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UNI PHZ (Luzern)



1 gennaio 2012 – Lucerna – Per la ricostruzione del vecchio edificio post-industriale (ex sede centrale delle Poste Svizzere a Lucerna) e trasformarlo nella nuova Università di Lucerna, si è attuato un apposito concorso di idee. Già dal XVII secolo a Lucerna era possibile studiare teologia e filosofia. Però solo nel 1938 fu lanciata l’idea di creare un Ateneo nella città. Il progetto si concretizzò nel 1978 con la creazione della facoltà di teologia che venne riconosciuta a livello federale. Il 21 maggio del 2000, in seguito ad una votazione popolare cantonale, con il 73% dei consensi, nacque ufficialmente l’università di Lucerna. Nel 2003 si pensò alla realizzazione di un nuovo ateneo, il progetto vincitore del concorso di idee è stato quello dello Studio zurighese Enzmann + Fischer di Zurigo ( http://enzmannfischer.ch/).

             Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo 
 

Si tratta di un progetto per dare una nuova identità all’edificio esistente (ex sede delle Poste Svizzere di Lucerna), che viene rifunzionalizzato a sede universitaria (PHZ Luzern – Pädagogische Hochschule Zentralschweiz), e quindi, da bando, deve avere una forte espressione architettonica, pur soggiacendo ai vincoli del recupero delle strutture dell’edificio esistente.  Non bisogna anche dimenticare,  dall’altra parte, lo stretto rapporto spaziale, sia con l’edificio della Stazione di Lucerna (opera di S. Calatrava del 1989), sia con il silos dei parcheggi retrostante, e soprattutto con l’antistante KKL di Jean Nouvel (del 1999) . Questo edificio, che i progettisti stessi definiscono “Città di Finestre” si propone quale “pelle accattivante”, che gioca con la luce, con la texture, per generare, su ogni lato (visto che si confronta con realtà completamente diverse), delle liaison, a volte pericolose, ma sempre perfettamente riuscite.

                       Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo
 

Un edificio ecologico, in classe Minergie (2008), che recupera un edificio esistente (quindi senza consumare suolo), in prossimità del Centro Storico della città,  collocato in adiacenza di un importante nodo di interscambio (ferro, gomma, nave) di Lucerna ed adatto quindi a garantire facile e dinamica accesibilità (senza inquinare) alle migliaia di studenti, in esso afferenti.

Lucerna (popolazione al 2009 di 76.702 abitanti) con questo progetto, riconferma il suo ruolo di città ecologica che “salvaguardia il paesaggio” (senza essere ripiegata sul passato, ma guardando al futuro), con una particolare attenzione per la mobilità sostenibile, testimonianza di uno sforzo, che ha portato la Svizzera ad avere, a partire dai primi anni novanta del secolo passato, una ripensamento globale sulla sua “impronta ecologica” su questo pianeta.  Infatti la prima immagine che colpisce della città (di 250.000 abitanti, con l’area metropolitana), è l’impressionante quantitativo di biciclette che circonda la Stazione Centrale, ma poi anche le turbine ad acqua che producono energia di recente posate sull’emissario del Luzernersee, le filovie e gli autobus a gas naturale, le numerose piste ciclabili, ecc…Qui è stato attuato, da oltre due decenni, un ragionamento complessivo sulla città (urbanistica, mobilità, aree verdi, cultura, raccolta differenziata, ecc.), che ha portato alla ridefinizione del concetto stesso di “urban green life”, dove quantità e qualità riescono magicamente a coesistere .

Deposito bici Banhof Luzern

Banhof Luzern – Car Sharing con auto elettriche

Turbine per produrre energia sul fiume Reuss presso il Spreuerbrücke

Un percorso di paesaggio (cibo) ed architettura a Lucerna, che dista da Milano solamente 244 Km., ma anni luce per la lungimiranza dei suoi Cittadini

Progetto UNI PHZ (Luzern) : 

Studio Enzmann + Fischer di Zurigo

http://www.swiss-architects.com/de/enzmann_fischer/de/

Costo di costruzione : 118 Milioni di granchi svizzeri (CHF)

Cubatura  SIA 116: 178’000 metri cubi

Cliente : Dipartimento delle finanze del Canton Lucerna

Tipo di edificio: UNI PHZ Lucerna. Edificio ex PTT Post Office

Pianificazione costruttiva tempo: 2007 – 2011

Facciata: parte opaca 5800 m2; parte  trasparente 2500 m2

Minergie: Involucro http://www.minergie.ch/buildings/it/details.php?gid=LU-255#

Tipo di finestra : Finestra in alluminio sistema HI –
Rivestimenti : 3D rivestimento leggero – http://www.gkpf.ch/

Video della costruzione :

http://www.unilu.ch/deu/video_594372.html

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Una storia portoghese


Ho viaggiato in Portogallo, dapprima con le poesie di Fernando Pessoa ed i libri di Josè Saramago, e poi soprattutto con il bellissimo film di Wim Wenders, “Lisbon Story” (1994), senza muovermi da casa. Poi a tappe, lentissime nel tempo, negli anni, sono stato ad Oporto, a Lisbona, a Faro, a Evora, a Setubal, ecc.. Ci sono stato, e ci sono anche tornato più volte, l’ultima poche settimane fa a Lisbona (erano i primi di dicembre 2011). Ci sono tornato, per “costruire” quel percorso individuale di viaggio, che Saramago descrive, così bene,  nella presentazione del suo straordinario libro “Viaggio in Portogallo”.

“Mal gliene incoglie all’opera se le richiedono una prefazione che la spieghi, mal gliene incoglie alla prefazione se presume tanto. Conveniamo, dunque, che questa non è una prefazione, ma un semplice avvertimento, o un preavviso, come quell’ultimo messaggio che il viaggiatore, già sulla soglia della porta, già con lo sguardo rivolto all’orizzonte prossimo, lascia a chi rimane a badare ai fiori. La differenza, se c’è, è che l’avvertimento non è ultimo, ma il primo. E non ce ne saranno altri. Che il lettore quindi si rassegni a non disporre di questo libro come di una normale guida, o di una mappa da tenere sottomano, o di un catalogo generale. Alle pagine che seguono non si dovrà ricorrere come a un’agenzia di viaggi o di turismo: l’autore non è qui per dare consigli, benché ribondi di opinioni. Vi si troveranno, questo è pur vero, i luoghi selezionati del paesaggio e dell’arte, l’aspetto naturale o trasformato della terra portoghese: ma non sarà forzatamente imposto, o abilmente orientato, alcun itinerario solo perché le convenzioni e le abitudini hanno finito per renderlo obbligatorio a chi da casa propria si allontana per conoscere quello che c’è fuori. L’autore, senza dubbio, è andato dove si va sempre, ma è pure andato là dove non si va quasi mai. Che cos’è, in fondo, il libro che una prefazione possa annunciare con una qualche utilità, sia pure non immediata a prima vista? Questo viaggio in Portogallo è una storia. Storia di un viaggiatore all’interno del viaggio da lui compiuto, storia di un viaggio che in se stesso ha trasportato un viaggiatore, storia di un viaggio e di un viaggiatore riuniti nella fusione ricercata di colui che vede e di quel che è visto, un incontro non sempre pacifico tra soggettività e oggettività. Quindi : emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa. Il viaggiatore ha viaggiato (in questo caso) nel proprio paese. Il che significa che ha viaggiato all’interno di se stesso, per la cultura che lo ha educato e lo sta educando, significa che per molte settimane è stato riflettore delle immagini esterne, un vetro trasparente attraversato da luci e ombre, una placa sensibile che ha registrato, in transito e progresso, le impressioni, le voci, il mormorio interminabile di un popolo. Ecco ciò che voleva essere questo libro. Ecco ciò che suppone di aver conseguito in parte. Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita versi il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.”

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Racconto “estivo” di Natale (Rovaniemi)


La prima volta che sono stato a Rovaniemi (Finlandia), era durante l’estate del 1998, all’inizio di luglio.  Siamo partiti (io e la mia compagna di viaggio dal naso a punta) in aereo dall’aeroporto di Helsinky Vantaa, che il termometro segnava 22 gradi, siamo arrivati nella capitale della Lapponia (che dista dalla capitale circa 800 km), dopo quasi un’ora e mezza di volo, con una temperatura al suolo di poco più di 10 gradi. La gente girava in canottiera e T-shirt, mentre noi ci aggiravamo “imballati” come non mai. Ci sono stato per 5 giorni, in quanto Rovanieni è un luogo “mitico” per l’architettura, essendo il posto dove un noto architetto finlandese, Alvar Aalto, ha realizzato sia il piano regolatore di ricostruzione (1944-1945), che una serie di edifici, in cui l’architettura si integra con  la natura difficile e meravigliosa di un luogo, che è di fatto ai confini della vivibilità umana su questo pianeta. Rovaniemi è vicina al circolo polare artico e dista solamente 700 chilometri da Capo Nord in Norvegia, quì vi sono sei mesi di luce in estate e sei mesi di oscurità in inverno. Quì Aalto non ha dato il meglio di sè, ha però espresso come una “filosofia architettonica globale”, intelligente e colta, tesa alla salvaguardia del paesaggio. Gli abitanti di Rovaniemi in estate, mentre il terreno si liquefa, producendo dei liquami marroni fortemente odorosi di muschio e tante zanzare e moscerini, si dedicano soprattutto all’edilizia ed alla vita all’aperto. I cantieri edili lavorano a ciclo continuo 24 ore su 24 (in inverno con una temperatura media di -10 gradi è impossibile lavorare all’aperto) e le persone pescano il salmone e raccolgono il camemoro. Ci sono signore che arrivano in aereo sin dal sud della Finlandia, con stivaloni di plastica e secchielli, per raccogliere questa mora artica dal sapore di nocciole, e farci la marmellata. La visita alle architetture pratiche ed affascinanti di Alvar Aalto, fu l’ennesima scoperta di un lato architettonico “discreto e minimalista” e poco conosciuto del maestro finlandese, che adorava questa città ai confini del mondo abitato.

Quì sotto il link della webcam del centro civico di Rovaniemi- Progetto di A.  Aalto

http://www.rovaniemi.fi/layouts/rovaniemi/includes/360/kirjasto.asp?sek=10

Obbligata e doverosa fu anche la visita al Santa Park, il famoso villaggio di Babbo Natale, che dista solamente 5 chilometri dal centro della città, dove la magia del Natale commercial-capitalista, dura tutto l’anno e non finisce mai. In una serena e luminosa serata “artica”, dato che il sole non tramonta, ma “ruzzola” solamente sull’orizzonte, verso le 3,30 del mattino , visto che per colpa della sfasatura tra la notte ed il giorno, non si sa più quando dormire (a Rovaniemi usano degli speciali occhiali con lampadine per riequilibrare il ciclo notte-giorno), abbiamo deciso di fare un giro in città e raggiungere un bosco di abeti, che rivestiva completamente un leggero rilevato, dove alla reception dell’Hotel mi avevano indicato insistere una torre lignea per osservare il paesaggio. Siamo quindi scesi per strada e ci siamo incamminati verso il ponte strallato Jatkankynttila (con la fiamma eterna che arde imperitura dalla cima di due pilastri), per raggiungere l’altra sponda del fiume Kemijoki. Le vie che percorrevamo erano disseminate quà e là di individui che si aggiravano in questa “assurda” penombra, indaffarati a raggiungere le loro attività. Dopo un lungo percorso nel bosco, disseminato di inquietanti figure femminili che raccoglievano affondate nel muschio il camemoro, abbiamo raggiunto la torre, e ci siamo arrampicati per le sue ripide scalette. Da quì ho potuto ammirare lo spettacolo di Rovaniemi illuminata tra l’oscurità del paesaggio boscoso che saturava l’orizzonte terreno, mentre il sole, eseguiva nel cielo sereno, spettacolari “effetti speciali”. Quì ho potuto apprezzare il disegno paesaggistico a forma di “corna di renna” che Alvar Aalto aveva con sapienza impresso a questa cittadina, facendo sì che i boschi e la natura penetrassero nel tessuto urbano fino al centro. Quì per l’ennesina volta mi sono convinto che la salvaguardia del paesaggio, nasce soprattutto, dalla capacità di offrire ai Cittadini occasioni plurime, per osservare ed apprezzare il territorio in cui essi vivono, sia esso costruito o naturale. Salvare il paesaggio è innanzitutto il frutto di un’azione didattica, protratta nel tempo, che chi governa, attua sistematicamente nei confronti dei suoi elettori, oppure di Cittadini che si sostituiscono a questa indispensabile azione, ma con le stesse finalità didattiche. Ritornando verso l’Hotel, il bosco sembrava improvvisamente spopolato; la penombra oscura, seppure consentiva il formarsi delle ombre, risultava inquietante e misteriosa. Il percorso, che all’andata sembrò breve, al ritorno non finì mai, e prima di uscire dal bosco di abeti, ci venne incontro un signore anziano, dal portamento elegante, alto e segalineo, che nell’oscurità mi sembrò vestito con un cappello simile a quello di Babbo Natale, un pesante maglione girocollo e dei pantaloni di jeans. Come scarpe, pesanti stivaloni in gomma. In mano mi sembrò tenere una bacchetta di legno, con in cima una stella gialla luminescente. Si avvicinò esclusivamente a me, mi guardo negli occhi. Il suo volto sembrava quello di un clown triste……….sembrava Alvar Aalto da anziano. In un perfetto italiano mi augurò : “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”. Rimasi basito, quasi paralizzato. Velocemente si allontanò, sparendo nella penombra bluastra che tutto avvolge a queste latitutini, durante il “sole di mezzanotte” (http://it.wikipedia.org/wiki/Sole_di_mezzanotte).

Ente Turismo Rovaniemi

http://www.rovaniemi.fi/Kansainvalinen_sivusto/Italiano.iw3

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Fog architecture (il “Galla”)


La prima volta che andai al complesso Monte Amiata al quartiere Gallaratese di Milano, la nebbia fitta, sanava così l’isolamento ed il degrado in cui questo edificio insisteva. L’atmosfera era quella tipica dei racconti di Sir Arthur Conan Doyle, e chi si aggirava allora per il “Galla” rischiava anche la vita. Spesso i residenti venivano aspettati al ritorno dal lavoro “a Milano”, alla stazione di Lampugnano della Metropolitana (che galleggiava nel nulla) e quì, nella fitta nebbia serale, accompagnati da malintenzionati, sotto la minaccia di pistole, sino alla loro abitazione, che una volta aperta veniva accuratamente svaligiata. Ti andava bene se portavi a casa la vita. Era l’inizio degli anni ottanta, ed io giovane studente di architettura ero “stato mandato” a studiare, in loco, questo enorme complesso, da alcuni docenti del Politecnico di Milano (di cui non farò i nomi). Il complesso era allora incensato, come un esempio dell’architettura residenziale di scuola italiana. La cosa che di più mi colpì, e che ancora oggi ricordo, è stata la violenza con cui i residenti accolsero la mia visita. Tutti coloro che incontrai, evidenziarono, portandomici, l’assurdità di alcuni spazi interni e degli spazi esterni, la pochezza di soluzioni tecniche che palesavano già allora, a soli 10 anni dal termine dei lavori : infiltrazioni, perdite, crepe, ecc.. Non vi sto a raccontare gli insulti a carico dei progettisti e degli architetti in genere, che raccolsi allora. I residenti soprattutto non capivano l’assurdità dell’esperimento sociale imposto da un’architettura dai lunghissimi ballatoi, che rendevano “introvabile” qualunque appartamento. Eppure ancora oggi la nebbia diventa parte integrante ed indispensabile di questo complesso, ormai elemento integrante del quartiere Gallaratese (totalmente completato); quasi essa fosse un “elemento” architettonico indispensabile, che addolcisce i contorni e le volumetrie assurde, nonchè le tragiche e metafisiche ripetitività, che poco hanno a che fare con la vita degli esseri umani. Dobbiamo ad interventi come questo del Gallaratese, la definitiva sconfitta dell’architettura moderna in Italia, che non è mai diventata un’opzione veramente praticabile, lasciando così il passo ad una visione dell’architettura e del paesaggio italiano, assolutamente idealizzata e falsa, incapace di proporsi quale elemento “reale” di continuità tra la “memoria del passato” ed il futuro. Infatti anche le architetture contemporanee del Gallaratese, come ad esempio il social housing del gruppo MAB Arquitectura, palesano, pur in una spazialità volumetrica diversa ed accattivante, soprattutto negli spazi esterni, la necessità di un confronto con la “nebbia architettonica” che pervade il nostro paese e soprattutto Milano. L’Olanda è ancora moooooooooooooooolo lontana e forse ormai irragiungibile.

Complesso residenziale Monte Amiata (Gallaratese – Milano) Progetto : Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Sachim Massarè – Realizzazione 1970-72

Complesso residenze sociali di via Gallarate  (Gallaratese – Milano) Progetto : MAB Arquitectura  Floriana Marotta e Massimo Basile – Realizzazione 2006 -2009

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L’asteroide che cadde sulla Terra (Oporto)


Nel 2005 un’imponente massa di materia, dall’aspetto arcano ed inusuale, “precipitò” nella città di Oporto in Portogallo. Si tratta dell’edificio della “Casa da Musica”, che da allora contraddistingue lo skyline cittadino. Un edificio inusuale, rivoluzionario, opera dell’architetto olandese Rem Koolhaas, dedicato alla musica, alla sua esecuzione, ma anche alla ricerca, all’istruzione ed all’innovazione. Lo spazio esterno, ricrea un paesaggio monumentale, in cui il “geode” viene esaltato dalla spianata lapidea; mentre all’interno la spazialità labirintica, consente di generare ambienti sempre vari ed inaspettati, giocati con intelligenti apporti luminosi dall’esterno e da inusuali legami con la tradizione architettonica portoghese. L’auditorium centrale (quello da oltre 1.200 posti) funziona come una grande cassa armonica, in grado di adattarsi a qualunque tipo di musica.

http://www.casadamusica.com/

Quì sotto alcuni dati riguardanti l’intervento.


Tempistica :
Competizione: nel 1999
Completato: nel 2005

Cliente:
Porto 2001 / Casa da Música

Luogo:
Rotunda da Boavista

Imprese costruttrici : Consorzio Somague / Mesquita /Casa da Música, Porto, Portogallo

Programma:
22.000 mq di superficie totale, che includono un grande auditorium (polifunzionale) con 1.200 posti a sedere, un piccolo auditorium con 350 posti a sedere, sale prova, sale di registrazione, negozio di musica, computer ed installazioni istruttive, stanze per VIP, un grande ristorante sul tetto costruito a terrazze e interrati (27.000 mq, per ospitare depositi e 600 posti auto).

Costi : 100 milioni di euro

Partners :
Rem Koolhaas, Ellen van Loon 

Team:
Adrianne Fisher, Michelle Howard, Isabel Silva, Nuno Rosado, Robert Choeff, Barbara Wolff, Stephan Griek, Govert Gerritsen, Saskia Simon, Thomas Duda, Christian von der Muelde, Rita Amado, Philip Koenen, Peter Müller, Krystian Keck, Eduarda Lima, Christoff Scholl, Alex de Jong, Catarina Canas, Shadi Rahbaran, Chris van Duijn, Anna Little, Alois Baptista, André Cardoso, Paulo Costa, Ana Jacinto, Fabienne Louyot, Christina Beaumont, João Prates Ruivo

Architetto locale :
ANC Architects, Jorge Carvalho

Strutture: Arup / AFA Lda
Cecil Balmond, Rory McGowan, Asim Gaba, Toby Maclean, Andrew Minson, Rui Furtado, Rui Oliveira, Pedro Moas

Servizi: Arup / AFA Lda/RGA
Tim Thornton, Stefan Waldhauser, Dane Green, Rodrigues Gomes, Joaquim Viseu, Luís Graça, Paulo Silva, Marco Carvalho, Pedro Albuqüerque

Ingegneri per VVf : Arup Fire
George Faller

Code Consultancy:
OHM /Gerisco

Acustica: TNO Eindhoven / DHV
Renz van Luxembourg, Theo Raijmakers

Interni: Inside Outside
Petra Blaisse, Peter Niessen, Marieke van den Heuvel, Mathias Lehner

Scenografie: DUCKS scéno
Michel Cova, Stephan Abromeit, Aldo de Sousa

Facciate:
Robert Jan van Santen, Rob Nijsse (ABT), Arup Facades


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Castelgrande (Bellinzona)


Castelgrande a Bellinzona (Canton Ticino – Svizzera), progetto di restauro di Aurelio Galfetti (http://www.aureliogalfetti.ch/), completato nel 1997, rappresenta più che altro, un’opera complessa di ri- costruzione del paesaggio Bellinzonese. Infatti il castello, è stato luogo, dove la storia della città, si è stratificata dal Neolitico al XIX secolo. Va inoltre considerato che Caslelgrande, insieme al castello di Montebello ed a quello del Sasso Corbaro, rappresentava, insieme alla “murata” che portava sino al Ticino, ed oltre, un apparato paesaggistico, imponente e maestoso, più volte rappresentato negli acquerelli e nei disegni, dagli “attori” del Gran Tour europeo.

Il linguaggio “architettonico” adottato per Castelgrande, da Galfetti, mantiene dei toni espressivi autorevoli, tesi a fare delle associazioni figurative, che conducono alla trasformazione del complesso militare, creando una fusione, colta ed attraente, tra moderno e restauro.

E’ infatti lo stesso Galfetti, a sostenere, che la trasformazione è un passaggio necessario ed indispensabile nella vita dell’opera di architettura, dove il restauro non è banale ricostruzione del passato, ma attualizzazione e proiezione nel futuro. Scrive : “ Il solo possibile restauro conservativo è quello che permette all’edificio di morire in pace……Per me restauro significa conservare e attualizzare. Per attualizzazione io intendo prima di tutto l’atto di scoprire e sottolineare i particolari fattori espressivi di un edificio….. In tal modo restauro significa stabilire connessioni, costruire legami tra una forma esistente e la sua storia da un parte e il contenuto richiesto oggi dai nuovi usi (diversi da quelli esistenti) dall’altra parte”.

Il nuovo significato impresso dal progetto di Galfetti per Castelgrande, è quello di una grande struttura di spazi pubblici, un parco urbano, al centro della città di Bellinzona, che al contempo ne palesa la storia. Grande attenzione per il paesaggio, palesata anche dal recupero delle vigne, che rendono il castello un vero e proprio luogo di delizia ed un “colto mirador” paesaggistico, infatti dalle due torri, quella bianca e quella nera, attraverso un gioco sapiente di scale, si accede a degli osservatori che consentono di ammirare Bellinzona dall’alto e tutta la Piana di Magadino, nonchè le montagne. Quindi storia, memoria, progetto, paedaggio, futuro, ma soprattutto nuova vita.

http://www.bellinzonaturismo.ch/it/castelli/castelgrande.aspx

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Glass (Bregenz, Austria, Europa)





Il vetro fa parte della nostra vita da oltre cinquemila anni : un materiale duttile, naturale, non inquinante, potenzialmente infinito e trasparente. Un materiale totalmente riciclabile e bio-compatibile. Talmente trasparente, da costituire una ovvia presenza nella nostra quotidianità, che spesso non ci accorgiamo di quanto la sua eventuale assenza determinerebbe un cambiamento radicale nella nostra esistenza, non solo in termini di impatto ambientale, ma anche e soprattutto se associata ai progressi igienico-sociali ottenuti grazie al suo utilizzo.

Il vetro viene utilizzato in uno spettro molto ampio, che spazia : dai contenitori per alimenti e bevande, agli usi farmaceutici e cosmetici, alle facciate continue dei grattacieli, alle finestre delle comuni abitazioni, passando per oggetti d’arte, di arredo e design, fino agli impieghi nelle tecnologie più all’avanguardia (pensate ad un oblò di un’astronave).  Il fascino “discreto” che il vetro ha sempre esercitato è giustificato dal suo aspetto e dalle sue funzioni tanto meravigliose e complementari quanto contraddittorie che ne hanno fatto un materiale dai poteri misterici. La storia del vetro è la storia dell’uomo, della trasparenza che lascia passare la luce e lo sguardo e al tempo stesso separa, isola, garantendo, migliorando e tutelando la vita degli uomini in ambienti confinati.

Qui a Bregenz (Austria), Peter Zumthor  ha creato, anni fa (1997), un “monumento” al vetro, alla sua trasparenza, alla sua duttilità. Quasi sul lago di Costanza, questo edificio, è di fatto, un “grande faro”, sensuale ed attraente. Un “gioco di carte”, magistrale e magico, che sorprende il visitatore della Kunsthaus, un racconto di forza e leggerezza, come è la natura di questo prodotto.

http://www.kunsthaus-bregenz.at/ehtml/ewelcome00.htm

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CaMPUs NOVartis (Basel)


Architettura

Per la realizzazione del campus Novartis di Basilea, si sono utilizzati i migliori talenti mondiali, nel campo dell’architettura e del design, per progettare un ambiente di lavoro moderno ed efficiente. In questo modo, la Novartis intende  continuare ad attrarre e trattenere i migliori talenti del mondo nel campo della chimica e della farmaceutica. Insomma l’idea di partenza, è stata quella di creare un “pensatoio” comodo ed accogliente per chiunque. Un “incubatore di idee”. Il campus offre proprio questo: un ambiente stimolante e accattivante che stimola l’innovazione, promuove la collaborazione interdisciplinare e la condivisione delle conoscenze. Il multi-spazio è un  concetto, che è stato attuato anche da altri siti Novartis (es. a Siena), si basa su un vasto spazio di lavoro, con una serie di singoli, spazi comuni, vere e proprie aree di lavoro a cui si succedono spazi aperti e chiusi per lo svago. Questo nuovo ambiente open space per uffici e posti di lavoro nei laboratori, non ha nulla a che vedere con i precedenti ed antiquati uffici open-space. La conversione del sito dell’ex impianto produttivo Novartis, è un progetto a lungo termine che è implementato per fasi. Questo non riguarda solo l’architettura, lo sviluppo del lavoro e del paesaggio, ma deve anche essere funzionale e risolvere problemi di pianificazione del traffico. Il progetto campus Novartis è un progetto a lungo termine con un orizzonte di pianificazione fino al 2030. I primi lavori sono iniziati nel 2005. Il Campus Novartis intende fornire a medio termine, un ambiente ottimale per l’innovazione e lo spazio di ricerca per oltre 10.000 dipendenti. Il masterplan è stato curato dall’architetto italiano Vittorio Magnago Lampugnani. Alcuni dei progetti che si possono già ammirare sono di archistar quali : Sanaa, Diner & Diner, Frank O. Gehry, ecc..

Sostenibilità

La sostenibilità e la tutela dell’ambiente ha la priorità nella società Novartis. Pertanto, il campus Novartis ha implementato sin dal progetto preliminare, l’ambiente e gli edifici del campus sono di un livello di contenimento dei consumi energetici, molto elevato . Lo standard si basa sul cosiddetto Label Minergie. Il riutilizzo dei materiali utilizzati per la demolizione, l’uso di materiali da costruzione ecologici e un concetto di recupero generalizzato dell’acqua, sono le caratteristiche preponderanti di una cura attenta dell’ambiente. Con il Cantone di Basilea-Città, è stato firmato un accordo sugli obiettivi di energia, in cui Novartis si è impegnata volontariamente ad un “consumo massimo” di energia per edificio. Il consumo energetico dei nuovi edifici, sede del campus, consumano solo un terzo rispetto ad un edificio esistente dello stesso tipo. Parte dei risparmi in costi energetici, viene speso per l’acquisto di energia rinnovabile (energia elettrica e calore). Novartis si è posta l’obiettivo di costruire il campus con il 100% di utilizzo di energia da fonti rinnovabili, senza emissioni di CO2. Così, le emissioni di CO2 del campus sono state completamente eliminate nel medio termine. Attualmente il 100 per cento dell’energia utilizzata, deriva da risorse rinnovabili, in particolare, da energia idroelettrica, ma anche da energia solare ed eolica. Il campus utilizza per il riscaldamento l’acqua di raffreddamento del vicino termovalorizzatore (esistente) per l’incenerimento dei rifiuti di Basilea.


http://www.novartis.com/about-novartis/locations/basel-headquarters.shtml


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Gotham “Chicago” City


Chicago d’inverno viene definita “Windy City” o “City of Artic Express”, perchè, a volte, l’irruzione di aria fredda, proveniente direttamente dall’Artico, raggiunge le coste del Lago Michigan, determinando fenomeni improvvisi di gelo, aggravati dal vento insistente. Nel 1982 a metà gennaio (giorni 10 e 11) si raggiunsero i -32,2 gradi. Capita anche spesso che dagli oltre -20 gradi notturni, si passa in poche ore a + 10 gradi, a causa dell’irruzione di aria calda proveniente da sud, questo fatto determina delle nebbie improvvise, che scaturiscono direttamente dagli edifici e dal terreno e trasformano la città in una specie di set cinematografico, ricco di effetti speciali. Tale fenomeno consente anche di passare dalla pioggia al sole, dal nuvoloso al sereno, in pochissimi minuti, sempre grazie al vento. Luce, nebbia, penombra, pioggia, sole, gelo, ecc. “titillano” l’architettura, la fanno “esprimere”, la sollecitano anche dal punto di vista tecnologico. Non a caso a Chicago, le facciate degli edifici, le strutture, ma anche le tubazioni, devono avere una particolare attenzione per i “giunti di dilatazione”, onde consentire di assecondare le rapide dilatazioni possibili dei materiali. Per Chicago, che è la capitale dell’architettura americana, comunque la meteoreologia estremamente variabile, è anche una occasione aggiuntiva di “eleganza”, che valorizza ulteriormente il ricco patrimonio architettonico.

Una mappa (la trovate quì sotto) quindi, di un viaggio d’architettura d’inverno, eseguito tra il 28 dicembre 2008 ed il 5 gennaio 2009, nella città del vento.


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