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Architettura

The London Eye (Buon Anno 2012)


Molti sostengono che quelli di Londra siano i fuochi d’artificio più belli d’Europa. Lo spettacolo pirotecnico dei fuochi d’artificio della notte di Capodanno a Londra si svolge lungo il Tamigi, all’incirca tra Westminster e il Tower Bridge, l’epicentro però è la grande ruota per osservare il paesaggio urbano “The London Eye” da cui vengono anche sparati migliaia di fuochi artificiali coloratissimi. La London Eye è il risultato dell’idea progettuale del team di architetti David Marks e Julia Barfield, marito e moglie, due paesaggisti. Il design della ruota fu proposto come metafora per simboleggiare il passaggio del secolo; doveva essere provvisoria, ma visto il successo è diventata una struttura permanente. La London Eye si trova sulla riva sud del Tamigi alla fine di Westminister Bridge e  s’innalza per 135 metri, ci sono “appese” 32 navicelle che possono contenere fino a 25 persone ciascuna. Visitano la London Eye 3 milioni e mezzo di persone l’anno. Per osservare i fuochi artificiali e “l’incendio della grande ruota”, eventi tipici del “fine anno” londinese, il South Bank è  il luogo ideale, ed è sicuramente uno dei luoghi, più spettacolari ed affollati del Mondo. La gente inizia a congestionare le strade dell’intorno sin dalle 15,00 per garantirsi un buon punto di vista, ed ovviamente inizia a bere.  Lo spettacolo della Southbank illuminata dai lapilli colorati dietro al Big Ben, valgono l’immane fatica e l’attesa della mezzanotte al freddo londinese, che “ti entra nelle ossa”. Comunque musica e divertimento non vengono fatti mancare a nessuno, come l’immancabile countdown di mezzanotte. Prendere un posto sulla Southbank non è assolutamente facile, deve essere conquistato. Una valida alternativa per godersi lo spettacolo pirotecnico potrebbe essere quella di posizionarsi all’Hampstead Heath, con vista panoramica di tutta la città. Quindi, non ascoltate il richiamo “popolare” del Southbanks ed invece dirigetevi verso nord, verso Hampstead Heath, lì si avrà una meravigliosa, e completamente gratuita, vista panoramica su tutta la città ed i suoi meravigliosi fuochi d’artificio. Pochissimi, a Londra,  sparano fuochi artificiali o botti individualmente, a casa loro, ormai solamente i cinesi, i fuochi artificiali in Inghilterra, sono un grande rito collettivo. Ci sarà probabilmente un perchè, in merito a questo rito notturno dello sparo dei fuochi artificiali, che tanto affascina la specie umana, tanto da non farseli mancare ad ogni occasione importante. Forse è un esorcismo del tempo che passa, della notte, del buio. Certamente ormai da alcuni anni, anche l’architettura è diventata parte di questo rito collettivo, infatti sempre più spesso, le location per “sparare” i fuochi artificiali, sono delle architetture.

Poi tutto il South Bank, e tutta Londra si svuotano, velocemente, rimane una città umidiccia,  languida, odorosa di polvere da sparo, piena di bottiglie rotte (pericolosissime per i piedi), i cui unici “attori protagonisti” rimangono le insegne luminose e gli addetti alla pulizia delle strade.  Ma la cosa migliore di Londra è il giorno dopo, il primo giorno dell’anno, che restituisce una città assonnata, tranquilla, quasi esente da quella frenesia capitalista, che ormai contraddistingue tutte le grandi capitali. Il primo giorno dell’anno, alla mattina, è anche probabilmente l’unico giorno, in cui, non si fiuta nell’aria l’immancabile odore di olio fritto, che ormai contraddistingue tutte le città del Mondo.

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La guerra dei grattacieli


Mentre si montava la grande “antenna decorativa” del Garibaldi Center (Hines) a Milano, il complesso progettato dall’architetto americano Ceasar Pelli, che così diventava il grattacielo (con antenna) più alto d’Italia, con i suoi 231 metri, la Regione Lombardia emetteva un comunicato stampa che precisava che il “grattacielo più alto d’Italia con piano abitato” rimaneva il Palazzo Lombardia con i suoi 161,40 mt. (146 metri la torre di Pelli)

Insomma un “delirio”, su chi ce l’ha più lungo…………il grattacielo !

Ora con l’inizio dei lavori per il nuovo Palazzo della Regione Piemonte, a Torino, ovviamente un grattacielo di  42 piani, il tema si ripropone. Il grattacielo, del costo di oltre 208 milioni di euro, sarà alto 209 metri, all’ultimo piano abitato, come già si precisa : “metri veri, misurati sul solaio e non sull’antenna come quello degli altri”, sottolinea il governatore Roberto Cota pensando al grattacielo di Banca Intesa in costruzione vicino a Porta Susa, ed a quello di Roberto Formigoni a Milano.

In quella che è stata la fabbrica della Avio (Fiat) lavoreranno per 36 mesi, oltre 500 persone (operai, tecnici, ecc.). La Giunta piemontese, a guida leghista, ha chiesto all’associazione temporanea d’imprese (guidata da Coopsette) che si è aggiudicata i lavori, di garantire una percentuale minima dell’80% di imprese piemontesi impiegate, per tutto l’iter costruttivo. Il grattacielo avrà una superficie di 70.000 metri quadrati adatti ad accogliere 2500 dipendenti, ora dispersi in 24 sedi. Il valore dell’opera a base d’asta comprensivo degli oneri della sicurezza,  è stato di 262 milioni di euro. L’opera è stata finanziata con la modalità del leasing in costruendo, che costituisce una innovativa forma di finanziamento privato delle opere pubbliche: questa operazione è stata, fino ad ora, la più importante a essere completata in Italia. Oltre un anno per scavare le fondamenta ed i piani interrati, poi si inizierà a salire: un piano a settimana fino alla fine del 2014.

L’anno dopo, inizierà il trasloco, chiudendo così un percorso di razionalizzazione dell’Amministrazione Regionale piemontese, pensato a cavallo del nuovo millennio, iniziato con una gara di progettazione internazionale, vinta da Massimiliano Fuksas (la cui parcella complessivamente sarà di oltre 22 milioni di euro). Questo pezzo di Torino, tra il Lingotto e l’Oval, sarà completamente ridisegnato e ri-funzionalizzato.

Ci saranno un centro servizi, un asilo nido, un grande parco urbano di  quasi 25 mila metri quadrati,  una grande piazza, residenze da edificare su una superficie di circa 96 mila metri, da cui la Regione Piemonte conta di ricavare 60/70 milioni di euro. Insomma tanto bel cemento, coerente con una logica di continua occupazione del suolo, con pochissima attenzione al “paesaggio urbano” di una delle città più belle d’Italia, sia dal punto di vista morfologico, che tipologico. Ma fino a quando si potrà pensare ad operazioni simili, sperando che la struttura economica del nostro paese, sia in grado di supportarle? Una nazione l’Italia a crescita zero di popolazione, con un’economia, che soprattutto nell’edilizia ha come prospettiva la “recessione più nera” per i prossimi lustri. Vada per il “cazzone” del grattacielo di Fuksas, che consente dei risparmi negli affitti da parte della Regione Piemonte, si sviluppa in verticale e libera suolo; inoltre dalla sua sommità si potrà anche ammirare il paesaggio torinese (e quindi svolge una funzione didattica in merito al paesaggio). Ma come mai per “fare quadrare i conti”, bisogna sempre cementificare tutto l’intorno, anzichè renderlo “libero”, verde e fruibile, una specie di ri-equilibrio per una zona di Torino, che da sempre è stata produttiva, inquinata e periferica, separata dai fasci di binari.

Video del quartiere dove sarà edificato il Grattacielo della Regione Piemonte 

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Una storia portoghese


Ho viaggiato in Portogallo, dapprima con le poesie di Fernando Pessoa ed i libri di Josè Saramago, e poi soprattutto con il bellissimo film di Wim Wenders, “Lisbon Story” (1994), senza muovermi da casa. Poi a tappe, lentissime nel tempo, negli anni, sono stato ad Oporto, a Lisbona, a Faro, a Evora, a Setubal, ecc.. Ci sono stato, e ci sono anche tornato più volte, l’ultima poche settimane fa a Lisbona (erano i primi di dicembre 2011). Ci sono tornato, per “costruire” quel percorso individuale di viaggio, che Saramago descrive, così bene,  nella presentazione del suo straordinario libro “Viaggio in Portogallo”.

“Mal gliene incoglie all’opera se le richiedono una prefazione che la spieghi, mal gliene incoglie alla prefazione se presume tanto. Conveniamo, dunque, che questa non è una prefazione, ma un semplice avvertimento, o un preavviso, come quell’ultimo messaggio che il viaggiatore, già sulla soglia della porta, già con lo sguardo rivolto all’orizzonte prossimo, lascia a chi rimane a badare ai fiori. La differenza, se c’è, è che l’avvertimento non è ultimo, ma il primo. E non ce ne saranno altri. Che il lettore quindi si rassegni a non disporre di questo libro come di una normale guida, o di una mappa da tenere sottomano, o di un catalogo generale. Alle pagine che seguono non si dovrà ricorrere come a un’agenzia di viaggi o di turismo: l’autore non è qui per dare consigli, benché ribondi di opinioni. Vi si troveranno, questo è pur vero, i luoghi selezionati del paesaggio e dell’arte, l’aspetto naturale o trasformato della terra portoghese: ma non sarà forzatamente imposto, o abilmente orientato, alcun itinerario solo perché le convenzioni e le abitudini hanno finito per renderlo obbligatorio a chi da casa propria si allontana per conoscere quello che c’è fuori. L’autore, senza dubbio, è andato dove si va sempre, ma è pure andato là dove non si va quasi mai. Che cos’è, in fondo, il libro che una prefazione possa annunciare con una qualche utilità, sia pure non immediata a prima vista? Questo viaggio in Portogallo è una storia. Storia di un viaggiatore all’interno del viaggio da lui compiuto, storia di un viaggio che in se stesso ha trasportato un viaggiatore, storia di un viaggio e di un viaggiatore riuniti nella fusione ricercata di colui che vede e di quel che è visto, un incontro non sempre pacifico tra soggettività e oggettività. Quindi : emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa. Il viaggiatore ha viaggiato (in questo caso) nel proprio paese. Il che significa che ha viaggiato all’interno di se stesso, per la cultura che lo ha educato e lo sta educando, significa che per molte settimane è stato riflettore delle immagini esterne, un vetro trasparente attraversato da luci e ombre, una placa sensibile che ha registrato, in transito e progresso, le impressioni, le voci, il mormorio interminabile di un popolo. Ecco ciò che voleva essere questo libro. Ecco ciò che suppone di aver conseguito in parte. Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita versi il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.”

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Mi chiamo città : la città in crisi


Oggi 22 dicembre 2011, alle 7,15, mentre facevo zapping alla ricerca di un telegiornale (introvabile a causo dello sciopero dei giornalisti) mi sono imbattuto, poco prima di andare al lavoro, in una trasmissione molto interessante, dal titolo “Mi chiamo città”.  Sono una serie di filmati-documentari, prodotti da Rainews e diretti da Marta Francocci con la consulenza scientifica di Renata Bizzotto. Tale progetto è stato presentato con una conferenza lo scorso 28 settembre 2011 presso la Casa dell’Architettura di piazza Manfredo Fanti, a Roma, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti (di Roma). E’ un progetto molto interessante, perchè, oltre ad occuparsi di alcune tematiche legate alla “crisi” delle città italiane, si occupa anche dell’indotto, dell’edilizia,  che porta alla formazione del tessuto urbano (imprese, amministrazioni, imprenditori, architetti, ordini, ecc.), descrivendone l’inquietudine e la profonda crisi economica “che stà mordendo” questo settore. Quì sotto una puntata molto interessante, direi “illuminante” sul degrado, e la profonda crisi, della professione di architetto.

http://tv.architettiroma.it/notizie/12969.aspx

Cosa si può fare, come al solito un’unica cosa “avere delle idee e rimboccarsi le maniche”, accettare ancora per molti anni (questa è una crisi lunga) doppio o triplo lavoro, magari che non c’entra nulla con l’architettura, per sopravvivere, per portare avanti un’idea di progettualità,  ma non solo questo. E’ indispensabile innanzitutto modificare i nostri comportamenti, al fine di innescare un “corso virtuoso” che produca un ripensamento collettivo (di chi si occupa di progettualità architettonica) in grado di ridistribuire una massa di persone ormai troppo grande, su canali lavorativi nuovi. Fintanto che università, ordini professionali, andranno, ognuno per la propria strada a “sfornare” architetti , a go-go, senza una minima idea di costruire per ognuno, un futuro, probabilmente, fra poco, NON CI SARA’ PIU’ NESSUN FUTURO PER TUTTI !

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Nùcleo Arqueològico do Castelo


In questo luogo (Praça Nova) nel 1996, si era deciso di costruire un parcheggio auto, per i visitatori del Castello di San Jorge, che domina dall’alto Lisbona. Gli scavi archeologici però, hanno evidenziato sin dall’inizio, le tracce di un’antica occupazione di questo luogo. Nel 2008, Joao Luis Carrilho da Graça è stato incaricato di realizzare un progetto per la valorizzazione di queste importanti vestigia. Nel 2010 è stato inaugurato il complesso, che con le sue forme architettoniche, illustra meglio e valorizza questo luogo. Si tratta di un intervento “intrusivo”, per nulla in soggezione con le “ruine storiche” : vestigia dell’età del ferro (VII sec. a.C), vestigia di un’abitazione residenziale di epoca islamica (XI sec.), vestigia del palazzo medioevale Condes de Santiago, distrutto per un terremoto nel 1755 . Un muro di acciaio corten, definisce lo spazio scenografico degli scavi, e varie costruzioni leggere (in cartongesso per esterni), semplici, quasi astratte, sono asservite a proteggere in maniera intelligente le rovine archeologiche. Il moderno dialoga con l’antico, ed al contempo  lo tutela per il futuro. Un intervento calibrato, magnifico, e soprattutto sapiente.

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Racconto “estivo” di Natale (Rovaniemi)


La prima volta che sono stato a Rovaniemi (Finlandia), era durante l’estate del 1998, all’inizio di luglio.  Siamo partiti (io e la mia compagna di viaggio dal naso a punta) in aereo dall’aeroporto di Helsinky Vantaa, che il termometro segnava 22 gradi, siamo arrivati nella capitale della Lapponia (che dista dalla capitale circa 800 km), dopo quasi un’ora e mezza di volo, con una temperatura al suolo di poco più di 10 gradi. La gente girava in canottiera e T-shirt, mentre noi ci aggiravamo “imballati” come non mai. Ci sono stato per 5 giorni, in quanto Rovanieni è un luogo “mitico” per l’architettura, essendo il posto dove un noto architetto finlandese, Alvar Aalto, ha realizzato sia il piano regolatore di ricostruzione (1944-1945), che una serie di edifici, in cui l’architettura si integra con  la natura difficile e meravigliosa di un luogo, che è di fatto ai confini della vivibilità umana su questo pianeta. Rovaniemi è vicina al circolo polare artico e dista solamente 700 chilometri da Capo Nord in Norvegia, quì vi sono sei mesi di luce in estate e sei mesi di oscurità in inverno. Quì Aalto non ha dato il meglio di sè, ha però espresso come una “filosofia architettonica globale”, intelligente e colta, tesa alla salvaguardia del paesaggio. Gli abitanti di Rovaniemi in estate, mentre il terreno si liquefa, producendo dei liquami marroni fortemente odorosi di muschio e tante zanzare e moscerini, si dedicano soprattutto all’edilizia ed alla vita all’aperto. I cantieri edili lavorano a ciclo continuo 24 ore su 24 (in inverno con una temperatura media di -10 gradi è impossibile lavorare all’aperto) e le persone pescano il salmone e raccolgono il camemoro. Ci sono signore che arrivano in aereo sin dal sud della Finlandia, con stivaloni di plastica e secchielli, per raccogliere questa mora artica dal sapore di nocciole, e farci la marmellata. La visita alle architetture pratiche ed affascinanti di Alvar Aalto, fu l’ennesima scoperta di un lato architettonico “discreto e minimalista” e poco conosciuto del maestro finlandese, che adorava questa città ai confini del mondo abitato.

Quì sotto il link della webcam del centro civico di Rovaniemi- Progetto di A.  Aalto

http://www.rovaniemi.fi/layouts/rovaniemi/includes/360/kirjasto.asp?sek=10

Obbligata e doverosa fu anche la visita al Santa Park, il famoso villaggio di Babbo Natale, che dista solamente 5 chilometri dal centro della città, dove la magia del Natale commercial-capitalista, dura tutto l’anno e non finisce mai. In una serena e luminosa serata “artica”, dato che il sole non tramonta, ma “ruzzola” solamente sull’orizzonte, verso le 3,30 del mattino , visto che per colpa della sfasatura tra la notte ed il giorno, non si sa più quando dormire (a Rovaniemi usano degli speciali occhiali con lampadine per riequilibrare il ciclo notte-giorno), abbiamo deciso di fare un giro in città e raggiungere un bosco di abeti, che rivestiva completamente un leggero rilevato, dove alla reception dell’Hotel mi avevano indicato insistere una torre lignea per osservare il paesaggio. Siamo quindi scesi per strada e ci siamo incamminati verso il ponte strallato Jatkankynttila (con la fiamma eterna che arde imperitura dalla cima di due pilastri), per raggiungere l’altra sponda del fiume Kemijoki. Le vie che percorrevamo erano disseminate quà e là di individui che si aggiravano in questa “assurda” penombra, indaffarati a raggiungere le loro attività. Dopo un lungo percorso nel bosco, disseminato di inquietanti figure femminili che raccoglievano affondate nel muschio il camemoro, abbiamo raggiunto la torre, e ci siamo arrampicati per le sue ripide scalette. Da quì ho potuto ammirare lo spettacolo di Rovaniemi illuminata tra l’oscurità del paesaggio boscoso che saturava l’orizzonte terreno, mentre il sole, eseguiva nel cielo sereno, spettacolari “effetti speciali”. Quì ho potuto apprezzare il disegno paesaggistico a forma di “corna di renna” che Alvar Aalto aveva con sapienza impresso a questa cittadina, facendo sì che i boschi e la natura penetrassero nel tessuto urbano fino al centro. Quì per l’ennesina volta mi sono convinto che la salvaguardia del paesaggio, nasce soprattutto, dalla capacità di offrire ai Cittadini occasioni plurime, per osservare ed apprezzare il territorio in cui essi vivono, sia esso costruito o naturale. Salvare il paesaggio è innanzitutto il frutto di un’azione didattica, protratta nel tempo, che chi governa, attua sistematicamente nei confronti dei suoi elettori, oppure di Cittadini che si sostituiscono a questa indispensabile azione, ma con le stesse finalità didattiche. Ritornando verso l’Hotel, il bosco sembrava improvvisamente spopolato; la penombra oscura, seppure consentiva il formarsi delle ombre, risultava inquietante e misteriosa. Il percorso, che all’andata sembrò breve, al ritorno non finì mai, e prima di uscire dal bosco di abeti, ci venne incontro un signore anziano, dal portamento elegante, alto e segalineo, che nell’oscurità mi sembrò vestito con un cappello simile a quello di Babbo Natale, un pesante maglione girocollo e dei pantaloni di jeans. Come scarpe, pesanti stivaloni in gomma. In mano mi sembrò tenere una bacchetta di legno, con in cima una stella gialla luminescente. Si avvicinò esclusivamente a me, mi guardo negli occhi. Il suo volto sembrava quello di un clown triste……….sembrava Alvar Aalto da anziano. In un perfetto italiano mi augurò : “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”. Rimasi basito, quasi paralizzato. Velocemente si allontanò, sparendo nella penombra bluastra che tutto avvolge a queste latitutini, durante il “sole di mezzanotte” (http://it.wikipedia.org/wiki/Sole_di_mezzanotte).

Ente Turismo Rovaniemi

http://www.rovaniemi.fi/Kansainvalinen_sivusto/Italiano.iw3

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Fog architecture (il “Galla”)


La prima volta che andai al complesso Monte Amiata al quartiere Gallaratese di Milano, la nebbia fitta, sanava così l’isolamento ed il degrado in cui questo edificio insisteva. L’atmosfera era quella tipica dei racconti di Sir Arthur Conan Doyle, e chi si aggirava allora per il “Galla” rischiava anche la vita. Spesso i residenti venivano aspettati al ritorno dal lavoro “a Milano”, alla stazione di Lampugnano della Metropolitana (che galleggiava nel nulla) e quì, nella fitta nebbia serale, accompagnati da malintenzionati, sotto la minaccia di pistole, sino alla loro abitazione, che una volta aperta veniva accuratamente svaligiata. Ti andava bene se portavi a casa la vita. Era l’inizio degli anni ottanta, ed io giovane studente di architettura ero “stato mandato” a studiare, in loco, questo enorme complesso, da alcuni docenti del Politecnico di Milano (di cui non farò i nomi). Il complesso era allora incensato, come un esempio dell’architettura residenziale di scuola italiana. La cosa che di più mi colpì, e che ancora oggi ricordo, è stata la violenza con cui i residenti accolsero la mia visita. Tutti coloro che incontrai, evidenziarono, portandomici, l’assurdità di alcuni spazi interni e degli spazi esterni, la pochezza di soluzioni tecniche che palesavano già allora, a soli 10 anni dal termine dei lavori : infiltrazioni, perdite, crepe, ecc.. Non vi sto a raccontare gli insulti a carico dei progettisti e degli architetti in genere, che raccolsi allora. I residenti soprattutto non capivano l’assurdità dell’esperimento sociale imposto da un’architettura dai lunghissimi ballatoi, che rendevano “introvabile” qualunque appartamento. Eppure ancora oggi la nebbia diventa parte integrante ed indispensabile di questo complesso, ormai elemento integrante del quartiere Gallaratese (totalmente completato); quasi essa fosse un “elemento” architettonico indispensabile, che addolcisce i contorni e le volumetrie assurde, nonchè le tragiche e metafisiche ripetitività, che poco hanno a che fare con la vita degli esseri umani. Dobbiamo ad interventi come questo del Gallaratese, la definitiva sconfitta dell’architettura moderna in Italia, che non è mai diventata un’opzione veramente praticabile, lasciando così il passo ad una visione dell’architettura e del paesaggio italiano, assolutamente idealizzata e falsa, incapace di proporsi quale elemento “reale” di continuità tra la “memoria del passato” ed il futuro. Infatti anche le architetture contemporanee del Gallaratese, come ad esempio il social housing del gruppo MAB Arquitectura, palesano, pur in una spazialità volumetrica diversa ed accattivante, soprattutto negli spazi esterni, la necessità di un confronto con la “nebbia architettonica” che pervade il nostro paese e soprattutto Milano. L’Olanda è ancora moooooooooooooooolo lontana e forse ormai irragiungibile.

Complesso residenziale Monte Amiata (Gallaratese – Milano) Progetto : Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Sachim Massarè – Realizzazione 1970-72

Complesso residenze sociali di via Gallarate  (Gallaratese – Milano) Progetto : MAB Arquitectura  Floriana Marotta e Massimo Basile – Realizzazione 2006 -2009

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Due non-luoghi ?


Centro commerciale Polaris a Chiasso (Svizzera)
 
Acquaworld parco acquatico Concorrezzo (Monza)
 

Se un luogo, può essere definito mediante le sue caratteristiche storiche  identitarie e di relazione (sia fisica che sociale); quando uno spazio non può definirsi né identitario né relazionale e né storico, allora è un “non-luogo”, come scrive il noto antropologo Marc Augè in uno dei suoi testi fondamentali “Disneyland e altri non luoghi” (Bollati Boringhieri, 1999). La postmodernità del capitalismo avanzato, dell’economia globale, è grande produttrice di non-luoghi che, al contrario di come avviene nella modernità, non integrano in sé i luoghi antichi: classificati, repertoriati  e promossi a “luoghi della memoria”, a loro viene assegnato solo un ruolo limitato e specifico. I non-luoghi, quindi, sono per Augè, quegli spazi anonimi senza storia né memoria a cui l’uomo dell’Occidente (acquirente del mercato globale), ritrova tutte le utilità, le comodità, a cui si è ormai quasi del tutto assuefatto. Sono quindi esempi eclatanti di non-luoghi : gli aeroporti, i lavaggi auto fai da te, gli ipermercati, i parchi giochi, ecc..

Ecco i due luoghi di cui vi sono state proposte le immagini all’inizio dell’articolo : Il centro commerciale Polaris a Chiasso (Svizzera), ed il centro acquatico Acquaworld di Concorrezzo (Monza), rientrano nella categoria di non-luoghi, definita da Marc Augè, però essi rispondono anche alla caratteristica di essere delle architetture “prestanti”, in grado di proporsi per la loro particolarità architettonica, quali attivatori morfologici di una trasformazione del tessuto edilizio circostante. Nel primo caso, quello di Chiasso, l’edificio Polaris risolve, con la sua particolare forma a “lenticchia” una zona limitrofa al centro cittadino, che di fatto è uno svincolo autostradale a ridosso del confine con l’Italia. Nel secondo caso, l’edificio, genera una attività produttiva “innovativa” in grado di rendere utilizzabile una zona industriale, che si spopola durante la notte ed i fine settimana. Bisogna anche segnalare che ambedue gli edifici, hanno generato all’interno delle due cittadine, dei veri e propri “movimenti di cittadini” contrari ed ostili a questo tipo di strutture, che ovviamente generano (come quasi tutti i non-luoghi) traffico automobilistico ed inquinamento. Ecco i non-luoghi bene rappresentano il motivo di questa “crisi economica mondiale” che si stà protraendo ormai da anni, infatti essi, di solito, sono sempre degli edifici accattivanti e suadenti, costosissimi sia dal punto di vista realizzativo, che da quello della gestione, non-luoghi che invogliano allo spreco ed alla dissolutezza.  Inoltre quasi sempre, i non-luoghi, provocano traffici automobilistici, inquinamento  e congestionamenti. I non-luoghi sviluppano anche delle esigenze sociali, spesso sono punti di ritrovo per giovani ed anziani, addirittura per intere famiglie, tutti si vedono così invogliati a “consumare” parte del tempo libero, mentre “consumano” prodotti. In questo caso l’obbiettivo dei non-luoghi è quello di, fare perdere “la centralità” di quello che si stà facendo, diventando di fatto tutti quanti dei “polli in batteria”, pronti per essere spennati, non solo dei denari, ma anche dei nostri valori, della nostra socialità relazionale. Non a caso a predominare l’interno di questi non-luoghi è una musicalità invasiva, che soverchia la comunicazione verbale tra gli individui. Ma soprattutto, essi, i non-luoghi, “illudono” gli avventori, che sia possibile all’infinito un modello di sviluppo, in cui gli acquisti sono in continua crescita, e la cura del corpo e di sè stessi (in un mondo dove sembra non si invecchia mai) l’epicentro della nuova società; il tutto in un turbinio di prodotti che devono essere sempre rinnovati, sempre prestanti.

Acquaworldhttp://www.acquaworld.it/

Polarishttp://it-it.facebook.com/pages/Polaris-Shopping-Center/143603045728616

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Sir Norman, due lezioni


Una “lezione” può essere “offerta” in due maniere. Ecco quì un esempio, delle due maniere.

La prima è l’ingresso del British Museum a Londra, dove lo studio di  Norman Foster, vincitore del concorso internazionale, tra 132 partecipanti, recupera, lo spazio perso della corte interna, ricoprendolo di una immaginifica copertura. Lo spazio è stato inaugurato il 6 dicembre 2000 alla presenza della Regina Elisabetta II, la ristrutturazione di tutto il museo, completata nel 2003. Foster e gli ingegneri di Buro Happold hanno dotato il museo di una volta “immaginifica” di cristallo, disposta come una  gigantesca tela di ragno. Per costruire la copertura vitrea  sono stati necessari 3312 cristalli da 315 tonnellate e 478 tonnellate di acciaio. La luce inonda totalmente il nuovo “patio” grazie all’immensa copertura di cristallo e acciaio (6000 metri quadrati di superficie e quasi 800 tonnellate di peso). Solo la costruzione della cupola di cristallo e acciaio è venuta a costare più di 160 milioni di euro. Una lezione magistrale, in un luogo storico,  sull’uso della luce e dello spazio, nonchè di come deve essere un luogo dell’accoglienza in grado di ricevere gli oltre 5 milioni di visitatori del British.

La seconda è una “lezione frontale”, che Sir Norman Foster (Stockport, 1º giugno 1935) ha tenuto all’Università Humanitas  di Oxford, il 28 Novembre 2011. Si tratta di un ciclo di conferenze che sono considerate, una specie di eredità che il relatore lascia agli studenti. Quindi una lezione particolare, una comunicazione “eccellente” ed inusuale di una delle archistar mondiali, che ci insegna “l’eccezionalità” e la complessità del processo creativo contemporaneo.

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