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Builders of the future

Autore

Dasir

Salewa


Le montagne sono l’inizio e la fine di ogni paesaggio  (John Ruskin)

L’architettura progettata, per la sede di Salewa World (marchio internazionale di prodotti per l’alpinismo – http://www.salewa.it/) genera un volume cristallino, complesso, multi sfaccettato, che si confronta (anche rispecchiandole nelle facciate vetrate) con le montagne dell’intorno, articolando una serie di “paesaggi” esterni ed interni in dinamica  relazione con le differenti condizioni di affaccio dell’intorno : l’autostrada A22, la periferia industriale di Bolzano, la coltivazione dell’uva.

L’efficienza energetica, di tutto il complesso,  è assicurata non solo da tecnologie innovative di climatizzazione, ma soprattutto grazie ad un sistema di isolamento dei muri perimetrali e delle vetrate e ad una grande attenzione in fase progettuale alla struttura dell’edificio. L’attenzione per l’ambiente non si ferma qui. Grazie all’integrazione con l’impianto fotovoltaico e l’impiego dei sistemi passivi nel controllo delle condizioni interne, l’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera raggiunge quasi le 2000 tonnellate, rendendo la nuova sede Salewa un ottimo esempio di efficienza energetica.

Complessivamente un intervento molto interessante, che migliora decisamente, dal punto di vista paesaggistico, questa parte di Bolzano Sud, a ridosso della Fiera, che risultava avere delle caratteristiche indefinite

Superficie dell’area : 30.595 mq

Volume: 146.248 mc

Costo complessivo dell’investimento : € 40 milioni di euro

Progetto :

Park Associati – http://www.parkassociati.it/

CZA Cino Zucchi Associati – http://www.zucchiarchitetti.com/home.html

Impresa costruttrice : ZH – http://www.z-h.it/

Impianti elettrici: Energytech Ingegneri S.r.l., Bolzano – Ing. Gabriele Frasnelli

Impianti Meccanici : Energytech Ingegneri S.r.l., Bolzano – Ing. Georg Felderer

Strutture: Kauer & Kauer Ingenieure, Bolzano – Ing. Georg Kauer, Ing. Ulrich Kauer

Salewa in costruzione

Salewa Cube – Video

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Pur


Una riflessione sulla maniera di fare salvaguardia e tutela, per chi si occupa di paesaggio, deve avvenire non solamente attraverso l’architettura, l’urbanistica, spesso queste due discipline, sono sempre intimamente correlate con la maniera di consumare e quindi di produrre. Sviluppare una coscienza di sostenibilità diffusa in questi ambiti (commercio e produzione), vuol dire avere diffuso un’azione culturale e didattica, che spesso dà migliori risultati delle leggi e di milioni di  parole. Prodotti, consumi e territorio, spesso vanno di pari passo a definire il paesaggio.

“Pur Sudtirol” è un attività imprenditoriale, che ha alla base la sostenibilità, quale filosofia commerciale. Tale negozio si trova a Merano e promuove un consumo consapevole all’insegna del biologico a chilometri zero, vi si vendono : salumi, pane, dolciumi, verdure, vino, cosmetici, ecc.. Quello che noi mangiamo, che acquistiamo, come ci vestiamo: le nostre decisioni ed i nostri comportamenti non influenzano solamente il nostro modo di vivere, spesso coinvolgono anche altre realtà, altre persone in più parti del mondo. Sta a noi decidere se dare la preferenza a prodotti economici che hanno viaggiato per mezzo mondo (e spesso inquinando), oppure rivolgersi a quei prodotti regionali, che contribuiscono a tutelare le tradizioni culturali e produttive, nonché a sostenere l’artigianato e l’agricoltura locale, e’ questa ovviamente anche una maniera per “salvare il paesaggio” locale, per tutelarlo in maniera attiva, con poche parole ma con tanti fatti.

“Pur Sudtirol” vuole coinvolgere i suoi utenti, in una riflessione approfondita sulle conseguenze dei nostri consumi e per un’assunzione di responsabilità verso il nostro agire quotidiano.

 “Pur Sudtirol” rimane quindi strettamente legato alla tradizione locale/provinciale, ma anche rivolge uno sguardo al futuro, proprio come l’interessante e “scarno” design degli ampi locali adibiti alla vendita. Harry Thaler (http://www.harrythaler.it/), giovane designer meranese operante a livello internazionale, si e’ ispirato dalle antiche cassette di frutta e verdura (dette “Harassen”, in legno di melo), ha creato un sistema espositivo modulare fatto con cassette di legno su ruote, collegate da elementi plastici colorati, che sottolinea la provenienza autoctona e il valore dei prodotti offerti. Inoltre, quali carrelli per la spesa, vengono utilizzati dei contenitori intrecciati che, nella loro grazia e funzionalità, fanno rivivere l’antico artigianato dei cestai, invitando all’acquisto. L’allestimento è realizzato principalmente in legno di castagno locale e, inoltre, per tutti i sistemi espositivi e gli oggetti d’arredamento è stato impiegato esclusivamente materiale di provenienza altoatesina. E’ nato quindi, di recente, una linea di prodotti per la casa, “Pur Manufactur”, realizzati da artigiani altoatesini, con un alto contenuto sia dei materiali utilizzati, sia del design progettato da giovani designer altoatesini.

Alla base di  “Pur Manufactur” sta lo sviluppo di una piattaforma dove il  design incontra l’artigianato altoatesino, dove vengono realizzati oggetti per l’uso quotidiano con materiali naturali e dove c’è ancora spazio per ricerca ed innovazione. Questi principi dovrebbero essere i criteri ispiratori per i giovani designer, ai quali la cooperazione con gli artigiani altatesini rende possibile lavorare in loco in modo tradizionale e con un risultato qualitativo elevato. La piattaforma offre inoltre la possibilità di una continua interazione fra designer e artigiano.

Il sito dei prodotti PUR – http://www.pursuedtirol.com/it/

I Prodotti PUR MANUFACTUR –http://www.pursuedtirol.com/it/shop/pur-manufactur/

Le giornate dello sviluppo sostenibile in altoadige/sudtirol dal 10 al 13 maggio 2012 – www.thinkmoreabout.com

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Parole, che non moriranno mai !


Nel 1933 si tenne ad Atene una assemblea dei CIAM (Congressi Internazionali di Architettura Moderna). Allora furono posti i principi di una Carta dell’Urbanistica. Otto anni dopo, nel 1942, usciva a Parigi, occupata dai tedeschi, un’opera anonima che col suo titolo “La Charte d’Athènes” rivelava al grande pubblico l’esistenza di un tale documento.

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Un architetto europeo (Como)


Asilo Sant’Elia

Casa del Fascio

Giuseppe Terragni ha solo 39 anni quando realizza che i suoi ideali, di dare corpo all’architettura moderna “Mussoliniana”, sono falliti: crollato psichicamente e dal punto di vista fisico, a seguito soprattutto della guerra in Jugoslavia ed in Russia a cui era stato richiamato,  il 19 luglio del 1943 cade fulminato da una trombosi cerebrale sul pianerottolo delle scale di casa della fidanzata, a Como.

Ma l’architettura di Terragni era fascista o antifascista? E’ questo un dilemma irrisolvibile, data la morte prematura di questo architetto “comacino”, che non ha potuto operate, ed esprimersi,  nell’Italia liberata del dopoguerra.

Ecco secondo me Terragni, come molti architetti a lui vicini : Nizzoli, Pagano, Libera, Figini, Pollini, Sartoris, ecc., era soprattutto un “architetto europeo”, attento al dibattito sul Razionalismo, sul Funzionalismo, che dominava la cultura architettonica europea a quell’epoca. Terragni era sopratutto un professionista, che faceva proprio uno stile internazionale, che vedeva nella figura di Le Corbusier, la punta di un “iceberg” di un movimento, che di fatto ha cambiato radicalmente la cultura architettonica europea, togliendola dalle “stagnazioni” della cultura ottocentesca.

Erano architetti che si frequentavano anche con assiduità, agli europei CIAM, piuttosto che agli italiani MIAR, uomini che condividevano spesso anche le stesse passioni: lo sci, la montagna, il mare, ecc.. Persone che però si ritrovavano in un’unico ideale sociale (direi quasi politico), quello dell’Architettura Moderna che voleva rivedere i principi progettuali e le caratteristiche dell’architettura, in favore della salubrità e dell’igiene, per le grandi masse, costruendo un’idea di città, in continua espansione, assoggettata alle logiche della macchina e del funzionalismo. Insomma la città contemporanea.

A costoro di essere Fascisti o antifascisti, di Destra o di Sinistra, non importava più di tanto, importava riaffermare, attraverso il loro lavoro di architetti, un nuovo modello sociale di vita, che si andava affermando in tutto il mondo. Modello assolutamente trasversale ad ogni ideologia.

Bisogna anche aggiungere un’altra cosa, secondo me molto importante, tutte le opere realizzate di Terragni a Como, testimoniano di una attenzione particolare ed esclusiva per il “paesaggio lariano”, e di fatto esse sono come dei capisaldi, dei landmark, che, ancora oggi segnano ed “indirizzano” la costruzione urbana della città. Insomma se si tiene anche conto, dei molti progetti non realizzati, soprattutto di quelli urbani (ad esempio la Cortesella), l’attività di Terragni, in quei soli 39 anni di vita, ha “saggiamente regolato”, con la sua architettura “moderna ed europea” (nautica e rigorosa là dove necessitava) il rapporto tra la città ed il lago. Perpetuando così una lunga tradizione di architettura del paesaggio, di forte vocazione europeista, come era quella dei Maestri Comacini.

Casa Predaglio

Mercato Comunale Coperto

Monumento ai caduti

Stadio Sinigaglia


Novocomum

Casa Giuliani – Frigerio

Como – Lungolago

Como – Duomo

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Ufficio, dolce casa (Pixar vs Space x)


Progettati dall’architetto e paesaggista americano  Bohlin Cywinski Jackson, (http://www.bcj.com/public/projects/project/39.html), ed inaugurati nel 2001, i nuovi Pixar Animation Studios di Emeryville, in California (tra Berkeley e Oakland), sono in grado di ospitare oltre 1.000 dipendenti su circa 61.000 metri quadrati di terreno. Il progetto iniziale prevedeva la possibilità di ampliamento per altri 1.000 dipendenti, cosa avvenuta a partire dal 2008 e completata nel 2011, con la costruzione nei parcheggi di due nuovi edifici. Si tratta di un progetto in cui il costruito (asservito totalmente a favorire l’attività creativa/lavorativa) si integra con una concezione paesaggistica all’avanguardia , dove anche la fruizione degli spazi esterni, contribuisce a mettere il creativo/lavoratore, nelle condizioni migliori per svolgere la propria attività con costanza e qualità.

Pixar è l’azienda leader nell’uso della computer animation per creare film originali, quali: Toy Story, Toy Story II, A Bug Life, il Monsters & Co., Alla ricerca di Nemo e Gli Incredibili, Wall-e, ecc.. Pixar impiega artisti, sceneggiatori, animatori, esperti informatici; il suo successo commerciale si basa sulla capacità di attrarre le persone migliori in ogni campo. Un’altra sfida è quella di perseguire una cultura che favorisce la “contaminazione incrociata” di idee tra le diverse specialità. Le soluzioni a queste sfide sono una parte esplicita, e molto precisa, del programma di progettazione per l’impianto architettonico richiesto.

La prima fase, per 1000 dipendenti, è costituita da una superficie coperta di circa 18.500 metri quadrati, due piani, edificio in acciaio e muratura. Al centro della struttura è un grande atrio che funge da piazza centrale per il campus. Di fronte a questo spazio pubblico sono gli uffici, di 600 posti, sala cinematografica progettati per gli standard THX e due quaranta posti sale di proiezione. La piazza comprende una hall di arrivo e area di registrazione, una caffetteria e un centro fitness. Le qualità della luce, dello spazio architettonico e l’integrazione delle tecnologie impiantistiche in tutta la struttura, favorisce la percezione di un ambiente ancora umano, pur essendo un posto di lavoro interattivo, ad alta tecnologia diffusa. La spazialità interna è quindi informale, altamente personalizzabile, con molte piante e tanta luce.

Architettura del paesaggio gioca un ruolo particolarmente importante nell’unificazione del campus, contribuendo a definirlo come un posto “eccezionale” nel contesto urbano di Emeryville. Il paesaggio esterno , progettato dallo studio Peter Walker Partners (http://www.pwpla.com/projects/pixar-animation-studios/&details), è particolarmente curato, con molti luoghi apparentemente sconosciuti, per camminare, sedersi e parlare, o mangiare il pranzo all’aperto. Esso comprende un anfiteatro da 600 posti all’aperto, un campo di calcio, e un orto biologico, giardini fioriti e un prato di fiori selvatici.

Quindi altissima qualità spaziale (interno-esterno) e contiguità stimolante e creativa, sembrano le carte vincenti del metodo di lavoro della Pixar, per ottenere “il meglio” dai propri gruppi di lavoro

 Video sugli studios della Pixar

Il Link dei Pixar Studios

http://www.pixar.com/

La stessa concezione spaziale, è stata messa a punto dalla società aerospaziale Space X, che si appresta ad essere la società privata, che realizzerà la nuova navicella spaziale della NASA, tesa a sostituire lo Space Shuttle. Infatti per ridurre i costi, ed aumentare la capacità lavorativa e creativa dei propri dipendenti, ha anch’essa deciso di evitare la dispersione sul territorio dei vari gruppi di lavoro, per concentrarli in un’unica sede ad Hawthorne, California (Los Angeles), dove ha realizzato una sede unitaria, molto simile al “capannone” dove è iniziata l’avventura della Pixar. Anche qui, vicinanza “vis a vis”, sembra essere la nuova strategia lavorativa, per conseguire successo, creatività e riduzione dei costi, ma soprattutto qualità. Una specie di fidelizzazione “estrema” dei dipendenti, che molto spesso identificano lo spazio lavorativo, come casa propria (pur avendo una abitazione esterna), rimanendoci a volte anche a dormire, in improvvisati “futon” o tradizionali brande.

L’ufficio del futuro, quindi  sarà capace di accogliere le nostre sensazioni, personalizzabile individualmente, per essere vissuto in modo attivo dagli stessi lavoratori. Giocherà un ruolo fondamentale soprattutto la luce ed il colore, che  aiuteranno a “sentire” il benessere anche con tutti gli altri sensi. L’acustica sarà anch’essa molto importante, si dovrà controllare il rumore sia interno che esterno. inoltre bisognerà tener presente che al tatto sono, e saranno sempre più piacevoli, i materiali naturali, rispetto a quelli artificiali o freddi. Bersi un caffè con i colleghi, o mangiare qualcosa in uno spazio pausa ben progettato, ampio ed informale,  sarà  l’occasione per un incontro nel quale scambiarsi idee, suggerimenti e strategie, utili al lavoro ed alla sua qualità. Pareti mobili, finiture e altre suddivisioni dello spazio dovranno acquisire una nuova “prestanza fisica”,  grazie al design e all’uso di tecnologie innovative, capaci di eliminare la disagevole sensazione di precarietà a volte ancora diffusa e farci sentire più accolti, ed in sintonia con l’ambiente. In tal senso anche le relazioni con spazi esterni ben progettati e fruibili nelle varie stagioni, sarà, come avviene alla Pixar, un altro fattore determinante nella creazione di quell’assioma “ufficio, dolce casa”, in cui sembra essersi ormai lanciata la nuova frontiera dell’architettura terziaria americana.

Link dei laboratori Space X

http://www.spacex.com/company.php

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UNI PHZ (Luzern)



1 gennaio 2012 – Lucerna – Per la ricostruzione del vecchio edificio post-industriale (ex sede centrale delle Poste Svizzere a Lucerna) e trasformarlo nella nuova Università di Lucerna, si è attuato un apposito concorso di idee. Già dal XVII secolo a Lucerna era possibile studiare teologia e filosofia. Però solo nel 1938 fu lanciata l’idea di creare un Ateneo nella città. Il progetto si concretizzò nel 1978 con la creazione della facoltà di teologia che venne riconosciuta a livello federale. Il 21 maggio del 2000, in seguito ad una votazione popolare cantonale, con il 73% dei consensi, nacque ufficialmente l’università di Lucerna. Nel 2003 si pensò alla realizzazione di un nuovo ateneo, il progetto vincitore del concorso di idee è stato quello dello Studio zurighese Enzmann + Fischer di Zurigo ( http://enzmannfischer.ch/).

             Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo 
 

Si tratta di un progetto per dare una nuova identità all’edificio esistente (ex sede delle Poste Svizzere di Lucerna), che viene rifunzionalizzato a sede universitaria (PHZ Luzern – Pädagogische Hochschule Zentralschweiz), e quindi, da bando, deve avere una forte espressione architettonica, pur soggiacendo ai vincoli del recupero delle strutture dell’edificio esistente.  Non bisogna anche dimenticare,  dall’altra parte, lo stretto rapporto spaziale, sia con l’edificio della Stazione di Lucerna (opera di S. Calatrava del 1989), sia con il silos dei parcheggi retrostante, e soprattutto con l’antistante KKL di Jean Nouvel (del 1999) . Questo edificio, che i progettisti stessi definiscono “Città di Finestre” si propone quale “pelle accattivante”, che gioca con la luce, con la texture, per generare, su ogni lato (visto che si confronta con realtà completamente diverse), delle liaison, a volte pericolose, ma sempre perfettamente riuscite.

                       Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo
 

Un edificio ecologico, in classe Minergie (2008), che recupera un edificio esistente (quindi senza consumare suolo), in prossimità del Centro Storico della città,  collocato in adiacenza di un importante nodo di interscambio (ferro, gomma, nave) di Lucerna ed adatto quindi a garantire facile e dinamica accesibilità (senza inquinare) alle migliaia di studenti, in esso afferenti.

Lucerna (popolazione al 2009 di 76.702 abitanti) con questo progetto, riconferma il suo ruolo di città ecologica che “salvaguardia il paesaggio” (senza essere ripiegata sul passato, ma guardando al futuro), con una particolare attenzione per la mobilità sostenibile, testimonianza di uno sforzo, che ha portato la Svizzera ad avere, a partire dai primi anni novanta del secolo passato, una ripensamento globale sulla sua “impronta ecologica” su questo pianeta.  Infatti la prima immagine che colpisce della città (di 250.000 abitanti, con l’area metropolitana), è l’impressionante quantitativo di biciclette che circonda la Stazione Centrale, ma poi anche le turbine ad acqua che producono energia di recente posate sull’emissario del Luzernersee, le filovie e gli autobus a gas naturale, le numerose piste ciclabili, ecc…Qui è stato attuato, da oltre due decenni, un ragionamento complessivo sulla città (urbanistica, mobilità, aree verdi, cultura, raccolta differenziata, ecc.), che ha portato alla ridefinizione del concetto stesso di “urban green life”, dove quantità e qualità riescono magicamente a coesistere .

Deposito bici Banhof Luzern

Banhof Luzern – Car Sharing con auto elettriche

Turbine per produrre energia sul fiume Reuss presso il Spreuerbrücke

Un percorso di paesaggio (cibo) ed architettura a Lucerna, che dista da Milano solamente 244 Km., ma anni luce per la lungimiranza dei suoi Cittadini

Progetto UNI PHZ (Luzern) : 

Studio Enzmann + Fischer di Zurigo

http://www.swiss-architects.com/de/enzmann_fischer/de/

Costo di costruzione : 118 Milioni di granchi svizzeri (CHF)

Cubatura  SIA 116: 178’000 metri cubi

Cliente : Dipartimento delle finanze del Canton Lucerna

Tipo di edificio: UNI PHZ Lucerna. Edificio ex PTT Post Office

Pianificazione costruttiva tempo: 2007 – 2011

Facciata: parte opaca 5800 m2; parte  trasparente 2500 m2

Minergie: Involucro http://www.minergie.ch/buildings/it/details.php?gid=LU-255#

Tipo di finestra : Finestra in alluminio sistema HI –
Rivestimenti : 3D rivestimento leggero – http://www.gkpf.ch/

Video della costruzione :

http://www.unilu.ch/deu/video_594372.html

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The London Eye (Buon Anno 2012)


Molti sostengono che quelli di Londra siano i fuochi d’artificio più belli d’Europa. Lo spettacolo pirotecnico dei fuochi d’artificio della notte di Capodanno a Londra si svolge lungo il Tamigi, all’incirca tra Westminster e il Tower Bridge, l’epicentro però è la grande ruota per osservare il paesaggio urbano “The London Eye” da cui vengono anche sparati migliaia di fuochi artificiali coloratissimi. La London Eye è il risultato dell’idea progettuale del team di architetti David Marks e Julia Barfield, marito e moglie, due paesaggisti. Il design della ruota fu proposto come metafora per simboleggiare il passaggio del secolo; doveva essere provvisoria, ma visto il successo è diventata una struttura permanente. La London Eye si trova sulla riva sud del Tamigi alla fine di Westminister Bridge e  s’innalza per 135 metri, ci sono “appese” 32 navicelle che possono contenere fino a 25 persone ciascuna. Visitano la London Eye 3 milioni e mezzo di persone l’anno. Per osservare i fuochi artificiali e “l’incendio della grande ruota”, eventi tipici del “fine anno” londinese, il South Bank è  il luogo ideale, ed è sicuramente uno dei luoghi, più spettacolari ed affollati del Mondo. La gente inizia a congestionare le strade dell’intorno sin dalle 15,00 per garantirsi un buon punto di vista, ed ovviamente inizia a bere.  Lo spettacolo della Southbank illuminata dai lapilli colorati dietro al Big Ben, valgono l’immane fatica e l’attesa della mezzanotte al freddo londinese, che “ti entra nelle ossa”. Comunque musica e divertimento non vengono fatti mancare a nessuno, come l’immancabile countdown di mezzanotte. Prendere un posto sulla Southbank non è assolutamente facile, deve essere conquistato. Una valida alternativa per godersi lo spettacolo pirotecnico potrebbe essere quella di posizionarsi all’Hampstead Heath, con vista panoramica di tutta la città. Quindi, non ascoltate il richiamo “popolare” del Southbanks ed invece dirigetevi verso nord, verso Hampstead Heath, lì si avrà una meravigliosa, e completamente gratuita, vista panoramica su tutta la città ed i suoi meravigliosi fuochi d’artificio. Pochissimi, a Londra,  sparano fuochi artificiali o botti individualmente, a casa loro, ormai solamente i cinesi, i fuochi artificiali in Inghilterra, sono un grande rito collettivo. Ci sarà probabilmente un perchè, in merito a questo rito notturno dello sparo dei fuochi artificiali, che tanto affascina la specie umana, tanto da non farseli mancare ad ogni occasione importante. Forse è un esorcismo del tempo che passa, della notte, del buio. Certamente ormai da alcuni anni, anche l’architettura è diventata parte di questo rito collettivo, infatti sempre più spesso, le location per “sparare” i fuochi artificiali, sono delle architetture.

Poi tutto il South Bank, e tutta Londra si svuotano, velocemente, rimane una città umidiccia,  languida, odorosa di polvere da sparo, piena di bottiglie rotte (pericolosissime per i piedi), i cui unici “attori protagonisti” rimangono le insegne luminose e gli addetti alla pulizia delle strade.  Ma la cosa migliore di Londra è il giorno dopo, il primo giorno dell’anno, che restituisce una città assonnata, tranquilla, quasi esente da quella frenesia capitalista, che ormai contraddistingue tutte le grandi capitali. Il primo giorno dell’anno, alla mattina, è anche probabilmente l’unico giorno, in cui, non si fiuta nell’aria l’immancabile odore di olio fritto, che ormai contraddistingue tutte le città del Mondo.

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La guerra dei grattacieli


Mentre si montava la grande “antenna decorativa” del Garibaldi Center (Hines) a Milano, il complesso progettato dall’architetto americano Ceasar Pelli, che così diventava il grattacielo (con antenna) più alto d’Italia, con i suoi 231 metri, la Regione Lombardia emetteva un comunicato stampa che precisava che il “grattacielo più alto d’Italia con piano abitato” rimaneva il Palazzo Lombardia con i suoi 161,40 mt. (146 metri la torre di Pelli)

Insomma un “delirio”, su chi ce l’ha più lungo…………il grattacielo !

Ora con l’inizio dei lavori per il nuovo Palazzo della Regione Piemonte, a Torino, ovviamente un grattacielo di  42 piani, il tema si ripropone. Il grattacielo, del costo di oltre 208 milioni di euro, sarà alto 209 metri, all’ultimo piano abitato, come già si precisa : “metri veri, misurati sul solaio e non sull’antenna come quello degli altri”, sottolinea il governatore Roberto Cota pensando al grattacielo di Banca Intesa in costruzione vicino a Porta Susa, ed a quello di Roberto Formigoni a Milano.

In quella che è stata la fabbrica della Avio (Fiat) lavoreranno per 36 mesi, oltre 500 persone (operai, tecnici, ecc.). La Giunta piemontese, a guida leghista, ha chiesto all’associazione temporanea d’imprese (guidata da Coopsette) che si è aggiudicata i lavori, di garantire una percentuale minima dell’80% di imprese piemontesi impiegate, per tutto l’iter costruttivo. Il grattacielo avrà una superficie di 70.000 metri quadrati adatti ad accogliere 2500 dipendenti, ora dispersi in 24 sedi. Il valore dell’opera a base d’asta comprensivo degli oneri della sicurezza,  è stato di 262 milioni di euro. L’opera è stata finanziata con la modalità del leasing in costruendo, che costituisce una innovativa forma di finanziamento privato delle opere pubbliche: questa operazione è stata, fino ad ora, la più importante a essere completata in Italia. Oltre un anno per scavare le fondamenta ed i piani interrati, poi si inizierà a salire: un piano a settimana fino alla fine del 2014.

L’anno dopo, inizierà il trasloco, chiudendo così un percorso di razionalizzazione dell’Amministrazione Regionale piemontese, pensato a cavallo del nuovo millennio, iniziato con una gara di progettazione internazionale, vinta da Massimiliano Fuksas (la cui parcella complessivamente sarà di oltre 22 milioni di euro). Questo pezzo di Torino, tra il Lingotto e l’Oval, sarà completamente ridisegnato e ri-funzionalizzato.

Ci saranno un centro servizi, un asilo nido, un grande parco urbano di  quasi 25 mila metri quadrati,  una grande piazza, residenze da edificare su una superficie di circa 96 mila metri, da cui la Regione Piemonte conta di ricavare 60/70 milioni di euro. Insomma tanto bel cemento, coerente con una logica di continua occupazione del suolo, con pochissima attenzione al “paesaggio urbano” di una delle città più belle d’Italia, sia dal punto di vista morfologico, che tipologico. Ma fino a quando si potrà pensare ad operazioni simili, sperando che la struttura economica del nostro paese, sia in grado di supportarle? Una nazione l’Italia a crescita zero di popolazione, con un’economia, che soprattutto nell’edilizia ha come prospettiva la “recessione più nera” per i prossimi lustri. Vada per il “cazzone” del grattacielo di Fuksas, che consente dei risparmi negli affitti da parte della Regione Piemonte, si sviluppa in verticale e libera suolo; inoltre dalla sua sommità si potrà anche ammirare il paesaggio torinese (e quindi svolge una funzione didattica in merito al paesaggio). Ma come mai per “fare quadrare i conti”, bisogna sempre cementificare tutto l’intorno, anzichè renderlo “libero”, verde e fruibile, una specie di ri-equilibrio per una zona di Torino, che da sempre è stata produttiva, inquinata e periferica, separata dai fasci di binari.

Video del quartiere dove sarà edificato il Grattacielo della Regione Piemonte 

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Una storia portoghese


Ho viaggiato in Portogallo, dapprima con le poesie di Fernando Pessoa ed i libri di Josè Saramago, e poi soprattutto con il bellissimo film di Wim Wenders, “Lisbon Story” (1994), senza muovermi da casa. Poi a tappe, lentissime nel tempo, negli anni, sono stato ad Oporto, a Lisbona, a Faro, a Evora, a Setubal, ecc.. Ci sono stato, e ci sono anche tornato più volte, l’ultima poche settimane fa a Lisbona (erano i primi di dicembre 2011). Ci sono tornato, per “costruire” quel percorso individuale di viaggio, che Saramago descrive, così bene,  nella presentazione del suo straordinario libro “Viaggio in Portogallo”.

“Mal gliene incoglie all’opera se le richiedono una prefazione che la spieghi, mal gliene incoglie alla prefazione se presume tanto. Conveniamo, dunque, che questa non è una prefazione, ma un semplice avvertimento, o un preavviso, come quell’ultimo messaggio che il viaggiatore, già sulla soglia della porta, già con lo sguardo rivolto all’orizzonte prossimo, lascia a chi rimane a badare ai fiori. La differenza, se c’è, è che l’avvertimento non è ultimo, ma il primo. E non ce ne saranno altri. Che il lettore quindi si rassegni a non disporre di questo libro come di una normale guida, o di una mappa da tenere sottomano, o di un catalogo generale. Alle pagine che seguono non si dovrà ricorrere come a un’agenzia di viaggi o di turismo: l’autore non è qui per dare consigli, benché ribondi di opinioni. Vi si troveranno, questo è pur vero, i luoghi selezionati del paesaggio e dell’arte, l’aspetto naturale o trasformato della terra portoghese: ma non sarà forzatamente imposto, o abilmente orientato, alcun itinerario solo perché le convenzioni e le abitudini hanno finito per renderlo obbligatorio a chi da casa propria si allontana per conoscere quello che c’è fuori. L’autore, senza dubbio, è andato dove si va sempre, ma è pure andato là dove non si va quasi mai. Che cos’è, in fondo, il libro che una prefazione possa annunciare con una qualche utilità, sia pure non immediata a prima vista? Questo viaggio in Portogallo è una storia. Storia di un viaggiatore all’interno del viaggio da lui compiuto, storia di un viaggio che in se stesso ha trasportato un viaggiatore, storia di un viaggio e di un viaggiatore riuniti nella fusione ricercata di colui che vede e di quel che è visto, un incontro non sempre pacifico tra soggettività e oggettività. Quindi : emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa. Il viaggiatore ha viaggiato (in questo caso) nel proprio paese. Il che significa che ha viaggiato all’interno di se stesso, per la cultura che lo ha educato e lo sta educando, significa che per molte settimane è stato riflettore delle immagini esterne, un vetro trasparente attraversato da luci e ombre, una placa sensibile che ha registrato, in transito e progresso, le impressioni, le voci, il mormorio interminabile di un popolo. Ecco ciò che voleva essere questo libro. Ecco ciò che suppone di aver conseguito in parte. Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita versi il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.”

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