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Builders of the future

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Suggestioni di futuro

I Gastronauti


Il “Salone internazionale del Gusto – Terra Madre” che si tiene in questi giorni a Torino (http://www.salonedelgusto.it/), al “Lingotto – Fiere” è stata l’occasione, con due amici, per una “zingarata da Gastronauti” nella città piemontese. Qui gli spazi progettati da Renzo Piano, accolgono un salone del gusto (più fiera che altro), con un ingresso molto caro (20 euro). Un salone/fiera che necessiterebbe, di una maggiore attenzione proprio nel layout di disposizione dei vari stands. Infatti “Slow Food”, l’organizzatore principale,  ha realizzato un labirinto caotico di occasioni enogastronomiche, poco organiche tra loro e di difficile lettura. Di fatto è un salone con pochissima qualità spaziale degli spazi interni. Mancano soprattutto, nella filosofia “slow”, spazi di sosta, di “decompressione” per i visitatori (all’arrembaggio delle degustazioni), che determinino un avvicinamento qualitativamente alto dei degustatori, ai prodotti.

Tutto ciò dimostra che anche organizzatori eccellenti (Slow Food), non sanno promuovere al meglio l’enogastronomia italiana, che è poi anche turismo e lavoro per tutti. La quantità (e qui forse c’erano troppi di espositori), non paga mai, meglio la qualità (spazi più ampi, riflessivi e comodi). Nonostante ciò, la bontà delle eccellenze italiane in merito all’enogastronomia, emerge su tutto, dimostrando che il Paese è sempre molto meglio dei suoi “cantori”. Il concetto paradigmatico di “Cibo, Cultura, Paesaggio, Turismo”, che secondo noi, semplici amanti delle cose belle e buone e studiosi del paesaggio (ma anche per Carlo Petrini – http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Petrini_(gastronomo), può essere l’unico “motore” di crescita e di riscatto (attualmente già disponibile), per un “governo” culturale e politico, del complesso sistema della “bellezza italiana”; motore che però dimostra di non essere ancora pienamente operativo.

Ma torniamo alla grande architettura che, come accade per moltissime attività umane, conteneva questo “Salone del Gusto”.

Lo stabilimento della Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT) del Lingotto fu progettato a partire dall’anno 1915, dall’ingegnere Giacomo Mattè Trucco, insieme con altri progettisti come Francesco Cartasegna e Vittorio Bonadè Bottino. Il progetto strutturale fu realizzato dall’ingegner Giovanni Antonio Porcheddu, concessionario in esclusiva per l’Italia del brevetto per l’utilizzo del metodo “Hennebique” per la realizzazione di strutture in conglomerato cementizio armato, sul modello degli stabilimenti della casa automobilistica statunitense Ford. I lavori di costruzione, nei pressi di Viale Nizza vicino alla stazione ferroviaria di Smistamento di Torino, durarono dal 1916, al 1930. L’inaugurazione avvenne nel 1922, alla presenza del Re d’Italia, Vittorio Emanuele II.

Nel meraviglioso libro di Le Corbusier “Verso una architettura” (1923), dove sono trattate con acume le sue teorie sulla nuova architettura, nell’ultimo capitolo del saggio, intitolato “Architettura o rivoluzione”, sono riportati da LC, alcuni esempi di soluzioni innovative nel campo dell’architettura industriale, fra questi vi sono alcune immagini dell’edificio del “Lingotto”di Mattè Trucco, dove viene evidenziata la soluzione “rivoluzionaria” dell’autodromo sul tetto.

Il “Lingotto” di Torino, è forse stato una dei più belli esempi di fabbrica verticale, realizzati in Italia. Oggi l’edificio è il simbolo della dismissione delle aree industriali di Torino e della loro riconversione ad altri usi. Il “Lingotto” termina completamente la sua funzione di fabbrica nel 1982. L’anno successivo, il genovese, e giovane emergente architetto, Renzo Piano, si aggiudica l’incarico per la riqualificazione dello stabilimento, con un progetto che trasforma il complesso industriale in un polo multifunzionale di rilevanza urbana distribuito su oltre 246.000 metri quadrati di Slp. Trovano spazio, distribuiti sui vari piani, in una riconversione dilazionata nel tempo : l’Auditorium e il Centro congressi (1993-1994), un Hotel e il “Giardino delle meraviglie” (1993-1995), e un cinema multisala (1999-2002). All’estremità nord, la rampa restaurata nel 2002 dà accesso a una galleria commerciale, alla foresteria della Città (1999-2005), alla Clinica dentistica dell’Università di Torino (1999-2002) e il centro per la formazione e la ricerca di Ingegneria dell’Autoveicolo del Politecnico di Torino (1999-2003). L’Officina di Smistamento, a sud, diventa uno spazio fieristico. La celebre pista ad “anello”, di prova delle automobili in cima al Lingotto viene conservata, mentre su una delle tre maniche centrali perpendicolari al fronte su via Nizza Piano progetta e realizza la “Bolla”, sala per riunioni vetrata sospesa a 40 m dal tetto, e l’Eliporto (1994). Si aggiunge nel 2002 lo “Scrigno”, edificio/scatola di metallo e vetro appoggiato sul tetto dell’edificio, destinata a conservare le opere della Pinacoteca “Giovanni e Marella Agnelli”. Il Fabbricato Uffici lungo via Nizza, realizzato nel 1921-1922, nel 1998 torna a essere sede dell’amministrazione centrale della Fiat dopo il restauro curato dallo studio torinese di Gabetti e Isola (http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=53531). Sul fronte opposto del “Lingotto”, verso la ferrovia, un belvedere sospeso su spazi verdi si connette alla passerella, a forma di ruota di bicicletta, realizzata in occasione dei Giochi Olimpici invernali, che conduce agli ex Mercati Generali.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Madonnina


Se, come me, vi capita, in questi giorni di passare per piazza del Duomo, a Milano, buttate un’occhiata in alto, verso la Madonnina, potrete così notare che è apparsa una struttura affascinante, costruttivista, direi “Tatliniana”, che ingentilisce, e proietta nel futuro, il “panettonesco” edificio che rappresenta il cuore di Milano.

Quindi non uno sfregio tecnologico (e necessario) al monumento per il suo restauro, ma un’elegante addizione, che probabilmente, con la sua forma cilindresca “spiraliforme”, fa diventare l’insieme, assolutamente accattivante.

Un ponteggio “disegnato”,  fatto apposta per non sfiorare neppure di un millimetro delle guglie, si  leva da quota + 65 metri , per un lavoro dal costo di oltre 30 milioni di euro. I lavori si protrarranno per quattro anni per salvare un capolavoro, simbolo di Milano, per il quale si usa da oltre 700 anni lo stesso marmo della cava di Candoglia.

Mi sembra quindi interessante fare una riflessione, sulla provvisorietà di un’architettura tecnologica, moderna ed innovativa, dettata dalle esigenze di sicurezza e di cantiere, che, grazie al disegno accorto ed esasperato, assurge sicuramente, ad un ruolo, non di protagonista, ma di perfetta integrazione.

Un’architettura tecnologica, che modifica il paesaggio urbano, rendendolo più adeguato, ai dinamismi ed alla “velocità” milanese. Così magicamente rivestita, la Madonnina compete con le recenti, contemporanee, architetture verticali del grattacielo Garibaldi, instaurando con esso delle ” liaisons dangereuses ” eccitanti ed innovative. Sicuramente positive nel “piatto” e grigio paesaggio urbano milanese.

Qu’ sotto un’immagine del ponteggio attorno alla Madonnina in corso di realizzazione

Quì sotto un’immagine delle “guglia” della Torre Garibaldi

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Mangiare il paesaggio


Il paesaggio italiano è un’esperienza enogastronomica perenne, affinata e stratificatasi nel corso del tempo. Come popolo, veniamo allevati, sin da piccoli, con una “cultura quasi genetica” (forse l’unica cosa che ci tiene assieme), per consumare il cibo giusto al momento giusto, ed ogni cibo è espressione di un’identità locale precisa. Spesso siamo circondati dalla bellezza del paesaggio e ad ogni passo una “ruina” o un’opera d’arte ci ricordano chi siamo e da dove veniamo. Poi tutto và in malora, quando cresciamo, spesso dimentichiamo . Siamo proiettati nel futuro, consumista e capitalista. Per decenni, ibridiamo, mescoliamo, “dimentichiamo” questa cultura inoculataci nel genoma.

In età avanzata, però, quando la memoria, giorno dopo giorno, ci fa tornare indietro nella nostra storia, ecco che ci ricordiamo della nostra “genetica enogastronomica”, che è un sapiente impasto di cibo e paesaggio. Spesso cerchiamo di recuperare questa “dimensione nascosta”, che tutti abbiamo.

Il “gioco” della memoria, mi riconduce spesso, in questi anni travagliati, alla mia infanzia, passata a Cusano Milanino, dove, all’innegabile bellezza della prima e unica città giardino italiana su modello inglese, continuamente associavo dei prodotti locali, realizzati o nell’orto di casa o nella Cascina Milanino, che allora era immersa nei campi di grano, granoturco ed ortaggi.

Ecco qualche sera fa, un caro amico, anzi dei cari amici, mi hanno consentito di imbandire una tavola “tavola della memoria” sontuosa e principesca, fatta di prodotti locali a chilometro zero. Quella sera mi sono mangiato con la mia compagna, un pezzo del paesaggio del Nord Milano. Un pezzo della nostra storia territoriale.

Superficie impermeabilizzata in Lombardia – Fonte : Arpa Lombardia

Piano Intercomunale Milanese (PIM).Propensione al consumo di suolo nel Nord Milano al 2008 – Fonte : PIM11_Atlas_Prop consumo suolo copia.jpg

Quello che sembra un territorio perso, cementificato, saturo ed inquinato, il Nord Milano (dove si muore per cause direttamente correlabili all’inquinamento da micropolveri sottili, fino a 3 volte più che a Milano), ha prodotto, nei “ritagli” di terreno non ancora reso impermeabile, grazie alla fatica e l’impegno di amici : 1) Erbette deliziose, prodotte a Bollate vicino alla Rho-Monza, mangiate bollite con erba cipollina (coltivata sul balcone a Sesto San Giovanni), aceto fatto in casa (da me con lo spaghetto, sempre a Sesto) ed olio di Riva del Garda (che vado a prendere direttamente al frantoio una volta l’anno); 2) Pane fragrante di grano duro (bio) del panettiere pugliese che stà sotto casa; 3) Uova, piccole e bianche, ma gustosissime di galline ovaiole ruspanti americane, prodotte ad Ospiate di Bollate; 4) Meravigliosi broccoli prodotti a Bollate a lato della Rho-Monza, bolliti e saltati con aglio peperoncino ed olio; 5) Cornetti bolliti (prezzemolati con un prodotto sempre da balcone e con aglio ed olio) prodotti sempre a latere della Rho-Monza; 6) Acqua gassata e fresca, presa alla fonte comunale di Cusano Milanino (l’acqua migliore del Nord Milano); 7) torta deliziosa di pastafrolla, fatta da me con farina “00” biologica, prodotta nel Parco delle Groane ed impastata con burro prodotto a Brugherio dal Caseificio “La Murgia”, marmellata di prugne di Paderno Dugnano (prodotte negli orti dietro al cimitero) fatta in casa, con zucchero, scorza di limone e cognac, ovviamente acquistati al Centro Sarca che dista 120 metri da casa mia.

Il Nord di Milano visto dalla torre Garibaldi

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Museo Teo


L’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani (AMACI), ha promosso per il 6 ottobre 2012, l’ottava giornata del contemporaneo. E’ stata l’occasione, nel pomeriggio, per visitare l’insolito “Museo Teo”. Un museo senza una sede predefinita, senza opere, con spazi per le mostre in continuo cambiamento. Insomma il vero museo del terzo millennio (come dichiarano i curatori), che in questi giorni compie 22 anni di attività.

http://museoteo.blogspot.it/

Il Museo Teo, questa volta si materializzava, nel nuovo spazio organizzativo di via Stromboli 3 a Milano. Un appartamento borghese della fine degli anni cinquanta, dove al primo piano, tra librerie, divani, venivano esposte alcune opere di “vecchi amici del museo”, affiancate da alcuni sapienti “innesti” di nuovi giovani talentuosi artisti. Una mostra che ovviamente evocava, esempi milanesi molto più noti, come la mitica Casa Museo Boschi – Di Stefano, in via Giorgio Jan 15.

http://www.casemuseomilano.it/it/casamuseo.php?ID=2

Tra questi spiccava l’insolita installazione di Paulina Barreiro (Italo-Argentina), dal titolo “Chi- cosa- dove-quando-perché?”, costituita dauna vecchia, piccola valigia da viaggio, che conteneva un “Taccuino di memorie”. Una raccolta meticolosa e colta che ricostruisce le peregrinazioni della sua famiglia tra l’Europa e l’America Latina, cercando un “filo rosso” che tutto lega ed avvolge……e probabilmente trovandolo.

Paulina Barreiro – “Chi- cosa- dove-quando-perché?”

Il museo e l’opera descritta, dimostrano che Milano, pur nella solita asfissiante nebbia mortale che l’avvolge (carenza di musei, cinema, teatri e di offerta culturale rispetto a città simili) è sotto sotto, una città che culturalmente riesce, ancora a dare qua e là dei “colpi di pinna”. Insomma è la dimostrazione, che qualche speranza per il futuro, magari nel “new italian blood”, possiamo ancora coltivarla. Si tratta magari di trapiantare altrove questi fragili virgulti, visto che per molti anni il nostro paese sarà un terreno “sterile” (trattato, come è stato per anni “malamente”) per molti di loro, e poi re-importarli una volta “artisti maturi”.

D’altronde lì vicino, le architetture di Giò Ponti (casa d’abitazione in via Dezza) e di Arrigo Arrighetti (piscina pubblica al Parco Solari), costituiscono dei capisaldi architettonici, “testimonianze”, di un passato glorioso, gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta in cui Milano era (prima di diventare “La Milano da bere”) un luogo di produzione culturale di assoluto livello internazionale. Realtà come il Ciak o il Teatro Smeraldo, la stessa Brera scomparse o in corso di sparizione, erano i trampolini di lancio per artisti (pittori, musicisti, architetti, ecc.) a livello nazionale ed internazionale.

Piscina al Parco Solari.

Progettata dall’architetto Arrigo Arrighetti nel 1963, la piscina del Parco Solari ha come principale caratteristica, la copertura, così particolare da costituire l’immagine stessa dell’intera architettura: si tratta di una grande tenso-struttura a forma di sella .

L’ingresso della Piscina Solari è schermato da un setto curvilineo che divide la cassa dalla sala vera e propria, mentre gli altri servizi, che comprendono la direzione, gli uffici, il pronto soccorso, depositi e bagni, si trovano verso la strada. La vasca di piccole dimensioni 25 metri per 10 metri, è anche  poco profonda  si distingue per dettagli architettonici e tecnici, come gli spigoli arrotondati e l’assenza di trampolino o blocchi di partenza. La vista diretta sul parco, in particolare, la rendono una degli impianti sportivi più piacevoli ed affascinanti di Milano.

Casa d’abitazione in via Dezza

Nel condominio di via Dezza, realizzato tra il 1956 ed il 57,  Gio Ponti caratterizza la facciata con una successione di balconate, all’interno delle quali, secondo il programma iniziale molto lecorbuseriano, ogni condomino può far impaginare le finestre e scegliere il colore della sua porzione di facciata in base alla propria sensibilità. Una facciata di “architettura partecipata”, in cui il progettista si limita a offrire le componenti e la maglia entro cui gli acquirenti le dispongono. Nell’attico, si trova la residenza dell’architetto, che realizza un’abitazione dimostrativa della sua idea di pianta libera, sempre nel solco di LC. Le singole stanze, allineate sul fronte, sono divise da pareti a soffietto, che consentono di modulare lo spazio. Si può così ottenere, anche un grande ambiente unitario, rafforzato dal disegno insolito del pavimento in ceramica a strisce diagonali.

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Wang Shu


4 settembre 2012, Milano, Viale Alemagna 6, Triennale, ore 17,00

Andare in Triennale a sentire la Lectio Magistralis (Architecture in a recycle way) del più recente Pritzker Prize (2012), a metà pomeriggio, può essere un’esperienza mistica e sensuale. Soprattutto se, ad introdurre il giovane (49 anni) maestro cinese (Professore e Direttore della Scuola di Architettura Accademia Cinese dell’Arte, Hangzhou), e un magnifico ed illustrissimo, nonchè anzianotto, docente del Politecnico di Milano (61 anni).

Quest’ultimo, dal cognome di una nota casa automobilistica francese dei primi del Novecento, preso il microfono, ammonisce i moltissimi presenti, tra cui tanti studenti di architettura, in merito alla necessità di conoscere bene l’idioma anglosassone, visto che lo stesso Politecnico, da quest’anno accademico (2012-2013) introdurrà dei corsi nella sola lingua inglese.

Poi in un inglese, che dire stentoreo è dire poco, si mette a leggere il testo scritto di una introduzione bi-lingue (inglese – italiano) che lascia sgomenti gli spettatori, per incapacità di lettura, pronuncia, spelling. Insomma, tutti a guardarsi basiti, mentre il relatore indefesso prosegue per circa 30 minuti la sua imbarazzante performance. Quando tocca all’architetto cinese, che invece dimostra una capacità di possesso dell’idioma inglese, assoluta, sui volti dei più appaiono sorrisetti compiaciuti.

E’ la dimostrazione, della superiorità cinese (con tutti i suoi limiti) rispetto all’architettura italiana. Il giovane cinese, in pochi anni ha elaborato un linguaggio innovativo e di ricerca, ed ha costruito una quantità impressionante di edifici, tanto che oggi, avendo vinto il prestigioso “oscar dell’architettura mondiale” (Premio Pritzker) può rifiutare importanti incarichi in giro per il mondo, per dedicarsi al suo paese. Diverso è il caso dell’anzianotto docente del Politecnico a cui si devono pochi ed “insipidi” edifici di tristissima ed ormai vetusta (se non lingua morta?) “scuola italiana”.

Ma ritorniamo alla Lectio Magistralis, e ad alcuni aforismi che hanno contraddistinto la performance del maestro cinese, dove per avere un posto in piedi bisognava sgomitare (ennesima dimostrazione della mancanza endemica di spazi adeguati, per una Milano che è sempre meno da bere e sempre più da digerire) :

 Architecture in a recycle way

Poetic of construction with reciped things

 Teaching inside ruins

 Go back to see an refind what we have lost

 De reyiling in not only material but also kraftmen and many other things

 Architecture starts from hand drawings

Wang Shu e sua moglie, Lu Wenyu (anch’essa presente in sala), sono i membri dello Amateur Architecture Studio, fondato nel 1997 a Hangzhou in Cina. Il nome fa esplicito riferimento alla metodologia di approccio amatoriale alla disciplina architettonica e all’edificazione, basato sulla spontaneità, l’artigianalità e le tradizioni culturali di cui è ricca la Cina. Wang Shu trascorso un certo numero di anni di lavoro nei cantieri per imparare le abilità della tradizione costruttiva, è entrato in sinergia con le aziende costruttrici che utilizzano la sua conoscenza delle tecniche tradizionali e di tutti i giorni, per studiare le caratteristiche e le procedure di adattamento e trasformazione dei materiali per i progetti contemporanei. Questa combinazione unica, ed eccezionale, di conoscenza, tradizione, tattiche di costruzione sperimentali e intensa ricerca, definisce la base per progetti di architettura dello studio Amateur. Lo studio Amateur, ha una visione critica, di una parte della professione dell’architettura, soprattutto di quella che si identifica nella demolizione e nella distruzione di grandi aree urbane storiche.

http://www.casa24.ilsole24ore.com/art/mondo-immobiliare/2012-09-05/wang-premio-pritzker-2012-161615.php?uuid=AbSBpvYG

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Brasil


Quì sopra alcune foto delle zone agricole del Brasile tra Rio de Janeiro e Brasilia

L’occasione era ghiotta, di quelle, che non si possono assolutamente rifiutare, una possibile occasione di lavoro fuori dal continente europeo, ma soprattutto incontrare uno dei massimi architetti viventi. Un uomo di 104 anni (esattamente il doppio dei miei anni), che ha lavorato ed ha conosciuto quasi tutti gli esponenti del movimento moderno. Per me un mito di sapienza, arte e cultura, Oscar Ribeiro de Almeida  Niemayer Soares Filho (Rio de Janeiro, 15 dicembre 1907). Un caro amico svizzero aveva accuratamente organizzato il tutto, visto che il nostro interlocutore, in primavera (3 maggio 2012) era stato per alcuni mesi in ospedale per una polmonite, ed ai primi di giugno aveva dovuto partecipare ai funerali dell’ unica figlia Ana Maria (interior designer), ultra ottantenne. Ma l’uomo era d’acciaio, realizzato con uno stampo di cui si era gettata la matrice. Alle sollecitazioni del mio amico, aveva risposto quasi in maniera entusiastica ed aveva deciso di incontrarci nella sua magnifica villa “Casa da Canoas” di Sao Conrado, una località non molto lontano da Rio de Janeiro, ai confini del Parco Nazionale di Tijuca,  dove aveva intenzione, insieme alla moglie (Vera Lucia Cabreira) di passare il mese di agosto a riposarsi e riprendersi.

Quì sotto un video e due foto della “Casa da Canoas”, magicamente sprofondata nel rigoglio primaverile della Mata Atlantica, sede attuale della Fondazione Niemayer

http://www.dailymotion.com/video/xkj4i4_oscar-niemeyer-casa-das-canoas_creation

Purtroppo, quando tutto era gia’ stato organizzato, i biglietti dell’aereo prenotati, cosi’ come l’albergo, Niemayer, subiva l’ennesimo ricovero, questa volta per problemi circolatori.

Rimaneva l’occasione di lavoro (di cui diremo successivamente) ed il viaggio low cost a Rio de Janeiro, all’inizio della primavera australe. Quindici ore di aereo, dopo aver, abbandonato la Pianura Padana sul finire dell’estate, ecco un nuovo inizio, con quella caratteristica luce ed i profumi, che solo la primavera possiede.

La rivelazione, al di la’ delle architetture di Niemayer, di Costa Lucio, di Reidy Alfonso Eduardo, di Burle Marx Roberto, e’ stato il sistema paesaggistico della Baia di Guanabara a Rio de Janeiro, dove per una alcuni giorni abbiamo navigato le sue acque e percorso le sue coste, visitato le citta’ che lo compongono, osservandone il sofisticato sistema ambientale ed il complesso disegno progettuale (ambientale, sociale ed architettonico) che governa da decine di anni  la vita di : persone (oltre 12 milioni), piante (la Mata Atlantica), animali (pesci, scimmie, rettili, ecc.). Quì sembra che natura ed architettura abbiano saputo trovare un equilibrio, una giustezza.

Quì sotto la Baia di Guanabara osservata dal Morro da Urca

Ecco, la scoperta e’ stato proprio il Brasile (siamo stati a Rio, a Brasilia), ed al di la’  della visione preconcetta che ne abbiamo noi europei (carnevale, sole, sesso, insicurezza sudamericana, ridanciana approssimazione, ecc.), si e’ mostrato ai nostri occhi, come quel “paese del futuro”, descritto con toni entusiastici da Stefan Zweig nel suo libro della fine degli anni Quaranta del Novecento. Probabilmente questa è una condizione perenne di questo grande paese, che però oggi, forse, ha trovato una sua strada per realizzarsi veramente, strada che si basa sulla tutela dell’ambiente, i prodotti ecologici, la sostenibilità.

Quì sotto la Baia di Guanabara dal MAC (Museo di Arte Contemporanea) a Niteroi

Alcuni dati : oltre 8 milioni e mezzo di chilometri quadrati di superficie (28 volte l’Italia), più di 190 milioni gli abitanti, circa 20 abitanti per chilometro quadrato (in Italia 191). Il Brasile è un paese con una popolazione giovane: il 30% degli abitanti ha meno di 14 anni e solo l’8% ha più di 65 anni. Tre quarti della popolazione risiede in una città (come nell’Unione Europea, in Italia il 67%). Vi sono 14 città con oltre un milione di abitanti (19 nell’Unione Europea, 3 in Italia).

Il debito pubblico è stato completamente azzerato dai due mandati del presidente Luiz Inacìo Lula da Silva, crescita prevista del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) nel 2012 nonostante la crisi economica mondiale del +2% (nel 2010 + 4,6%, nel 2011 +4%), completa autosufficienza energetica (72% da energia idroelettrica), primo produttore al mondo di carne (200 milioni di bovini), primo produttore al mondo di zucchero (il cui consumo mondiale cresce del 2,5% all’anno), primo produttore al mondo di soia e di cellulosa in pasta,  primo produttore al mondo di caffe’ e di tabacco, primo produttore al mondo di etanolo e bio carburanti. Tanti gli investimenti governativi in produzione di energia, edilizia residenziale, infrastrutture, musei, stadi sportivi, anche in vista dei Campionati del mondo di calcio (Rio 2014) e delle Olimpiadi (Rio 2016).

Importanti provvedimenti sono stati già presi dal Governo della neo presidente Dilma Roussef, rispetto ai temi sociali ed a quelli ambientali, tra cui una legislazione molto rigorosa sullo spaccio della droga e contro la deforestazione della Foresta Amazzonica, che già sta dando i primi effetti. Anche se non son tutte rose e fiori, come la violenta contestazione degli Indios contro la centrale idroelettrica di Belo Monte, voluta dal Governo per supportare la richiesta di energia dei prossimi decenni. Un paese, quindi, il Brasile odierno, di “contrasti”, che però di fatto sono l’espressione più eloquente di un paese in crescita che guarda al futuro.

Quì sotto la foto di una Favela a Rio

Ovviamente ancora tante le contraddizioni e le disparita’ sociali, secondo una ricerca dello scorso anno (2011) fatta dal Istituto brasiliano di geografia e statistica, oltre 11,4 milioni di cittadini brasiliani (circa il 6% della popolazione) vivono nelle favelas nate spontaneamente ed in maniera caotica e casuale, spesso senza fognature, luce ed acqua corrente. Bisogna pero’ anche dire che molte sono le iniziative governative per programmi sociali ed urbanistici di riqualificazione di queste fasce della popolazione.  Tante sono le attività di organizzazioni internazionali e religiose, che finalizzano i tanti giovani (per sottrarli alla droga ed alla criminalita’ mafiosa) alla raccolta differenziata dei rifiuti, che nelle grandi aree urbane, come Rio, ha raggiunto livelli di una sofisticazione degna delle grandi nazioni nord europee.

Quì sotto un’immagine dei cestini che si incontrano a Rio de Janeiro

Quì sotto un raccoglitore di lattine di alluminio lungo una spiaggia a Rio

Quì sotto una foto di una rastrelliera per bike sharing a Rio

Quì sotto un’immagine della pista ciclabile lungo la spiaggia di Ipanema

Ma ritorniamo a Rio, quì è diffusissimo, ed altamente semplificato, l’utilizzo della bicicletta, anche per rifornire i negozi ed i chioschi lungo le spiagge, con tante piste ciclabili ed un bike sharing che puo’ essere attivato direttamente dal cellulare. Ovunque, grande attenzione per il verde, per l’ambiente e per i mezzi pubblici. Una delle cose che ci ha stupito di piu’ sono i giochi all’aperto, per la terza eta’ che numerosi contraddistinguono, insieme ai giochi bimbi, tutte le aree verdi. Una maniera semplice ed intelligente per “fare uscire gli anziani” ed agevolarne la motricita’ e la socialita’. Il settore parchi e giardini della Prefettura di Rio, con l’istituzione del Parco Nazionale di Tijuca, ha reso più complessa, la vegetazione delle vie urbane, coinvolgendo le aiuole ed i tronchi delle piante, agevolando l’insediamento su di essi, di bromeliacee ed orchidee. Ciò ha come, portato per le vie della città, la Mata Atlantica (la foresta Tropicale), favorendo l’insediamento di piccole scimmie e soprattutto di uccelli.

Quì sotto una mappa con un percorso di paesaggio ed architettura a Rio de Janeiro

Quì sotto alcune immagini dei giochi per la motricità degli anziani a Rio

Bisogna anche dire, che al di là delle ovvie contraddizioni di metropoli, quali : Rio de Janeiro (oltre 6 milioni di abitanti – 12 milioni nell’area metropolitana), San Paolo (oltre 10 milioni di abitanti) e Brasilia (quasi 3 milioni di abitanti), da decenni in Brasile si sta riflettendo sul rapporto tra architettura e paesaggio, anche grazie a “maestri” come Niemayer, Lucio Costa e Mendes da Rocha. Ciò ha prodotto una qualità diffusa del costruito, soprattutto recente, e delle soluzioni paesaggistiche quanto mai interessanti proprio perchè sempre integrate con l’architettura. L’edificio, sia di nuova costruzione o di ristrutturazione, viene sempre “legato” al contesto, avendo come “mediazione” il verde e le sistemazioni esterne. La scuola di Paesaggio è quanto mai all’avanguardia, avendo avuto in Burle Marx un genio ante litteram in merito.

Non so, ma questo primo impatto con l’emisfero australe e con il Brasile, al di là della remota e flebile possibilità di poterci lavorare a breve, ha presentato ai nostri occhi una realtà in movimento, dinamica, proiettata a dare qualità al presente. Una ragazza italiana, che si è trasferita a Rio, da Napoli, e che lavora in un grande magazzino di abbigliamento in centro, ci ha fatto notare che almeno lì hanno un’idea del futuro soprattutto per i giovani, e che molti sono gli italiani giovani che si trasferiscono in Brasile (Quinta potenza economica mondiale) alla ricerca di lavoro. E poi, per tutti, in Brasile c’è la natura, che seppur marginalmente antropizzata, quì, da ancora la sensazione di essere forte e rigogliosa (ricca di biodiversità), immensa, una vera “culla di tutti gli organismi viventi” di questo bistrattato pianeta. Una natura dolce, bellissima ed al contempo crudele e spietata, che quì sembra ancora possibile, possa, da un momento all’altro, riprendersi quello che gli abbiamo indiscriminatamente sottratto.

Quì sotto alcune immagini della penetrazione della “Mata Atlantica” per le vie di Rio

Quì sotto alcune immagini della Mata Atlantica nel Parco di Tijuca

E per finire ovviamente un pò di samba

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Stratford 012


Il Parco Olimpico, per Londra 2012,  è stato costruito su un’area enorme di oltre cento ettari a Stratford, una zona industriale degradata alla periferia est di Londra.

La riqualificazione urbana, secondo i concetti dell’urbanistica sostenibile, della riduzione di consumo di suolo, sono stati il motore per tutti i progetti realizzati. Una riqualificazione che adotta  alcune delle “invenzioni” sul futuro delle città inglesi proposte dalla “Urban Task Force”, diretta da Richard Rogers: la concentrazione dello sviluppo edilizio su suoli ex-industriali invece che su suoli agricoli, l’uso massimo possibile del trasporto pubblico, la riduzione del consumo di suolo e la mescolanza (Megamix) di funzioni residenziali, commerciali e terziarie.

A pochissime settimane dall’accensione del “fuoco olimpico” a Londra è quindi tutto pronto. Le  attrezzature dei Giochi Olimpici : Stadio, Velodromo, Centro Acquatico, Villaggio, infrastrutture per i servizi energetici, ecc.. E poi, un grande parco, sculture, diverse opere di arredo urbano, che migliorano le infrastrutture di trasporto. Particolare il  Villaggio olimpico che, a Giochi terminati, è destinato a diventare un quartiere residenziale / terziario, realizzato con il coinvolgimento di partner pubblici e privati, adatto a generare, in loco, nuovi posti di lavoro.

Nel Parco Olimpico sono stati poi progettati sistemi ecologici, dei  percorsi verdi che “penetrano” nel tessuto urbano dei quartieri circostanti (Hackney, Fish island, Leyton, Stratford, ecc.) e rendono l’area ex industriale, rigenerata, , più “vicina” al centro di Londra.  Al Parco si può accedere con il trasporto pubblico e con percorsi ciclopedonali. Insomma, un magnifico giardino che sarà una risorsa aggiuntiva per Londra.

Cinque principi basilari per l’attuazione della  sostenibilità per i Giochi di Londra 2012 : 1) contenere il cambiamento climatico, 2) riciclaggio spinto dei rifiuti, 3) aumentare la biodiversità dell’area, 4) particolare attenzione per salute, 5) inclusione sociale, soprattutto delle categorie deboli (giovani ed anziani in primis).

È stata anche creata ad hoc un’apposita società di scopo, l’Olimpic Park Legacy Company (OPLC – http://www.londonlegacy.co.uk/), che si occuperà di amministrare e gestire l’area per circa 30 anni una volta terminati i Giochi. I risultati di questa impostazione sembrano essere soddisfacenti non solo sotto il profilo ambientale ed ecologico, ma anche da quello economico, dato che nel business plan, i Giochi londinesi costeranno quasi la metà di quelli di Pechino 2008.

Tutte le strutture architettoniche e le infrastrutture realizzate per le Olimpiadi 2012, sono state sottoposte ad una preliminare valutazione prestazionale, svolta sulla base dei cinque principi di sostenibilità stabiliti e degli indicatori del Building Research Establishment Environmental Assessment Methodology (BREEAM – http://www.breeam.org/). Le procedure di certificazione energetica ed ambientale del Regno Unito sono molto restrittive in termini di sostenibilità e di approvvigionamento energetico e prevedono misure per la riduzione dell’impronta ecologica per tutto il ciclo di vita del progetto. Per compensare in parte il fabbisogno energetico  degli apparati olimpici  è stata appositamente realizzata a Eton Manor, a nord dell’area dei giochi, una turbina eolica, che, secondo la ODA (http://www.london2012.com/about-us/the-people-delivering-the-games/oda/) “produrrà l’energia equivalente al fabbisogno medio annuo di 1.200 famiglie”. La ODA ha inoltre sviluppato strategie per la riduzione dell’uso dell’acqua e la produzione di rifiuti.

Un altro aspetto molto importante, riguarda il ri-utilizzo dei materiali derivanti dalle demolizioni che hanno preceduto la realizzazione del Parco Olimpico e quelle che seguiranno dopo la conclusione. Diverse di queste ultime sono infatti attrezzature provvisorie che ospiteranno i Giochi 2012 e che dopo la conclusione dell’evento saranno smantellate e riutilizzate. E’ stato poi calcolato che oltre il 90% delle macerie derivate dalle demolizioni siano state recuperate e ri-utilzzate per costruire le nuove strutture.

L’impatto ambientale di Londra 2012, non riguarderà soltanto le strutture sportive e le realizzazioni urbanistiche ma anche lo svolgimento degli stessi “eventi” giochi olimpici. Sarà quindi adottata la metodologia di monitoraggio del footprint (Impronta ecologica di Mathis Wackernagel). Il comitato organizzatore, sostiene così di aver già evitato l’emissione in atmosfera di oltre 100mila tonnellate di anidride carbonica e ha inoltre messo in atto un programma di approvvigionamento sostenibile anche da parte delle ditte fornitrici dei prodotti, dal cibo alle attrezzature sportive.

Un altro aspetto importante preso in considerazione riguarda la mobilità elettrica al servizio delle Olimpiadi 2012 e della città di Londra. In tal senso è stato individuato un partner strategico  importante, la GE Energy Industrial Solutions che installerà 120 stazioni di ricarica per auto elettriche e che fornirà anche duecento vetture elettriche per gli spostamenti di atleti e dirigenti durante i Giochi. Al termine della manifestazione olimpica le stazioni di ricarica resteranno in eredità alla città e potranno essere utilizzate dagli automobilisti inglesi entrando a far parte della rete Source London, la più grande del Regno Unito e che nel 2013 conterà oltre 1.300 stazioni. Durante le Olimpiadi le stazioni di ricarica saranno invece utilizzate da appositi veicoli elettrici (BMW e Mini).

http://www.london2012.com/

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Quando il magnifico edificio museale di New York, nella Fifth Avenue, il Solomon R. Guggenheim, fu inaugurato, Frank Lloyd Wright era già morto. Infatti ci vollero 16 anni per completare quest’opera, dl 1943 al 1959, Wright morì qualche mese prima. Come scrive la bravissima Sibyl Moholy-Nagy nel numero 227 di Casabella-Continuità (Monografico sull’architetto americano), Wright fu uno degli architetti del Movimento Moderno che si ispiravano alla tecnologia, partendo quindi dai diagrammi di resistenza, formule aggregate ed indici di abitabilità, e non alla filosofia trascendentale dell’architetto né da assiomi religiosi o etici. Se poi capita che i risultati sono belli è merito della dimostrabile obbiettiva coesistenza di struttura, forma e funzione.

Dichiarava Frank Lloyd Wright : “Un architetto coscienzioso impara a capire la natura dell’anima umana tanto bene che il carattere della sua abilità strutturale può talvolta consentire di definire l’architettura organica come il desiderio dell’uomo di regalare l’uomo all’uomo”.

Dalla penna di Wright uscirono alcuni progetti di una genialità autentica : Taliesin West, uffici amministrativi Johnson A Racine Wisconsin, la casa sulla cascata a Bear Run, lo stesso Solomon R. Guggenheim Museum a New York, tutti edifici in cui ordine, armonia, funzione, ambiente trovano una sintesi nell’edificio progettato.

Infatti Wright precisava : “ Oggi in virtù dei progressi scientifici l’uomo moderno intende chiaramente la bellezza come ordine integrale, ordine compreso dalla ragione e realizzato dalla scienza. Una volta stabilito l’ordine integrale, potrete sentire il ritmo dell’armonia conseguente . essere armonioso significa essere bello, è una piattaforma da cui lanciarsi verso quell’infinito in movimento che è il presente”.

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Area dismessa


Duisburg Nord

In Italia, si contavano, sino ad alcuni decenni fa, circa 6,4 milioni di metri quadrati di aree industriali dimesse. La questione sul come intervenire in queste “aree della dismissione” ha attraversato diversi periodi, dagli anni Ottanta ad oggi. Dall’iniziale presa di coscienza, da parte delle istituzioni pubbliche della complessità del fenomeno economico, urbanistico, sociale, a quella intermedia degli anni Novanta, nella quale queste aree vengono considerate un’opportunità storica per intervenire su parti di città o su intere aree urbane degradate e congestionate attraverso progetti e programmi di recupero finalizzati. Spesso delle vere e proprie operazioni economico/immobiliari. Fino alla fase più recente, quella del terzo millennio, in cui vengono valutati gli interventi di recupero realizzati o quasi terminati, rendendosi conto che spesso (Bicocca a Milano, Lingotto a Torino, ecc.) gli interventi hanno rappresentato delle vere e proprie operazioni speculative, in cui le aspettative iniziali delle istituzioni pubbliche, hanno dovuto soccombere alla logica del “volume ad ogni costo” e dell’insediamento di funzioni spesso inutili. Quasi sempre la memoria produttiva di quei luoghi è andata definitivamente dissipata e distrutta, affidandosi a logiche immobiliaristiche che, sia per tempistica, che per funzioni (residenza, commercio, terziario), non hanno saputo rispondere ad un mercato sempre più “fluido” e ricco di aspettative sempre nuove, incapace di essere governato dalle categorie progettuali canoniche.

Ma in Europa e soprattutto in Germania, ma anche in Svizzera, la strategia per la riqualificazione di queste aree è molto diversa. Si punta di più su un mega-mix funzionale, con epicentro il verde e gli edifici “rugginosi” esistenti (un po “dirocchenti” e messi in sicurezza), teso ad indurre anche un’attrattività turistica e culturale. Le funzioni canoniche (residenza, terziario, commercio, ecc.), spesso servono semplicemente da corollario. Si guarda soprattutto alla tempistica: la riqualificazione di queste aree è “spalmata” in un arco di tempo molto lungo 40/50 anni, onde “decantare” gli interventi e l’insediamento di funzioni, condividendo il tutto con i Cittadini, con gli utenti. Ciò consente anche di attuare un quadro economico più sostenibile, in cui può facilmente inserirsi, quale parte attiva nelle scelte condivise, anche la pubblica amministrazione.

Quì sotto alcune immagini tratte dal sito ruhr-tourismus

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