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Builders of the future

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Dasir

Mi chiamo città : la città in crisi


Oggi 22 dicembre 2011, alle 7,15, mentre facevo zapping alla ricerca di un telegiornale (introvabile a causo dello sciopero dei giornalisti) mi sono imbattuto, poco prima di andare al lavoro, in una trasmissione molto interessante, dal titolo “Mi chiamo città”.  Sono una serie di filmati-documentari, prodotti da Rainews e diretti da Marta Francocci con la consulenza scientifica di Renata Bizzotto. Tale progetto è stato presentato con una conferenza lo scorso 28 settembre 2011 presso la Casa dell’Architettura di piazza Manfredo Fanti, a Roma, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti (di Roma). E’ un progetto molto interessante, perchè, oltre ad occuparsi di alcune tematiche legate alla “crisi” delle città italiane, si occupa anche dell’indotto, dell’edilizia,  che porta alla formazione del tessuto urbano (imprese, amministrazioni, imprenditori, architetti, ordini, ecc.), descrivendone l’inquietudine e la profonda crisi economica “che stà mordendo” questo settore. Quì sotto una puntata molto interessante, direi “illuminante” sul degrado, e la profonda crisi, della professione di architetto.

http://tv.architettiroma.it/notizie/12969.aspx

Cosa si può fare, come al solito un’unica cosa “avere delle idee e rimboccarsi le maniche”, accettare ancora per molti anni (questa è una crisi lunga) doppio o triplo lavoro, magari che non c’entra nulla con l’architettura, per sopravvivere, per portare avanti un’idea di progettualità,  ma non solo questo. E’ indispensabile innanzitutto modificare i nostri comportamenti, al fine di innescare un “corso virtuoso” che produca un ripensamento collettivo (di chi si occupa di progettualità architettonica) in grado di ridistribuire una massa di persone ormai troppo grande, su canali lavorativi nuovi. Fintanto che università, ordini professionali, andranno, ognuno per la propria strada a “sfornare” architetti , a go-go, senza una minima idea di costruire per ognuno, un futuro, probabilmente, fra poco, NON CI SARA’ PIU’ NESSUN FUTURO PER TUTTI !

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Nùcleo Arqueològico do Castelo


In questo luogo (Praça Nova) nel 1996, si era deciso di costruire un parcheggio auto, per i visitatori del Castello di San Jorge, che domina dall’alto Lisbona. Gli scavi archeologici però, hanno evidenziato sin dall’inizio, le tracce di un’antica occupazione di questo luogo. Nel 2008, Joao Luis Carrilho da Graça è stato incaricato di realizzare un progetto per la valorizzazione di queste importanti vestigia. Nel 2010 è stato inaugurato il complesso, che con le sue forme architettoniche, illustra meglio e valorizza questo luogo. Si tratta di un intervento “intrusivo”, per nulla in soggezione con le “ruine storiche” : vestigia dell’età del ferro (VII sec. a.C), vestigia di un’abitazione residenziale di epoca islamica (XI sec.), vestigia del palazzo medioevale Condes de Santiago, distrutto per un terremoto nel 1755 . Un muro di acciaio corten, definisce lo spazio scenografico degli scavi, e varie costruzioni leggere (in cartongesso per esterni), semplici, quasi astratte, sono asservite a proteggere in maniera intelligente le rovine archeologiche. Il moderno dialoga con l’antico, ed al contempo  lo tutela per il futuro. Un intervento calibrato, magnifico, e soprattutto sapiente.

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Racconto “estivo” di Natale (Rovaniemi)


La prima volta che sono stato a Rovaniemi (Finlandia), era durante l’estate del 1998, all’inizio di luglio.  Siamo partiti (io e la mia compagna di viaggio dal naso a punta) in aereo dall’aeroporto di Helsinky Vantaa, che il termometro segnava 22 gradi, siamo arrivati nella capitale della Lapponia (che dista dalla capitale circa 800 km), dopo quasi un’ora e mezza di volo, con una temperatura al suolo di poco più di 10 gradi. La gente girava in canottiera e T-shirt, mentre noi ci aggiravamo “imballati” come non mai. Ci sono stato per 5 giorni, in quanto Rovanieni è un luogo “mitico” per l’architettura, essendo il posto dove un noto architetto finlandese, Alvar Aalto, ha realizzato sia il piano regolatore di ricostruzione (1944-1945), che una serie di edifici, in cui l’architettura si integra con  la natura difficile e meravigliosa di un luogo, che è di fatto ai confini della vivibilità umana su questo pianeta. Rovaniemi è vicina al circolo polare artico e dista solamente 700 chilometri da Capo Nord in Norvegia, quì vi sono sei mesi di luce in estate e sei mesi di oscurità in inverno. Quì Aalto non ha dato il meglio di sè, ha però espresso come una “filosofia architettonica globale”, intelligente e colta, tesa alla salvaguardia del paesaggio. Gli abitanti di Rovaniemi in estate, mentre il terreno si liquefa, producendo dei liquami marroni fortemente odorosi di muschio e tante zanzare e moscerini, si dedicano soprattutto all’edilizia ed alla vita all’aperto. I cantieri edili lavorano a ciclo continuo 24 ore su 24 (in inverno con una temperatura media di -10 gradi è impossibile lavorare all’aperto) e le persone pescano il salmone e raccolgono il camemoro. Ci sono signore che arrivano in aereo sin dal sud della Finlandia, con stivaloni di plastica e secchielli, per raccogliere questa mora artica dal sapore di nocciole, e farci la marmellata. La visita alle architetture pratiche ed affascinanti di Alvar Aalto, fu l’ennesima scoperta di un lato architettonico “discreto e minimalista” e poco conosciuto del maestro finlandese, che adorava questa città ai confini del mondo abitato.

Quì sotto il link della webcam del centro civico di Rovaniemi- Progetto di A.  Aalto

http://www.rovaniemi.fi/layouts/rovaniemi/includes/360/kirjasto.asp?sek=10

Obbligata e doverosa fu anche la visita al Santa Park, il famoso villaggio di Babbo Natale, che dista solamente 5 chilometri dal centro della città, dove la magia del Natale commercial-capitalista, dura tutto l’anno e non finisce mai. In una serena e luminosa serata “artica”, dato che il sole non tramonta, ma “ruzzola” solamente sull’orizzonte, verso le 3,30 del mattino , visto che per colpa della sfasatura tra la notte ed il giorno, non si sa più quando dormire (a Rovaniemi usano degli speciali occhiali con lampadine per riequilibrare il ciclo notte-giorno), abbiamo deciso di fare un giro in città e raggiungere un bosco di abeti, che rivestiva completamente un leggero rilevato, dove alla reception dell’Hotel mi avevano indicato insistere una torre lignea per osservare il paesaggio. Siamo quindi scesi per strada e ci siamo incamminati verso il ponte strallato Jatkankynttila (con la fiamma eterna che arde imperitura dalla cima di due pilastri), per raggiungere l’altra sponda del fiume Kemijoki. Le vie che percorrevamo erano disseminate quà e là di individui che si aggiravano in questa “assurda” penombra, indaffarati a raggiungere le loro attività. Dopo un lungo percorso nel bosco, disseminato di inquietanti figure femminili che raccoglievano affondate nel muschio il camemoro, abbiamo raggiunto la torre, e ci siamo arrampicati per le sue ripide scalette. Da quì ho potuto ammirare lo spettacolo di Rovaniemi illuminata tra l’oscurità del paesaggio boscoso che saturava l’orizzonte terreno, mentre il sole, eseguiva nel cielo sereno, spettacolari “effetti speciali”. Quì ho potuto apprezzare il disegno paesaggistico a forma di “corna di renna” che Alvar Aalto aveva con sapienza impresso a questa cittadina, facendo sì che i boschi e la natura penetrassero nel tessuto urbano fino al centro. Quì per l’ennesina volta mi sono convinto che la salvaguardia del paesaggio, nasce soprattutto, dalla capacità di offrire ai Cittadini occasioni plurime, per osservare ed apprezzare il territorio in cui essi vivono, sia esso costruito o naturale. Salvare il paesaggio è innanzitutto il frutto di un’azione didattica, protratta nel tempo, che chi governa, attua sistematicamente nei confronti dei suoi elettori, oppure di Cittadini che si sostituiscono a questa indispensabile azione, ma con le stesse finalità didattiche. Ritornando verso l’Hotel, il bosco sembrava improvvisamente spopolato; la penombra oscura, seppure consentiva il formarsi delle ombre, risultava inquietante e misteriosa. Il percorso, che all’andata sembrò breve, al ritorno non finì mai, e prima di uscire dal bosco di abeti, ci venne incontro un signore anziano, dal portamento elegante, alto e segalineo, che nell’oscurità mi sembrò vestito con un cappello simile a quello di Babbo Natale, un pesante maglione girocollo e dei pantaloni di jeans. Come scarpe, pesanti stivaloni in gomma. In mano mi sembrò tenere una bacchetta di legno, con in cima una stella gialla luminescente. Si avvicinò esclusivamente a me, mi guardo negli occhi. Il suo volto sembrava quello di un clown triste……….sembrava Alvar Aalto da anziano. In un perfetto italiano mi augurò : “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”. Rimasi basito, quasi paralizzato. Velocemente si allontanò, sparendo nella penombra bluastra che tutto avvolge a queste latitutini, durante il “sole di mezzanotte” (http://it.wikipedia.org/wiki/Sole_di_mezzanotte).

Ente Turismo Rovaniemi

http://www.rovaniemi.fi/Kansainvalinen_sivusto/Italiano.iw3

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Fog architecture (il “Galla”)


La prima volta che andai al complesso Monte Amiata al quartiere Gallaratese di Milano, la nebbia fitta, sanava così l’isolamento ed il degrado in cui questo edificio insisteva. L’atmosfera era quella tipica dei racconti di Sir Arthur Conan Doyle, e chi si aggirava allora per il “Galla” rischiava anche la vita. Spesso i residenti venivano aspettati al ritorno dal lavoro “a Milano”, alla stazione di Lampugnano della Metropolitana (che galleggiava nel nulla) e quì, nella fitta nebbia serale, accompagnati da malintenzionati, sotto la minaccia di pistole, sino alla loro abitazione, che una volta aperta veniva accuratamente svaligiata. Ti andava bene se portavi a casa la vita. Era l’inizio degli anni ottanta, ed io giovane studente di architettura ero “stato mandato” a studiare, in loco, questo enorme complesso, da alcuni docenti del Politecnico di Milano (di cui non farò i nomi). Il complesso era allora incensato, come un esempio dell’architettura residenziale di scuola italiana. La cosa che di più mi colpì, e che ancora oggi ricordo, è stata la violenza con cui i residenti accolsero la mia visita. Tutti coloro che incontrai, evidenziarono, portandomici, l’assurdità di alcuni spazi interni e degli spazi esterni, la pochezza di soluzioni tecniche che palesavano già allora, a soli 10 anni dal termine dei lavori : infiltrazioni, perdite, crepe, ecc.. Non vi sto a raccontare gli insulti a carico dei progettisti e degli architetti in genere, che raccolsi allora. I residenti soprattutto non capivano l’assurdità dell’esperimento sociale imposto da un’architettura dai lunghissimi ballatoi, che rendevano “introvabile” qualunque appartamento. Eppure ancora oggi la nebbia diventa parte integrante ed indispensabile di questo complesso, ormai elemento integrante del quartiere Gallaratese (totalmente completato); quasi essa fosse un “elemento” architettonico indispensabile, che addolcisce i contorni e le volumetrie assurde, nonchè le tragiche e metafisiche ripetitività, che poco hanno a che fare con la vita degli esseri umani. Dobbiamo ad interventi come questo del Gallaratese, la definitiva sconfitta dell’architettura moderna in Italia, che non è mai diventata un’opzione veramente praticabile, lasciando così il passo ad una visione dell’architettura e del paesaggio italiano, assolutamente idealizzata e falsa, incapace di proporsi quale elemento “reale” di continuità tra la “memoria del passato” ed il futuro. Infatti anche le architetture contemporanee del Gallaratese, come ad esempio il social housing del gruppo MAB Arquitectura, palesano, pur in una spazialità volumetrica diversa ed accattivante, soprattutto negli spazi esterni, la necessità di un confronto con la “nebbia architettonica” che pervade il nostro paese e soprattutto Milano. L’Olanda è ancora moooooooooooooooolo lontana e forse ormai irragiungibile.

Complesso residenziale Monte Amiata (Gallaratese – Milano) Progetto : Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Sachim Massarè – Realizzazione 1970-72

Complesso residenze sociali di via Gallarate  (Gallaratese – Milano) Progetto : MAB Arquitectura  Floriana Marotta e Massimo Basile – Realizzazione 2006 -2009

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Due non-luoghi ?


Centro commerciale Polaris a Chiasso (Svizzera)
 
Acquaworld parco acquatico Concorrezzo (Monza)
 

Se un luogo, può essere definito mediante le sue caratteristiche storiche  identitarie e di relazione (sia fisica che sociale); quando uno spazio non può definirsi né identitario né relazionale e né storico, allora è un “non-luogo”, come scrive il noto antropologo Marc Augè in uno dei suoi testi fondamentali “Disneyland e altri non luoghi” (Bollati Boringhieri, 1999). La postmodernità del capitalismo avanzato, dell’economia globale, è grande produttrice di non-luoghi che, al contrario di come avviene nella modernità, non integrano in sé i luoghi antichi: classificati, repertoriati  e promossi a “luoghi della memoria”, a loro viene assegnato solo un ruolo limitato e specifico. I non-luoghi, quindi, sono per Augè, quegli spazi anonimi senza storia né memoria a cui l’uomo dell’Occidente (acquirente del mercato globale), ritrova tutte le utilità, le comodità, a cui si è ormai quasi del tutto assuefatto. Sono quindi esempi eclatanti di non-luoghi : gli aeroporti, i lavaggi auto fai da te, gli ipermercati, i parchi giochi, ecc..

Ecco i due luoghi di cui vi sono state proposte le immagini all’inizio dell’articolo : Il centro commerciale Polaris a Chiasso (Svizzera), ed il centro acquatico Acquaworld di Concorrezzo (Monza), rientrano nella categoria di non-luoghi, definita da Marc Augè, però essi rispondono anche alla caratteristica di essere delle architetture “prestanti”, in grado di proporsi per la loro particolarità architettonica, quali attivatori morfologici di una trasformazione del tessuto edilizio circostante. Nel primo caso, quello di Chiasso, l’edificio Polaris risolve, con la sua particolare forma a “lenticchia” una zona limitrofa al centro cittadino, che di fatto è uno svincolo autostradale a ridosso del confine con l’Italia. Nel secondo caso, l’edificio, genera una attività produttiva “innovativa” in grado di rendere utilizzabile una zona industriale, che si spopola durante la notte ed i fine settimana. Bisogna anche segnalare che ambedue gli edifici, hanno generato all’interno delle due cittadine, dei veri e propri “movimenti di cittadini” contrari ed ostili a questo tipo di strutture, che ovviamente generano (come quasi tutti i non-luoghi) traffico automobilistico ed inquinamento. Ecco i non-luoghi bene rappresentano il motivo di questa “crisi economica mondiale” che si stà protraendo ormai da anni, infatti essi, di solito, sono sempre degli edifici accattivanti e suadenti, costosissimi sia dal punto di vista realizzativo, che da quello della gestione, non-luoghi che invogliano allo spreco ed alla dissolutezza.  Inoltre quasi sempre, i non-luoghi, provocano traffici automobilistici, inquinamento  e congestionamenti. I non-luoghi sviluppano anche delle esigenze sociali, spesso sono punti di ritrovo per giovani ed anziani, addirittura per intere famiglie, tutti si vedono così invogliati a “consumare” parte del tempo libero, mentre “consumano” prodotti. In questo caso l’obbiettivo dei non-luoghi è quello di, fare perdere “la centralità” di quello che si stà facendo, diventando di fatto tutti quanti dei “polli in batteria”, pronti per essere spennati, non solo dei denari, ma anche dei nostri valori, della nostra socialità relazionale. Non a caso a predominare l’interno di questi non-luoghi è una musicalità invasiva, che soverchia la comunicazione verbale tra gli individui. Ma soprattutto, essi, i non-luoghi, “illudono” gli avventori, che sia possibile all’infinito un modello di sviluppo, in cui gli acquisti sono in continua crescita, e la cura del corpo e di sè stessi (in un mondo dove sembra non si invecchia mai) l’epicentro della nuova società; il tutto in un turbinio di prodotti che devono essere sempre rinnovati, sempre prestanti.

Acquaworld – http://www.acquaworld.it/

Polaris – http://it-it.facebook.com/pages/Polaris-Shopping-Center/143603045728616

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Sir Norman, due lezioni


Una “lezione” può essere “offerta” in due maniere. Ecco quì un esempio, delle due maniere.

La prima è l’ingresso del British Museum a Londra, dove lo studio di  Norman Foster, vincitore del concorso internazionale, tra 132 partecipanti, recupera, lo spazio perso della corte interna, ricoprendolo di una immaginifica copertura. Lo spazio è stato inaugurato il 6 dicembre 2000 alla presenza della Regina Elisabetta II, la ristrutturazione di tutto il museo, completata nel 2003. Foster e gli ingegneri di Buro Happold hanno dotato il museo di una volta “immaginifica” di cristallo, disposta come una  gigantesca tela di ragno. Per costruire la copertura vitrea  sono stati necessari 3312 cristalli da 315 tonnellate e 478 tonnellate di acciaio. La luce inonda totalmente il nuovo “patio” grazie all’immensa copertura di cristallo e acciaio (6000 metri quadrati di superficie e quasi 800 tonnellate di peso). Solo la costruzione della cupola di cristallo e acciaio è venuta a costare più di 160 milioni di euro. Una lezione magistrale, in un luogo storico,  sull’uso della luce e dello spazio, nonchè di come deve essere un luogo dell’accoglienza in grado di ricevere gli oltre 5 milioni di visitatori del British.

La seconda è una “lezione frontale”, che Sir Norman Foster (Stockport, 1º giugno 1935) ha tenuto all’Università Humanitas  di Oxford, il 28 Novembre 2011. Si tratta di un ciclo di conferenze che sono considerate, una specie di eredità che il relatore lascia agli studenti. Quindi una lezione particolare, una comunicazione “eccellente” ed inusuale di una delle archistar mondiali, che ci insegna “l’eccezionalità” e la complessità del processo creativo contemporaneo.

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L’asteroide che cadde sulla Terra (Oporto)


Nel 2005 un’imponente massa di materia, dall’aspetto arcano ed inusuale, “precipitò” nella città di Oporto in Portogallo. Si tratta dell’edificio della “Casa da Musica”, che da allora contraddistingue lo skyline cittadino. Un edificio inusuale, rivoluzionario, opera dell’architetto olandese Rem Koolhaas, dedicato alla musica, alla sua esecuzione, ma anche alla ricerca, all’istruzione ed all’innovazione. Lo spazio esterno, ricrea un paesaggio monumentale, in cui il “geode” viene esaltato dalla spianata lapidea; mentre all’interno la spazialità labirintica, consente di generare ambienti sempre vari ed inaspettati, giocati con intelligenti apporti luminosi dall’esterno e da inusuali legami con la tradizione architettonica portoghese. L’auditorium centrale (quello da oltre 1.200 posti) funziona come una grande cassa armonica, in grado di adattarsi a qualunque tipo di musica.

http://www.casadamusica.com/

Quì sotto alcuni dati riguardanti l’intervento.


Tempistica :
Competizione: nel 1999
Completato: nel 2005

Cliente:
Porto 2001 / Casa da Música

Luogo:
Rotunda da Boavista

Imprese costruttrici : Consorzio Somague / Mesquita /Casa da Música, Porto, Portogallo

Programma:
22.000 mq di superficie totale, che includono un grande auditorium (polifunzionale) con 1.200 posti a sedere, un piccolo auditorium con 350 posti a sedere, sale prova, sale di registrazione, negozio di musica, computer ed installazioni istruttive, stanze per VIP, un grande ristorante sul tetto costruito a terrazze e interrati (27.000 mq, per ospitare depositi e 600 posti auto).

Costi : 100 milioni di euro

Partners :
Rem Koolhaas, Ellen van Loon 

Team:
Adrianne Fisher, Michelle Howard, Isabel Silva, Nuno Rosado, Robert Choeff, Barbara Wolff, Stephan Griek, Govert Gerritsen, Saskia Simon, Thomas Duda, Christian von der Muelde, Rita Amado, Philip Koenen, Peter Müller, Krystian Keck, Eduarda Lima, Christoff Scholl, Alex de Jong, Catarina Canas, Shadi Rahbaran, Chris van Duijn, Anna Little, Alois Baptista, André Cardoso, Paulo Costa, Ana Jacinto, Fabienne Louyot, Christina Beaumont, João Prates Ruivo

Architetto locale :
ANC Architects, Jorge Carvalho

Strutture: Arup / AFA Lda
Cecil Balmond, Rory McGowan, Asim Gaba, Toby Maclean, Andrew Minson, Rui Furtado, Rui Oliveira, Pedro Moas

Servizi: Arup / AFA Lda/RGA
Tim Thornton, Stefan Waldhauser, Dane Green, Rodrigues Gomes, Joaquim Viseu, Luís Graça, Paulo Silva, Marco Carvalho, Pedro Albuqüerque

Ingegneri per VVf : Arup Fire
George Faller

Code Consultancy:
OHM /Gerisco

Acustica: TNO Eindhoven / DHV
Renz van Luxembourg, Theo Raijmakers

Interni: Inside Outside
Petra Blaisse, Peter Niessen, Marieke van den Heuvel, Mathias Lehner

Scenografie: DUCKS scéno
Michel Cova, Stephan Abromeit, Aldo de Sousa

Facciate:
Robert Jan van Santen, Rob Nijsse (ABT), Arup Facades


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Castelgrande (Bellinzona)


Castelgrande a Bellinzona (Canton Ticino – Svizzera), progetto di restauro di Aurelio Galfetti (http://www.aureliogalfetti.ch/), completato nel 1997, rappresenta più che altro, un’opera complessa di ri- costruzione del paesaggio Bellinzonese. Infatti il castello, è stato luogo, dove la storia della città, si è stratificata dal Neolitico al XIX secolo. Va inoltre considerato che Caslelgrande, insieme al castello di Montebello ed a quello del Sasso Corbaro, rappresentava, insieme alla “murata” che portava sino al Ticino, ed oltre, un apparato paesaggistico, imponente e maestoso, più volte rappresentato negli acquerelli e nei disegni, dagli “attori” del Gran Tour europeo.

Il linguaggio “architettonico” adottato per Castelgrande, da Galfetti, mantiene dei toni espressivi autorevoli, tesi a fare delle associazioni figurative, che conducono alla trasformazione del complesso militare, creando una fusione, colta ed attraente, tra moderno e restauro.

E’ infatti lo stesso Galfetti, a sostenere, che la trasformazione è un passaggio necessario ed indispensabile nella vita dell’opera di architettura, dove il restauro non è banale ricostruzione del passato, ma attualizzazione e proiezione nel futuro. Scrive : “ Il solo possibile restauro conservativo è quello che permette all’edificio di morire in pace……Per me restauro significa conservare e attualizzare. Per attualizzazione io intendo prima di tutto l’atto di scoprire e sottolineare i particolari fattori espressivi di un edificio….. In tal modo restauro significa stabilire connessioni, costruire legami tra una forma esistente e la sua storia da un parte e il contenuto richiesto oggi dai nuovi usi (diversi da quelli esistenti) dall’altra parte”.

Il nuovo significato impresso dal progetto di Galfetti per Castelgrande, è quello di una grande struttura di spazi pubblici, un parco urbano, al centro della città di Bellinzona, che al contempo ne palesa la storia. Grande attenzione per il paesaggio, palesata anche dal recupero delle vigne, che rendono il castello un vero e proprio luogo di delizia ed un “colto mirador” paesaggistico, infatti dalle due torri, quella bianca e quella nera, attraverso un gioco sapiente di scale, si accede a degli osservatori che consentono di ammirare Bellinzona dall’alto e tutta la Piana di Magadino, nonchè le montagne. Quindi storia, memoria, progetto, paedaggio, futuro, ma soprattutto nuova vita.

http://www.bellinzonaturismo.ch/it/castelli/castelgrande.aspx

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Un grande unico organismo


Naturale o artificiale, quale è l’atteggiamento giusto per chi progetta un Paesaggio? Bosco o prato, giardino selvaggio o disegnato? E’ un problema di saggezza, di misura. Le piante incarnano molto bene tutto quello che ci piace avere attorno : presenza personalità, carattere, eleganza, discrezione, bellezza. Esse sono fragranti e delicate, colorate e proporzionate. Ci completano, ci ricordano quel legame indissolubile con questo meraviglioso pianeta. Le piante hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia della terra, nella creazione della vita, e questo noi, ancora oggi, lo percepiamo, lo comprendiamo.

Il Paesaggio vegetale, ancora oggi,  “segna” la superficie della Terra. Centinaia di miliardi di piante, in ogni istante reagiscono al sole, al vento, alla meteorologia, alla nostra stessa presenza. Le piante sono infinite in numero e varietà, proporzionate, in continua lotta tra loro, ed al contempo in perfetta integrazione e cooperazione. Noi veniamo dalla Natura e ad essa ritorneremo, che lo vogliamo o no. Noi umani, siamo parte di un grande unico organismo, fatto di animali, piante, liquidi, gas e minerali, insomma di tutto ciò che esiste su questo pianeta.

Le piante sono meravigliose sia al sole che alla pioggia,  mentre combattono il freddo, o quando danzano nel vento.  Come scrive Massimo Venturi Ferriolo ( Etiche del Paesaggio –  Editori Riuniti – 2002) : “Un luogo non può esistere senza genio. La relazione tra i due termini è stretta, vitale e va pienamente recuperata. Non c’è progetto senza etica, al di fuori delle caratteristiche di ogni luogo nella sua trasformazione con le nuove istanze contemporanee. L’agire riconduce l’uomo alla responsabilità della trasformazione di ogni paesaggio, inteso nel suo vero senso ampio: mondo umano”.

Quindi, ogni buon progetto, deve rivolgersi a interrogare la storia della sua evoluzione, e formulare un proposta progettuale per il futuro, con l’occhio rivolto a ogni Paesaggio come luogo complessivo della vita umana, quel “Mondo umano”, che deve essere inteso nell’eccezione più ampia di – Grande unico organismo, fatto di animali, piante, liquidi, gas e minerali, insomma di tutto ciò che esiste su questo pianeta, uomini compresi –.

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