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Builders of the future

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Architettura

La Maison des Hommes (Marseille)


E’ il 1945, la Seconda Guerra Mondiale è appena finita, quando Le Corbusier (LC) viene incaricato dal Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme (M.R.U.) di progettare un edificio d’abitazione alla periferia della città di Marseille. LC ha qui per la prima volta “carta bianca” e può applicare in maniera libera, sia i concetti di proporzione codificati nel Modulor, sia le sue idee sull’abitazione moderna per le classi medie. Però di fatto è anche, soprattutto, una libera interpretazione “applicata” dell’urbanistica sancita dalla Carta di Atene (1942) .

Scrive LC : “ Un avvenimento di importanza rivoluzionaria : sole, spazio, verde. Se volete che la famiglia viva nell’intimità, nel silenzio, conforme alla natura…..mettete insieme duemila persone, prendetele per mano e attraverso un’unica porta andate verso quattro ascensori (Otis), ciascuno della capienza di venti persone……Potrete così godere di quiete e di contatto immediato esterno-interno. Le case saranno alte cinquanta metri. Bimbi, giovani e adulti avranno a disposizione il parco intorno all’edificio. La città sarà immersa nel verde e sul tetto delle case troveremo gli asili per i piccoli”. Tutto l’edificio è in “beton brut”, cemento armato a vista.

Un alloggio tipo – fonte : http://www.istitutovirgilio.it

Ogni alloggio affaccia sul paesaggio magnifico del mare e delle alture attorno al golfo di Marsiglia : il mare aperto, l’Estaque, la Sainte-Beaume, ecc.. Molto attento è anche lo studio dei colori e della disposizione dei frangisole in funzione della disposizione eliotermica delle facciate, nonché di una serie di “matrici” che segnano i calcestruzzi : conchiglie, fregi artistici della poetica lecorbuseriana, ecc.; vere e proprie decorazioni che impreziosiscono e rendono unico l’edificio. Lo spazio disponibile sul tetto è al contempo, giardino, ambiente ginnico, spazio scolastico, luogo teatrale, luogo per bagni solari, piscina, bellevue. Al livello 7 e 8  LC colloca una grande galleria commerciale (bar, panettiere, parrucchiere, libreria, uffici professionali, ecc.); all’ottavo livello un hotel per i visitatori con 20 camere. La scuola materna è collocata al livello 17, con tre classi.

Di fatto l’Unite d’Habitation di Marseille è una piccola cittadina di oltre 2000 abitanti, in verticale. L’edificio fu iniziato il 14 di ottobre del 1947 e fu inaugurato il 14 di ottobre del 1952.

Alcuni dati  (fonte – Unitè d’Habitation de Marseille – èditions Parenthèses – 1992) :

Luogo – 280 boulevard Michelet, 13008, Marseille.

Superficie del terreno – 3,684 ettari.

Numero degli appartamenti – 321 + 16 camere (nel 1952).

Costo previsto – 353 milioni di franchi (nel 1947).

Costo reale – 2800 milioni di franchi (nel 1955).

Tempistica del cantiere – 12 mesi (prevista), 60 mesi (reali).

Superficie abitabile – 28.773 metri quadrati.

Superficie locali tecnici – 5.738 metri quadrati.

Altezza dell’edificio nel punto più alto – 56 metri (niveau acrotère).

Bureau d’ètudes – A.T.B.A.T. (atelier des batisseurs) direttore tecnico Vladimir Bodiansky.

Bureau de control – Vèritas.

Impresa principale di costruzione – La Construction Moderne.

Lo statuto giuridico dell’Unite d’Habitation di Marseille è quello della comproprietà privata, costituita nel maggio del 1954. il 20 di giugno del 1986, le parti comuni della comproprietà e le facciate, sono state classificate Monumento Storico della Repubblica Francese.

Alla fine si scopre che, LC non era molto diverso dagli altri architetti dell’epoca, e di oggi, i costi preventivati per l’Unitè, non corrispondevano ai costi reali finali, il cronoprogramma di progetto, fu completamente sconvolto. LC guardava avanti, il suo progetto per Marseille, fu per decenni rifiutato dagli abitanti, tanto che per anni, ad abitarci furono soprattutto architetti. Poi, la società si adeguò alla sua “visione” ed oggi, si sta assistendo ad una rinascita di questa immaginifica “macchina per abitare”, sono gli stessi abitanti che ne promuovono il restauro filologico, che si ritrovano periodicamente, in estate sul tetto, ad organizzare spettacoli ed eventi. Come fu per la Ville Savoye, per il padiglione Philips, per la Cappella di Ronchamp, ecc., LC, guardava così avanti, che spesso “spiazzava” i suoi interlocutori, i suoi committenti. Soprattutto negli ultimi decenni di attività, conscio di essere una creatura caduca, con i suoi progetti,  “lanciava sassi”, sassi verso il futuro, che sapeva non gli sarebbe appartenuto.

 

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Florence


Quando il Principato dei Medici si formò, Firenze aveva già un’egemonia politica ed economica, su un vasto territorio. Cosimo De Medici ed i suoi figli, non modificarono l’assetto consolidato, ma cercarono di renderlo più equilibrato. Il regime dei Medici operò, nel corso del tempo, con grande cautela sul “corpo urbano” di Firenze, innovando, ma rispettando l’eredità del passato. C’erano vasti spazi privi di edifici all’interno della cerchia delle mura cittadine, ma il regime mediceo non ne approfittò, per creare nuovi quartieri rispetto alla città del Medioevo ed a quella del Rinascimento. Di regola ci si limitò ad inserire edifici nuovi entro il tracciato urbano preesistente, oppure trasformando edifici antichi con aggiunte all’esterno e rinnovamenti all’interno (caso emblematico quello di Palazzo Vecchio e di Palazzo Pitti). Questa “cautela urbanistica”, divenne un esempio, che fu attuato in tutto il Principato toscano. La cautela urbanistica non impedì l’inserimento dentro la città antica di edifici nuovi, ed i particolare di un nuovo complesso “direzionale” del potere (un quartiere a pianta quasi triangolare), costituito dal sistema urbano : Palazzo Pitti, Ponte Vecchio, Corridoio Vasariano, Uffizi, Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio.

La bilancia equilibrata dei Medici, fra tradizione ed innovazione, non impedì la formazione di una nuova maniera di intendere il paesaggio del Principato, in particolare fu l’occasione per cingere la città di Firenze con un serie di fortezze di “prossimità” tese anche a spegnere ogni velleità repubblicana. Un intervento molto  importante nel Principato furono le opere per migliorare la regimentazione delle acque, migliorare le strade, costruire ponti ed altre opere pubbliche. Ciò per consentire un transito più efficiente delle merci e delle materie prime, ma anche per garantire migliori collegamenti tra la città ed il suo territorio.

Ecco questi appunti, attinti dalla “Storia dell’arte italiana” volume 12 – Einaudi (1983), ben spiegano come l’organizzazione del paesaggio (urbano e non), la sua salvaguardia, siano stati in passato una delle attenzioni primigenie del potere. Ecco forse noi non dovremmo fare altro che “dare continuità” a questi semplici principi, per recuperare un rapporto più corretto di salvaguardia del paesaggio.

 

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Publius Quintilius Varus


Publio Quintilio Varo (46 a.C. Cremona  – d.C. 9 in Germania)  fu un uomo politico e generale romano sotto l’imperatore Augusto , ricordato principalmente per aver perso tre legioni romane e la sua stessa vita quando venne attaccato da una coalizione germanica ai comandi di Arminio, nella battaglia della Foresta di Teutoburgo .

Nel 9 d.C., Varo aveva dislocato, nei pressi del Fiume Weser le sue tre legioni, quando arrivò la notizia di una rivolta violenta  nella zona del Reno a ovest. Nonostante un avvertimento, Varo si fidò di chi gli chiese aiuto, Arminio, perché costui era un principe germanico, romanizzato e comandante di una unità di cavalleria ausiliaria dell’esercito romano.

Non solo la fiducia Varo in Armino, fu un errore di valutazione terribile, ma la posizione, rispetto alla Storia di Varo è aggravata da un macroscopico errore strategico. Le legioni, furono da lui schierate, in una posizione in cui le loro forze sarebbero state ridotte al minimo, mentre quelle delle tribù germaniche massimizzate.

Arminio e la tribù Cherusci, insieme ad altri alleati, avevano sapientemente teso un’imboscata, nella Foresta di Teutoburgo, nel mese di settembre (a est della moderna Osnabrück ). Le stesse condizioni del terreno, boscato e paludoso non consentirono l’utilizzo della tecnica da combattimento romana, basata sulla fanteria che marcia verso gli avversari, supportata dalla cavalleria.

Il terzo giorno di combattimenti, i germani ebbero ragione dei Romani a Kalkriese, a nord di Osnabrück. Le fonti certe in merito alla sconfitta romana, sono scarse, a causa della totalità della sconfitta, ma una di esse racconta che la cavalleria romana, con in testa Varo, abbandonò la fanteria, anziché essergli di supporto e fuggì al Reno, ma vennero intercettati dalle tribù germaniche e uccisi tutti. Varo non è certo se si suicidò, oppure fu giustiziato da Arminio.

Oggi, dopo decenni di scavi archeologici, che hanno consentito di recuperare parecchi reperti della battaglia, a Kalkriese, uno splendido museo, raccoglie la storia di questo evento, che di fatto segnò la fine dell’espansionismo romano nel nord-ovest dell’Europa. Questo museo, completato nel 2002,  frutto di un concorso internazionale di idee (1998), lo si deve agli architetti svizzeri Gigon & Guyer. E’ un museo di paesaggio, con una sede museale principale, rivestita in acciaio Cor-ten, costituita dalle sale di accoglienza, dallo spazio museale e da un’alta torre che consente di osservare l’intorno e poi da una serie di “stanze paesaggistiche”. Ognuna di queste stanze (anch’esse rivestite in acciaio Cor-ten) permette di osservare in maniera, sempre differenziata, l’intorno, i luoghi dove morirono migliaia di uomini, mentre lastre abbandonate sul terreno, con incisa la storia della battaglia della Foresta di Teutoburgo, le relazionano tra loro.

Il museo di Kalkriese, oltre ad essere una “grande ed immaginifica architettura”  è soprattutto un’esperienza di paesaggio, ma è anche latore di un “racconto” che è parte della nostra Storia Europea.

Gigon & Guyer, sublimi, qui raggiungono l’apice della loro attività, “colpendo”  i visitatori, con camere oscure, stanze sonore, bellevue e quant’altro, mediato dalla storia dell’architettura per stupirci ad ogni passo e farci riflettere.

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Potsdamer Platz


Potsdamer Platz a Berlino era negli anni tra il 1920 ed il 1930, il luogo più trafficato D’Europa, nonchè il centro della vita notturna di Berlino. Era “l’ombelico” di Berlino, la piazza in cui si incrociavano le cinque principali vie della città.  Nell’immediato intorno proliferavano centinaia di negozi, alberghi, ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo, caffè, bar, wine-case e locali alla moda di fama internazionale. La Potsdamer Banhof movimentava oltre 80.000 passeggeri al giorno, mentre transitavano per la piazza berlinese oltre 600 tram transitavano negli orari di punta, in oltre 40 itinerari diversi. nel 1882, i viali e la piazza furono tra i primi illuminati con poli della luce a corrente elettrica, e nel 1924 per regimentare i traffici fu quì installato il primo semaforo d’Europa.

Potsdamer Platz nel 1919 (german-architecture.info)

Durante la guerra, l’enorme piazza a raggiera, fu bersaglio dell’aviazione degli Alleati, e venne quasi completamente rasa al suolo. Il 13 agosto 1961, con l’elevazione del Muro di Berlino, che separava definitivamente l’Ovest della città dall’Est, la Postdamer Platz fu irrimediabilmente  tagliata in due. Poi come succede spesso, nel novembre del 1989, fu quì che si aprì  uno dei primi varchi, che significò in pochi giorni, la caduta della così detta “Cortina di Ferro”. Fu sempre quì, nella grande spianata generata dall’abbattimento del muro, che il 21 di luglio del 1990 che Roger Waters leader dei Pink Floyd celebrò il memorabile concerto “The Wall” per celebrare l’unificazione della Germania Ovest con la Germania Est.

Potsdamer Platz nel 1965 (german-architecture.info)
 

Oggi, con le immagini patinate della nuova architettura, che ha tentato la ricostruzione del luogo della memoria “Potsdamer Platz”, operata dalla furia di risanamento urbanistico imposta alla Città/Capitale, dall’unificazione, viene logico chiedersi se è legittimo, se è opportuno, tentare di ricreare la “tensione paesaggistica” di un luogo che non esiste più. Eppure, nel “grande supermercato” dell’architettura, che è la nuova Berlino dell’unificazione, a volte, in alcune sere, quando le persone lì impiegate, defluiscono verso le loro abitazioni, ed i grattacieli si illuminano, si percepisce chiaramente  ancora la “tensione”, la “frenesia dei traffici” di un luogo che fu “l’ombelico del Mondo”. Si coglie chiaramente che il luogo ed il paesaggio “Potsdamer Platz” non è più lo stesso, che in mezzo c’è stato il vuoto dei bombardamenti, della Guerra, della morte, della follia. Però, quì,  anche si coglie chiaramente che a fare quel luogo è innanzitutto la moltitudine umana, la “massa” di una specie che, inarrestabile, continua, nel bene e nel male, lungo una propria strada, che è  sicuramente di “costruzione” e di contemporanea “distruzione”, ma anche ricorso, alla memoria non solo architettonica e paesaggistica, ma direi soprattutto “genetica” di un genius loci biologico, che fa di Berlino e di Postdamer Platz, ancora oggi,  uno dei luoghi più affascinanti al Mondo. Dietro a Potsdamer Platz, si legge l’energia per il futuro della gente di Germania, dei Cittadini di Berlino. Ecco a volte, salvare il paesaggio, vuol dire anche questo, creare la giusta tensione, affinchè un luogo, divenuto nel corso del tempo una “tabula rasa” possa essere “portato avanti”, rinascere, in forme non necessariamente solamente architettoniche.

21 luglio 1990 Potsdamer Platz – The Wall (estratti) – Roger Waters

Una mappa dell’architettura attorno a Potsdamer Platz

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I soprammobili dell’architettura


Può un soprammobile cambiare le sorti di un’architettura, di un paesaggio. Può un elemento mobile e quindi rimovibile, “costruire” un intorno. E’ una domanda difficile a cui rispondere, soprattutto quando il soprammobile è alto 5 metri ed ha una superficie di 140 metri quadrati. Infatti lo spazio Electrolux, progettato dallo studio Park Associati e “depositato” sui tetti della Galleria Vittorio Emanuele in Piazza del Duomo a Milano, sembra quello che è un soprammobile. La sua funzione è quella di un ristorante provvisorio, esclusivo, con 18 posti a sedere tutti con vista, dove a pranzo si pagano 200 euro, alla sera, a cena (per godersi la Milano illuminata) 275 euro.

http://www.electrolux.it/Cube/Milan/

Insomma, sembra una ciliegina posata in bilico sulla torta, non fa danno, ma certamente attira lo sguardo, devia dalla torta. Quì la torta (o meglio il panettone, visto che tra poco è San Biagio) è il sistema prospettico che conduce tutti gli sguardi sul Duomo. Infatti, soprattutto di sera, molti turisti si ritrovano con il nasino all’insù, ad osservare questa insolita “astronave”. Probabilmente è solamente questo l’effetto che si vuole determinare, con la collocazione inusitata, posta in bilico sui tetti. Non è quindi una architettura, come tutti i soprammobili è innanzitutto una scultura, una scultura abitata, un qualcosa che può piacere o non piacere, ma non sconvolge più di tanto, visto che già si sa che prima o poi verrà rimosso per sempre. In questo caso sarà traslocato, il soprammobile, in un’altra situazione urbana, sempre in bilico, a sottrarre al paesaggio attenzioni, ed a fare deviare lo sguardo.

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L’Esercito della Salvezza


La Citè de Rèfuge (l’Esercito della Salvezza – Rue de Cantagrel 12 – Parigi) è un edificio progettato da Le Corbusier e Pierre Jeanneret tra il 1929 ed il 1933. Si tratta di un edificio che doveva includere nel proprio volume una molteplicità di funzione, divenendo, di fatto l’antesignano delle Unitè di Habitation. E’ di fatto il primo edificio residenziale completamente chiuso, almeno nella concezione iniziale lecorbuseriana. Come tipo edilizio, la Citè de Rèfuge, ha come riferimento gli impianti funzionali degli istituti di beneficenza, degli ospizi, del diciottesimo e diciannovesimo secolo. Il progetto, però, combina assieme più funzioni: spazi di lavoro, dormitori, spazi sociali, servizi, biblioteca, ecc.., spesso sperimentando, molto spesso infischiandosene dei regolamenti e delle leggi allora vigenti.

Il lotto, compatto, ha  fornito l’occasione per un approccio radicale,  sia nel portare tutti gli ambienti verso la luce, sia a generare spazi inconsueti. Soprattutto per dare una collocazione insolita alle sale d’ingresso, in modo da generare un  processo, percepibile di accoglienza, a cui era vocato l’Esercito della Salvezza. Il cuore progettuale, voluto da Le Corbusier, era la “stecca” dormitorio, dominata da una grande parete a strapiombo, con una  cortina di vetro (di oltre 1000 metri quadrati). Fondamentale per il successo di questo elemento/parete di vetro , avrebbe dovuto essere un sistema tecnologicamente ambizioso ed ardito, di doppi vetri e aria condizionata ( definito come “espiration exacte“). Questi non sono mai stati costruiti come previsto, e l’effetto di pelle pura e semplice della parete è stato definitivamente perso. Lo stesso Le Corbusier, apportò delle modifiche, in seguito all’edificio, applicando dei  Brises soleil (poi rimossi), nel tentativo di impedire che i locali avessero un surriscaldamento eccessivo, soprattutto durante i mesi estivi. Un edificio complesso, che anche nei colori delle facciate, ci fa capire di essere qualcosa di nuovo, di innovativo.

Le Corbusier in Paris

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Arance, Ivrea, Olivetti


Tra il 18 ed il 21 febbraio 2012, ad Ivrea, come tutti gli anni, si ripeterà la tradizione dello “Storico Carnevale di Ivrea”. Una manifestazione popolare quanto mai “strana” in cui i rioni della città del Canavese, di oltre 24.000 abitanti, si contenderanno i favori di una speciale commissione, che osserva, nei tre giorni di suo svolgimento, l’andamento della battaglia delle arance (in media ogni anno si consumano 5000 quintali di arance), ed assegna un premio alle bande a piedi ed ai carri da getto che, per ardore, tecnica e lealtà, si sono maggiormente distinte.

La battaglia delle arance rappresenta il “clou” spettacolare e violento del carnevale (nel 2011 si contarono 149 feriti), motivo di forte richiamo turistico annuale per centinaia di migliaia di visitatori (conviene prenotare un biglietto di accesso alla città sul sito del carnevale). Alla fine della giornata gli arancieri lasciano sulle strade della città uno strato impressionante di arance “esplose”.

Le origini della battaglia sono incerte, ma risalgono verosimilmente ad anni intorno alla metà dell’Ottocento quando presero ad essere praticate scherzose schermaglie tra le carrozze e la gente sui balconi.

Ma il carnevale di Ivrea, non è solo arance: c’è la sfilata in costume, con a capo la Banda dei Pifferai (con pifferi in legno di bosso), il Generale (di settecentesca memoria), le Mugnaie (figure mediate dalla Rivoluzione Francese),  e molto altro.

http://www.storicocarnevaleivrea.it/

Qui un filmato della “Battaglia delle Arance”

Ivrea, offre, oltre ad un centro storico interessante, anche un Museo all’aperto dell’architettura moderna. L’attività edilizia ed urbanistica della Olivetti (e del suo “Principe colto” Adriano Olivelli), che ha caratterizzato le sorti imprenditoriali e paesaggistiche, della città di Ivrea, nel secondo dopoguerra, è oggi un’occasione ghiottissima di riscoprire passeggiando, gli edifici di Gambetti e Isola, Figini e Pollini, Gardella, ecc..  Una urbanistica “illuminata”, europea, sapiente, che ha tenuto conto di generare un paesaggio (dialogando con la sia storia) in cui costruito e spazi verdi, consentono, assieme, di inserirsi nella “scenografia alpina”, che caratterizza lo “sfondo” di Ivrea. Insomma il meglio dell’architettura moderna e dell’urbanistica industriale “illuminata” italiana. Il tutto ben indicato e descritto in apposite “stazioni” informative.

http://www.mamivrea.it/collezione/mappa.html

http://www.mam.ivrea.it/visita/visita.htm

Palazzo per Uffici 2 – Gino Valle 1988

Edificio 18 alloggi – Nizzoli + Oliveri 1955

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Case unifamiliari per dirigenti – Figini + Pollini 1948

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Unità residenziale Ovest (Talponia) – Gabetti + Isola 1971

Stabilimenti ICO/Olivetti – Figini + Pollini + Vittoria + Fiocchi 1939 / 1949 / 1957

Centro servizi – Figini + Pollini 1942

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Dedicato ad Adolf Loos


Scriveva Ernesto Nathan Rogers, allora direttore della rivista di architettura “Casabella – Continuità”, nell’editoriale al numero monografico dedicato al maestro viennese,  Adolf Loos (n. 233 del novembre 1959) : “Non si può intendere la portata dell’opera di Loos, come di ogni altra personalità di grande valore, se non localizzandola nel suo tempo, cioè nei suoi limiti storici; bisogna considerare la sua influenza nell’ambiente dove ebbe più diretta responsabilità: poi i suoi immediati successori e, infine, valutarne la posizione presente, sia fra coloro che hanno consapevolezza della sua importanza, sia fra quelli che agiscono per effetto delle energie di rimbalzo, più o meno passivamente. Tutto ciò consente di ridimensionare la figura dell’architetto viennese e di storicizzarla ai fini della nostra attività: che è il modo migliore per riportare la storia alla vita, d’innestarla nel tronco dell’esistenza; di comporla con le energie propulsive in un inesauribile fluire dove le mutazioni non risultano da atteggiamenti subitanei, arbitrari ed effimeri ma si radicano nel solco continuo della tradizione, cioè di una esperienza culturale intesa dinamicamente e creativamente.”

Poi lasciava alla sua redazione sviscerare la personalità dell’eclettico Adolf Loos. Una redazione che letta oggi, sembra la formazione di un “dream team” : Capo RedattoreVittorio Gregotti; Segretaria di redazione – Julia Banfi; ImpaginazioneGae Aulenti; Comitato di redazioneGiulio Carlo Argan – Roberto Guiducci – Pier Luigi NerviEnzo PaciLudovico QuaroniFilippo SacchiGiuseppe SamonàMarco Zanuso; Centro studiAldo RossiLuciano Semerani – Francesco Tentori – Silvano Tintori . Un “dream team” che nei successivi decenni monopolizzerà completamente la cultura architettonica italiana, nel bene e nel male (tanto). Rendendola soprattutto asfittica e non ossigenata, fatto che ha come determinato un “ritardo” dell’architettura italiana, rispetto a quella degli altri paesi europei, soprattutto nella formazione delle nuove leve.

Un “frammento” del n. 233 di Casabella – Continuità

Adolf Loos con il poeta e filosofo Peter Altenberg a Vienna nel 1918

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Un’architettura a tempo ?


Da Expo 2015 S.p.a. è  da poco, stato lanciato, il concorso di idee internazionale, per “Architetture di servizio – Principi di sostenibilità per un’architettura a tempo”.

(http://architettureconcorsi.expo2015.org/).

La lettura del bando promuove un’architettura di questi edifici, finalizzata ad un’alta sostenibilità, ma il tutto è come contraddetto da alcune scelte molto discutibili dell’estensore. Innanzitutto, la loro dimensione, queste lunghe stecche (classificate con H1) di 15 metri per 166 metri, alte due piani (Pt + 1°P = 7 metri), contenenti : ristoranti, bar, uffici, negozi di merchandising, centri di assistenza tecnica, primo soccorso, soccorso antincendio, servizi igienici, magazzini e depositi, ecc., rappresentano, indipendentemente dall’architettura lignea o meno  che avranno, dei veri e propri “muri”. Muri, ecologici, smontabili, ma che in numero di 13, fanno ben prevedere la dimensione “impattante” dell’intervento e soprattutto le aspettative di pubblico attese dall’organizzazione. La cosa più inquietante di queste stecche, sono gli interrati, di cui si danno già i dettagli costruttivi e le caratteristiche, in quanto essi, penetrando nel terreno, costituiranno, di fatto, un vero e proprio vincolo alla futura “demolizione” di tutti questi edifici, ed anche delle architetture di servizio. Ci saranno poi i padiglioni delle singole nazioni (69 hanno già ufficializzato la loro partecipazione), gli info-point, altri edifici di servizio. Già viene chiaramente identificato lo stadio per la musica e gli eventi, che Giuliano Pisapia si è già “venduto” durante la recente comparsata alla trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Degli orti planetari, di boeriana (e splendida) memoria, non vi è più nessuna traccia. Il grande Orto Botanico, è ormai compresso ad una dimensione irrisoria, ridicola. Tutto fa pensare che di quel 52% di verde, previsto dall’accordo tra privato e pubblico, non rimarrà granchè.

Ma la cosa più inquietante è l’uso che si farà di queste stecche. I ristoranti, sono descritti,  per garantire una produzione veloce di cibo, come dei self service: o meglio, dei fast-food. Tanto che nel bando e negli allegati per descriverne gli spazi funzionali, si scrive : “Grande locale per la ristorazione in grado di offrire un servizio variegato e rapido ad un basso prezzo. Il visitatore si serve a diverse “isole” che offrono differenti piatti, poi paga alle casse e si siede nella sala al piano terra o al primo piano. Le basi dei cibi sono preparati nel locale cucina; la maggior parte dei cibi richiede solamente il rinvenimento (ndr. in quanto congelati) o la cottura, che avvengono nelle isole in presenza del pubblico.”. Ma il tema non doveva essere “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”, qui, invece,  sembra un inno al “mangiare veloce”, ai “trash food”, alla cultura degli ipermercati, dei Noodles liofilizzati .

Ma allora ci stanno prendendo in giro “alla grande”, di tutto il preziosissimo lavoro di Carlin Petrini, sul cibo “slow”, sul mangiare sano e naturale, per promuovere, nel mondo grazie Expo 2015, “l’eccezionalità” eno-gastronomica dell’Italia, cosa rimane…….NULLA !

Forse si spera di “recuperare” il tema di Expo 2015, in pallossissimi convegni, oppure magari facendo “giocare” i visitatori, come nei grandi parchi di divertimento; sarà un’Expo, dove il pubblico è partecipe (se viene a queste condizioni), ma “di fatto assente”, allontanandolo dall’essere coinvolto da un “missione” tesa, sul serio, a sconfiggere la fame nel mondo, a ragionare su di essa. Ogni stecca, e ce ne sono 13, ha un costo previsto di circa 6 milioni di euro, quanti milioni di persone si sarebbero affrancate dalla fame con ognuna di esse ?

Spero, poi, se “fiasco” sarà, che qualcuno, magari i Cittadini, chiedano la “testa” di coloro che hanno operato queste scelte dissennate e scellerate, e sperperato il denaro pubblico, come avviene in ogni democrazia.

CIO’ CHE E’ SCRITTO IN QUESTO BANDO, SONO “BAGATELLE PER UN MASSACRO”, EXPO 2015 SARA’ UN “BAGNO DI SANGUE”.

L’orto botanico

Canale – Naviglio

Lo stadio/Teatro (caro a Pisapia)

Housing sociale (per chi?)

Le serre di notte

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