, l’hanno come “masticata e digerita”, producendo un’architettura nuova, semplice, intelligente e colta, soprattutto contemporanea ed adatta al genius loci ed a questi anni rapidi e veloci. Non a caso questi, sono i luoghi dove lo slittino e’ lo sport piu’ in voga, praticato un po da tutti, giovani ed anziani, e soprattutto da quell’Armin Zoeggeler, che tante medaglie ha saputo regalare alla nazionale italiana. Forme e materiali che si fondono con l’amenita’ di questi boschi magici dove il tempo sembra indugiare in forme paesaggistiche che infondono una bellezza sistematica che coinvolge l’intera società locale.
Negli ultimi anni della sua vita Rigoni Stern si trasferì a vivere in una casetta spartana al limitare di un bosco sull’Altopiano di Asiago (via Rigoni di Sotto, Asiago) dove racconto’ nei suoi libri il rapporto tra uomo, montagna e natura. Infatti nel suo penultimo libro “Stagioni” (Einaudi, 2006), fa un resoconto della sua vita, spesa bene interpretando la natura dei boschi, apprezzando il silenzio, il cibo semplice, gli amici, l’alternarsi immutabile e sempre diverso delle stagioni……..e perche’ no anche la buona architettura, che inevitabilmente “contiene” gli uomini e la possibilita’ dei loro racconti, proteggendoli dal freddo, e dalla neve che copiosa insiste sui tetti.

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L’anima del paesaggio


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In un paesaggio non si è solo spettatori, ma ci si sta dentro spazialmente, con una presenza e una partecipazione fisica e spirituale finanche contemplativa.

Un paesaggio ed un panorama danno l’opportunità di percepire la particolarità di una regione, ma anche della sua realtà paesistica e sociale : la simbiosi tra natura e cultura.

Basta lasciar vagare lo sguardo per rendersi conto del quadro storico alternativamente frammentato e rissoso, oppure piano e pacioso che sta dietro gli agglomerati di case e lungo le strade ed i campi. Il panorama rivela pure zone d’ombra o brutture infertigli dall’uomo. Poiché non sempre un panorama include gente di ampie vedute. Ma questo è un altro discorso.

Trascritto da uno dei pannelli didattici che accompagnano e spiegano al visitatore  ciò che si vede dall’ Alpe Cardada sopra Locarno (Svizzera)

L’anima di un paesaggio è di fatto quello “schermo ideale” su cui, ognuno di noi, proietta la propria visione del mondo. Una visione che è suscettibile di moltissime variabili, tra cui : la cultura, lo stato d’animo, la salute, ecc..

Salendo sull’Alpe Cardada e poi sul monte Cimetta (mt. 1671 slm.), in una bella giornata limpida e ventosa, con un solo colpo d’occhio, si è in grado di spaziare a 360 gradi. E’ così che si coglie (circondati dal lucente biancore della neve) tutta la magnificenza del paesaggio, il punto più profondo ed il più alto : a sud il Lago Maggiore (con le splendide isole di Brissago), ad ovest le alte vette alpine vallesane con la Punta Dufour e la Jungfrau. E tutto ciò a solo pochi minuti al di sopra delle “mediterranee” città di Locarno ed Ascona ed a circa 135 chilometri da Milano.

Ecco forse l’anima del paesaggio è proprio questa specie di “serendipity” (come direbbero gli inglesi), che vuol dire saper cogliere qualcosa che abbiamo sotto gli occhi, che conosciamo, ma che riusciamo a vedere solamente avendo la capacità di collegare fra loro fatti apparentemente insignificanti, per arrivare ad una conclusione “preziosa”, o più in breve, forse soltanto: ad una “felice coincidenza” che ci emoziona, che ci commuove.

Quì una mappa dei luoghi descritti

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Ritom


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Tra poco all’inverno, si farà strada, come sempre, la primavera. La prima volta che sono stato ai laghi Ritom, in Svizzera, era un maggio inoltrato, di una primavera calda ed assolata. Ecco qui, nella zona del “Rio Tom”, in un paesaggio meraviglioso ed ameno, un vero e proprio giardino paesaggistico d’alta quota, “costruito” d’acque e montagna, si può apprezzare cosa sia l’idea stessa del paesaggio, in cui l’uomo si inserisce, modificandolo in maniera saggia.  Quì, l’uomo, dal 1918,  ha antropizzato un sistema di laghi glaciali, a fini idrici e per produrre  energia, che forse non ha eguali come antropizzazione paesaggistica. Da quì, oltre a poter osservare l’importanza di una gestione idrica ed energetica saggia, in grado di proporre un intero territorio montano come, offerta turistica ed enogastronomica di livello europeo, si può anche osservare dall’alto, la grande arteria autostradale svizzera, definita “La via delle genti” (N2 ora E35).

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“L’autostrada, nei suoi elementi costitutivi  nonché negli oggetti integrativi dovrebbe  essere considerata non come un seguito di  strutture additive ma come un tutto armonico nelle sue espressioni formali: l’autostrada  dunque nel suo complesso, come un’opera  unitaria e, in quanto tale, debitamente inserita nel paesaggio che attraversa.” Chi scrive era Rino Tami, “consulente estetico” dell’Ufficio Strade Nazionali del Cantone Ticino (Svizzera), ruolo che svolse per un ventennio, dal 1963 al 1983.

Tami in un ventennio, meticolosamente affronta ogni aspetto, dell’inserimento nel territorio, nel paesaggio svizzero, del tracciato autostradale nel suo complesso. Ed ogni punto è  risolto attraverso un’attenta lettura del “genius loci” del sito e l’adozione degli accorgimenti più semplici e corretti, in un continuo dialogo tra preesistenze e modernità.

Un’attenzione particolare è riservata alla convinzione che un’autostrada è innanzitutto un’architettura del paesaggio in grado di proporre un nuova lettura della realtà ambientale circostante. Natura ed Artificio, convivono assieme senza distonie, ma ognuna integrandosi con il proprio reciproco.

Fonte primigenia di questa colta visione stilistica, è innanzitutto l’utilizzo di un unico materiale costruttivo, il beton (cemento armato a vista), declinato in maniera innovativa a comporre un linguaggio formale asciutto, direi quasi “spartano” alla ricerca della massima  pulizia possibile.

Il felicissimo risultato, facilmente leggibile dall’alto soprattutto dalla stazione di arrivo della funivia dei laghi Ritom, è un’opera di straordinaria bellezza e coerenza e soprattutto di altissimo valore formale, che contribuisce in misura determinante a caratterizzare, ma soprattutto a “disvelare” un’ampia porzione di territorio, da Chiasso al San Gottardo.

Il linguaggio di Rino Tami, farà scuola, divenendo, una vera e propria cifra stilistica, dell’arte di fare paesaggio in Svizzera, per le grandi infrastrutture. Infatti anche per l’alta velocità ferroviaria svizzera (AlpTransit, in corso di realizzazione) si ritrovano, negli apparati evidenti, la stessa tipologia di ricerca linguistica.

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L’uomo dei grattacieli


Allestimento degli apparati per la visita del Papa al Parco Nord

Certo che tra Papa Giovanni Paolo II e l’ineffabile B16 (Papa Benedetto decimosesto), esiste una differenza che non è solamente nella maniera di “amministrare” il proprio ruolo spirituale ed umano, ma anche nella maniera di rappresentarsi e “fare architettura”. Mentre il primo, ad esempio, per l’allestimento del palco della visita a Vienna del 10 settembre 1983, si affida al noto architetto austriaco Gustav Peichl, realizzando così nella magnifica Heldenplatz, un elemento sobrio e gioioso, di colore verde, semplice e funzionale, con solamente una nuvola/video e delle sfere dorate quali elementi decorativi. Il secondo, per la imminente celebrazione della veglia per il Forum Mondiale delle famiglie cattoliche, che si svolgerà a Milano ai primi di giugno 2012, si compiace, dato il soprannome aeronautico (B16) di un palco a copertura semi-sferica, collocato in un aeroporto (Bresso), a mò di rock star, con sfondo i costruendi grattacieli milanesi. Alcuni dati : 3.500 metri quadrati di superficie coperta, 17 chilometri di transenne, 1.500 bagni, 37 chioschi, 20 ripetitori audio, 18 megaschermi, 11 accessi, 3.000 posti a sedere (costo medio 150 euro). Due visioni molto diverse di interpretare la comunicazione e la interazione con le folle planetarie che seguono fisicamente questi eventi, due cifre stilistiche fortemente divergenti tra loro. Una maniera, quella di Benedetto decimosesto, anche antiecologica, nonostante l’organizzazioni assicuri raccolta differenziata e riciclo delle strutture installate. Infatti la presenza di milioni di persone al Parco Nord, un’isola verde urbana che circonda l’aeroporto di Bresso,  un ecosistema fragile, costruitosi nell’arco di un trentennio in una delle aree urbane più dense ed urbanizzate al Mondo, creerà un tale stress, soprattutto per quanto concerne i volatili (picchi, allodole, gufi, ecc.)  ma anche i piccoli animali (ricci, volpi, coronelle austriache, ecc.) che li vedrà in fuga “folle” verso zone urbane dove perderanno inevitabilmente la vita. Lo “sbarco” del Papa nel milanese, del costo complessivo di oltre 10 milioni di euro, pare che alla fine, secondo stime renderà all’area metropolitana oltre 50 milioni di euro, ma il prezzo da pagare per l’ambiente sembra, come al solito, lo stesso molto elevato e sottovalutato sia da chi ha individuato quest’area, sia dai mezzi di comunicazione.

Giovanni Paolo II in Heldenplatz, Vienna 10 settembre 1983

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Muffe


Microbi, batteri e muffe, non capiscono i confini politici stabiliti dall’uomo. Hanno quale unica “missione” quella di  espandersi all’infinito, se trovano le condizioni ambientali, e reagire liberamente, sono veramente sovrani dei loro dintorni. Essi de-territorializzano lo spazio umano topografico, per delimitare il proprio dominio . Muffe, microbi, e batteri,  lasciano sempre qualche traccia dietro di loro. Una prova, una traccia, della loro espansione, del loro passaggio, viene sempre lasciata soprattutto, quando diversi oggetti entrano in contatto tra loro, rivelando una narrazione del passato, come le impronte digitali che indicano una mano che una volta entrata in contatto con una superficie o una sedia,  rivela che qualcuno era seduto lì prima di noi . In questo caso a noi interessano soprattutto le muffe, che da quando è la “casa dell’uomo”, rappresentano un “inquilino”, con cui necessariamente dobbiamo fare i conti.

Le muffe (si legge su wikipedia), che nelle case moderne super-coibentate sono un tipo di funghi pluricellulari, capaci di ricoprire alcune superfici sotto forma di spugnosi miceli e solitamente si riproducono per mezzo di spore. È comunemente chiamata muffa un agglomerato di questi sottili miceli, formatisi su materia vegetale o animale, generalmente come uno strato schiumoso o filamentoso, come segno di decomposizione e marcescenza. Nella tassonomia e nella filogenia le muffe non costituiscono un gruppo preciso, trovandosi nelle divisioni Zygomycota, Deuteromycota e Ascomycota. Le numerose spore rilasciate dalle muffe non causano alcun danno negli uomini, ma le ife che crescono da queste spore possono aderire alle cellule del primo tratto dell’apparato respiratorio e causare problemi in chi ha delle insufficienze immunitarie. Le muffe formatasi all’interno degli edifici creano un problema, soprattutto riguardo all’inalazione delle spore. Le spore di alcune muffe, infatti, causano potenti allergie (in quanto allergeni); inoltre, le spore di alcuni funghi come lo Stachybotrys rilasciano potenti tossine che, nei polmoni, creano infiammazioni e lesioni polmonari, specie nei bambini. Negli ambienti, la presenza di muffa può significare che qualcosa non va: una scarsa esposizione solare (spesso la muffa è uccisa dalla luce diretta del sole), un’eccessiva umidità (o per costanti infiltrazioni di acqua o per condensa sui muri freddi), una insufficiente ventilazione o una scarsa.

Oggi, con l’applicazione della legislazione vigente in merito al contenimento dei consumi energetici (Legge 10/1991) e con la certificazione energetica obbligatoria degli edifici (DLgs 192/2005 e 311/2006, DPR 59/2009), gli edifici, e soprattutto quelli residenziali, presentano ormai quasi in maniera regolare, lo svilupparsi di questi fenomeni in maniera più o meno diffusa. Ciò dipende dal fatto che le case, gli appartamenti, risultano sempre più spesso “stagni”, chiusi, senza una non corretta ventilazione. La presenza ormai sporadica delle persone in casa, e la mancata abbondante ventilazione degli ambienti, consentono lo svilupparsi di vere e proprie aggressioni fungine e di muffe. Fenomeno dovuto, a causa di una non ottimale ventilazione degli ambienti, che rendono l’aria interna insana e ricca di umidità.

Diventa quindi buona norma, quasi indispensabile, per il progettista di edifici ad alta prestazione energetica e supercoibentati (Classe B, Classe A, Casaclima oro, ecc.), dotare l’immobile di una ventilazione meccanica degli ambienti interni, che aspira l’aria viziata, la filtra, la pre-riscalda o la raffresca e la re-immette trattata (quindi de-umidificata, con le micro polveri abbattute, i pollini assenti, ecc.). Viene così garantito il risparmio energetico, scongiurate le muffe e si evita anche l’ingresso di aria inquinata, di rumore. Si vengono così, però, a generare degli spazi confinati, in cui la nostra vita trascorre sempre più in condizioni in cui noi siamo protetti, isolati, allontanati, dall’ambiente che ci circonda, quasi fossimo a vivere su Marte o sulla Luna. E’ di fatto un rifiuto della Natura da cui proveniamo, che abbiamo vessato e modificato talmente, che ci è ostile, improba.

http://www.oikosstudio.eu/index.php?fl=5&op=mcs&id_cont=159&eng=Ventilazione%20Meccanica%20&idm=203

Oppure si potrebbe immaginare, facendo della “architettura estrema” e di confine,  il ritorno ad uno spazio mutevole, dove le canoniche coordinate di ragionamento, si trasformano in un set di parametri dinamici. Governare le mutazioni microbiologiche, le muffe, può essere percepita come una nuova maniera di fare architettura degli interni, di vivere lo spazio-tempo. Ad esempio è come, progettare un ambiente umido, dove normalmente viviamo oggi, in cui si possa concepire che l’essere trasformato da campioni di batteri, di muffe, di funghi in un tono chiaro, sentirne gli odori, possa essere un “valore” che ci consente di avere un intorno, più coerente con la Natura da cui proveniamo, oltre ad essere sempre mutevole e vario. Un ambiente interno, che invece di essere dominato da carichi di polveri e micropolveri, provenienti dall’esterno, dalla nostra stessa desquamazione epiteliale, e degli oggetti in esso inclusi, possa essere invece un fluttuare mutevole di microrganismi, sui muri e nell’aria, perchè abbiamo risolto molte delle contraddizioni “esterne” del vivere odierno : inquinamento, traffico, incenerimento rifiuti, ecc.. Un ambiente interno in costante lenta modificazione ed in grado, forse di essere molto più appagante e coerente con il nostro passato, di “un’astronave” asettica ed artificiale.

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Omaggio a Livio


Case tradizionali a Sosogno (Val Verzasca)

Sono stato a parecchie conferenze di Livio Vacchini, il grande architetto svizzero (di Locarno), purtroppo morto qualche anno fa, dopo una lunga depressione (Locarno, 27 febbraio 1933 – Basilea, 2 aprile 2007). Di lui mi ha sempre colpito la sua “burbera schiettezza”, e l’essere “fuori dagli schemi”, come i veri cavalli di razza. La sua architettura, quasi classica, sublimava nelle ascetiche e semplici proporzioni compositive, il feeling con il moderno, con Le Corbusier. Vorrei qui parlare di un suo piccolo edificio a Vogorno in Val Verzasca, realizzato a metà degli anni ottanta del Novecento: casa Rezzonico. Livio Vacchini non amava molto, questo progetto, divenuto, contro la sua volontà un emblema del recupero “colto ed intelligente” dell’architettura tradizionale della Val Verzasca.

Ponte romano (Val Verzasca)

La Val Verzasca è una bellissima valle, situata a circa 135 chilometri da Milano, con una storia unica e complessa, i primi insediamenti nella zona, in particolare presso la foce della Verzasca, risalgono al neolitico. Risale al settimo  secolo avanti Cristo il “Sass di Striöi” (Pietra delle Streghe) di Berzona (una frazione di Vogorno), un masso su cui sono stati incise croci e due forme di piede. A Tenero si trova un’importante necropoli romana dei primi secoli dopo Cristo: scoperta nel 1880, vi sono stati ritrovati anfore ed oggetti in bronzo ora custoditi presso il Castello dei Visconti di Locarno.  La Val Verzasca è situata nel centro geometrico di Ticino. È circondata dalle montagne con dei passi all’altitudine di circa 2000-2500 metri e a un sola strada d’accesso da Gordola. La valle e molto stretta e si estende per circa 25km.. Verzasca è considerata una delle valli più selvagge di Ticino, ed è riuscita di conservare sua bellezza primigenia e l’architettura tradizionale nella forma dei rustici di pietra.

I monti della Val Verzasca

Le numerose e spettacolari cime con vista sul Vallese e sulle Alpi Bernesi, e i passi che conducono alle valli adiacenti, rendono la Valle Verzasca un luogo molto frequentato dagli amanti del Trekking d’alta montagna e del Rafting. L’intera valle è punteggiata dai tipici “rustici” di pietra grigia (Gneiss), con bordi bianchi alle finestre e pesanti tetti di pietra. Le Cappelle lungo i sentieri testimoniano della fede religiosa dei valligiani; in particolare si ricorda la “Cappella del Vescovo” a Gordola, fatta costruire nel 1669  dal vescovo di Como, Ambrogio Torriani, dopo essersi salvato da una pericolosa caduta da cavallo.

Casa Rezzonico a Vogorno

Ritornando alla Casa Rezzonico di Livio Vacchini, l’architetto, ha raccontato in una conferenza, qualche anno prima della sua morte, che originariamente il suo intento era quello di costruire una casa in cemento armato, con i muri in pietra (Gneiss), come in uso nell’architettura tradizionale locale, ma rigorosamente con il tetto piano. Poi, dopo una lunga diatriba con l’amministrazione comunale di Vogorno e soprattutto con il tecnico, si era deciso a dare una risposta, provocatoria ed alternativa a queste “insistenti richieste”. L’edificio venne quindi riproposto esattamente identico come il progetto originario, con un’unica variante, sul tetto piano era stato appoggiato un duplice tetto a struttura lignea e falde in pietre locali. I due tetti, quindi denunciavano, nella loro inutile funzionalità, la loro “addizione” puramente decorativa, di una non condivisa imposizione.

Ai più, però, l’edificio Vacchini, con due tetti in “piotte”, garbava, in quanto citazione colta dell’architettura tradizionale locale, cosa che così non è. Di fatto è un “ibrido” molto equilibrato, dove ciò che è stato imposto, valorizza la modernità “voluta” del piccolo edificio, che costituisce un “ponte” tra Passato e Futuro. Soprattutto, un esempio di come si salvaguarda il paesaggio dandogli contemporaneità. Un grande insegnamento di umiltà, da un  “maestro” dell’architettura, soprattutto per noi Italiani, che spesso cadiamo nelle “sabbie mobili” delle Sovrintendenze ai Monumenti, ed a vincoli paesaggisti beceri, applicati da tecnici incapaci, che, più che salvaguardare il paesaggio, lo danneggiano per sempre.

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