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Builders of the future

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Dasir

L’Esercito della Salvezza


La Citè de Rèfuge (l’Esercito della Salvezza – Rue de Cantagrel 12 – Parigi) è un edificio progettato da Le Corbusier e Pierre Jeanneret tra il 1929 ed il 1933. Si tratta di un edificio che doveva includere nel proprio volume una molteplicità di funzione, divenendo, di fatto l’antesignano delle Unitè di Habitation. E’ di fatto il primo edificio residenziale completamente chiuso, almeno nella concezione iniziale lecorbuseriana. Come tipo edilizio, la Citè de Rèfuge, ha come riferimento gli impianti funzionali degli istituti di beneficenza, degli ospizi, del diciottesimo e diciannovesimo secolo. Il progetto, però, combina assieme più funzioni: spazi di lavoro, dormitori, spazi sociali, servizi, biblioteca, ecc.., spesso sperimentando, molto spesso infischiandosene dei regolamenti e delle leggi allora vigenti.

Il lotto, compatto, ha  fornito l’occasione per un approccio radicale,  sia nel portare tutti gli ambienti verso la luce, sia a generare spazi inconsueti. Soprattutto per dare una collocazione insolita alle sale d’ingresso, in modo da generare un  processo, percepibile di accoglienza, a cui era vocato l’Esercito della Salvezza. Il cuore progettuale, voluto da Le Corbusier, era la “stecca” dormitorio, dominata da una grande parete a strapiombo, con una  cortina di vetro (di oltre 1000 metri quadrati). Fondamentale per il successo di questo elemento/parete di vetro , avrebbe dovuto essere un sistema tecnologicamente ambizioso ed ardito, di doppi vetri e aria condizionata ( definito come “espiration exacte“). Questi non sono mai stati costruiti come previsto, e l’effetto di pelle pura e semplice della parete è stato definitivamente perso. Lo stesso Le Corbusier, apportò delle modifiche, in seguito all’edificio, applicando dei  Brises soleil (poi rimossi), nel tentativo di impedire che i locali avessero un surriscaldamento eccessivo, soprattutto durante i mesi estivi. Un edificio complesso, che anche nei colori delle facciate, ci fa capire di essere qualcosa di nuovo, di innovativo.

Le Corbusier in Paris

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Arance, Ivrea, Olivetti


Tra il 18 ed il 21 febbraio 2012, ad Ivrea, come tutti gli anni, si ripeterà la tradizione dello “Storico Carnevale di Ivrea”. Una manifestazione popolare quanto mai “strana” in cui i rioni della città del Canavese, di oltre 24.000 abitanti, si contenderanno i favori di una speciale commissione, che osserva, nei tre giorni di suo svolgimento, l’andamento della battaglia delle arance (in media ogni anno si consumano 5000 quintali di arance), ed assegna un premio alle bande a piedi ed ai carri da getto che, per ardore, tecnica e lealtà, si sono maggiormente distinte.

La battaglia delle arance rappresenta il “clou” spettacolare e violento del carnevale (nel 2011 si contarono 149 feriti), motivo di forte richiamo turistico annuale per centinaia di migliaia di visitatori (conviene prenotare un biglietto di accesso alla città sul sito del carnevale). Alla fine della giornata gli arancieri lasciano sulle strade della città uno strato impressionante di arance “esplose”.

Le origini della battaglia sono incerte, ma risalgono verosimilmente ad anni intorno alla metà dell’Ottocento quando presero ad essere praticate scherzose schermaglie tra le carrozze e la gente sui balconi.

Ma il carnevale di Ivrea, non è solo arance: c’è la sfilata in costume, con a capo la Banda dei Pifferai (con pifferi in legno di bosso), il Generale (di settecentesca memoria), le Mugnaie (figure mediate dalla Rivoluzione Francese),  e molto altro.

http://www.storicocarnevaleivrea.it/

Qui un filmato della “Battaglia delle Arance”

Ivrea, offre, oltre ad un centro storico interessante, anche un Museo all’aperto dell’architettura moderna. L’attività edilizia ed urbanistica della Olivetti (e del suo “Principe colto” Adriano Olivelli), che ha caratterizzato le sorti imprenditoriali e paesaggistiche, della città di Ivrea, nel secondo dopoguerra, è oggi un’occasione ghiottissima di riscoprire passeggiando, gli edifici di Gambetti e Isola, Figini e Pollini, Gardella, ecc..  Una urbanistica “illuminata”, europea, sapiente, che ha tenuto conto di generare un paesaggio (dialogando con la sia storia) in cui costruito e spazi verdi, consentono, assieme, di inserirsi nella “scenografia alpina”, che caratterizza lo “sfondo” di Ivrea. Insomma il meglio dell’architettura moderna e dell’urbanistica industriale “illuminata” italiana. Il tutto ben indicato e descritto in apposite “stazioni” informative.

http://www.mamivrea.it/collezione/mappa.html

http://www.mam.ivrea.it/visita/visita.htm

Palazzo per Uffici 2 – Gino Valle 1988

Edificio 18 alloggi – Nizzoli + Oliveri 1955

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Case unifamiliari per dirigenti – Figini + Pollini 1948

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Unità residenziale Ovest (Talponia) – Gabetti + Isola 1971

Stabilimenti ICO/Olivetti – Figini + Pollini + Vittoria + Fiocchi 1939 / 1949 / 1957

Centro servizi – Figini + Pollini 1942

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Dedicato ad Adolf Loos


Scriveva Ernesto Nathan Rogers, allora direttore della rivista di architettura “Casabella – Continuità”, nell’editoriale al numero monografico dedicato al maestro viennese,  Adolf Loos (n. 233 del novembre 1959) : “Non si può intendere la portata dell’opera di Loos, come di ogni altra personalità di grande valore, se non localizzandola nel suo tempo, cioè nei suoi limiti storici; bisogna considerare la sua influenza nell’ambiente dove ebbe più diretta responsabilità: poi i suoi immediati successori e, infine, valutarne la posizione presente, sia fra coloro che hanno consapevolezza della sua importanza, sia fra quelli che agiscono per effetto delle energie di rimbalzo, più o meno passivamente. Tutto ciò consente di ridimensionare la figura dell’architetto viennese e di storicizzarla ai fini della nostra attività: che è il modo migliore per riportare la storia alla vita, d’innestarla nel tronco dell’esistenza; di comporla con le energie propulsive in un inesauribile fluire dove le mutazioni non risultano da atteggiamenti subitanei, arbitrari ed effimeri ma si radicano nel solco continuo della tradizione, cioè di una esperienza culturale intesa dinamicamente e creativamente.”

Poi lasciava alla sua redazione sviscerare la personalità dell’eclettico Adolf Loos. Una redazione che letta oggi, sembra la formazione di un “dream team” : Capo Redattore – Vittorio Gregotti; Segretaria di redazione – Julia Banfi; Impaginazione – Gae Aulenti; Comitato di redazione – Giulio Carlo Argan – Roberto Guiducci – Pier Luigi Nervi – Enzo Paci – Ludovico Quaroni – Filippo Sacchi – Giuseppe Samonà – Marco Zanuso; Centro studi – Aldo Rossi – Luciano Semerani – Francesco Tentori – Silvano Tintori . Un “dream team” che nei successivi decenni monopolizzerà completamente la cultura architettonica italiana, nel bene e nel male (tanto). Rendendola soprattutto asfittica e non ossigenata, fatto che ha come determinato un “ritardo” dell’architettura italiana, rispetto a quella degli altri paesi europei, soprattutto nella formazione delle nuove leve.

Un “frammento” del n. 233 di Casabella – Continuità

Adolf Loos con il poeta e filosofo Peter Altenberg a Vienna nel 1918

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Un’architettura a tempo ?


Da Expo 2015 S.p.a. è  da poco, stato lanciato, il concorso di idee internazionale, per “Architetture di servizio – Principi di sostenibilità per un’architettura a tempo”.

(http://architettureconcorsi.expo2015.org/).

La lettura del bando promuove un’architettura di questi edifici, finalizzata ad un’alta sostenibilità, ma il tutto è come contraddetto da alcune scelte molto discutibili dell’estensore. Innanzitutto, la loro dimensione, queste lunghe stecche (classificate con H1) di 15 metri per 166 metri, alte due piani (Pt + 1°P = 7 metri), contenenti : ristoranti, bar, uffici, negozi di merchandising, centri di assistenza tecnica, primo soccorso, soccorso antincendio, servizi igienici, magazzini e depositi, ecc., rappresentano, indipendentemente dall’architettura lignea o meno  che avranno, dei veri e propri “muri”. Muri, ecologici, smontabili, ma che in numero di 13, fanno ben prevedere la dimensione “impattante” dell’intervento e soprattutto le aspettative di pubblico attese dall’organizzazione. La cosa più inquietante di queste stecche, sono gli interrati, di cui si danno già i dettagli costruttivi e le caratteristiche, in quanto essi, penetrando nel terreno, costituiranno, di fatto, un vero e proprio vincolo alla futura “demolizione” di tutti questi edifici, ed anche delle architetture di servizio. Ci saranno poi i padiglioni delle singole nazioni (69 hanno già ufficializzato la loro partecipazione), gli info-point, altri edifici di servizio. Già viene chiaramente identificato lo stadio per la musica e gli eventi, che Giuliano Pisapia si è già “venduto” durante la recente comparsata alla trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Degli orti planetari, di boeriana (e splendida) memoria, non vi è più nessuna traccia. Il grande Orto Botanico, è ormai compresso ad una dimensione irrisoria, ridicola. Tutto fa pensare che di quel 52% di verde, previsto dall’accordo tra privato e pubblico, non rimarrà granchè.

Ma la cosa più inquietante è l’uso che si farà di queste stecche. I ristoranti, sono descritti,  per garantire una produzione veloce di cibo, come dei self service: o meglio, dei fast-food. Tanto che nel bando e negli allegati per descriverne gli spazi funzionali, si scrive : “Grande locale per la ristorazione in grado di offrire un servizio variegato e rapido ad un basso prezzo. Il visitatore si serve a diverse “isole” che offrono differenti piatti, poi paga alle casse e si siede nella sala al piano terra o al primo piano. Le basi dei cibi sono preparati nel locale cucina; la maggior parte dei cibi richiede solamente il rinvenimento (ndr. in quanto congelati) o la cottura, che avvengono nelle isole in presenza del pubblico.”. Ma il tema non doveva essere “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”, qui, invece,  sembra un inno al “mangiare veloce”, ai “trash food”, alla cultura degli ipermercati, dei Noodles liofilizzati .

Ma allora ci stanno prendendo in giro “alla grande”, di tutto il preziosissimo lavoro di Carlin Petrini, sul cibo “slow”, sul mangiare sano e naturale, per promuovere, nel mondo grazie Expo 2015, “l’eccezionalità” eno-gastronomica dell’Italia, cosa rimane…….NULLA !

Forse si spera di “recuperare” il tema di Expo 2015, in pallossissimi convegni, oppure magari facendo “giocare” i visitatori, come nei grandi parchi di divertimento; sarà un’Expo, dove il pubblico è partecipe (se viene a queste condizioni), ma “di fatto assente”, allontanandolo dall’essere coinvolto da un “missione” tesa, sul serio, a sconfiggere la fame nel mondo, a ragionare su di essa. Ogni stecca, e ce ne sono 13, ha un costo previsto di circa 6 milioni di euro, quanti milioni di persone si sarebbero affrancate dalla fame con ognuna di esse ?

Spero, poi, se “fiasco” sarà, che qualcuno, magari i Cittadini, chiedano la “testa” di coloro che hanno operato queste scelte dissennate e scellerate, e sperperato il denaro pubblico, come avviene in ogni democrazia.

CIO’ CHE E’ SCRITTO IN QUESTO BANDO, SONO “BAGATELLE PER UN MASSACRO”, EXPO 2015 SARA’ UN “BAGNO DI SANGUE”.

L’orto botanico

Canale – Naviglio

Lo stadio/Teatro (caro a Pisapia)

Housing sociale (per chi?)

Le serre di notte

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Il campo esteso


Elaborare la salvaguardia del paesaggio è porre al centro l’esperienza diretta dell’osservatore, per dare ad un “luogo”, perchè il paesaggio è una sommatoria di luoghi, un contenuto emotivo. Bisogna stabilire una “alleanza con la natura”, che crei una sintonia emozionale, in cui, necessità antropiche ed ecologia procedano di pari passo, ricostruendo un rapporto di profondo rispetto, proprio per la natura. Salvare il paesaggio significa guardare in faccia al pericolo; come scrive Holderlin : “….dove il pericolo è come pericolo, già fiorisce anche ciò che salva. Che però non cresce nei dintorni. Ciò che salva non sta accanto al pericolo. E’ il pericolo stesso, ove vi sia come pericolo, che salva. Il pericolo è ciò che salva in quanto trae ciò che salva fuori dalla propria essenza ascosa (ndr. nascosta), involuta ma svolgibile. Che cosa significa salvare? Sciogliere, affrancare, trarre in scampo, preservare, custodire, proteggere, salvaguardare”

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L’architetto del paesaggio


Riva del Garda vista dal Ponale

Il Bastione di Riva del Garda

Il Vittoriale degli italiani a Gardone Riviera

Nel 1921, Maroni Giancarlo (Arco, 1893 – Riva del Garda, 1952), esimio architetto di Riva del Garda, conosce D’Annunzio Gabriele. Maroni era stato chiamato ad occuparsi dei lavori di sistemazione della Villa di Cargnacco (appartenuta allo storico dell’arte tedesco Henry Thode),  un luogo ameno dominato da una ricca vegetazione di Ulivi, Cipressi e Oleandri, nelle immediate vicinanze di Gardone Riviera, che diverrà il sito, dove Gabriele D’Annunzio aveva deciso di trasferirsi a vivere. Inizia così una liaison intellettuale, con “il Poeta”, che tra alti e bassi, durerà per tutta la vita.  Con il trascorrere degli anni,  il ruolo di Giancarlo Maroni non si limiterà soltanto a quello di architetto del “Poeta”, ma, progressivamente acquisirà sempre più importanza, svolgendo anche i ruoli di segretario e di amministratore di D’Annunzio. In alcuni carteggio tra i due  addirittura si legge : “Tu sei tra i pochissimi – scrive D’Annunzio – che sappiano amarmi”.

Si succedono così, nel corso del tempo,  continue ed ininterrotte opere di trasformazione, di abbellimento e di ampliamento, di “modellazione paesaggistica”, della Villa di Cargnacco, che renderanno irriconoscibile il luogo originario. Si attua così, con la complicità dei due, una vera e propria opera di trasformazione paesaggistica che D’Annunzio dona nel 1923 alla Nazione, come “Vittoriale degli Italiani”. Si tratta, secondo me, non di un’opera esclusiva del “Sommo Poeta”, come i più descrivono, ma invece, in realtà, la maggior parte del merito spetta a Giancarlo Maroni.

Infatti l’architetto di Riva del Garda, ha di base una colta preparazione umanistica, e si forma professionalmente a Milano dove studia presso la Scuola Speciale di Architettura dell’Accademia di Belle Arti di Brera (tra i suoi insegnanti ci sono l’architetto Gaetano Moretti e il pittore Alcide Davide Campestrini), e lavora presso alcuni studi professionali. Dopo la scuola milanese, Maroni ritorna a Riva del Garda, divenendone insieme al fratello Ruggero, uno dei maggiori architetti. Infatti a partire dal 1919, inizia una costante produzione di edifici, dovuti alla necessità di ricostruire la città del Lago, pesantemente bombardata, durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18): la Canonica Arcipretale (1919); la Casa Marzani-Parteli (1920) la ristrutturazione dell’Hotel Sole (1922-25); la centrale idroelettrica del Ponale (1926); la Spiaggia degli Olivi che fu inaugurata il 3 giugno 1934; lo Stadio Di Riva, il faro e la darsena. Anche quì a Riva, Maroni, costruirà, con i suoi progetti, una “struttura paesaggistica” in grado di restituire una nuova immagine della città. Una struttura altamente scenografica, di chiara impostazione decò, come era il Vittoriale, con una forte ridondanza e ripetitività degli elementi architettonici classici, ma che ancora oggi, quà e là, presenta spunti del nascente proto-razionalismo europeo. Morto D’Annunzio, Maroni, rimase al Vittoriale fino alla sua morte (divenendone nel 1937 il curatore), completandolo con alcuni edifici. Alla sua morte, nel 1952,  fu sepolto nel Mausoleo del Vittoriale.

Quì sotto una mappa di Riva del Garda con gli edifici citati nell’articolo

Quì sotto alcune immagini degli edifici di G. Maroni a Riva del Garda

Centrale idroelettrica


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Pura paglia



La paglia è un prodotto agricolo costituito dai fusti dei cereali, una volta finita la maturazione della pianta. E’ un prodotto di scarto dell’agricoltura, dato che è ciò che rimane dei cereali dopo la trebbiatura. I principali cereali che danno luogo alla paglia, sono: grano tenero, grano duro, orzo, avena, riso, miglio, segale e farro. La paglia, viene di solito compressa e imballata da appositi macchinari in balle (parallelepipedi lunghi circa 90 – 120 cm) o in rotoballe cilindriche (con diametro variabile dai 120 ai 200 cm), con densità di compressione da circa 90 kg/m3 a 180 kg/m3. È formata soprattutto da cellulosa, lignina, cere, minerali e silicati, per questo motivo si decompone molto lentamente, ma è comunque necessario tenerla al riparo della pioggia, possibilmente in luogo aerato, per evitare lo sviluppo di muffe. La paglia costituisce circa la metà della biomassa aerea di un raccolto di orzo, avena, riso, segale o frumento.

Costruire una casa, un’abitazione, utilizzando quale tamponamento perimetrale, la paglia, significa quindi soprattutto mettere, questo materiale di scarto, nelle condizioni migliori, per preservarsi nel tempo. Poi, se, come nel caso che andremo ad analizzare, si cerca anche di fare un’architettura che si implementi nel paesaggio, bisogna trovare un giusto equilibrio tra estetica e tecnologia.

Si tratta di un progetto realizzato nel 2006, a Lana (Bolzano), per tre unità abitative dell’agriturismo Esserhof. Edificato in soli 5 mesi, tra la primavera e l’estate. Un edificio molto interessante, sia per gli aspetti tecnologici, sia per gli aspetti compositivi e di inserimento nel paesaggio agricolo ameno della periferia di Lana. Il progetto è frutto di una intensa collaborazione tra due architetti svizzeri, Werner Schmidt e Margareta Schwarz, esperti di costruzioni in paglia, in connubio con i proprietari. Si tratta di un progetto in cui i materiali naturali, bioecologici, vengono spinti al massimo, sia all’esterno, che all’interno, per ricreare nelle forme e negli ambienti una sensazione di accoglienza, che disvela la natura di alta sostenibilità di tutto l’edificio. Gli alloggi dell’agriturismo (di circa 39 mq cadauno) hanno un assetto planimetrico rivolto verso sud, con ampie vetrate schermate da pergole, mentre a nord risultano quasi completamente chiusi dalle murature in paglia e legno. Le murature sono spesse 90 cm, realizzate con balle di paglia da circa 90 – 120 cm sovrapposte, sono tenute insieme da nastri tesi di polietilene, poi intonacate di calce ed argilla. Questa massa, ha una capacità termica molto efficiente (coefficiente di trasmissione termica U=0,06W/mqK), tanto che non è necessario nessun tipo di riscaldamento. Anche il solaio ed il tetto, di circa 60 cm è completamente coibentato in paglia. Il vespaio areato è l’unica opera realizzata in cemento armato.

Principio base della progettazione delle case realizzate a Lana, é ” l’architettura organica”, la ricerca quindi di una fusione totale con la natura, ricercando forme tipiche di essa, e il perfetto inserimento nel paesaggio. I prezzi dell’agriturismo sono molto interessanti e Lana offre numerose occasioni di cultura e svago nella natura. Il progetto ha ricevuto nel 2007, il secondo premio Per l’architettura in Alto Adige ed è classificato CasaClima per la categoria A+.

Agriturismo Esser Norbert

http://www.esserhof.com/it/wohlfuehlen.html

Progettisti

http://www.atelierwernerschmidt.ch/

http://www.archschwarz.com/

Una Mappa di Lana


Pianta di un alloggio tipo

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Lego, Lego, Lego………


Lego Architecture è un sotto-marchio della gamma di prodotti del giocattolo di costruzioni Lego di origine olandese, che mira a “santificare” il passato, presente e futuro dell’architettura attraverso il mitico ed intramontabile mattoncino Lego. Il marchio, lanciato nel 2010, comprende una serie di Lego ideati ah hoc da Adam Reed Tucker (architetto/artista), e contengono ciascuno i pezzi e le istruzioni per costruire un modello di un famoso edificio architettonico in micro-scala. Si va da qualche decina di pezzi alle centinaia, da 60/80 dollari a 100/200 dollari. Ora, visto il successo, si può anche votare in rete le prossime “uscite”

Adam Reed Tucker, l’architetto di questa “nuova frontiera del giocattolo”, si è laureato in Architettura alla Kansas State University nel 1996.  Mentre studiava, ha cercato un metodo per unire le sue due passioni di arte e architettura, fu allora che  ebbe l’idea geniale di utilizzare i mattoncini della Lego. In poco tempo, ha fondato Brickstructures, Inc., ed ha incominciato a progettare e costruire modelli di monumenti ed edifici famosi. Il suo lavoro fu notato ed apprezzato dal Gruppo Lego, e insieme hanno formato una partnership per lanciare alcuni dei suoi modelli con il marchio Lego Architecture.

E’ così che la casa Fansworth di Mies, la casa Robie di Wright, ecc. diventano dei giocattoli in mattoncini, dei piccoli “cavalli di Troia”, che però diffondono la cultura architettonica, il piacere per delle forme belle, moderne, attuali, insomma la “passione” per la vera salvaguardia del paesaggio.

E’ un’idea trasversale, interessa ai più piccoli, ma anche ai genitori, molti diventano collezionisti. Stà nascendo una vera e propria mania, che rilancerà ulteriormente il prestigioso marchio, a livello mondiale.

Ora la nuova frontiera della Lego è costruire, con i mattoncini oggetti sempre più sofisticati e complessi, nei filmati qui sotto, ne trovate alcuni. Ovviamente i costi lievitano, ma si stanno formando anche dei veri e propri gruppi di ricerca in merito. Presto vedremo un robot, rigorosamente di mattoncini, che si muove con il telecomando.

Il mio amico Frank (sapiente suggeritore di questo articolo), che è un duro boscaiolo canadese, ma che fa l’architetto a Milano, stà letteralmente impazzendo per questa nuova forma di uso dei mattoncini, ed anch’io in merito non stò molto bene…….Architettura, che passione!

Lego architetture

http://architecture.lego.com/

Vota la prossima architettura in Lego

http://architecture.lego.com/en-US/inspire-us/?vote={0413ED0C-9877-427E-A07E-131DA6C9C6CC}&uid=f14a98a94dadc3ec

Lego 3D filmato

Il link dei Lego Park

http://www.lego.com/eng/legoland/

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Giacomo Sterlina


Alla fine dell’anno 1989, mi trovavo a Londra in compagnia di una gentile collega, che poi sarebbe diventata mia moglie. L’obbiettivo era duplice, visitare la città e soprattutto, per ambedue, visitare le architetture di un signore nato a Glasgow, che aveva “sconbicchierato” le regole dell’architettura moderna. Ma la prima tappa londinese, obbligata per ogni architetto, fu la casa – museo di Sir John Soane, al numero 13 di Lincoln’s Inn Fields (http://www.soane.org/). Alla fine della visita, affascinati ed ebbri, dai “deliri” collezionistici e degli “equilibrismi” stilistici di questo grande architetto inglese (tra Settecento e Ottocento), ci recammo, quasi per reazione, a visitare la Whitechapel Art Gallery (http://www.whitechapelgallery.org/), progetto di ampliamento e ristrutturazione di Colquhoun, Miller and Partners, completato nel 1984. Li, si teneva una mostra di arte moderna concettuale, che ci sembrava essere la giusta contrapposizione all’attività di Soane. Si accede alla Whitechapel, dal vecchio portale della galleria, progettata da Harrison Townsend nel 1898 e completata nel 1901. Dopo l’entrata ed una piccola reception, si passa ad una grande sala  (Main gallery), che consente anche di avere accesso ad una serie di sale minori e ad un piccolo “Lecture theater”. Dalla grande sala, una scala rettilinea ampia e molto ben disegnata, conduce alle sale dei piani superiori (Mezzanino, primo e secondo piano). Percorsi i primi gradini, sulla cima della scala (illuminata in sommità da un grande lucernario), apparve una scura ed imponente figura, seguita da un’altra piccola e minuta. Mentre costoro scendevano, noi salivamo. A metà, ci incontrammo, ed ambedue i piccoli gruppi furono costretti a fermarsi, soprattutto per colpa della figura imponente, alta e di una obesità pazzesca. Costui, corpulento e pallido, mentre ci facevamo vicendevolmente le scuse : “Sorry….sorry”, mi accorsi avere dei tratti somatici conosciuti. Mi ci volle poco a capire che si trattava di James Sterling, l’architetto, per il quale avevamo progettato quel viaggio. La mia compagna dopo alcuni sorrisi, ripartì verso l’alto, io seguii l’omaccione, come stregato. Nel mio precario inglese, sfacciatamente, dopo una breve presentazione, ed essermi accertato che fosse proprio lui, gli chiesi come mai era lì. Mi rispose : “Caro amico, bisogna vivere nel cuore della professione, capendo le ragioni anche delle architetture altrui. Perché l’architettura è un’amante sfuggente per venire conquistata senza dedicarle costanti attenzioni”. Poi mi parlò della sua passione per l’Italia, per il paesaggio, per il cibo, per l’architettura, ma soprattutto per la gente. Goloso amava particolarmente i dolci. Infine, molto gentilmente, sorridendomi e salutando, si congedò, e sparì, con il suo accompagnatore, in direzione dell’uscita.

James Stirling muore a Londra il 25 giugno del 1992, a seguito delle complicazioni durante una banale operazione. L’ultima costruzione portata a termine prima della morte è la libreria nei giardini della Biennale di Venezia (completata nel 1991), disegnata in collaborazione con Thomas Muirhead. Nel 1981, Stirling vinse anche il Pritzker Prize per l’architettura. Fu probabilmente il maggiore interprete dell’architettura moderna, evolvendola e rinnovandola. Si accalorava quando i più, appellavano banalmente, la sua attività come post-moderna . L’edificio che fu apice della sua attività progettuale è certamente la Neue Staatgalerie di Stoccarda (http://www.staatsgalerie.de/) del 1983. Si tratta di un intervento di ricostruzione del paesaggio urbano della città della Germania, che genera una serie sorprendente di occasioni spaziali e di relazioni tra le parti urbane, con chiari riferimenti alla memoria paesaggistica delle città italiane.

Una mappa dei luoghi dell’articolo a Londra

 

Una mappa dei luoghi dell’articolo a Stoccarda

 

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