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Builders of the future

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Paesaggio

Glass (Bregenz, Austria, Europa)





Il vetro fa parte della nostra vita da oltre cinquemila anni : un materiale duttile, naturale, non inquinante, potenzialmente infinito e trasparente. Un materiale totalmente riciclabile e bio-compatibile. Talmente trasparente, da costituire una ovvia presenza nella nostra quotidianità, che spesso non ci accorgiamo di quanto la sua eventuale assenza determinerebbe un cambiamento radicale nella nostra esistenza, non solo in termini di impatto ambientale, ma anche e soprattutto se associata ai progressi igienico-sociali ottenuti grazie al suo utilizzo.

Il vetro viene utilizzato in uno spettro molto ampio, che spazia : dai contenitori per alimenti e bevande, agli usi farmaceutici e cosmetici, alle facciate continue dei grattacieli, alle finestre delle comuni abitazioni, passando per oggetti d’arte, di arredo e design, fino agli impieghi nelle tecnologie più all’avanguardia (pensate ad un oblò di un’astronave).  Il fascino “discreto” che il vetro ha sempre esercitato è giustificato dal suo aspetto e dalle sue funzioni tanto meravigliose e complementari quanto contraddittorie che ne hanno fatto un materiale dai poteri misterici. La storia del vetro è la storia dell’uomo, della trasparenza che lascia passare la luce e lo sguardo e al tempo stesso separa, isola, garantendo, migliorando e tutelando la vita degli uomini in ambienti confinati.

Qui a Bregenz (Austria), Peter Zumthor  ha creato, anni fa (1997), un “monumento” al vetro, alla sua trasparenza, alla sua duttilità. Quasi sul lago di Costanza, questo edificio, è di fatto, un “grande faro”, sensuale ed attraente. Un “gioco di carte”, magistrale e magico, che sorprende il visitatore della Kunsthaus, un racconto di forza e leggerezza, come è la natura di questo prodotto.

http://www.kunsthaus-bregenz.at/ehtml/ewelcome00.htm

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Lana, legno, lentezza


Il Monte San Vigilio 1485 mt, domina la cittadina di Lana, nella valle del Fiume Adige, tra Merano e Bolzano; quì non ci sono automobili. Il Monte è raggiungibile in solo pochi minuti di funivia partendo dal centro abitato di Lana. Dal San Vigilio la natura si offre, garantendo uno sguardo immaginifico sullo scenario dolomitico.

Quì si trova un Hotel, un prestigioso Resort di montagna, realizzato nel 2003 con legno di larice, argilla naturale, vetro ad altissima prestazione, esso si adagia con la sua planimetria a forma di “Y” su un pendio orientato est-ovest. L’edificio, che ha solamente gli interrati in cemento armato, si “confonde”, si “incastra con antica sapienza” nel paesaggio boscoso, pur essendo una complessa e sofisticata “macchina per abitare” da 14000 mq (costo 20 milioni di euro); un oggetto di design moderno ed ardito, dove il lusso, entra in simbiosi intima con il paesaggio ameno dell’intorno. Un edificio ad altissima prestazione, certificato da Casaclima, rispettoso dell’intorno, dove edilizia, benessere e sostenibilità possono essere coniugate assieme.

Le camere sono tutte orientate ad est o ad ovest. Le terme, che sfruttano le proprietà terapeutiche della sorgente del Monte San Vigilio, sono su due piani ed orientate a sud. Molti gli spazi collettivi : la biblioteca, il soggiorno (unico ambiente con la televisione, assente in ogni camera), la sala del caminetto. Nelle 40 camere (da 36 mq cadauna) e 6 suite, spesse pareti di argilla naturale “battuta” dividono la zona notte dal bagno e fungono da accumulatori che restituiscono calore in inverno e fresco d’estate. Il grande tetto piano “verde”, evita il surriscaldamento estivo e migliora la coibenza invernale, mentre imponenti vetrate sfruttano l’energia solare. Lamelle lignee (di larice) in facciata, modulano il rapporto tra luce ed ombra. Il tutto è dominato da un’esecuzione “minimalista” dei dettagli, mentre la ventilazione è controllata da un sofisticato impianto elettronico che consente il recupero del calore, coadiuvato dall’uso di pannelli radianti. Il riscaldamento è a biomassa con scambiatore geotermico, viene così garantito un beneficio per tutta l’economia boschiva del Monte, che produce oltre al legname tradizionale, dei legni di bassa qualità da utilizzarsi quali fonti energetiche in forma di “cippato”.

Ecco, quì sul Monte San Vigilio, natura ed architettura sembrano avere trovato un giusto compromesso, un punto di equilibrio possibile, tra consumo di territorio e sua valorizzazione, tra uomo ed ambiente. L’assenza o quasi di mezzi elettronici (televisione e cellulari prendono malissimo), consente, mercè anche il rapporto con l’acqua e la natura incontaminata dei boschi di montagna (di larici ed abeti), di recuperare una dimensione temporale “biologica”, una “lentezza” più naturale e consona a noi umani. E’ questo il vero motivo del successo che ha il Resort, perennemente occupato (nonostante gli altissimi costi) da una moltitudine di persone provenienti da tutte le parti del mondo.

L’autore del progetto : http://www.matteothun.com/

Il link del Resort : http://www.vigilius.it/it/il-vigilius/12-0.html

Il sito del Monte San Vigilio : http://www.vigilio.com/it/San%20Vigilio/Vigilio.html




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Bici e dintorni


Mentre alcuni sostengono  un ciclismo veicolare in cui la bicicletta è inserita nel sistema del traffico al pari di auto e moto e quindi la pista ciclabile è solamente una striscia sulla pavimentazione stradale. Dall’altra abbiamo una “cultura” in costante crescita dell’uso del ciclo, che spinge verso una maggiore ciclabilità (intesa come qualità e sicurezza) per le piste ciclabili. Tale atteggiamento culturale ha portato a realizzare intere reti di corsie separate dalla viabilità ordinaria, con i propri sistemi autonomi di viabilità. Le infrastrutture ed il livello di ciclabilità  giocano un ruolo importante nello sviluppo  dell’utenza della bicicletta . L’utente della bicicletta vuole sentirsi innanzitutto sicuro.

Abbiamo quì sotto selezionato alcuni progetti innovativi, degni di nota, che riguardano il concetto di ciclabilità.

LIGHT LANE – PISTE CICLABILI ISTANTANEE A CORSIA DINAMICA

Light Lane: Dynamic Lane creation

Riconoscendo che le piste ciclabili protette sono un mezzo efficace per migliorare la sicurezza per tutti gli interessati, ed  al contempo riconoscendo che il costo di tali corsie, in media  40/50.000 euro per chilometro, è attualmente impensabile per un loro diffuso impiego,  i progettisti di corsia Luce , Tee Alex e Evan Gant (Altitude) hanno il seguente obiettivo:

“Invece di costringere i ciclisti di adattare il loro comportamento alle infrastrutture esistenti, la pista ciclabile deve adattarsi al ciclista” .

Il LightLane  è un accessorio da montare sulla bicicletta che proietta una ben definita corsia virtuale sulla superficie dell’asfalto. Viene cosi segnalato a tutti gli “attori” del traffico veicolare un territorio protetto, rendendo la bicicletta un mezzo ideale per un pendolarismo a breve e medio raggio.

COPENAGHEN CICLISMO RINGHIERE

Copenaghen Rails Bike – immagine da Zakka / Mikael su Flickr

In una città, Copenhagen, che è la Mecca dei ciclisti, i piccoli dettagli continuano a fare la differenza. Fisicamente questo pezzo di arredo urbano offre poco più di una piccola comodità – che permette ai ciclisti di evitare di smontare dalla bicicletta quando sono  in attesa che il semaforo diventi verde. Al di fuori di questo utilizzo, questa rete di ringhiere parla di una cultura ciclistica “matura” che ha superato la fase di soddisfare i requisiti minimi, e può permettersi  di guardare verso l’innovazione di seconda generazione.

WASHINGTON DC UNION STATION BICICLETTE TRANSIT CENTER

DC Union Station biciclette Transit Center – Design KGP

Come estensione periferica dei trasporti pubblici la Union Station, già funge da hub per i treni, metropolitana e autobus di Washington DC. Il progetto realizzato di Transit Center per biciclette (KGP Design Studio), cerca di collegare la rete ciclabile a questo  terminale multi-modale. Si tratta di fornire un parcheggio “strutturato” per le bici, che possono essere affittate, ma non solo, anche : spogliatoi, armadietti, servizi igienici, ecc..

Liberamente tratto e tradotto da : Infranetblog.org – autore : Maya – apr 13, 2011

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La Piazza Rossa (San Gallo)


Piazza Raiffeisen a Sankt Gallen 

La Piazza,  realizzata da Pipilotti Rist, artista e Carlos Martinez architetto, tra il 2003 ed il 2005, a San Gallo, costo 3,9 milioni di franchi svizzeri, è rossa. E’ di un rosso intenso dovuto alla pavimentazione ed agli arredi, rivestiti in un’unico materiale gommoso (da riciclo di gomma usata), di fatto si tratta di una grande “stanza urbana”, direbbe qualcuno di mia conoscenza, ma in realtà è una nuova dimensione spaziale, dove l’esterno, illuminato ed insonorizzato con la cura che solamente un’artista di fama internazionale, sà azzardare, diventa un’esperienza sensoriale, sensuale ed unica. L’acqua, della fontana, sgocciola su una superficie elastica, mentre voi vi sedete su panchine molli e gommose, che sono un tutt’uno con la pavimentazione ed anche con la fontana. I corpi illuminanti sono invece “sfere volanti”, in vetroresina,  sospese con cavi tra gli edifici. Anche la segnaletica “trasgredisce” alle normali e ferree regole svizzere, per diventare un effetto grafico che impreziosice, anzichè disturbare.

Pipilotti è magica, riesce sempre a trasformare lo spazio in un grande organismo vivente, mescolando cinema e televisione, allucinazioni e immagini ad alta definizione, musica. Ecco un esempio di come arte ed architettura, riescono a fondersi per produrre qualcosa di “confine” che fa del bene ad ambedue le discipline.

Riporto quì di seguito dal quotidiano “City” di oggi 9 novembre 2011 : ” Un lampadario fatto di mutande femminili. Un elettrodomestico che spara a raffica bolle di sapone. Apre oggi al pubblico milanese “Parasimpatico”, la prima importante mostra italiana dell’artista Pipilotti Rist, organizzata dalla Fondazione Nicola Trussardi e allestita al Cinema Manzoni (in via Manzoni 40). La sala, chiusa dal 2006, ha riaperto appositamente per ospitare la personale di questa eclettica performer svizzera: 49 anni, la Rist può vantare la partecipazione a ben cinque Biennali di Venezia (oltre che a quelle di Sidney, Istanbul, Mosca, Shanghai, Berlino, Lione e San Paolo) ed esposizioni al Moma di New York, al Centre Pompidou di Parigi, alla Fondazione Joan Mirò di Barcellona. A Milano la Rist – Pipilotti è la fusione del suo nome di battesimo, Charlotte, con quello di Pippi Calzelunghe, personaggio da lei amato durante l’infanzia – trasforma le sale del Manzoni in un continuum di opere e video-installazioni. Sullo schermo principale si vedrà l’artista mentre preme il viso contro una finestra, deformandolo. Fino al 18 dicembre, aperta tutti i giorni dalle 11 alle 21, ingresso libero.”

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La città delle donne (Roma)


MAXXI

Roma è tornata al centro della “passerella” architettonica internazionale contemporanea  il 12 novembre 2009, con la presentazione alla stampa del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, appena completato, progettato da Zaha Hadid (Baghdad, IRAQ, 1950).

Sono passati quasi dieci anni dall’assegnazione del concorso internazionale di idee per la realizzazione del nuovo centro museale romano. Nel lontano 2000, tra le oltre 270 candidature giunte, 15 gruppi progettuali ammessi alla seconda fase, il progetto vincitore risulta quello della archistar anglo/irachena. Sbaragliando illustri e più noti concorrenti come : Jean Nouvel e Rem Koolhaas,  viene così interrotta la supremazia del sesso maschile dello star system architettonico proponendo una soluzione progettuale innovativa e creativa. Nel 2004 Zaha Hadid vince il Premio Pritzker per l’architettura contemporanea.

L’architettura del MAXXI, che sulla carta sembrava irrealizzabile, ai più, ora genera un effetto ardito e dirompente. La spazialità è fluida, si potrebbe affermare “liquida”, degna della società descritta da Baumann. Un’architettura da vivere sul posto, più che da raccontare: le categorie canoniche d’interpretazione dell’architettura sembrano termini appartenenti al passato. Sale, stanze espositive, auditorium, laboratori, depositi, ecc., dedicati all’arte contemporanea nel suo insieme : architettura, fotografia, scultura, pittura, videoart, ecc.. Vedute, visuali, scorci inusuali, aperture, connessioni, disequilibri, si alternano attraverso una sorprendente articolazione spaziale, dove non esiste più una cesura tra interno ed esterno. Un altri enorme, alto più di 20 metri, con pochissimi pilastri, banconi/reception in Corian, gettato in opera, scale ardite auto-portanti, tutto sembra orchestrato per stupire. I costi lievitati da 50 milioni di euro, ad oltre 132 milioni di euro. L’idea del Maxxi nasce nel 1998 con il trasferimento delle ex caserme Montello al Mibac. Nel 2000 lo studio Zaha Hadid si aggiudica il concorso per il progetto. Nel 2003 iniziano le demolizioni e la costruzione dell’opera ad opera dell’Ati Maxxi 2006 (Italiana costruzioni e Sac). L’opera è stata costruita su un lotto di 29mila metri. Gli spazi esterni sono di 19.640 metri (oggi oggetto di interventi di land-art ed istallazioni provvisorie d’arte. La superficie espositiva complessiva è di oltre 10mila metri quadrati.

MACRO

Odile Decq (Laval, Francia, 1955) , fu la vincitrice nel lontano 2001, del concorso internazionale bandito dal Comune di Roma per l’ ampliamento del Macro (Museo d’Arte Contemporanea Roma). Il museo ha aperto al pubblico il 3 dicembre 2010. Il progetto, interrompe l’approccio tradizionale tipicamente italiano di esasperata integrazione tra vecchio e nuovo, quando ci si trova, come qui, in un contesto di carattere storico, la nuova costruzione si inserisce nella struttura preesistente ridefinendone però l’intera morfologia ed il percorso espositivo. L’opera architettonica è stata realizzata con il coordinamento tecnico e procedurale dell’Ufficio Città Storica dell’Assessorato all’Urbanistica, mentre il controllo amministrativo è stato curato direttamente dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma. La direzione dei lavori è stata seguita dal team Zètema Progetto Cultura, società a cui sono stati dati in gestione anche i  servizi museali.

Il MACRO, con l’addizione dei nuovi spazi, pensati da Odile Decq, diventa un luogo museale contemporaneo che illustra il percorso creativo che conduce alla contemporaneità. La nuova e unica entrata del Museo, segna l’ingresso di un’architettura dedicata all’arte, un intero isolato, caratterizzato da una superficie espositiva considerevole, cui si aggiungono le nuove aree dedicate ai servizi e al pubblico: la grande terrazza “sui tetti”, la sala conferenze, la libreria (con ampia dotazione di testi), il ristorante, la caffetteria (molto intima e piacevole), il parcheggio e l’area didattica, per raggiungere una superficie complessiva di 19.590 mq, incluso il parcheggio pluripiano interrato di oltre 160 posti auto, utilizzabile anche dai residenti del quartiere.

Le forme dinamiche e colorate della nuova struttura, perfettamente integrate nel contesto preesistente, creano ora un paesaggio di percorsi, anche aerei, sensuale e luminoso (di luce naturale) in cui i diversi linguaggi del contemporaneo trovano la loro collocazione spaziale naturale. Si instaura così un “sistema ridondante” in cui la nuova costruzione “impollina” gli elementi che la circondano, restituendo una trasparenza seducente ed articolata.

Il complesso degli edifici della ex Birra Peroni, dove ha sede il MACRO fu realizzato dall’architetto Gustavo Giovannoni, tra il 1901 e il 1922. Nel 1989 il Comune di Roma destina una parte dello stabilimento a sede della Galleria Comunale d’Arte Moderna, ed iniziano i lavori, seguiti direttamente dalla Sovrintendenza di Roma. Finalmente nel settembre 1999 la galleria apre al pubblico. Nel 2001 un concorso internazionale assegna i lavori di riqualificazione del secondo lotto dello stesso isolato della fabbrica all’architetto francese donna Odile Decq. Nel 2002 sono stati assegnati al MACRO due capannoni dismessi del Mattatoio di Testaccio, nel 2003 è stato restaurato e aperto al pubblico un primo capannone di circa 1.000 mq con il nome di Macro Future, oggi MACRO Testaccio, nel 2007 è stato aperto al pubblico il secondo capannone di altri 1.000 mq, sempre con ingresso da piazza Orazio Giustiniani. Nel marzo 2010 è stato restaurato un terzo padiglione dell’ex Mattatoio di Roma denominato Pelanda dei suini. Costo complessivo dell’intervento di Odile Decq, 27 milioni di euro.

Due architetture, due edifici realizzati da due donne, con diverse sensibilità spaziali, ed anche due “fisicità” e profili caratteriali diversi. Architetture che ci hanno regalato due ex aree dimesse, proiettate nel futuro, in maniera intelligente. Due “granai per i periodi di carestia” scriverebbe saggiamente Marguerite Yourcenar.

Se andate a Roma, per una volta, lasciate perdere i ruderi, le macerie, la storia, la “memoria” di cui la nostra splendida capitale è piena e proiettatevi per un attimo in questa nuova “dimensione”, un po’ più  periferica, dove il “paesaggio contemporaneo”, fatto di cemento ma realizzato con sensibilità “al femminile”,  può riservarvi considerazioni inaspettate.

MAXXI

Sito istituzionale : http://www.fondazionemaxxi.it/

Video : http://vimeo.com/12708450

Sito della progettista : http://www.zaha-hadid.com/

MACRO

Sito istituzionale : http://www.macro.roma.museum/

Video : http://vimeo.com/12146980

Sito della progettista : http://www.odbc-paris.com/web/

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…….tre (paesaggi | scenari)


Tra la sera del 29 ottobre e la notte tra il 31 ed il 1 di novembre, mi sono letto “avidamente”, un libro che ho dovuto prenotare alla libreria, perché ormai introvabile. Il libro in oggetto si intitola “In questo progresso scorsoio” (Garzanti – Le forme – 2009) ed è una lunga conversazione di Andrea Zanzotto con Marzio Breda. Ne riporto qui alcuni brani.

1) “Scompaiono le biodiversità e non sappiamo nemmeno se si possa più parlare di natura, visto che la natura è sterilizzata dalla chimica, plastificata e che persino le colline vengono spostate dai bulldozer e ricostruite in favore di sole per ottimizzare i raccolti dei vigneti. Siamo immersi in una tensione continua, che spinge a uno sviluppo cannibalistico, vorace. Un affanno a costruire che ci mangia la terra sotto i piedi, letteralmente. L’effetto è la devastazione e lo spaesamento universale….”

2) “Mi pare che per molti aspetti sia sempre l’Italia secentesca raccontata dal Manzoni nei Promessi sposi, il nostro vero libro etnico e purtroppo ancora futuribile. E non vedo significative differenze tra la Prima e la Seconda Repubblica di una nazione che non ha mai avuto una vera religione civile, un ethos comune. Il nostro era e resta un banalissimo e torvo teatrino (nonostante la storia letteraria abbia sempre tenuto in campo l’idea di un’unità del paese, fin dal Medioevo), con una classe dirigente che si è autosqualficata facendo collassate le stesse strutture dello stato, per il prevalere di una corruzione che ha coinvolto interi ceti, di una classe che ha di fatto osteggiato l’opera di veri e propri eroi lasciati soli contro i pidocchi mafiosi, che anzi vennero distribuiti a metastasi in tutte le regioni. E’ un paese dominato da una volgarità fatua e rissosa (sostenuta da una certa devastante tv), inserito senza troppa coerenza e convinzione tra l’Europa invecchiante e le esplosioni demografiche vicine. Come dire che siamo sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma, mentre intorno a noi enormi mutamenti sono in corso e scienza e tecnica ne trascinano il gioco, a loro volta giocate dai tortuosi e occulti poteri economici.”

3) “ Basta leggere quel bellissimo libro che è Gli ultimi giorni di Gautama Buddha, dove dove è rappresentato il senso della tranquillità di fronte a qualsiasi cosa, anche la più avversa, perché altrimenti il processo di liberazione non può verificarsi. E’ la storia di Buddha che, quando arriva agli ottant’anni, parte con un suo assistente e va in giro a mendicare, in obbedienza al proprio precetto di non possedere nulla. Arrivato da un Re, che naturalmente conosceva la sua predicazione spirituale, e subito accolto e ospitato, a un certo momento Buddha si rende conto che i funghi che gli hanno servito sono velenosi, ma continua a mangiarli finchè muore. Forse pensa, fedele alla sua stessa dottrina, che non deve ricambiare il male con il male…Di fatto, così sospeso tra estrema indulgenza ed estremo ascetismo, sceglie di morire. E anche questo epilogo mi pare mantenga il punto interrogativo se il suo insegnamento si configuri più come filosofia che come una religione.”

Cosa vuol dire oggi paesaggio italiano nell’epoca della cultura 2.0/3.0, della società della rete, sempre connessa. Me lo sono chiesto guardando una persona che conosco, ad un convegno sul paesaggio, che si affannava, con metodologie, anche di rete, a trovare connessioni, tra le persone, tra le tendenze, tra i movimenti. Una cosa impossibile, soprattutto quando al centro c’è il paesaggio, che in Italia, per definizione è  vario, multiforme e quindi frammentato, polverizzato. Come lo sono anche gli abitanti, le genti. Ciò che vale in un luogo, cento metri più in là perde valore, importanza e subentrano nuove categorie. L’Italia non hai mai un unico Genius Loci, sovrapponibile ovunque, ma migliaia, milioni di situazioni locali estremamente diversificate. Probabilmente il paesaggio, nella testa degli italiani, vuol dire contrasti, tensioni, contraddizioni, preservazione di una identità locale, frammentazioni. Vuol dire, soprattutto, che non esiste un’idea comune di paesaggio, ma molte idee di paesaggio; probabilmente paesaggi plurimi. Ciò è ancora più evidente con le nuove generazioni. Infatti le nuove generazioni, che si occupano di paesaggio, le  potremmo definire “critiche”, hanno caratteristiche di estrema introversione, ma sono decise, chiare nei loro intenti ed estremamente critiche nei confronti di qualunque lettura consolidata e “ferma” del paesaggio. Sanno di essere minoritarie, ma in continua crescita. Queste generazioni, che nel complesso potremmo definire come Nuova Generazione Critica, di fatto si antepongono alla generazione critica del sessantotto, che è invece anziana, impotente avendo “ucciso” proprio per frammentazione ed incapacità di unificazione, il movimento politico dei Verdi, che invece in Europa è ormai una realtà consolidata, anche di governo, soprattutto in Germania. La generazione critica del sessantotto è incapace di leggere proprio questa nuova tendenza generazionale, muovendosi, quando ha a che fare con il paesaggio, con categorie “canoniche” consolidate, non adatte a costruire un dialogo. Invece con questa “Nuova Generazione Critica” non bisogna semplificare, cercando per forza una unitarietà, ma bisogna, invece, saper gestire la complessità della frammentazione, in maniera dinamica, colta, direi “fluida”, con forti contenuti anche autocritici. Bisogna sviluppare una comunicazione (anche in rete) e degli eventi, con forti caratteristiche innovative,  senza sensazionalismi o troppo ricchi di “memoria”, oppure eccessiva “eleganza”, ma con forti caratteristiche “virali”, e “trasgressione”. Comunicazione ed eventi che soprattutto siano sui fatti…… e nei fatti e consentano alla gente di raccontarsi, piuttosto che cercare di interpretarla.


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Norman versus Maurizio (St. Moritz)


St. Moritz

Due architetti: uno, un’archistar internazionale (l’inventore dell’ High-Tech), l’altro, il numero due, che lavora esclusivamente in Engadina (quello che noi definiremmo un professionistone).

Il primo, Lord Norman Foster (Manchester, 1935), da illustre “turista residente”, autore di due dei più accattivanti e moderni edifici di St. Moritz : La residenza “Chesa Futura” e il complesso commerciale e residenziale del “Murezzan”. Due edifici dove il legno, è usato in maniera “altamente tecnologica” . Con la Chesa Futura ed il Murezzan, Foster ha imposto nuovi standard all’architettura alpina : un’intelligente scelta di materiali “storici” e naturali, la precisione nella lavorazione progettuale e nello sviluppo dei dettagli tecnologici, l’integrazione “spinta” nel contesto esistente e un linguaggio formale “innovativo” che deriva coerentemente da esigenze tecniche, ma non solo, anche dalla volontà di stupire.

Norman Foster – http://www.fosterandpartners.com/Practice/Default.aspx

Il secondo, da “vero residente”, invece ha costruito alcune abitazioni a Maloja; si chiama Renato Maurizio ed è un architetto di montagna, oltre che acquerellista molto apprezzato. Il suo paese di nascita è un paesino della Val Bregaglia, Casaccia (nel 1949) e svolge la sua professione di architetto a Maloja . L’attività a cui si applica ormai da molti anni, non si localizza mai fuori dall’Engadina, fatto che lo ha fatto diventare un architetto “locale” poco conosciuto all’estero. I progetti e le realizzazioni di Renato Maurizio, soprattutto, sono impostati secondo un principio di legame “intimo” con la tradizione locale, ma con uno sguardo attento alla cultura architettonica moderna e senza mai rassegnarsi al “regionalismo”. I suoi edifici indicano una via “possibile” per rimettere in armonia artificio e natura, paesaggio antropizzato e paesaggio naturale.

Renato Maurizio – http://www.swiss-architects.com/it/maurizio/de/

Due architetti molto diversi tra loro, che interpretano il Genius loci architettonico e tecnologico della valle che da Chiavenna (Italia) porta a St. Moritz (Svizzera) in maniere molto diverse. Due progettisti di edifici ad alto contenuto di eco-sostenibilità, sia architettonica che impiantistica. Due professionisti che hanno del paesaggio antropizzato di questi luoghi ameni, due idee molto diverse, che però ci prospettano scenari futuri nel solco della modernità, senza “piegarsi” a inutili e “storicistiche” salvaguardie paesaggistiche fine a sè stesse. Questa è la vera, unica “salvaguardia” possibile del paesaggio naturale ed antropico, proiettarlo, con rispetto e “conoscenza” nel futuro, senza cemento inutile e banale, ma anche senza rinunciare a quella che è la principale attività umana su questo pianeta.

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Chesa Futura” – 2004

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Murezzan” – 2007

Qui sotto alcune immagini dell’edificio residenziale di Renato Maurizio a Maloja “La Soldanella” – 2007

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Uno, due ………..


UNO – Oggi, 29 ottobre 2011, ho partecipato con alcuni amici, fino alle 14,00 al Forum Nazionale “Salviamo il Paesaggio, difendiamo i territori”, che si teneva a Cassinetta di Lugagnano, da mane a sera, con il tentativo di completare l’elaborazione di una proposta di Legge di iniziativa popolare concernente : “Principi e azioni per la tutela, il governo e la pianificazione pubblica del territorio per la salvaguardia dei suoli liberi e del paesaggio”

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=647

Vista la quantità degli iscritti, la manifestazione si teneva nel parco “De Andre”, dove un comodo emiciclo, consentiva ai partecipanti di confrontarsi sul tema, ognuno portando la propria esperienza. Tra i partecipanti: Giulia Crespi (ex presidente del FAI), Stefano Boeri (assessore alla cultura ed expo 2015 del comune di Milano), Carlo Petrini (presidente Slow Food), Pietro Raitano (Altreconomia), Domenico Finiguerra (Sindaco di Cassinetta di Lugagnano), Luca Fioretti (presidente dell’Associazione Comuni Virtuosi), Vittoria Brancaccio (presidente Agriturist), Paolo Carsetti (Forum Movimenti Acqua), ecc..

Tanta partecipazione (oltre 500 persone), tante idee, tante testimonianze interessanti sul paesaggio e la sua tutela. Tantissimi architetti lì per riciclarsi? Chissà. Molta voglia di fare, di agire, di contrastare uno scempio che stà sotto gli occhi di tutti. Ma, invece, le cose che a me sono sembrate più evidenti sono state : 1) innanzitutto la dominanza del colore grigio dei capelli dei partecipanti, infatti l’età media probabilmente era molto, molto alta; viene quindi ovvio chiedersi se un movimento così vetusto può costruire il futuro; 2) come mai i giovani sono poco sensibili, refrattari ad un tale messaggio; 3) la bellezza del luogo, la sua amena eccezionalità, chissà come mai questo tipo di manifestazioni non si fanno là dove il paesaggio viene devastato, villipeso, alla Bovisa di Milano, piuttosto che al Corviale a Roma.

Ecco forse la risposta potrebbe essere questa, al Forum hanno partecipato pochi giovani, perché il nostro è soprattutto un paese di vecchi, i quali hanno costruito un evento a “loro uso e consumo”, nel posto giusto, bello, ricco di memoria, con il cibo giusto  del “Mercato della Terra”. Un evento “Slow”, di anziani delusi dal movimento ecologista, dalla sinistra, dai verdi, che ora si rifugiano nella grande “arca del paesaggio”. Renzi direbbe il cimitero dei “Dinosauri”. Infatti l’unico episodio di palese “frizione” è stato elaborato da un giovane di “terratrema” (http://www.laterratrema.org/) che ha contestato Petrini proprio sul fatto di essere ora contro Expo 2015, pur essendo uno degli ispiratori iniziali del progetto. Fatto opinabile, ma perfettamente contestualizzabile nella complessità della visione che hanno oggi i giovani, del termine “paesaggio”. Questione per nulla, nemmeno sondata dai “soloni” oggi lì presenti, che procedono indefessi, anche nel testo di “Proposta di Legge popolare”, con le solite categorie canoniche.

DUE – Oggi, 29 ottobre 2011, ho partecipato, alle 15,30 con due amici (di cui uno con un cane), all’inizio delle piantumazioni, nel “Parco della Balossa”, che è un PLIS (Parco Locale di Interesse Sovracomunale), voluto dai comuni di Cormano e di Novate Milanese. Un progetto coraggioso, un parco agricolo “fragile”, in una delle aree più inquinate e cementificate d’Europa, a salvaguardia di un ultimo frammento di paesaggio agricolo lombardo dell’area nord di Milano.

http://www.comune.cormano.mi.it/news/news_dettaglio.asp?id=1475&gruppo=Ecologia&id_gruppo=6

Buona partecipazione, tantissime giovani famiglie (quì, quasi nessun capello grigio), con i figli, a compiere un atto, piantare un albero o un arbusto, che “parla del paesaggio” più di qualunque altra cosa. Perché parla al cuore, più che alla testa. Ricordo, quando ragazzino, andai a piantare, proprio come hanno fatto oggi alla Balossa, giovani piante nell’allora nascente Parco Nord. Oggi, molti di quegli alberi, hanno più di 30 anni, ed hanno segnato la mia vita. Non a caso ho fatto l’architetto e non a caso, mi sono occupato di paesaggio, acquisendo in merito un master. Sono anche presidente della commissione per il Paesaggio del comune di Novate Milanese. E sempre non a caso, da oltre due anni sono Guardia Ecologica Volontaria (GEV – http://www.parconord.milano.it/servizio-volontario-di-vigilanza-ecologica) del Parco Nord. E domani sarò lì al Parco, insieme a tanti colleghi, a tutelare quelle piante che ho contribuito a piantare tanti anni fa, ed a divulgare una “cura” per il paesaggio che non può essere scritta con le leggi. Ecco forse, oggi, in merito a salvare il paesaggio e difendere i territori per il futuro, lo si è fatto più alla Balossa, che a Cassinetta di Lugagnano. E forse sarebbe il caso che Forum di questo tipo, seppur molto interessanti ed importanti, avvengano in contesti, meno ameni, direttamente sul “fronte” (ad incontrare coloro che saranno i veri fruitori di leggi di salvaguardia), magari proprio mentre si “costruisce” il paesaggio e lo si “fissa” in maniera indelebile nella memoria futura delle persone, più o meno giovani.


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Resilienza


http://www.biblioteca.wwf.it/enciclopedia/detta_enciclo.php?id=214

Cosa è la resilienza nell’architettura, nell’edilizia, nel paesaggio? Una risposta possibile, la devo agli “stimoli” dati dai link di un’amica di rete (che ovviamente non conosco di persona), e potrebbe essere questa.

Il “Sistema di Terra” è complesso, fragile e resistente contemporaneamente. Ci sono molti aspetti che noi non capiamo ancora, ma per millenni abbiamo “usato” questo “sistema  in maniera esasperata e speculativa.  Ciononostante, noi siamo la prima generazione con la consapevolezza dei rischi globali e nuovi che stà affrontando l’umanità.

Noi constatiamo quotidianamente l’evidenza che il nostro progresso, su questo pianeta, gestito quale  specie dominante, è avvenuto troppo rapidamente e ad un prezzo molto alto. Modelli insostenibili di produzione, di occupazione del suolo, di consumo, e di crescita della popolazione, stanno sfidando l’elasticità e la resilienza ecologica e biologica del pianeta per sostenere le attività umane.

Ecco, in tal senso, attività umane, come l’architettura (l’edilizia nel suo complesso) e la gestione del paesaggio, (infrastrutture comprese), essendo tra le principali in cui si “diletta” la specie umana da millenni, possono essere proprio la base di partenza per “stimolare” e “rivitalizzare” quella resilienza che deve essere alla base di una ripartenza qualitativa. Ovviamente dobbiamo dimenticarci la “crescita infinita”, il dominio della quantità sulla qualità e procedere nel senso di una “decrescita consapevole”, che ovviamente non vuol dire “fermarsi”. Si tratta di procedere in un progressivo e consapevole, nonché condiviso, rallentamento di tutta la società mondiale, con una “focalizzazione” verso obbiettivi di sostenibilità diffusa, ad alta qualità di vita e di utilizzo del tempo.  Intendo anche con ciò, la necessità ormai impellente, soprattutto del “Mondo Occidentale”, dove la crisi del settore edile e della gestione del paesaggio, stà con ciclica frenesia “esplodendo”, di riorganizzare positivamente l’intero settore verso una maggiore sensibilità alle opportunità positive che le nuove tecnologie, l’ecosostenibilità, offrono. Si tratta di avere un rapporto nuovo con il territorio, con il paesaggio, passare da una logica di continua cementificazione sistematica, ad una logica di salvaguardia del terreno agricolo fertile. Prediligere la riqualificazione o la sostituzione del tessuto edilizio esistente, addirittura riducendolo, laddove possibile. Come scrive Jeremy Rifkin  nel suo bel saggio “La terza rivoluzione industriale” (ed. Mondadori, 2011) : “La via verso un futuro più equo e sostenibile, sarà una nuova rivoluzione, dove centinaia di milioni di persone in tutto il mondo produrranno energia verde a casa, negli uffici e nelle fabbriche, e la condivideranno con gli altri, proprio come adesso condividono informazioni tramite Internet. Questo nuovo regime energetico, non più centralizzato e gerarchico ma distribuito e collaborativo, segnerà il passaggio dalla globalizzazione alla continentalizzazione, al locale”. Quindi: decrescita consapevole, eco-sostenibilità diffusa, riduzione del consumo di territorio, per stimolare la resilienza, questi i segreti ed anche gli unici possibili campi di azione nell’architettura e nella gestione del paesaggio, per stimolare, la capacità dell’ecosistema “Pianeta Terra” di auto-ripararsi. Potrebbe anche essere il mezzo per dare nuovo slancio motivazionale alla esistenza e perfino a raggiungere nuove e fino ad ora non affrontate mete importanti.

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