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Builders of the future

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Dasir

Baci perugina


Molto vicino allo stabilimento della Perugina (quella dei baci), nel quartiere di San Sisto, si trova la mediateca Sandro Penna. Questo edificio è stato progettato dal Milanese Italo Rota, e vuole essere un centro di aggregazione multimediale moderno, oltrechè sociale. La sua principale caratteristica è un design “prestante” accattivante, quasi sfrontato: direi “una folle ridda di luci” e di colori. L’edificio ha infatti la forma di un disco (non volante) a tre piani, interamente vetrato, e spunta dal suolo sfruttando la orografica naturale pendenza del suolo. La mediateca è anche supportata da due teatri: il primo, con 250 posti al primo livello ed un secondo, più piccolo, al terzo piano, strutturato come uno spazio flessibile, per i laboratori artistici dei bambini. Tutta la mediateca, nonostante la forma “aliena” risulta ben progettata per accogliere “utenti” differenti, con funzionalità.  Ai bambini è dedicato il terzo livello, arredato con colori e materiali appositi per stimolarne la creatività. Sempre quì, per gli utenti interessati ai contenuti multimediali, dai video a internet, sono state create apposite postazioni per una fruizione appagante e completa. L’illuminazione di tutta la struttura è molto azzeccata, e realizzata in modo da sfruttare appieno la luce naturale, che penetra nell’edificio attraverso grandi vetrate e lucernari con vetri rosa schocking, colore che, a detta del progettista, favorisce il rilassamento e la concentrazione.

E’ questo un esempio di intervento, ma a Perugia ve ne sono molti altri, anche nel centro storico o in adiacenza ad esso, dove non ci si è puramente ripiegati su se stessi, alla ricerca di una salvaguardia di un paesaggio, che quì a San Sisto, pur essendo mirabile, non avrebbe senso, ma appositamente, con la forma ed i colori, si è creato un “contrasto”, che aiuta proprio alla lettura didattica del paesaggio. A Perugia, oltre ad Italo Rota, altri architetti quali : Jean Nouvel, Aldo Rossi, Studio HOF, ecc., dimostrano, che spesso forme, poetiche e materiali del passato, possono tranquillamente accostarsi, a forme, poetiche e materiali della contemporaneità, senza necessariamente fare “muro contro muro”. Il paesaggio è l’emozione che ci coglie quando, percepiamo un’armonia, spesso soprattutto di contrasti , una sintesi emozionale e sensoriale tra “diversi”. Quando cogliamo la prospettiva di un equilibrio possibile tra uomo ed ambiente nella loro assoluta diversità. Il paesaggio è quindi un’alchimia sapiente di contrasti, tra artificiale e naturale, tra passato e futuro.

http://www.studioitalorota.it/pages-projects/biblioteca-sansisto.html

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In mezzo scorre il fiume (Terragni vs Bottoni)


A Milano, Corso Sempione, è un’arteria di notevole importanza, non soltanto viabilistica. Il nome di Corso Sempione, asse stradale monumentale realizzato in epoca napoleonica sul tracciato della storica via del Seprio, deriva dal toponimo della porta Sempione, erede dell’antica porta Giovia.

L’Asse stradale  si dirige verso nord-ovest, in direzione del Passo del Sempione (lo Svizzero Simplon-Kulm 2005 metri di altitudine). E’ quindi un’arteria storica di importanza Nazionale e Internazionale, che consentiva i rapporti soprattutto commerciali, con i paesi d’oltralpe innanzitutto Francia e Svizzera . Di fatto l’Asse del Sempione è da sempre un’arteria di paesaggio, che ha regolato, nel corso del tempo, lo sviluppo di questa parte della Lombardia, che oggi è di fatto è divenuta,  una Città-Infinita intensamente costruita, di quasi un milione di abitanti, che raggiunge il Lago Maggiore.

Il tracciato urbano di penetrazione dell’asse, nel corpo cittadino di Milano, non fu mai realizzato, a causa dell’utilizzo protratto della Piazza d’Armi, poi trasformata in Parco Sempione. Verso la campagna, il Corso Sempione terminava al rondò della Cagnola (in fondo al Corso, ora Piazza Firenze), realizzato per consentire l’inversione delle carrozze a cavalli dei nobili a passeggio, secondo gli usi del tempo. Più oltre la strada si biforcava, confluendo con due brevi tronchi sulle preesistenti strade Gallaratese e Varesina.

Con gli Austriaci, l’Asse del Sempione perse importanza, sostituito dall’asse diretto verso nord-est, in direzione della Villa di Monza (attuali corso Venezia, corso Buenos Aires e viale Monza). dopo l’Unità d’Italia il corso Sempione venne addirittura tagliato a livello da due linee ferroviarie: nel 1870 quella per Vigevano (soppressa poi nel 1931) e nel 1879 quella per Saronno (portata in trincea nel 1929.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nonostante la costruzione di numerosi edifici residenziali anche di prestigio, il corso ha mantenuto fino ad oggi un aspetto dimesso: anche il tratto più prossimo all’Arco della Pace, che ha “subito” un nuovo arredo urbano progettato dall’arch. Vittoriano Viganò, negli anni ottanta del Novecento, ha conosciuto un rapido degrado.

E’ questo un asse che come abbiamo detto costituisce anche un “disegno” urbanistico che costruisce l’intorno di un intero settore del tessuto urbano, quasi fosse un “fiume” che penetra nel disegno radiocentrico di Milano.

Non a caso, proprio qui, due edifici: Casa Rustici di Lingeri e Terragni (1933/36) e il Palazzo INA di Piero Bottoni (1953/1958) si confrontano, quasi l’uno di fronte all’altro, proprio a significare il duplice tentativo, ambedue andati perduti, di dare a Milano, un futuro urbanistico “importante”, da grande metropoli, a questa città di fatto “piccola” non soltanto nei numeri, ma soprattutto nei suoi amministratori.

Foto di Laura Montedoro

Casa Rustici (Corso Sempione 36), nel progetto di Terragni e Lingeri, si individuano elementi tipologici e compositivi molto innovativi (finestre molto ampie, logge a passerella, tetto terrazza, ecc.), assenti nelle altre realizzazioni del “duo” delle altre cinque case milanesi costruite, maggiormente condizionate dai vincoli imposti dai rigidi regolamenti edilizi milanesi. Di fatto la Casa Rustici è il primo intervento di un quartiere che dopo la dismissione della cintura ferroviaria intendeva realizzare uno splendido, modernissimo quartiere, teso a proiettare Milano maggiormente in Europa, ed a livello con l’architettura e l’urbanistica contemporanea degli anni Trenta. Il progetto verrà respinto nove volte, soprattutto per la presenza delle logge passerella, considerate un pesante limite all’apertura dello spazio del cortile. 

Immagine tratta da : http://www.soa.syr.edu – casa.rustici.plans.sm.gif

L’area oggetto dell’intervento INA di Bottoni (Corso Sempione 33), invece, era sottoposta ad un piano particolareggiato in attuazione del piano regolatore approvato nel 1953. Negli studi preliminari del piano (1950) era prevista una soluzione planivolumetrica che superava lo schema di casa a cortile chiuso indicato dalle vecchie norme del regolamento edilizio. Un corpo alto 58 metri ortogonale all’asse stradale si elevava dal verde circostante ed era fiancheggiato su un lato da una nuova strada che, mentre consentiva l’accesso al garage sotterraneo. Una disposizione urbanistica innovativa, di grande respiro europeo, una casa alta per osservare il paesaggio, dal Castello al Monte Rosa. Comunque il Palazzo INA di Corso Sempione non riguarda più soltanto il disegno urbanistico e architettonico della città ma investe anche il concetto stesso dell’abitare introducendo elementi innovativi di un corpo di fabbrica, che richiama in alcuni punti l’Unitè d’Habitation di Le Corbusier : piano terreno a pilotis, tetto abitato, piano intermedio a servizi comuni, ecc.. Il carattere innovativo delle proposte di Bottoni determina un iter progettuale alquanto lungo e alterno, in cui si susseguono numerose ipotesi urbanistiche e architettoniche. Poi alla fine del verde previsto nel Piano Particolareggiato approvato, non rimarrà praticamente nulla. 

Immagine tratta da : http://www.skyscrapercity.com – Piero Bottoni a Milano, Case, Quartieri, paesaggi 1926-1970,edito da La Vita Felice – 30sikxd.jpg

Due approcci, sia al disegno urbanistico che ia quello architettonico e tipologico, completamente diversi, proprio come se fossero su due sponde diverse di un fiume. Da una parte la città, che, seppur moderna cerca ancora un dialogo con la morfologia urbana storica (Terragni, con Lingeri, re-interpreta la casa a corte milanese storica), seppur introducendo tutti gli elementi, anche tipologici dell’architettura moderna. Dall’altra parte, nel dopoguerra, l’esigenza di ri-costruire, induce, quasi in maniera “violenta” ed indifferente, Bottoni a proporre un modello architettonico “internazionale”, dove a prevalere è la logica della casa verticale in linea, per tutti, funzionale ed efficiente. In mezzo, appunto, c’è un fiume; il fiume della Storia.

 
 

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Muffe


Microbi, batteri e muffe, non capiscono i confini politici stabiliti dall’uomo. Hanno quale unica “missione” quella di  espandersi all’infinito, se trovano le condizioni ambientali, e reagire liberamente, sono veramente sovrani dei loro dintorni. Essi de-territorializzano lo spazio umano topografico, per delimitare il proprio dominio . Muffe, microbi, e batteri,  lasciano sempre qualche traccia dietro di loro. Una prova, una traccia, della loro espansione, del loro passaggio, viene sempre lasciata soprattutto, quando diversi oggetti entrano in contatto tra loro, rivelando una narrazione del passato, come le impronte digitali che indicano una mano che una volta entrata in contatto con una superficie o una sedia,  rivela che qualcuno era seduto lì prima di noi . In questo caso a noi interessano soprattutto le muffe, che da quando è la “casa dell’uomo”, rappresentano un “inquilino”, con cui necessariamente dobbiamo fare i conti.

Le muffe (si legge su wikipedia), che nelle case moderne super-coibentate sono un tipo di funghi pluricellulari, capaci di ricoprire alcune superfici sotto forma di spugnosi miceli e solitamente si riproducono per mezzo di spore. È comunemente chiamata muffa un agglomerato di questi sottili miceli, formatisi su materia vegetale o animale, generalmente come uno strato schiumoso o filamentoso, come segno di decomposizione e marcescenza. Nella tassonomia e nella filogenia le muffe non costituiscono un gruppo preciso, trovandosi nelle divisioni Zygomycota, Deuteromycota e Ascomycota. Le numerose spore rilasciate dalle muffe non causano alcun danno negli uomini, ma le ife che crescono da queste spore possono aderire alle cellule del primo tratto dell’apparato respiratorio e causare problemi in chi ha delle insufficienze immunitarie. Le muffe formatasi all’interno degli edifici creano un problema, soprattutto riguardo all’inalazione delle spore. Le spore di alcune muffe, infatti, causano potenti allergie (in quanto allergeni); inoltre, le spore di alcuni funghi come lo Stachybotrys rilasciano potenti tossine che, nei polmoni, creano infiammazioni e lesioni polmonari, specie nei bambini. Negli ambienti, la presenza di muffa può significare che qualcosa non va: una scarsa esposizione solare (spesso la muffa è uccisa dalla luce diretta del sole), un’eccessiva umidità (o per costanti infiltrazioni di acqua o per condensa sui muri freddi), una insufficiente ventilazione o una scarsa.

Oggi, con l’applicazione della legislazione vigente in merito al contenimento dei consumi energetici (Legge 10/1991) e con la certificazione energetica obbligatoria degli edifici (DLgs 192/2005 e 311/2006, DPR 59/2009), gli edifici, e soprattutto quelli residenziali, presentano ormai quasi in maniera regolare, lo svilupparsi di questi fenomeni in maniera più o meno diffusa. Ciò dipende dal fatto che le case, gli appartamenti, risultano sempre più spesso “stagni”, chiusi, senza una non corretta ventilazione. La presenza ormai sporadica delle persone in casa, e la mancata abbondante ventilazione degli ambienti, consentono lo svilupparsi di vere e proprie aggressioni fungine e di muffe. Fenomeno dovuto, a causa di una non ottimale ventilazione degli ambienti, che rendono l’aria interna insana e ricca di umidità.

Diventa quindi buona norma, quasi indispensabile, per il progettista di edifici ad alta prestazione energetica e supercoibentati (Classe B, Classe A, Casaclima oro, ecc.), dotare l’immobile di una ventilazione meccanica degli ambienti interni, che aspira l’aria viziata, la filtra, la pre-riscalda o la raffresca e la re-immette trattata (quindi de-umidificata, con le micro polveri abbattute, i pollini assenti, ecc.). Viene così garantito il risparmio energetico, scongiurate le muffe e si evita anche l’ingresso di aria inquinata, di rumore. Si vengono così, però, a generare degli spazi confinati, in cui la nostra vita trascorre sempre più in condizioni in cui noi siamo protetti, isolati, allontanati, dall’ambiente che ci circonda, quasi fossimo a vivere su Marte o sulla Luna. E’ di fatto un rifiuto della Natura da cui proveniamo, che abbiamo vessato e modificato talmente, che ci è ostile, improba.

http://www.oikosstudio.eu/index.php?fl=5&op=mcs&id_cont=159&eng=Ventilazione%20Meccanica%20&idm=203

Oppure si potrebbe immaginare, facendo della “architettura estrema” e di confine,  il ritorno ad uno spazio mutevole, dove le canoniche coordinate di ragionamento, si trasformano in un set di parametri dinamici. Governare le mutazioni microbiologiche, le muffe, può essere percepita come una nuova maniera di fare architettura degli interni, di vivere lo spazio-tempo. Ad esempio è come, progettare un ambiente umido, dove normalmente viviamo oggi, in cui si possa concepire che l’essere trasformato da campioni di batteri, di muffe, di funghi in un tono chiaro, sentirne gli odori, possa essere un “valore” che ci consente di avere un intorno, più coerente con la Natura da cui proveniamo, oltre ad essere sempre mutevole e vario. Un ambiente interno, che invece di essere dominato da carichi di polveri e micropolveri, provenienti dall’esterno, dalla nostra stessa desquamazione epiteliale, e degli oggetti in esso inclusi, possa essere invece un fluttuare mutevole di microrganismi, sui muri e nell’aria, perchè abbiamo risolto molte delle contraddizioni “esterne” del vivere odierno : inquinamento, traffico, incenerimento rifiuti, ecc.. Un ambiente interno in costante lenta modificazione ed in grado, forse di essere molto più appagante e coerente con il nostro passato, di “un’astronave” asettica ed artificiale.

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Kalterer see


Lo studio viennese the next ENTERprise architects (http://www.austria-architects.com/de/thenextenterprise), ha creato nel 2006 a Caldaro (Bz), una piscina pubblica con una struttura dalla linea sublime, molto raffinata e “filante”. La eccezionalitá della struttura é che si trova in posizione rialzata rispetto al lago di Caldaro, per cui chi nuota nella piscina, o prende il sole,  ha una vista magnifica sul paesaggio circostante. E’ di fatto un apparato per la cura elioterapica, nuotare e contemplare il paesaggio. Alla piscina con solarium (ed anche un piccolo ma fornitissimo bar/enoteca), posta al piano primo, si antepone, sotto, la zona relax e spogliatoi, più in penombra, dominata da “stanze” con getti d’acqua e grandi lucernari che captano la luce attraverso l’acqua della piscina soprastante. Infine c’è il grande parterre verde, che fa da “antefatto” alle acque del lago. Attorno vigne e meleti.

http://www.kalterersee.com/it/sport-e-tempo-libero/attivita-sportive/nuotare/lido-al-lago-di-caldaro/

È molto probabile, che i riferimenti adottati nell’ideazione del progetto, siano mirati ad un’architettura “tecnica”, quasi meccanica, di anteposizione netta (ed al contempo di comprensione) all’amenità paesaggistica e naturale dell’intorno. Infatti Marie-Therese Harnoncourt ed Ernst J. Fuchs, fondatori dello studio the next ENTERprise architects hanno sempre dichiarato la loro attenzione per le architetture di Coop – Himmelb(l)au, capostipite di un linguaggio architettonico “radicale” molto diffuso in Austria. Quì, ai bagni di Caldaro, modernità è tradizione, si fondono, si compenetrano, lanciandosi assieme verso il futuro, come deve sempre avvenire affinchè si costruisca il presente; infatti anche il vecchio hotel “in stile altoatesino” è stato abilmente inglobato nella nuova struttura. Calcestruzzo a vista, resine, legno ed acciaio inox, convivono assieme, in un meltin pot, quasi perfetto.

http://www.kalterersee.com/it/webcam/caldaro-lago-di-caldaro.html

http://www.kaltern.com/it/attivit-nell-acqua.html

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La Maison des Hommes (Marseille)


E’ il 1945, la Seconda Guerra Mondiale è appena finita, quando Le Corbusier (LC) viene incaricato dal Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme (M.R.U.) di progettare un edificio d’abitazione alla periferia della città di Marseille. LC ha qui per la prima volta “carta bianca” e può applicare in maniera libera, sia i concetti di proporzione codificati nel Modulor, sia le sue idee sull’abitazione moderna per le classi medie. Però di fatto è anche, soprattutto, una libera interpretazione “applicata” dell’urbanistica sancita dalla Carta di Atene (1942) .

Scrive LC : “ Un avvenimento di importanza rivoluzionaria : sole, spazio, verde. Se volete che la famiglia viva nell’intimità, nel silenzio, conforme alla natura…..mettete insieme duemila persone, prendetele per mano e attraverso un’unica porta andate verso quattro ascensori (Otis), ciascuno della capienza di venti persone……Potrete così godere di quiete e di contatto immediato esterno-interno. Le case saranno alte cinquanta metri. Bimbi, giovani e adulti avranno a disposizione il parco intorno all’edificio. La città sarà immersa nel verde e sul tetto delle case troveremo gli asili per i piccoli”. Tutto l’edificio è in “beton brut”, cemento armato a vista.

Un alloggio tipo – fonte : http://www.istitutovirgilio.it

Ogni alloggio affaccia sul paesaggio magnifico del mare e delle alture attorno al golfo di Marsiglia : il mare aperto, l’Estaque, la Sainte-Beaume, ecc.. Molto attento è anche lo studio dei colori e della disposizione dei frangisole in funzione della disposizione eliotermica delle facciate, nonché di una serie di “matrici” che segnano i calcestruzzi : conchiglie, fregi artistici della poetica lecorbuseriana, ecc.; vere e proprie decorazioni che impreziosiscono e rendono unico l’edificio. Lo spazio disponibile sul tetto è al contempo, giardino, ambiente ginnico, spazio scolastico, luogo teatrale, luogo per bagni solari, piscina, bellevue. Al livello 7 e 8  LC colloca una grande galleria commerciale (bar, panettiere, parrucchiere, libreria, uffici professionali, ecc.); all’ottavo livello un hotel per i visitatori con 20 camere. La scuola materna è collocata al livello 17, con tre classi.

Di fatto l’Unite d’Habitation di Marseille è una piccola cittadina di oltre 2000 abitanti, in verticale. L’edificio fu iniziato il 14 di ottobre del 1947 e fu inaugurato il 14 di ottobre del 1952.

Alcuni dati  (fonte – Unitè d’Habitation de Marseille – èditions Parenthèses – 1992) :

Luogo – 280 boulevard Michelet, 13008, Marseille.

Superficie del terreno – 3,684 ettari.

Numero degli appartamenti – 321 + 16 camere (nel 1952).

Costo previsto – 353 milioni di franchi (nel 1947).

Costo reale – 2800 milioni di franchi (nel 1955).

Tempistica del cantiere – 12 mesi (prevista), 60 mesi (reali).

Superficie abitabile – 28.773 metri quadrati.

Superficie locali tecnici – 5.738 metri quadrati.

Altezza dell’edificio nel punto più alto – 56 metri (niveau acrotère).

Bureau d’ètudes – A.T.B.A.T. (atelier des batisseurs) direttore tecnico Vladimir Bodiansky.

Bureau de control – Vèritas.

Impresa principale di costruzione – La Construction Moderne.

Lo statuto giuridico dell’Unite d’Habitation di Marseille è quello della comproprietà privata, costituita nel maggio del 1954. il 20 di giugno del 1986, le parti comuni della comproprietà e le facciate, sono state classificate Monumento Storico della Repubblica Francese.

Alla fine si scopre che, LC non era molto diverso dagli altri architetti dell’epoca, e di oggi, i costi preventivati per l’Unitè, non corrispondevano ai costi reali finali, il cronoprogramma di progetto, fu completamente sconvolto. LC guardava avanti, il suo progetto per Marseille, fu per decenni rifiutato dagli abitanti, tanto che per anni, ad abitarci furono soprattutto architetti. Poi, la società si adeguò alla sua “visione” ed oggi, si sta assistendo ad una rinascita di questa immaginifica “macchina per abitare”, sono gli stessi abitanti che ne promuovono il restauro filologico, che si ritrovano periodicamente, in estate sul tetto, ad organizzare spettacoli ed eventi. Come fu per la Ville Savoye, per il padiglione Philips, per la Cappella di Ronchamp, ecc., LC, guardava così avanti, che spesso “spiazzava” i suoi interlocutori, i suoi committenti. Soprattutto negli ultimi decenni di attività, conscio di essere una creatura caduca, con i suoi progetti,  “lanciava sassi”, sassi verso il futuro, che sapeva non gli sarebbe appartenuto.

 

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Florence


Quando il Principato dei Medici si formò, Firenze aveva già un’egemonia politica ed economica, su un vasto territorio. Cosimo De Medici ed i suoi figli, non modificarono l’assetto consolidato, ma cercarono di renderlo più equilibrato. Il regime dei Medici operò, nel corso del tempo, con grande cautela sul “corpo urbano” di Firenze, innovando, ma rispettando l’eredità del passato. C’erano vasti spazi privi di edifici all’interno della cerchia delle mura cittadine, ma il regime mediceo non ne approfittò, per creare nuovi quartieri rispetto alla città del Medioevo ed a quella del Rinascimento. Di regola ci si limitò ad inserire edifici nuovi entro il tracciato urbano preesistente, oppure trasformando edifici antichi con aggiunte all’esterno e rinnovamenti all’interno (caso emblematico quello di Palazzo Vecchio e di Palazzo Pitti). Questa “cautela urbanistica”, divenne un esempio, che fu attuato in tutto il Principato toscano. La cautela urbanistica non impedì l’inserimento dentro la città antica di edifici nuovi, ed i particolare di un nuovo complesso “direzionale” del potere (un quartiere a pianta quasi triangolare), costituito dal sistema urbano : Palazzo Pitti, Ponte Vecchio, Corridoio Vasariano, Uffizi, Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio.

La bilancia equilibrata dei Medici, fra tradizione ed innovazione, non impedì la formazione di una nuova maniera di intendere il paesaggio del Principato, in particolare fu l’occasione per cingere la città di Firenze con un serie di fortezze di “prossimità” tese anche a spegnere ogni velleità repubblicana. Un intervento molto  importante nel Principato furono le opere per migliorare la regimentazione delle acque, migliorare le strade, costruire ponti ed altre opere pubbliche. Ciò per consentire un transito più efficiente delle merci e delle materie prime, ma anche per garantire migliori collegamenti tra la città ed il suo territorio.

Ecco questi appunti, attinti dalla “Storia dell’arte italiana” volume 12 – Einaudi (1983), ben spiegano come l’organizzazione del paesaggio (urbano e non), la sua salvaguardia, siano stati in passato una delle attenzioni primigenie del potere. Ecco forse noi non dovremmo fare altro che “dare continuità” a questi semplici principi, per recuperare un rapporto più corretto di salvaguardia del paesaggio.

 

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Publius Quintilius Varus


Publio Quintilio Varo (46 a.C. Cremona  – d.C. 9 in Germania)  fu un uomo politico e generale romano sotto l’imperatore Augusto , ricordato principalmente per aver perso tre legioni romane e la sua stessa vita quando venne attaccato da una coalizione germanica ai comandi di Arminio, nella battaglia della Foresta di Teutoburgo .

Nel 9 d.C., Varo aveva dislocato, nei pressi del Fiume Weser le sue tre legioni, quando arrivò la notizia di una rivolta violenta  nella zona del Reno a ovest. Nonostante un avvertimento, Varo si fidò di chi gli chiese aiuto, Arminio, perché costui era un principe germanico, romanizzato e comandante di una unità di cavalleria ausiliaria dell’esercito romano.

Non solo la fiducia Varo in Armino, fu un errore di valutazione terribile, ma la posizione, rispetto alla Storia di Varo è aggravata da un macroscopico errore strategico. Le legioni, furono da lui schierate, in una posizione in cui le loro forze sarebbero state ridotte al minimo, mentre quelle delle tribù germaniche massimizzate.

Arminio e la tribù Cherusci, insieme ad altri alleati, avevano sapientemente teso un’imboscata, nella Foresta di Teutoburgo, nel mese di settembre (a est della moderna Osnabrück ). Le stesse condizioni del terreno, boscato e paludoso non consentirono l’utilizzo della tecnica da combattimento romana, basata sulla fanteria che marcia verso gli avversari, supportata dalla cavalleria.

Il terzo giorno di combattimenti, i germani ebbero ragione dei Romani a Kalkriese, a nord di Osnabrück. Le fonti certe in merito alla sconfitta romana, sono scarse, a causa della totalità della sconfitta, ma una di esse racconta che la cavalleria romana, con in testa Varo, abbandonò la fanteria, anziché essergli di supporto e fuggì al Reno, ma vennero intercettati dalle tribù germaniche e uccisi tutti. Varo non è certo se si suicidò, oppure fu giustiziato da Arminio.

Oggi, dopo decenni di scavi archeologici, che hanno consentito di recuperare parecchi reperti della battaglia, a Kalkriese, uno splendido museo, raccoglie la storia di questo evento, che di fatto segnò la fine dell’espansionismo romano nel nord-ovest dell’Europa. Questo museo, completato nel 2002,  frutto di un concorso internazionale di idee (1998), lo si deve agli architetti svizzeri Gigon & Guyer. E’ un museo di paesaggio, con una sede museale principale, rivestita in acciaio Cor-ten, costituita dalle sale di accoglienza, dallo spazio museale e da un’alta torre che consente di osservare l’intorno e poi da una serie di “stanze paesaggistiche”. Ognuna di queste stanze (anch’esse rivestite in acciaio Cor-ten) permette di osservare in maniera, sempre differenziata, l’intorno, i luoghi dove morirono migliaia di uomini, mentre lastre abbandonate sul terreno, con incisa la storia della battaglia della Foresta di Teutoburgo, le relazionano tra loro.

Il museo di Kalkriese, oltre ad essere una “grande ed immaginifica architettura”  è soprattutto un’esperienza di paesaggio, ma è anche latore di un “racconto” che è parte della nostra Storia Europea.

Gigon & Guyer, sublimi, qui raggiungono l’apice della loro attività, “colpendo”  i visitatori, con camere oscure, stanze sonore, bellevue e quant’altro, mediato dalla storia dell’architettura per stupirci ad ogni passo e farci riflettere.

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Neve


La neve, cadendo copiosa (e lieve), evidenzia che, l’inserimento di corpuscoli gelati in quantità massiccia su tutto il paesaggio, fa si che tutto diventi improvvisamente omogeneo, unitario, bello. Elementi naturali ed elementi artificiali, sembrano ritrovare una loro “dimensione paesaggistica comune”. Le brutture, le schifezze, i danni paesaggistici, vengono come inglobati, in un magma bianco, in una coperta, che non fa più distinguere con precisione, chi deve essere salvato e quali sono gli elementi fonte dello sfregio. Lo stesso effetto “acustico” della neve, rende ovattato ed intimo anche il rumore più acuto, contribuendo a “costruire” un paesaggio sonoro nuovo ed inusuale. Tutto rallenta, si dilata, il tempo trascorre in maniera meno frenetica.  L’aria, anche nei luoghi più inquinati (come a Milano), attraversata da una moltitudine di fiocchi bianchi, viene filtrata, resa limpida e pulita. Insomma la neve è amica del paesaggio, quando scende (lieve) lo salva, per poco, però lo salva. Ecco, forse, bisognerebbe pensare a ciò: salvare il paesaggio, probabilmente vuol dire diffondere, propagare, divulgare non solo un’idea di salvaguardia del paesaggio, ma soprattutto una “istruzione corpuscolare”, diffusa, una “neve” che tutto e tutti deve ricoprire.

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Potsdamer Platz


Potsdamer Platz a Berlino era negli anni tra il 1920 ed il 1930, il luogo più trafficato D’Europa, nonchè il centro della vita notturna di Berlino. Era “l’ombelico” di Berlino, la piazza in cui si incrociavano le cinque principali vie della città.  Nell’immediato intorno proliferavano centinaia di negozi, alberghi, ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo, caffè, bar, wine-case e locali alla moda di fama internazionale. La Potsdamer Banhof movimentava oltre 80.000 passeggeri al giorno, mentre transitavano per la piazza berlinese oltre 600 tram transitavano negli orari di punta, in oltre 40 itinerari diversi. nel 1882, i viali e la piazza furono tra i primi illuminati con poli della luce a corrente elettrica, e nel 1924 per regimentare i traffici fu quì installato il primo semaforo d’Europa.

Potsdamer Platz nel 1919 (german-architecture.info)

Durante la guerra, l’enorme piazza a raggiera, fu bersaglio dell’aviazione degli Alleati, e venne quasi completamente rasa al suolo. Il 13 agosto 1961, con l’elevazione del Muro di Berlino, che separava definitivamente l’Ovest della città dall’Est, la Postdamer Platz fu irrimediabilmente  tagliata in due. Poi come succede spesso, nel novembre del 1989, fu quì che si aprì  uno dei primi varchi, che significò in pochi giorni, la caduta della così detta “Cortina di Ferro”. Fu sempre quì, nella grande spianata generata dall’abbattimento del muro, che il 21 di luglio del 1990 che Roger Waters leader dei Pink Floyd celebrò il memorabile concerto “The Wall” per celebrare l’unificazione della Germania Ovest con la Germania Est.

Potsdamer Platz nel 1965 (german-architecture.info)
 

Oggi, con le immagini patinate della nuova architettura, che ha tentato la ricostruzione del luogo della memoria “Potsdamer Platz”, operata dalla furia di risanamento urbanistico imposta alla Città/Capitale, dall’unificazione, viene logico chiedersi se è legittimo, se è opportuno, tentare di ricreare la “tensione paesaggistica” di un luogo che non esiste più. Eppure, nel “grande supermercato” dell’architettura, che è la nuova Berlino dell’unificazione, a volte, in alcune sere, quando le persone lì impiegate, defluiscono verso le loro abitazioni, ed i grattacieli si illuminano, si percepisce chiaramente  ancora la “tensione”, la “frenesia dei traffici” di un luogo che fu “l’ombelico del Mondo”. Si coglie chiaramente che il luogo ed il paesaggio “Potsdamer Platz” non è più lo stesso, che in mezzo c’è stato il vuoto dei bombardamenti, della Guerra, della morte, della follia. Però, quì,  anche si coglie chiaramente che a fare quel luogo è innanzitutto la moltitudine umana, la “massa” di una specie che, inarrestabile, continua, nel bene e nel male, lungo una propria strada, che è  sicuramente di “costruzione” e di contemporanea “distruzione”, ma anche ricorso, alla memoria non solo architettonica e paesaggistica, ma direi soprattutto “genetica” di un genius loci biologico, che fa di Berlino e di Postdamer Platz, ancora oggi,  uno dei luoghi più affascinanti al Mondo. Dietro a Potsdamer Platz, si legge l’energia per il futuro della gente di Germania, dei Cittadini di Berlino. Ecco a volte, salvare il paesaggio, vuol dire anche questo, creare la giusta tensione, affinchè un luogo, divenuto nel corso del tempo una “tabula rasa” possa essere “portato avanti”, rinascere, in forme non necessariamente solamente architettoniche.

21 luglio 1990 Potsdamer Platz – The Wall (estratti) – Roger Waters

Una mappa dell’architettura attorno a Potsdamer Platz

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