Lucien Kroll è un architetto belga, attualmente è uno dei massimi esponenti della architettura partecipata e della architettura sostenibile. E’ soprattutto un teorico dell’architettura, che canta “fuori dal coro”, con frasi provocatorie e caustiche, quasi aforismi assoluti, come ad esempio : “la modernità, così come la intendiamo noi è antinaturale, noiosa, brutta”. Alcuni giorni fa, Kroll ha partecipato ad un seminario alla Fondazione Pistoletto di Biella.
Se l’ecologia si occupa delle relazioni, tra gli organismi viventi e di questi con il loro ambiente, le interazioni possibili con la specie umana, riguardano le connessioni tra i vari residenti ed il luogo geografico e sociale da loro occupato. Scrive Kroll : “La monocultura del mais e la pianificazione dei quartieri di edilizia popolare, genera danni identici e necessita di rimedi simili”. Persino il verde, secondo Kroll, tende ad essere disciplinato ed irrigidito in schemi innaturali, ridotto ad una “tappezzeria”. Bisogna ritornare alla spontaneità, forse anche un pò selvaggia.
La globalizzazione, nonostante internet ed i social media, significa luoghi decisionali sempre più distanti dagli individui, dai Cittadini, dalle comunità. I poteri, seppur democratici risultano sempre più astratti e senza volto, separati da ogni contatto con il mondo (e le esigenze) reali.
Il nuovo paesaggio della città contemporanea deve nascere da azioni degli abitanti, dai Cittadini residenti, che rivendicano, spesso anche con i nuovi media della rete, la possibilità di svolgere un ruolo attivo, il progettista deve partire da questa considerazione. La partecipazione, anche utilizzando i social media e la rete, e non solo, anche strumenti tradizionali (riunioni, gruppi di lavoro, ecc.), diventa quindi il supporto, per intercettare i bisogni dell’utenza. Lo sforzo dell’architetto deve essere rivolto, ad individuare con sensibilità e responsabilità sociale, un “terreno comune”, spesso tra pubblico e privato, di dialogo che porti ad un’effettiva progettazione partecipata.
Appunto generare futuro, progettando, costruendo con e per la gente. Questa idea di “Ecologia Urbana”, trova la sua applicazione politica nel principio della sussidiarietà, per cui le decisioni sono prese dal basso, dalla base, quando viene messa nelle condizioni per poter prendere queste decisioni. Il compito dei tecnici degli amministratori è di fare in modo che siano fornite le competenze e le informazioni affinchè questo processo decisionale possa avvenire. Non di usurpare i diritti degli abitanti, dei Cittadini. Tanto che Kroll, più che usare “progettazione partecipata”, preferisce usare il termine di “progettazione assistita”.
Secondo l’architetto belga, il disordine è in grado di produrre un ordine più spontaneo e vivibile, un habitat a “misura d’uomo”. La partecipazione degli abitanti al processo di progettazione rende disponibili tutta una serie di stimoli, esigenze inespresse, ecc. che, portano alla realizzazione di un ambiente in cui l’uomo ha più facilità a riconoscersi, recuperando una dimensione più “ecologica” di : istinti, consumi, tradizioni, linguaggi.
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Dopo averci deliziato, per alcuni lustri, con le deliranti (geniali) e colorate forme dei suoi progetti, lo studio olandese MVRDV, da un po’ di tempo, si è convertito alla poetica “Green and sustainability”. Da allora il gruppo ha dato il peggio di sé. Pinnacoli, stalattiti e stalagmiti verdeggianti, si succedono con periodicità, dove a fare l’architettura è la “verzura”, più che un ragionamento o un provocazione credibile.
Oggi con la proposta di “Almere Oosterwold” (presente alla biennale architettura di Venezia 2012), sembrano raschiare il fondo del barile. La disperata ricerca di una pianificazione sostenibile, li ha portati a progettare una “Farmville dell’urbanistica”, pensata, progettata e gestita in rete, ma reale, fisica. Un giochetto, che funge da specchietto per le allodole, per i tanti gonzi, che si vedranno spacciata per “organica” una pianificazione che è poi il “cavallo di Troia” per costruire 15.000 abitazioni, uffici per 200.000 metri quadrati, centri commerciali, viabilità, parchi e quant’altro. Certo siamo in Olanda e la possibilità che “Almere Oosterwold” diventi l’ennesimo tentativo utopico di un città giardino ideale è quanto mai reale. Un’altra cosa è vivere, giorno dopo giorno, in un progetto simile.
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Sarà la città degli informatici giocherelloni, ne conosco un paio che si “leccheranno i baffi”, pronti a confondere i Panda con le Mucche. Sarà il “fai da te” dell’urbanistica partecipata. Sarà soprattutto un patchwork, una coperta (di Linus) fatta di “frammenti”, realizzati ognuno con i propri deliri, da singoli individui, il tutto condiviso in rete.
Immaginate : MVRDV si propone di soddisfare le esigenze del singolo e della comunità con un “piano urbanistico partecipato”, che si prevede pianificato dal basso verso l’alto. La collaborazione progettuale diffusa sarà tra i residenti, che letteralmente disegneranno la mappa del luogo costruendosi un futuro condiviso.
Come molti progetti di sviluppo urbano, Oosterwold non ha una data di completamento chiara. La differenza è che in questo caso, il piano stabilisce solo una manciata di principi guida, come ad esempio le proporzioni di uso del suolo totale : 59% l’agricoltura urbana, il 18% di pura costruzione, il 13% di spazio verde pubblico, l’8% strade, il 2% acqua (laghi, canali, rogge). Oltre a ciò, i residenti collaboreranno in persona, grazie al web, per pianificare lo sviluppo e raggiungere il più ampio consenso collettivo, con il governo che fungerà da mediatore. “Almere Oosterwold” non è una proposta di design e più una proposta di sviluppo strategico, come sostengono MVRDV. Ma socialmente cosa sarà? Probabilmente sarà la Twin Peaks olandese, come spesso capita per questi luoghi tranquilli, verdeggianti e rarefatti, così perfetti, così democratici, da istigare alla violenza. Infatti è proprio in luoghi come questo di Almere, che assurgono agli onori delle cronache, numerosi fatti incresciosi: omicidi seriali, segregazioni pluriennali di giovinette, satanismo, ecc.. Molto meglio la città tradizionale, stratificatasi nel corso del tempo, contraddittoria, caotica, incasinata, puzzolente e cementificata, ma vera, piuttosto di questo esperimento “in vitro” affidato ai deliri utopistici della massa 2.0.
“Almere Oosterworld”, sarà un delirio, una follia, oppure l’ennesima opera utopica incompiuta……..Vedremo, tanto il paesaggio olandese ed europeo ha già subito parecchie offese, una in più o una in meno.
Sotto immagini dell’edificio residenziale “Mirador” (165 appartamenti) di MVRDV a Madrid (2005)
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Una spesa complessiva di 9 milioni di euro per realizzare il Centro Culturale / mediateca e circa 10 anni tra progetto e realizzazione. Il concorso di idee si concluse nel 2001, con vincitore l’architetto romano Riccardo Gaggi, capogruppo dell’ATI (associazione Temporanea di Imprese) Framing.
Il progetto aveva allora un’importo a base di gara di 6 milioni di euro. Il tutto è quindi avvenuto nel solco della più comune tradizione italiana in merito ai lavori pubblici : costi “lievitati”, tempi di realizzazione biblici. Alcuni numeri del Centro Culturale : 4.000 mq di superficie al pubblico, 5.400 complessivi su 5 livelli di cui 2 interrati; 78.000 libri cartacei; 8.700 dvd; 165 riviste; 13 quotidiani; 286 e-book scaricabili; 1.904 quotidiani e periodici on line; 2.800 cd musicali; 23.683 e-book in streaming; 33 pc portatili; 450 sedute tra sedie e poltroncine; 187 posti nell’auditorium (ipogeo); 3 cyclette; 25 bibliotecari; 63 ore settimanali di apertura (compresa la domenica).
Di positivo, una grande struttura per la cultura, che guarda al futuro (e sa solo Dio come in Italia ci sia bisogno di ciò), de-localizzata rispetto alla “radiocentricità” di Milano, un tentativo ante litteram di Città Metropolitana. Ennesima opera del terzo mandato della Sindaca Gasparini, che ha rivoltato Cinisello come un calzino, producendo qualità (e debiti ) nella ex città dormitorio, mercè grossi investimenti pubblici : Piazza Gramsci; Museo Nazionale della Fotografia a Villa Ghirlanda; Metrotramvia con Milano; pedonalizzazione del centro con relativo arredo urbano e pavimentazioni, ecc..
Ritornanto al “Pertini”, viene da chiedersi, chissà se però, le generazioni future saranno in grado di pagare i sicuri costi gestionali altissimi di un Centro Culturale così grande, forse più adatto ad una città di 300 mila abitanti che ad una di 75 mila abitanti.
Comunque un buon progetto, ben realizzato, moderno da godersi soprattutto negli interni : comodi, luminosi, accoglienti e razionali, organizzati attorno ad un volume centrale vuoto a tripla altezza. Interni, dove si può tranquillamente trascorrere una mezza giornata senza mai annoiarsi, che però anche, genera degli spazi esterni urbani interessanti e di qualità, che “legano” parti ed edifici esistenti, fino ad ora poco coesi.
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Quì sopra alcune foto delle zone agricole del Brasile tra Rio de Janeiro e Brasilia
L’occasione era ghiotta, di quelle, che non si possono assolutamente rifiutare, una possibile occasione di lavoro fuori dal continente europeo, ma soprattutto incontrare uno dei massimi architetti viventi. Un uomo di 104 anni (esattamente il doppio dei miei anni), che ha lavorato ed ha conosciuto quasi tutti gli esponenti del movimento moderno. Per me un mito di sapienza, arte e cultura, Oscar Ribeiro de Almeida Niemayer Soares Filho (Rio de Janeiro, 15 dicembre 1907). Un caro amico svizzero aveva accuratamente organizzato il tutto, visto che il nostro interlocutore, in primavera (3 maggio 2012) era stato per alcuni mesi in ospedale per una polmonite, ed ai primi di giugno aveva dovuto partecipare ai funerali dell’ unica figlia Ana Maria (interior designer), ultra ottantenne. Ma l’uomo era d’acciaio, realizzato con uno stampo di cui si era gettata la matrice. Alle sollecitazioni del mio amico, aveva risposto quasi in maniera entusiastica ed aveva deciso di incontrarci nella sua magnifica villa “Casa da Canoas” di Sao Conrado, una località non molto lontano da Rio de Janeiro, ai confini del Parco Nazionale di Tijuca, dove aveva intenzione, insieme alla moglie (Vera Lucia Cabreira) di passare il mese di agosto a riposarsi e riprendersi.
Quì sotto un video e due foto della “Casa da Canoas”, magicamente sprofondata nel rigoglio primaverile della Mata Atlantica, sede attuale della Fondazione Niemayer
Purtroppo, quando tutto era gia’ stato organizzato, i biglietti dell’aereo prenotati, cosi’ come l’albergo, Niemayer, subiva l’ennesimo ricovero, questa volta per problemi circolatori.
Rimaneva l’occasione di lavoro (di cui diremo successivamente) ed il viaggio low cost a Rio de Janeiro, all’inizio della primavera australe. Quindici ore di aereo, dopo aver, abbandonato la Pianura Padana sul finire dell’estate, ecco un nuovo inizio, con quella caratteristica luce ed i profumi, che solo la primavera possiede.
La rivelazione, al di la’ delle architetture di Niemayer, di Costa Lucio, di Reidy Alfonso Eduardo, di Burle Marx Roberto, e’ stato il sistema paesaggistico della Baia di Guanabara a Rio de Janeiro, dove per una alcuni giorni abbiamo navigato le sue acque e percorso le sue coste, visitato le citta’ che lo compongono, osservandone il sofisticato sistema ambientale ed il complesso disegno progettuale (ambientale, sociale ed architettonico) che governa da decine di anni la vita di : persone (oltre 12 milioni), piante (la Mata Atlantica), animali (pesci, scimmie, rettili, ecc.). Quì sembra che natura ed architettura abbiano saputo trovare un equilibrio, una giustezza.
Quì sotto la Baia di Guanabara osservata dal Morro da Urca
Ecco, la scoperta e’ stato proprio il Brasile (siamo stati a Rio, a Brasilia), ed al di la’ della visione preconcetta che ne abbiamo noi europei (carnevale, sole, sesso, insicurezza sudamericana, ridanciana approssimazione, ecc.), si e’ mostrato ai nostri occhi, come quel “paese del futuro”, descritto con toni entusiastici da Stefan Zweig nel suo libro della fine degli anni Quaranta del Novecento. Probabilmente questa è una condizione perenne di questo grande paese, che però oggi, forse, ha trovato una sua strada per realizzarsi veramente, strada che si basa sulla tutela dell’ambiente, i prodotti ecologici, la sostenibilità.
Quì sotto la Baia di Guanabara dal MAC (Museo di Arte Contemporanea) a Niteroi
Alcuni dati : oltre 8 milioni e mezzo di chilometri quadrati di superficie (28 volte l’Italia), più di 190 milioni gli abitanti, circa 20 abitanti per chilometro quadrato (in Italia 191). Il Brasile è un paese con una popolazione giovane: il 30% degli abitanti ha meno di 14 anni e solo l’8% ha più di 65 anni. Tre quarti della popolazione risiede in una città (come nell’Unione Europea, in Italia il 67%). Vi sono 14 città con oltre un milione di abitanti (19 nell’Unione Europea, 3 in Italia).
Il debito pubblico è stato completamente azzerato dai due mandati del presidente Luiz Inacìo Lula da Silva, crescita prevista del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) nel 2012 nonostante la crisi economica mondiale del +2% (nel 2010 + 4,6%, nel 2011 +4%), completa autosufficienza energetica (72% da energia idroelettrica), primo produttore al mondo di carne (200 milioni di bovini), primo produttore al mondo di zucchero (il cui consumo mondiale cresce del 2,5% all’anno), primo produttore al mondo di soia e di cellulosa in pasta, primo produttore al mondo di caffe’ e di tabacco, primo produttore al mondo di etanolo e bio carburanti. Tanti gli investimenti governativi in produzione di energia, edilizia residenziale, infrastrutture, musei, stadi sportivi, anche in vista dei Campionati del mondo di calcio (Rio 2014) e delle Olimpiadi (Rio 2016).
Importanti provvedimenti sono stati già presi dal Governo della neo presidente Dilma Roussef, rispetto ai temi sociali ed a quelli ambientali, tra cui una legislazione molto rigorosa sullo spaccio della droga e contro la deforestazione della Foresta Amazzonica, che già sta dando i primi effetti. Anche se non son tutte rose e fiori, come la violenta contestazione degli Indios contro la centrale idroelettrica di Belo Monte, voluta dal Governo per supportare la richiesta di energia dei prossimi decenni. Un paese, quindi, il Brasile odierno, di “contrasti”, che però di fatto sono l’espressione più eloquente di un paese in crescita che guarda al futuro.
Quì sotto la foto di una Favela a Rio
Ovviamente ancora tante le contraddizioni e le disparita’ sociali, secondo una ricerca dello scorso anno (2011) fatta dal Istituto brasiliano di geografia e statistica, oltre 11,4 milioni di cittadini brasiliani (circa il 6% della popolazione) vivono nelle favelas nate spontaneamente ed in maniera caotica e casuale, spesso senza fognature, luce ed acqua corrente. Bisogna pero’ anche dire che molte sono le iniziative governative per programmi sociali ed urbanistici di riqualificazione di queste fasce della popolazione. Tante sono le attività di organizzazioni internazionali e religiose, che finalizzano i tanti giovani (per sottrarli alla droga ed alla criminalita’ mafiosa) alla raccolta differenziata dei rifiuti, che nelle grandi aree urbane, come Rio, ha raggiunto livelli di una sofisticazione degna delle grandi nazioni nord europee.
Quì sotto un’immagine dei cestini che si incontrano a Rio de Janeiro
Quì sotto un raccoglitore di lattine di alluminio lungo una spiaggia a Rio
Quì sotto una foto di una rastrelliera per bike sharing a Rio
Quì sotto un’immagine della pista ciclabile lungo la spiaggia di Ipanema
Ma ritorniamo a Rio, quì è diffusissimo, ed altamente semplificato, l’utilizzo della bicicletta, anche per rifornire i negozi ed i chioschi lungo le spiagge, con tante piste ciclabili ed un bike sharing che puo’ essere attivato direttamente dal cellulare. Ovunque, grande attenzione per il verde, per l’ambiente e per i mezzi pubblici. Una delle cose che ci ha stupito di piu’ sono i giochi all’aperto, per la terza eta’ che numerosi contraddistinguono, insieme ai giochi bimbi, tutte le aree verdi. Una maniera semplice ed intelligente per “fare uscire gli anziani” ed agevolarne la motricita’ e la socialita’. Il settore parchi e giardini della Prefettura di Rio, con l’istituzione del Parco Nazionale di Tijuca, ha reso più complessa, la vegetazione delle vie urbane, coinvolgendo le aiuole ed i tronchi delle piante, agevolando l’insediamento su di essi, di bromeliacee ed orchidee. Ciò ha come, portato per le vie della città, la Mata Atlantica (la foresta Tropicale), favorendo l’insediamento di piccole scimmie e soprattutto di uccelli.
Quì sotto una mappa con un percorso di paesaggio ed architettura a Rio de Janeiro
Quì sotto alcune immagini dei giochi per la motricità degli anziani a Rio
Bisogna anche dire, che al di là delle ovvie contraddizioni di metropoli, quali : Rio de Janeiro (oltre 6 milioni di abitanti – 12 milioni nell’area metropolitana), San Paolo (oltre 10 milioni di abitanti) e Brasilia (quasi 3 milioni di abitanti), da decenni in Brasile si sta riflettendo sul rapporto tra architettura e paesaggio, anche grazie a “maestri” come Niemayer, Lucio Costa e Mendes da Rocha. Ciò ha prodotto una qualità diffusa del costruito, soprattutto recente, e delle soluzioni paesaggistiche quanto mai interessanti proprio perchè sempre integrate con l’architettura. L’edificio, sia di nuova costruzione o di ristrutturazione, viene sempre “legato” al contesto, avendo come “mediazione” il verde e le sistemazioni esterne. La scuola di Paesaggio è quanto mai all’avanguardia, avendo avuto in Burle Marx un genio ante litteram in merito.
Non so, ma questo primo impatto con l’emisfero australe e con il Brasile, al di là della remota e flebile possibilità di poterci lavorare a breve, ha presentato ai nostri occhi una realtà in movimento, dinamica, proiettata a dare qualità al presente. Una ragazza italiana, che si è trasferita a Rio, da Napoli, e che lavora in un grande magazzino di abbigliamento in centro, ci ha fatto notare che almeno lì hanno un’idea del futuro soprattutto per i giovani, e che molti sono gli italiani giovani che si trasferiscono in Brasile (Quinta potenza economica mondiale) alla ricerca di lavoro. E poi, per tutti, in Brasile c’è la natura, che seppur marginalmente antropizzata, quì, da ancora la sensazione di essere forte e rigogliosa (ricca di biodiversità), immensa, una vera “culla di tutti gli organismi viventi” di questo bistrattato pianeta. Una natura dolce, bellissima ed al contempo crudele e spietata, che quì sembra ancora possibile, possa, da un momento all’altro, riprendersi quello che gli abbiamo indiscriminatamente sottratto.
Quì sotto alcune immagini della penetrazione della “Mata Atlantica” per le vie di Rio
Quì sotto alcune immagini della Mata Atlantica nel Parco di Tijuca
E per finire ovviamente un pò di samba
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Il 24 luglio 2012, ci siamo recati nella “bassa” a consegnare gli elaborati dell’ennesimo concorso di idee, attività con cui ci dilettiamo da anni, più foriera di insuccessi che di successi. La gita fuori porta, in una caldissima ed umida giornata, percorrendo la caotica autostrada A1, è stata l’occasione per fare una visita a Modena ed all’eccellenza del brand mondiale “Ferrari”. Siamo partiti dall’oggetto più recente, una “blatta gialla” da poco completata, in aderenza alla casa dove è nato il “Drake”. Il Museo Enzo Ferrari è stato concepito e realizzato dallo Studio FUTURE SYSTEM di Londra, dell’architetto Jan Kaplicky. Dopo la sua improvvisa morte, nel gennaio 2009, Andrea Morgante, collega ed amico, fondatore dello studio londinese SHIRO STUDIO, ne ha seguito il completamento, avvenuto nel marzo 2012.
Contrariamente al previsto, l’edificio colpisce per la sua “sapiente” disposizione planimetrica. Infatti fa come da cortina protettiva alla casa, creando un ambiente accogliente e magico che esalta ambedue le architetture. Curatissimi i dettagli costruttivi e la scelta dei materiali. Insomma una sorpresa. Dalla piazzetta, si passa, all’interno, dove, grazie ad un piano inclinato, si “precipita lentamente” attraverso la storia della Ferrari e di fatto della Formula Uno, con l’esibizione di “magiche” vetture e di cimeli assolutamente meravigliosi. Poco per volta si scende nel terreno, ad un piano interrato che contiene un piccolo auditorium e delle sale per riunioni ed incontri. Un edificio che si apprezzare, si condivida o meno lo stile architettonico.
Poi ce ne siamo andati anche a Maranello, a vedere il museo delle macchine Ferrari di Formula uno, ma quì, risulta palese che il museo, necessita probabilmente di un “colpo di vita”, nonostante il pubblico numeroso.
A Lainate è possibile ammirare una delle due strutture “ardite”, in acciaio, che l’architetto Angelo Bianchetti realizzò per Pavesi. Questa si trova sull’Autostrada Milano Laghi, ed è del 1958; la seconda è visitabile al passo dei Giovi sull’Autostrada Milano Genova, ed è del 1959. In entrambe la sofisticata struttura metallica è funzionale alla evidenziazione del marchio aziendale (oggi Autogrill) , totalmente staccata dalla struttura dell’edificio. In esse la componente luminosa gioca un ruolo molto importante, infatti la notte, diventa un “faro luminoso”, per l’automobilista. Si tratta di un’architettura dinamica, fortemente ispirata dal dinamismo automobilistico, dove le caratteristiche dell’immagine dell’edificio, predominano sull’architettura.
Un percorso di architettura a Lainate
Molto simile il caso dell’ampliamento della fabbrica Perfetti (Van Melle), sempre a Lainate, che, completato nel 2012, è frutto del progetto dello studio Associato Archea. Anche quì l’occasione è quella di evidenziare l’immagine aziendale, mediante una facciata, una “pelle”, che consente di schermare edifici nuovi ed edifici vecchi, unificandoli. Molto interessante l’orditura metallica, impreziosita da una serie di “borchie” vitree. Spartana la sistemazione paesaggistica esterna (come già più volte visto in Herzog & De Meuron). Incantevole l’illuminazione notturna, altamente scenografica, che fa il verso all’edificio di Bianchetti, da cui probabilmente trova ispirazione.
Infine, sempre a Lainate, non potete mancare una visita alla “magnifica” Villa Borromeo Visconti Litta, un gioiello architettonico a cavallo tra Cinquecento e Settecento. Ed anche quì gli effetti speciali, per stupire, ci sono, ma sono imperniati sui giochi d’acqua dello splendido giardino.
Direi, per operare una sintesi, tre opere di architettura molto diverse tra loro, realizzate in epoche diverse, ma certamente tutte e tre “barocche”, con la necessità di stupire con effetti architettonici “speciali” tra complessità e contraddizioni Tutte e tre con uno stile personale sfarzoso e tendente all’esagerazione dell’eleganza.
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Girare in maniera a-finalistica nell’area che fu dello stabilimento Alfa Romeo al Portello di Milano, consente di valutare i due interventi ex novo che si stanno attuando, alla destra ed alla sinistra della sopraelevata Renato Serra, in attuazione dell’Accordo di Programma “Progetto Portello” PII (Piano Integrato d’Intervento) in Variante al PRG vigente, in fase avanzata di ultimazione, prevista per il dicembre 2012.
Gli edifici di Cino Zucchi (e soci), già ultimati, si succedono a generare uno spazio urbano accattivante e sofisticato, apprezzabile proprio la differenza degli oggetti architettonici, che riescono insieme a generare un “paesaggio urbano” che trova nel parco (montagnetta conoidale e nel lago circolare) la sua logica sublimazione. Anche il centro commerciale, seppur più rozzo, progettato dallo studio Valle di Roma, si inserisce ottimamente nel layout urbanistico e nei profili architettonici.
Se da un lato si può già apprezzare nella sua finitezza, l’intervento colto e raffinato progettato dell’architetto milanese, per altro già con parte del rivestimento in piastrelline che si stacca, dall’altro, il completamento parziale di quello che è stato progettato dal parmense Guido Canali (e soci), rivela già degli aspetti molto inquietanti. Le grandi “orecchie fragili”, inutili e gratuite, che spuntano dalle coperture, fanno da contraltare ad un costruito denso e sinceramente poco raffinato, perché monotono e ripetitivo. Che dire poi dei grandi “spicchi di grana” (ovviamente parmigiano) che incapsulano gli edifici di terziario, un vero e proprio obbrobrio, sancito da facciate anonime e tristi. Marco Zanuso, a cui è intestata una via quì al Portello, si rivolterà nella tomba.
Gli apparati dell’architettura di Canali, non riescono a nascondere lo scempio volumetrico che lì si sta attuando, generando un paesaggio urbano triste. Dall’altro lato del cavalcavia invece è stato abile Zucchi a generare un “meccanismo” più sofisticato, dove il volume viene gestito, “manipolato” anche graficamente, per costruire la città.
Ecco forse è meglio che Canali, ormai al tramonto della sua “luminosa” carriera, ritorni a fare quello che sa fare da sempre, e cioè a confrontarsi solamente con l’esistente ed il restauro, in cui ha saputo restituirci dei capolavori “magici”. Mentre Zucchi , qui al Portello, dà l’ennesima prova di maturità, da ormai consolidata archistar, in grado di muoversi su più fronti.
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Quando il magnifico edificio museale di New York, nella Fifth Avenue, il Solomon R. Guggenheim, fu inaugurato, Frank Lloyd Wright era già morto. Infatti ci vollero 16 anni per completare quest’opera, dl 1943 al 1959, Wright morì qualche mese prima. Come scrive la bravissima Sibyl Moholy-Nagy nel numero 227 di Casabella-Continuità (Monografico sull’architetto americano), Wright fu uno degli architetti del Movimento Moderno che si ispiravano alla tecnologia, partendo quindi dai diagrammi di resistenza, formule aggregate ed indici di abitabilità, e non alla filosofia trascendentale dell’architetto né da assiomi religiosi o etici. Se poi capita che i risultati sono belli è merito della dimostrabile obbiettiva coesistenza di struttura, forma e funzione.
Dichiarava Frank Lloyd Wright : “Un architetto coscienzioso impara a capire la natura dell’anima umana tanto bene che il carattere della sua abilità strutturale può talvolta consentire di definire l’architettura organica come il desiderio dell’uomo di regalare l’uomo all’uomo”.
Dalla penna di Wright uscirono alcuni progetti di una genialità autentica : Taliesin West, uffici amministrativi Johnson A Racine Wisconsin, la casa sulla cascata a Bear Run, lo stesso Solomon R. Guggenheim Museum a New York, tutti edifici in cui ordine, armonia, funzione, ambiente trovano una sintesi nell’edificio progettato.
Infatti Wright precisava : “ Oggi in virtù dei progressi scientifici l’uomo moderno intende chiaramente la bellezza come ordine integrale, ordine compreso dalla ragione e realizzato dalla scienza. Una volta stabilito l’ordine integrale, potrete sentire il ritmo dell’armonia conseguente . essere armonioso significa essere bello, è una piattaforma da cui lanciarsi verso quell’infinito in movimento che è il presente”.
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Il grattacielo più alto d’America, la Sears/Willis Tower di Chicago (antenna compresa) sarà dotata di un sistema di pannelli fotovoltaici applicati direttamente alle facciate esistenti . Si partirà dalla parete sud, meglio orientata rispetto all’asse eliotermico, dal cinquantaseiesimo piano. I vetri delle finestre saranno sostituiti da pannelli fotovoltaici trasparenti classificati come Photovoltaic Glass Unit . Prodotti dall’industria americana, specializzata in merito, Pythagoras Solar (http://www.pythagoras-solar.com/). Questi vetri sono stati progettati apposta per essere applicati su superfici verticali anziché orizzontali, inoltre si possono disporre sulle finestre degli edifici esistenti. Tali vetrazioni migliorano l’isolamento del l’ambiente interno dalla radiazione solare diretta, pur rimanendo perfettamente trasparenti. La lastra di vetro è realizzato in maniera prismatica, fatto che consente di deviare la radiazione solare diretta verso il basso, concentrandola su una cellula fotovoltaica posta alla base della finestra, ciò consente che la vetrata rimanga del tutto trasparente per la luce diffusa ed alla vista. Il sistema, progettato e sviluppato dalla Pythagoras Solar contribuisce a migliorare anche all’isolamento termico/acustico dell’edificio, riducendo l’interscambio di calore fra interno ed esterno, cosi come la rumorosità degli ambienti. Se la sperimentazione, come si spera, andrà a buon fine, la tecnologia sarà estesa al resto della Sears/Willis Tower, infatti sfruttando tutte le pareti del grattacielo si otterrebbe l’equivalente di produzione di energia di una centrale solare “orizzontale” estesa per circa 40.000 metri quadrati.
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