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Builders of the future

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Architettura

La necrosi dell’architettura


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Anche noi di “Costruttoridifuturo” avevamo partecipato al gioioso assalto dei cittadini, avvenuto il “torrido giorno” 27 luglio 2013, per visionare (gratuitamente) il MUSE, che si inaugurava a Trento. Arrivando da sud, a piedi, nell’area pedonalizzata dell’evento, abbiamo attraversato l’elegante e “vuoto” quartiere delle “Albere”, progettato insieme allo stesso MUSE, dall’architetto genovese Renzo Piano. Poi, soprattutto per pudore, riguardo a quello che avevamo visto, non avevamo fatto seguito con un articolo mirato alla nostra visita estiva.

Parecchi mesi prima, durante un sopralluogo del cantiere, nell’ex area Michelin, avevamo però già espresso, proprio in questo blog, le nostre perplessità in merito al progetto dell’archistar. Oggi ad alcuni mesi da queste nostre “visite”, a biglie ferme, ci sembra opportuno trarre alcune considerazioni.

Innanzitutto, ancora oggi il quartiere, a parte alcuni negozi al piano terreno, risulta per la maggior parte quasi completamente vuoto. Insomma sembra essere un elegante, costoso ed ecosostenibile FLOP.

Il quartiere, nonostante il bel successo del MUSE, appare “morto”, esente da quella “vita urbana” che nelle intenzioni del progettista, degli imprenditori e dei politici locali, doveva essere complementare ed alternativa a quella del Centro Storico di Trento. Una vita “ideale”, proiettata nel futuro, che però non sembra alla portata della società italiana e trentina contemporanea. Tanto che già oggi si sprecano i tentativi “politici” di rianimare ciò che già a luglio 2013, risultava essere in completa necrosi, spostando lì funzioni di pregio.

Le “Albere” a Trento, cosi come il quartiere della Bicocca a Milano, o Milanofiori Nord ad Assago, scontano della megalomania di politici ed imprenditori locali, che completamente avulsi da una progettualità immobiliare in grado di generare i luoghi della vita sociale futura, riversano sul mercato, quantitativi impressionanti di volume e di cemento, usando quali “cavalli di Troia” le archistar più o meno nostrane. Archistar che si prestano a questo gioco teso a conseguire la “necrosi completa dell’architettura”, per alimentare i loro “faraonici” studi professionali mondiali, dove non tramonta mai il sole.

Dal flop trentino, il senatore-archistar, Renzo Piano, proprio in questi giorni è in tour nei dintorni di Sesto San Giovanni (l’ex Stalingrado d’Italia), dove altri politici ed imprenditori privi di progettualità e di contestuale “visione di futuro”, si lanciano, in operazioni immobiliari ed architettoniche “faraoniche” (P.I.I. ex Aree Falck) destinate inevitabilmente a creare nuovi flop e disastri, facilmente prevedibili. Scatolini vuoti, realizzati all’abbisogna, con architetture monocordi, tristi e fallimentari già sulla carta, al di là dell’eleganza formale o della sbandierata sostenibilità ambientale. Sembra che la crisi, ancora imperante soprattutto nell’edilizia, non abbia insegnato nulla. Si riprende “sicuri e testardi” nella stessa direzione che ha portato al disastro economico di questi tristi anni, si riprende incapaci di elaborare nuove strategie e nuove progettualità.

http://www.ilghirlandaio.com/top-news/92888/renzo-piano-racconta-con-passione-milanosesto-la-sua-ultima-creatura/

http://video.gelocal.it/altoadige/cronaca/l-utopia-di-renzo-piano-dalla-fabbrica-della-modernita-all-ospedale-modello/21580/21601

Anzichè rimuovere ciò che è “marcio ed ammalato”, lo si alimenta, lo si incentiva, in maniera senziente anche a Sesto San Giovanni. Si va avanti favorendo la diffusione della malattia, anzichè arginarla e contenerla. E’ la completa necrosi sistematica dell’architettura!

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L’orologio ed il violino


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“Il tempo è un treno – trasforma il futuro in passato – ti molla alla stazione – con il muso schiacciato contro il vetro”

U2 – Zoo Station (LP Acthung! Baby)

Il meraviglioso e particolare orologio astronomico del Torrazzo di Cremona, venne realizzato tra il 1583 ed il 1588 dagli orologiai Giovanni Battista e Giovanni Francesco Divizioli, è ancora oggi è perfettamente funzionante. E’ uno degli orologi astronomici più grandi al Mondo. Da allora il quadrante è stato più volte ridipinto, così come perfezionato l’apparato meccanico dell’orologio, adeguandolo alle diverse esigenze nate nel corso del tempo.

Il quadrante è contornato da una cornice in rame sbalzato.  Il diametro dell’orologio è di 8,44 metri. L’orologio rappresenta la volta celeste con le costellazioni zodiacali attraversate dal moto del Sole e della Luna.

L’ultima sistemazione di vero e proprio restauro dell’orologio, risale al 1970 ed è  stata eseguita su progetto e calcoli di Achille Leani, seguendo il bozzetto del pittore Mario Busini e dallo scultore Piero Ferraroni coadiuvato dal fratello Vincenzo.

Le lancette indicano le ore, le fasi lunari, i mesi, le costellazioni e i segni zodiacali. La quarta lancetta compie un giro completo ogni 18 anni e 3 mesi, quando si sovrappone a quelle del sole e della luna, significa che è in atto un eclissi.

 Un orologio magnifico, così come è magnifica l’arte della liuteria cremonese.

Visitare il laboratorio del liutaio Riccardo Bergonzi è una vera e propria delizia, in bilico tra storia e modernità. La “bottega” si trova proprio nel centro di Cremona, in Corso Garibaldi 45. La liuteria è l’arte della costruzione e del restauro di strumenti a corda ad arco (quali violini, violoncelli, viole, contrabbassi, ecc.) e a pizzico (chitarre, bassi, mandolini, ecc.). Il nome deriva dal liuto, strumento a pizzico molto usato fino all’epoca barocca. È un’arte e tecnica artigianale rimasta quasi immutata dall’epoca classica della liuteria (XVI, XVIII secolo). Il Riccardo Bergonzi, che ripercorre le gesta di Carlo Bergonzi (Cremona, 1683 – 1747), mitico liutaio cremonese tra Seicento e Settecento, riesce ad essere al contempo artista estroverso ed eclettico e fine artigiano rigido alle regole costruttive della liuteria cremonese (http://www.riccardobergonzi.com/about.html).

Il lavoro dell’architetto e del designer contemporaneo, consiste oggi, proprio nell’individuazione precisa delle molteplici trasformazioni imposte all’uomo, da una società e da un sistema economico che cerca disperatamente di replicarsi indipendentemente dalla crisi in atto. La società umana oggi è il luogo dove tutti i sedimenti e le stratificazioni  della storia e della memoria umana, si palesano in contraddizioni sempre più evidenti e macroscopiche. Tradurre queste contraddizioni nella propria attività, ed in ciò che si progetta, è oggi quasi una missione obbligatoria di civile denuncia.

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PNR65 – MAD13


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Quì sopra alcune immagini della mostra PNR 65 all’Agricola Ticinese di Giubiasco

“Andate fiduciosi nella direzione dei vostri sogni, vivete la vita che avete sempre immaginato.”

Henry David Thoreau

Atene assedia la città di Mitilene (sull’Isola di Lesbo), che era passata dalla parte degli Spartani nel 428 a.C.. Mitilene cade e gli Ateniesi si riprendono la città. Dopodichè si riuniscono in pubblica assemblea per decidere cosa fare degli sconfitti. Votavano tutti quelli degni di andare in assemblea (circa il 15% della popolazione ateniese) con un metodo che chiamavano democrazia.  Si trattava di circa 15/20 mila persone, e lo spettacolo di tale consesso, doveva essere meraviglioso. Un quantitativo enorme di individui che discute, in merito alla pena da infliggere ad una città “traditrice”, sotto l’influsso emotivo di una guerra appena vinta.

La decisione fu di uccidere tutti i maschi adulti e vendere come schiavi donne e bambini. Una decisione, violenta e crudele, che di fatto negava la possibilità di un futuro per Mitilene. Democrazia ed impero sono incompatibili, chiara contrapposizione alle idee di Pericle, per il quale democrazia ed impero ateniesi sono due facce della stessa medaglia. In realtà, secondo Cleone le democrazie hanno difficoltà a reggere un impero, perché all’interno di una democrazia i rapporti tra cittadini sono tali per cui, stupidamente, si crede che anche tra alleati ci possano essere simili rapporti di fiducia

Discussero e votarono per tutto il giorno ed a sera, andarono a dormire. La mattina successiva, molto presto, una nave ateniese salpò per andare a comunicare il verdetto ai cittadini di Mitilene. Più tardi quando i partecipanti all’assemblea si svegliarono, ognuno a casa propria, ripensandoci si rimisero a discutere in merito alla decisione presa. Riconvocarono l’assemblea  e ripresero a discutere le sorti di Mitilene.

Nel dibattito assebleare riassumibile nella diatriba tra Cleone e Diodoto si assiste al contrasto tra una politica radicale e una politica moderata. Tuttavia, neanche quest’ultima ha avuto grandi risultati: infatti, finora Atene ha messo in pratica un atteggiamento moderato nei confronti degli alleati e il risultato è stata la defezione di Mitilene.

Prevalse comunque un atteggiamento di moderazione, che portò ad esprimere un nuovo verdetto che condannava a morte solo i diretti responsabili del tradimento (alcune centinaia di persone), risparmiando la vita a molte migliaia di maschi adulti.

Quindi fecero immediatamente salpare una seconda nave, molto più veloce, che portasse il nuovo verdetto, annullando il primo. Ai rematori diedero viveri in abbondanza e l’assicurazione di un ricco premio se fossero riusciti a raggiungere la prima nave.

Così fu e Mitilene salvò la maggior parte della sua popolazione.

Ecco l’idea di “democrazia” viene da questa vicenda, come racconta Alessandro Baricco nel libro “Una certa idea di mondo”, recensendo il bellissimo libro di Kagan Donald “La Guerra del Peloponneso”.

Cosa centra tutto ciò con l’architettura ?

Se l’architettura, nasce dalle relazioni che si vogliono stabilire tra il contesto e la nuova opera che, realizzandosi, lo trasforma; allora vuol dire che una relazione “intima e democratica” tra questi due elementi : architettura e contesto deve essere data quale presupposto.

Una relazione intima e democratica, che deve essere oggetto di analisi, e tesi, ma che può anche essere oggetto di ripensamenti frutto di una visione moderata e non radicale di questo rapporto.

Perchè è il ripensamento, costruttivo e fecondo, l’arte sottile dell’architettura, come lo è per la democrazia.

Quì sotto alcune immagini di MAD 13 all’Accademia di Mendrisio

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“Architettura morta”


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Esiste una relazione tra architettura e musica, tra canzonetta e paesaggio. Anche Claudio Baglioni fa outing durante la trasmissione “Deejay chiama Italia”. Si scopre così che ha studiato architettura a Roma (studente lavoratore dichiara), e una decina di anni fa circa, ha pure conseguito l’abilitazione per esercitare la professione. Quindi oltre ad Edoardo Bennato, che pure professa ormai da anni (http://bit.ly/1eF89mx), anche l’ex “ricciolone belloccio” deroma, discetta amabilmente con i due conduttori, sancendo con autorevolezza che : “In Italia l’architettura è morta!”

http://bit.ly/1j0ac26

Ci voleva Baglioni per ricordarci ciò? Eh si, forse si. Infatti parafrasando probabilmente inconsapevolmente, il titolo di un noto libro di Giorgio Grassi, Baglioni, focalizza di nuovo, dichiarandone la morte, per la gente comune, ma anche per noi architetti, l’attenzione su questa bistrattata (in Italia) disciplina.

Scriveva infatti G.G. nella presentazione di un suo libro di “Scritti Scelti 1965-1999” : “Questo libro è fatto soprattutto per gli studenti di architettura, per i futuri architetti, quelli che secondo Hannes Meyer dovrebbero “consegnare le piramidi alla società del futuro”,con la speranza che sentano di nuovo il forte bisogno di mettere in discussione per prima cosa la ragione di essere del loro lavoro, cioè la ragione di essere (e la responsabilità) di un lavoro tanto antico da includere appunto perfino le piramidi; è però dedicato ai miei vecchi studenti e anche a quelli un po’ meno vecchi, ma che hanno avuto tutto il tempo per imparare, a loro spese, che non è affatto facile mantenersi fedeli alle scelte che si sono fatte a scuola spinti dall’entusiasmo, ma che è ancora più difficile tradirle dopo, sapendo che una volta, anche se per breve tempo, le si è credute decisive e per sempre.” 

Appunto un lavoro così difficile, che oggi non c’è più, essendo quasi completamente scomparso il lavoro, e quindi la ragione stessa di essere architetti. Nessuno lo dice, ma dopo il paesaggio, o meglio contemporaneamente alla sistematica distruzione del paesaggio, in Italia, si è definitivamente uccisa la professione dell’architetto. Oggi chiunque, in Italia, magari lettore spietato di Casamica, si picca di essere architetto ed insegnare a chiunque una disciplina che necessita di anni di studio per essere appieno compresa. Un omicidio-suicidio, infatti anche noi architetti abbiamo contribuito a questa “morte” sancita dal Baglioni, non tutelando il nostro mestiere e consentendo che sia costantemente oggetto di saccheggio e razzia da chicchessia.

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Le immagini soprastanti sono dell’Auditorium di Ravello (Na) – progetto Oscar Niemayer

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Architetture minori


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Sopra alcune immagini del la “Corte Verde” Progetto CZA

Dell’intervento di Garibaldi-Repubblica a Milano, certamente, vanno ricordati due “edifici minori”. Il primo, è stato la storica sede del PCI (Partito Comunista Italiano) milanese in via Volturno 33, progetto dello Studio Vudafieri Saverino Partners, che è diventato in pochi anni un grattacielo per residenze di lusso. Con una moltiplicazione esponenziale del volume esistente, che ha risvolti “comici” rispetto alla cortina edilizia esistente. Il secondo è l’edificio residenziale del “comparto Corso Como”,  il progetto, dello Studio Cino Zucchi Architetti, ha vinto un concorso lanciato dal committente Hines Italia Sgr, che ha conferito l’immobile nel fondo gestore degli investimenti immobiliari dell’Inpgi (l’Istituto previdenziale dei giornalisti). Il complesso si chiama Corte Verde e sorge in un contesto strategico nel cuore di Milano. Anche quì pochissimi alloggi collocati.

Dicevamo, due “edifici minori”: infatti non brillano certo per l’architettura, che sembra come soverchiata dalla opulenta magnificenza dei “vitrei” grattacieli Pelliani e dalla “verzura” delle torri Boeriane. Ad accomunare questi due interventi è il colore delle facciate, tendente quasi ad una condivisa nuance, giocata sulle tonalità di colore grigio, al marrone tendente al crema, e ad una certo “stile architettonico minore”. Un po desueto, triste e modaiolo.

Insomma a fatica, si cerca di completare l’intervento di Garibaldi-Repubblica, in piena crisi immobiliare, ma di certo l’architettura milanese non ci guadagna. Chissà se questi “edifici minori”, rientreranno nei tour turistici/architettonici, che ormai frequentano costantemente, Piazza Gae Aulenti e dintorni ?

Sotto alcune immagini di “Via Volturno 33” Progetto Vudafieri e Saverino

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Letture


cover Soldati

 

Tra i mille libri di cui mi circondo e tra le centinaia che sono riuscito a leggere – disperazione: non riuscirò mai a leggerli tutti – ne scelgo uno che mi ha segnato.

Regalo della fidanzata dell’epoca: come tutte le donne (e gli uomini) innamorate riusciva a trasformare in legame con l’amato ogni segno del mondo. Dunque, io studiavo architettura e lei mi regalò “L’architetto” di Mario Soldati.

Il libro mi ha lasciato in eredità molte cose, che mi accompagnano ancora.

Una delle piú belle descrizioni del momento creativo di un progetto, quando l’architetto Franzi, il protagonista, vede apparire davanti a sé il complesso della Facoltà Universitaria che è stato chiamato a progettare negli Stati Uniti e ne descrive le analogie con le architetture della sua memoria.

La passione che consuma la notte per disegnare, accompagnato da sigari De Nobili – io mi accontento del Toscano o, se sono fortunato, di un Montecristo regalato da qualcuno. E neppure viene a trovarmi il cameriere italo-americano dell’Hotel Drake di Chicago, che a intervalli regolari mi porta birra e club-shandwich, come accade a Franzi stesso, e mi faccio bastare qualche caffè o il toast del bar sotto lo studio.

Soldati mi ha insegnato che la notte serve per progettare e il mattino presto per licenziare i progetti.

Mi ha impartito lezione impietosa su come vada la vita reale, per me allora ventenne idealista, nel seguire il nostro architetto districarsi tra un’amante misteriosa e i sospetti su una moglie che a sua volta lo tradirà, durante un viaggio in nave. Impietosa, certamente, ma mai amara o melodrammatica. In fondo, ci dice Soldati, “Così va la vita” esattamente come avrebbe commentato un altro scrittore che avrei voluto e potuto citare tra i miei preferiti qui in queste poche righe, Kurt Vonnegut.

Soprattutto mi ha lasciato il piacere di una scrittura felice, scorrevole, di alta qualità senza la pedanteria e il peso di molti scrittori colti: leggera senza banalità.

Sono diventato architetto anche sulla pagine di Soldati, certo più chiare di molta cattiva filosofia che si respirava nelle aule del Politecnico di Milano.

Ho piacere di vedere che da qualche tempo Mario Soldati è tornato ad essere stampato e molti titoli che ho cercato da quel libro in poi sulle amate bancarelle dei reminders a Milano e dintorni sono di nuovo in libreria. Prima o poi succederà anche a “L’architetto”. Anzi, ora che ci pesno, è già successo.

 Il libro è ancora con me, sgualcito dalle riletture. La generosa latrice del dono si è persa migliaia di pagine fa, a testimoniare che tra i libri e le persone non ci sono dubbi su chi vinca in fedeltà. “Così va la vita”.

Luigi Trentin

Soldati

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Sono anni che non insegno più “architettura”,  dopo un lungo periodo passato in una nota struttura universitaria milanese (1995/2005), prima come assistente e poi come docente a contratto, mi sono volutamente ritirato a fare esclusivamente la libera professione. Erano gli anni (che perdurano) di uno stupido “buonismo” dell’insegnamento, all’insegna del produrre architetti, in quantità sempre maggiore, come se fossero “polli in batteria”. Qualità mediocre e tanta quantità!

Poi, alcuni mesi fa, proprio all’inizio dell’estate, si fa concreta la possibilità di andare ad insegnare in un’altra Nazione, in un’altra vicina realtà didattica.

Sono mesi, quindi, che mi arrovello, sul significato di insegnare, oggi architettura, in un periodo di forte crisi dell’edilizia e dell’economia, a delle giovani persone. Davvero una domanda complessa e difficile, quando i disoccupati del settore edile in Italia, a fine 2013 sfioreranno quasi i 3 milioni. Credo però di essere giunto ad una conclusione in merito.

Quindi ai miei studenti gli spiego, innanzitutto,  l’arte sottile della sopravvivenza, del coltivare ciò che “piace fare”, rinunciando se non si è vocati per ciò. Li stimolo, continuamente ad “aprire nuove porte”, a praticare umilmente, strade inusitate, perchè solo così si sbarca il lunario nei tempi duri.

Li sto lentamente istruendo, su un vero e proprio rispetto per l’architettura, che è arte e scienza difficile e complessa. D’altro lato, racconto ai miei studenti come siano appassionanti gli edifici di Le Corbusier, di Frank Loyd Wright e di Mies Van der Rohe, così come il loro umano “transito terreste”, di cui comprenderanno in seguito la superiore grandezza. Gli spiego soprattutto che è proprio partendo da costoro (dai moderni), che si riesce, successivamente, ad assimilare meglio la magnificenza di Michelangelo e di Leon Battista Alberti, degli ordini classici, e non viceversa.

Gli parlo anche di molte altre questioni che animano questa bellissima e difficile disciplina, soprattutto quelle più semplici e vere dell’architettura, la cui comprensione richiede un minimo di competenza ed applicazione: la tecnologia, la statica, i dettagli, il cantiere, ecc.. Insisto continuamente sul fatto che nobiltà, genialità, purezza, comprensione intellettuale, ricerca della bellezza plastica e l’uso sistematico delle proporzioni, rappresentano le gioie che l’architettura può offrire e che ciascuno può comprendere. Ma gli spiego, anche, che la “rottura sistematica”, senziente,  di queste regole, genera spesso quel “qualcosa in più” che caratterizza i grandi architetti, le archistar.

Pretendo però che si basino, per costruire “lentamente” una loro “poetica”, su una serie di fatti oggettivi, concreti, reali, tenendo però sempre ben presente che oggi,  i fatti architettonici sono fluidi e mutevoli; pertanto insegno loro a diffidare delle formule preconfezionate, delle “ricette sicure” e vorrei convincerli che tutto è relativo, soprattutto in architettura.

Gli insegno soprattutto a convivere con l’insuccesso, a fronte di tanto buon lavoro svolto, ed a coltivare con saggezza i pochi successi, senza farsi prendere da deliri di onnipotenza. A convivere con committenti sempre più aggressivi, che spesso vedono nell’architetto uno strumento per dare spazio alle loro frustrazioni creative.

Mi sforzo di inculcare nei miei allievi un acuto bisogno di viaggiare, per conoscere (non solo dai libri) direttamente sul posto le “grandi architetture”. Gli insegno a toccarle, a fiutarle, a verificarne l’acustica, a permanere in esse, o di fronte ad esse,  per “catturarne” la magia. Li incoraggio a coltivare con sapienza, questi atteggiamenti, sistematicamente, con disciplina, sino al loro ultimo giorno di vita. Perchè l’architettura è per sempre, una volta inoculata, come la pittura, la musica e la scultura. Come tutto ciò che piace ed appassiona fare.

Alcuni mi ascoltano, altri percorrono strade che li allontaneranno da questa disciplina. D’altronde, molti inconsciamente già lo sanno, che solamente pochissimi faranno veramente gli architetti. I più si occuperanno d’altro.

Come direbbe un saggio e colto professore veneto, quale monito per gli studenti, utilizzando un termine dialettale mediato dal francese “lieu amer”, luogo amaro : “Non stà girare intorno al luamaro se non te vò cascarghe rento” (ndr – non girare intorno al letamaio se non vuoi caderci dentro).

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Il Regno di Lo (Fino alla fine dell’uomo – Parte II)


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Il vertiginoso sviluppo della Cina, contamina inevitabilmente i più deboli tra i Paesi limitrofi che offrono un terreno fertile ad eventuali accordi per uno sviluppo congiunto. Per esempio il Nepal si infrappone tra due nuove superpotenze economiche, la Cina e l’India, orientandosi su una lingua di terra che segue da est a ovest, la catena dell’Himalaya.

E’ da anni che la Cina, facendo campo base sull’altopiano tibetano, preme sul confine nepalese per cercare un varco attraverso il tetto del mondo, per aprirsi sulla nuova potenza economica indiana.

All’atto pratico ciò che occorre è un sistema infrastrutturale che si dirami dalla Cina verso i territori del sud, scavalcando l’impossibile barriera “degli 8.000” Himalayani. Negli ultimi anni del 900, sono stati trovati dei valichi che potenzialmente offrivano la possibilità fisica di realizzare una strada carrabile, approdando sul confine Indiano, attraverso lo stretto stato del Nepal. Storicamente la strada è il primo segno di una volontà chiara di sviluppo e nel passato anche sinonimo di progresso.  La realtà oggi presenta un rovescio della medaglia.

Tra i pochi punti individuati per creare la nuova strada, fu scelto il piu praticabile. L’orografia del terreno poteva essere modificata, gli accordi tra i Paesi interessati, sanciti.

Rimaneva solo un problema da risolvere.

Il Regno di Lo. La potenziale via di comunicazione, entrando in territorio nepalese, penetrerebbe come un cuneo in uno dei patrimoni più preziosi dell’umanità.

Esiste un luogo incastonato tra uno dei territori più impervi del mondo, posto a oltre 4000 mt di altitudine chiamato oggi Mustang. Questa piccola parte di mondo trovò la sua identità oltre un millennio fa, quando alcune etnie tibetane si spostarono nel cuore dell’Himalaya provenendo dall’attuale Tibet e sconfinando nell’attuale Nepal. Si trattava di poche persone forse un migliaio, comandate da un re e da una regina che decisero di fermarsi e creare il loro luogo di permanenza lungo il fiume Kali Gandaki, in un fazzoletto di terra di circa 3.500 kmq, distribuendosi in piccoli villaggi fatti di poche anime e altrettante poche case realizzate con fango e paglia. Era il luogo ideale dove fermarsi, un piccolo altopiano tra alcune delle montagne più alte del mondo, dal Dhalaugiri 8167 mt. all’l’Annapurna 8091 mt., che offriva la giusta protezione e il minimo di terra fertile, nutrita dal fiume eterno.

In poco tempo il Regno di Lo venne istituzionalizzato e la popolazione si isolò nei secoli dal resto del mondo. Poiché l’accesso al regno è stato sempre di difficile percorrenza (unicamente a cavallo o a piedi) e trattandosi di poche persone pacifiche, anche nel 1951 quando divenne ufficialmente territorio nepalese e denominato Mustang, mantenne la sua identità istituzionale e lo stato di clausura antropologica. Questo isolamento volontario dalla civilizzazione ha concesso che si generasse un incubatore spontaneo, dimenticato dal mondo, nel quale si è preservata la cultura di quel popolo, congelandola al momento in cui formarono il loro regno e le montagne fecero da recinto, fermandola nel tempo in una sospensione mistica fino al 1992.

In quell’anno venne data dal Nepal la possibilità al turismo di nicchia di accedere al Regno, seppur in modo limitato (solo un centinaio di presenze all’anno e attraverso permessi speciali) dando avvio ad un inevitabile (programmato?) lento declino del Regno di Lo.

Fino a quel momento nel Regno, tutto ciò a cui si poteva ambire o era necessario non poteva che ricavarsi dalla terra, dagli animali e dallo spirito, dove i sudditi possedevano tutti una casa e un pezzo di terra. Dove il ritmo della vita era scandito dal sole e della luna, dall’inverno e dalla primavera e soprattutto della preghiera. L’idea del luogo segreto, di pace e felicità, così come rappresentato da Frank Capra nel film Orizzonte perduto, trova senso in quello che doveva essere il Regno di Lo fino a qualche decennio fa.

Un paradiso segnato però da quella che un tempo si chiamava “semplicità” e che oggi alcuni confondono con la povertà, e dalla durezza delle condizioni di vita in alta quota per tutti i suoi abitanti (oggi circa 15.000 incluse le etnie nepalesi).

Questo lento processo di apertura al mondo, vede negli ultimi anni una rapida evoluzione, oggi l’accesso al Mustang è ancora limitato al turismo di massa, ma i permessi d’ingresso sono aumentati fino ad oltre un migliaio all’anno.

Come risultato, l’identità culturale e l’antico retaggio della popolazione si sono notevolmente disgregati.

Nel 2009 quando ebbi occasione di accedere al Regno di Lo, camminai due settimane per oltre 250 km e dovetti scavalcare valichi in alta quota per arrivare a Lo Manthang, ultimo villaggio fortificato tibetano di cui si ha conoscenza, con alcuni dei più importanti templi del buddhismo himalayano, dove ancora oggi risiede il Re. Già allora trovare un caterpillar a oltre 5.000mt di quota fu uno shock. Oggi sapere che quello stesso tragitto si può percorrere in jeep in poche ore di viaggio mi lascia uno strano sentimento addosso.

Jigme Parbal Bista l’anziano re dell’antico Regno di Lo, che per quanto oggi rappresenti solo una figura simbolica, alla mia domanda su cosa ne pensasse della nuova strada, ha alzato le spalle e fatto un sorriso, non una parola, solo due occhi lucidi.

Il problema del regno di Lo era quindi stato risolto.

Non voglio pensare che sia stata una subdola manovra studiata a tavolino, ma sta di fatto che oggi è in corso di costruzione la parte finale di una pista che attraverserà il Mustang dal confine cinese fino a Jomson, aprendo l’importantissimo passaggio nell’Himalaya, tra l’India e la Cina. Tutto come se fosse la naturale evoluzione delle cose, con una stridente rassegnazione da parte di un popolo che fino al 1992 viveva isolato dal mondo e che oggi già ambisce ad avere un cellulare ed una televisione.

La nuova via di comunicazione voluta dal governo cinese, nepalese e indiano da una parte contribuirà al progresso economico dei Paesi, dall’altra esporrà le comunità locali a quella forma di globalizzazione che a mio avviso non potrà essere sostenuta in un processo di evoluzione così rapido. La velocità con cui questa popolazione si vedrà proiettata nella “civiltà” alla quale si era negata per secoli non potrà che avere un solo effetto che disgregherà, dissolvendola, una delle ultime culture del nostro passato che ancora vale la pena preservare e che rappresenta una tra le più preziose ricchezze dell’Umanità a cui si può ambire.

Marco Splendore

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Morituri te salutant


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Parlare di un morto o delle riviste di architettura, è la stessa cosa, lo avevamo già fatto qualche tempo fa in un articolo “Dell’amore, della morte”, in cui evidenziavamo lo stato dell’arte di questo strumento di lavoro dell’architetto, ormai venuto meno.

Eppure dopo oltre un anno, ecco con “Domus”, l’ennesimo tentativo di fare risorgere dalle proprie ceneri, ciò che ormai da tempo è venuto meno. Questo volta ci prova il bravo e diligente Nicola Di Battista, dopo una serie di “Direttori” della rivista fondata da Giò Ponti, che dire raccapriccianti è dire poco. La carta stampata è morta, o sta morendo, sprecare ossigeno e sangue per un cadavere è veramente cosa assai curiosa.

Eppure la rivista è bella, ben impaginata, con articoli interessanti. Inoltre il “prezzaccio” di 5 euro, a scopo promozionale, in epoca di crisi nera dell’economia, sicuramente attirerà l’interesse di molti. Soprattutto di quelli più anziani, che come me, si metteranno sulla libreria dello studio, l’ennesimo “mattone di carta”, che una volta sfogliato, rimarrà lì a prendere la polvere. Polvere che entrerà nelle pagine, nel dorso, negli articoli, fino a sostituirsi ad essi.

Lavoro da anni con le università, con i giovani; nessuno di loro, destinati per forza ad avere un futuro all’estero (per studio o per lavoro) si sognerebbe mai di dotarsi di simili “mattoni”. Nella società “fluida” tutto avviene ed avverrà sempre di più in rete, ancor di più l’architettura, spinta sempre più spesso dalle immagini che restituisce, più che dai contenuti progettuali.

Forse Domus, che fu innovativa, quando uscì, avrebbe dovuto fare da apripista, divenendo un portale interattivo gratuito a disposizione degli architetti, degli studenti, degli internauti. Non la robetta pubblicitaria in rete che è oggi. Dovrebbe invece essere qualcosa di diverso da tutte le numerose riviste già esistenti in rete : Archdialy, Desigboom, ecc.. Diverso per l’autorevolezza di chi ci scrive, per la qualità dei contenuti, per il “taglio” del pensiero in esso contenuto. Stampando solamente ogni tanto qualche “numero speciale cartaceo”, magari costoso e prezioso.

Chissà, probabilmente, la salma di Giò Ponti, gira, nel suo luogo di sepoltura, già da anni come una turbina, a testimoniare che, se lui fosse vivo, certamente qualcosa di diverso sarebbe in grado di produrla, giocando con la rete ed asservendola ad un taglio grafico ed editoriale sicuramente innovativo : filmati, streaming, webinar, ecc. ecc..

E quindi gira, gira, buon Giò, che i tuoi eredi stanno dando il peggio di se, pur di rimanere indietro, pur di non “svecchiare” questo Paese che lentamente si sta suicidando, lentamente mummificandosi, quando è ancora vivo…….forse.

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