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Gli interni in Piano Renzo


Mi sono chiesto più volte, se l’immagine esterna di un edificio, deve anche riflettersi negli interni, oppure le due immagini devono necessariamente divergere. Ad esempio in Piano Renzo, quasi sempre l’esterno è indipendente dagli interni, che sono sempre rigorosamente semplici accoglienti, minimalisti, ma “caldi”. Un caso emblematico e il Zentrum Paul Klee di Berna, dove ad un esterno “tecnologico”, che però riesce a creare, con le sue forme, una “liaison” con il paesaggio, divenendone quasi un’appendice interpretativa indispensabile; corrispondono degli interni, che in fin dei conti sono sempre i soliti. Gli stessi del “Sole 24 Ore” di Milano, della sede del “New York Times” a New York, del “Beyeler Museum” a Basilea/Rheien. Anche qui a Berna, prestigiosi pavimenti lignei chiari, pareti semplici a tinte tenui con colori solo laddove necessari per evidenziare qualcosa, corpi illuminanti “tecnici” con coni luminosi soft, porte massicce e pesanti ma comode da movimentare. Tanta attenzione per l’acustica, sia nei controsoffitti che nelle dotazioni impiantistiche. Molta cura negli aspetti di “microclima interno”, sia nella ventilazione che nella climatizzazione. Tanta luce naturale controllata da tende e frangisole. Spesso in Piano Renzo, sono le finestre, con le loro “inquadrature paesaggistiche” a determinare una tensione, una relazione tra interno ed esterno. Anche gli arredi, sempre in legno chiaro, sono essenziali “puliti”. La parte migliore sono i servizi igienici (sempre studiare come vengono realizzati da queste archistar, infatti qui spesso si hanno delle sorprese), che sono il punto dove Piano Renzo, concentra tutta la ricchezza, l’opulenza nell’uso dei materiali e degli accessori, ma anche qui senza “imboscate”, come invece spesso avviene con Herzog & de Meuron o Jean Nouvel.

Dichiara lo stesso Piano Renzo, riferendosi alla sua maniera di fare architettura : “Più elimino il superfluo, più ottengo economie dei materiali. Più riduco i materiali, più mi avvicino alla natura ed entro in contatto con la luce e il vento. La qualità di un edificio dipende in gran parte da una buona illuminazione e dagli effetti piacevoli della ventilazione.” (Renzo Piano – Intervista a cura di Luigi Prestinenza Puglisi in Luminous 3/2009), ecco io credo che in questa operazione di “sottrazione” di “eliminazione”, stia il segreto della così detta architettura degli interni. Infatti poi, spesso, saranno gli utenti ad aggiungere il superfluo, personalizzando lo spazio a loro piacimento.

 

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Gipsoteca


Antonio Canova (nato il 1 novembre 1757) morì a Venezia il  13 ottobre 1822, mentre era a casa di un suo amico , in una tappa del suo viaggio intrapreso per far ritorno a Roma.

Il tempio sepolcrale che custodisce le sue spoglie è a Possagno, in provincia di Treviso, suo paese di nascita dove egli stesso, alcuni anni prima di morire, nel 1819, progettò personalmente e fece costruire a sue spese Il tempio.

Il suo cuore è conservato all’interno del cenotafio che i suoi allievi, gli vollero dedicare a Venezia, in Santa Maria Gloriosa dei Frari.

La casa natale di Antonio Canova è oggi diventata a Possagno un museo “particolare” che raccoglie la pinacoteca dell’artista veneto, alcuni disegni, le incisioni delle opere e numerosi cimeli. Accanto alla casa, sorge la maestosa Gipsoteca canoviana, un enorme edificio a forma basilicale, voluto dal fratellastro dell’Artista, ed unico erede, Giovanni Battista Sartori, e progettato (1836) dall’architetto veneziano Francesco Lazzari (1791-1871) per raccogliere i preziosissimi modelli in gesso, i bozzetti in terracotta, alcuni marmi che si trovavano nello studio dell’artista a Roma al momento della sua morte.

La Gipsoteca canoviana fu ampliata nel 1957, nell’occasione delle celebrazioni del duecentesimo anniversario della nascita dell’Artista, con una nuova addizione, progettata dall’architetto veneziano Carlo Scarpa (1906-1978). Un’opera magnifica in cui scultura ed architettura, si fondono nella luce, che abilmente lo Scarpa, ha saputo magistralmente gestire, per valorizzare al massimo le opere di Canova. I pavimenti degradano leggermente, quasi a seguire l’andamento naturale del terreno, la pianta è a forma di cuneo e si insinua tra la Gipsoteca esistente, gli angoli del soffitto sono smaterializzati per divenire degli “occhi di luce”. Gli intonaci chiari sono trattati per sembrare ruvidi e grezzi, quasi a contrastare la bianca lucidità delle opere scultoree canoviane. Dettagli “estremi” ed azzardati, frutto di elucubrazioni sofisticate di un sapiente dell’archi-scultura, praticata da Scarpa, molto prima di chiunque altro, difatti l’edificio fa acqua dappertutto : dal tetto, dai serramenti, ecc.. D’altronde chi fa ricerca ed innovazione linguistica, in architettura, rischia molto. La Gipsoteca Canoviana di Possagno (Treviso) è uno di quei posti assolutamente da visitare, perchè permeato dovunque della “magia dell’architettura intelligente”.

http://www.museocanova.it/index.php?option=com_content&view=article&id=56&Itemid=62&lang=it

La raccolta delle centinaia di gessi conservati nella Gipsoteca di Possagno consentono di restituire il duro lavoro, meticoloso e gravoso che Canova profondeva nelle sue opere, e che ne hanno fatto un maestro assoluto. Le statue infatti non nascevano quasi mai dalla lavorazione intuitiva del marmo, ma dopo un metodico e precisissimo studio, dal disegno all’argilla, dal gesso al marmo. Il modello in gesso, in particolare, veniva realizzato con una colata su un “negativo” ricavato dalla precedente opera in argilla; nel gesso venivano applicati una miriade di chiodini di bronzo, tuttora visibili nelle statue di Possagno, che consentivano con un apposito e sofisticato pantografo, di trasferire le misure e le proporzioni del gesso nel marmo.

Inoltre Canova lavorava in “simbiosi” con i suoi collaboratori, che inizialmente sbozzavano la scultura, poi lui di persona, la rifiniva, con gli ultimi ritocchi, levigando e dando la forma con le “azioni” più adatte. Le sculture sembrano vere perché impregnava la spugna nell’acqua del secchio con i suoi strumenti sporchi la passava sul marmo poroso ed infine ci metteva la cera dando così il colore dell’incarnato.

Nel giardino davanti alla casa, tuttora coltivato secondo le modalità e con le essenze arboree del tardo Settecento, vive ancora oggi una grande Pino italico (Pinus Pinea), piantato dallo stesso Canova nel 1799.

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Museum der Kulturen


Per cultura, in generale s’intende un insieme di funzioni, di usi, di convenzioni che regolano l’agire umano. La cultura trova espressione nell’azione. Una cultura è anche adattamento all’ambiente.

La cultura è la forma che assume la coscienza nel corso dello scambio che l’uomo ha con la natura esterna e con la propria. Anche la propria natura gli si presenta (all’uomo) come estranea nella misura in cui è già costituita. Alla natura esterna e alla natura interna si aggiunge, nel corso dello sviluppo, la natura sociale che gli si presenta altrettanto estranea.

A seconda della natura dello scambio con la natura e con se stesso, la cultura assume, per le società umane, forme diverse : magiche, religiose, filosofiche, letterarie, artistiche, scientifiche, teoriche. Poiché la cultura non ha un rapporto con se stessa bensì con la realtà che riflette.

Museum der Kulturen Basel, ha di recente (novembre 2011) assunto una nuova identità  nel cuore della città medievale di Basilea. Moderne, eleganti sale espositive inondate di luce invitano a passeggiare e guardare, ad informarsi. Un’idea dello studio di Basilea Herzog & de Meuron : un tetto in piastrelle esagonali di ceramica (fatte a mano) dalle forme plastiche ed accattivanti, consente al vecchio edificio neoclassico del 1849 di Melchior Berri , che fu il primo museo costruito nella Svizzera tedesca, di acquisire così, una nuova identità. Vi si accede dalla piazza del Muster, attraverso una cortina di edifici storici. La corte è stata trasformata in una piazzetta degradante con una “pavimentazione a texture” (mattoni klinkerati), che conduce all’ingresso del museo. Gli spazi interni nuovi, sono comodi ed accoglienti e si integrano perfettamente con le parti esistenti dell’edificio. Magnifiche le finestre “di paesaggio” che consentono di osservare i tetti e gli edifici del centro storico di Basilea, facendo del museo un’architettura di “stanze con vista”.

http://www.mkb.ch/de.html

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Lo studio


Lo spazio dove si crea è spesso l’immagine stessa di ciò che viene creato. E’ la cifra stilistica del proprio mestiere. Lo studio di Basilea delle archistar Herzog & De Meuron, non si discosta da questa regola. Di fatto lo studio è una specie di piccolo villaggio, una cittadella, vicinissima al Fiume Reno, entro cui, più edifici, di diversa natura, contribuiscono a  creare quella dimensione spaziale che è l’anima stessa del mestiere di architetto. Recentemente, verso il grande fiume, è stato realizzato un edificio finestrato, pluripiano, che fa “espandere” ulteriormente lo spazio di questo villaggio della creatività. Dentro, su tavoli lignei spartani ed essenziali, computer, materiali e moltissimi plastici di studio. Tutto è essenziale, quasi minimalista. Qua e là materiali, pezzi di edifici, ogni stanza, un progetto. L’ingresso è costituito da una casa borghese storica, con tetto a falde, che dall’esterno non sarebbe possibile ipotizzare quale studio professionale. Appena si entra si è distratti da una teoria di case, ognuna diversa dall’altra (anche per altezza ed epoca di costruzione), tutte con una funzione diversa. Le case sono collegate fra loro da una serie di verande, corridoi, cortili, e pergolati che ne fanno uno studio assolutamente non convenzionale: un “piccolo villaggio anomalo” in cui lavorano oltre duecentotrenta giovani architetti provenienti da tutto il Mondo. Lo Studio personale di Jacques Herzog, si trova in una villa bianca (pennellata in alcuni punti di argento) quasi al centro del “villaggio”.

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Baci perugina


Molto vicino allo stabilimento della Perugina (quella dei baci), nel quartiere di San Sisto, si trova la mediateca Sandro Penna. Questo edificio è stato progettato dal Milanese Italo Rota, e vuole essere un centro di aggregazione multimediale moderno, oltrechè sociale. La sua principale caratteristica è un design “prestante” accattivante, quasi sfrontato: direi “una folle ridda di luci” e di colori. L’edificio ha infatti la forma di un disco (non volante) a tre piani, interamente vetrato, e spunta dal suolo sfruttando la orografica naturale pendenza del suolo. La mediateca è anche supportata da due teatri: il primo, con 250 posti al primo livello ed un secondo, più piccolo, al terzo piano, strutturato come uno spazio flessibile, per i laboratori artistici dei bambini. Tutta la mediateca, nonostante la forma “aliena” risulta ben progettata per accogliere “utenti” differenti, con funzionalità.  Ai bambini è dedicato il terzo livello, arredato con colori e materiali appositi per stimolarne la creatività. Sempre quì, per gli utenti interessati ai contenuti multimediali, dai video a internet, sono state create apposite postazioni per una fruizione appagante e completa. L’illuminazione di tutta la struttura è molto azzeccata, e realizzata in modo da sfruttare appieno la luce naturale, che penetra nell’edificio attraverso grandi vetrate e lucernari con vetri rosa schocking, colore che, a detta del progettista, favorisce il rilassamento e la concentrazione.

E’ questo un esempio di intervento, ma a Perugia ve ne sono molti altri, anche nel centro storico o in adiacenza ad esso, dove non ci si è puramente ripiegati su se stessi, alla ricerca di una salvaguardia di un paesaggio, che quì a San Sisto, pur essendo mirabile, non avrebbe senso, ma appositamente, con la forma ed i colori, si è creato un “contrasto”, che aiuta proprio alla lettura didattica del paesaggio. A Perugia, oltre ad Italo Rota, altri architetti quali : Jean Nouvel, Aldo Rossi, Studio HOF, ecc., dimostrano, che spesso forme, poetiche e materiali del passato, possono tranquillamente accostarsi, a forme, poetiche e materiali della contemporaneità, senza necessariamente fare “muro contro muro”. Il paesaggio è l’emozione che ci coglie quando, percepiamo un’armonia, spesso soprattutto di contrasti , una sintesi emozionale e sensoriale tra “diversi”. Quando cogliamo la prospettiva di un equilibrio possibile tra uomo ed ambiente nella loro assoluta diversità. Il paesaggio è quindi un’alchimia sapiente di contrasti, tra artificiale e naturale, tra passato e futuro.

http://www.studioitalorota.it/pages-projects/biblioteca-sansisto.html

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In mezzo scorre il fiume (Terragni vs Bottoni)


A Milano, Corso Sempione, è un’arteria di notevole importanza, non soltanto viabilistica. Il nome di Corso Sempione, asse stradale monumentale realizzato in epoca napoleonica sul tracciato della storica via del Seprio, deriva dal toponimo della porta Sempione, erede dell’antica porta Giovia.

L’Asse stradale  si dirige verso nord-ovest, in direzione del Passo del Sempione (lo Svizzero Simplon-Kulm 2005 metri di altitudine). E’ quindi un’arteria storica di importanza Nazionale e Internazionale, che consentiva i rapporti soprattutto commerciali, con i paesi d’oltralpe innanzitutto Francia e Svizzera . Di fatto l’Asse del Sempione è da sempre un’arteria di paesaggio, che ha regolato, nel corso del tempo, lo sviluppo di questa parte della Lombardia, che oggi è di fatto è divenuta,  una Città-Infinita intensamente costruita, di quasi un milione di abitanti, che raggiunge il Lago Maggiore.

Il tracciato urbano di penetrazione dell’asse, nel corpo cittadino di Milano, non fu mai realizzato, a causa dell’utilizzo protratto della Piazza d’Armi, poi trasformata in Parco Sempione. Verso la campagna, il Corso Sempione terminava al rondò della Cagnola (in fondo al Corso, ora Piazza Firenze), realizzato per consentire l’inversione delle carrozze a cavalli dei nobili a passeggio, secondo gli usi del tempo. Più oltre la strada si biforcava, confluendo con due brevi tronchi sulle preesistenti strade Gallaratese e Varesina.

Con gli Austriaci, l’Asse del Sempione perse importanza, sostituito dall’asse diretto verso nord-est, in direzione della Villa di Monza (attuali corso Venezia, corso Buenos Aires e viale Monza). dopo l’Unità d’Italia il corso Sempione venne addirittura tagliato a livello da due linee ferroviarie: nel 1870 quella per Vigevano (soppressa poi nel 1931) e nel 1879 quella per Saronno (portata in trincea nel 1929.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nonostante la costruzione di numerosi edifici residenziali anche di prestigio, il corso ha mantenuto fino ad oggi un aspetto dimesso: anche il tratto più prossimo all’Arco della Pace, che ha “subito” un nuovo arredo urbano progettato dall’arch. Vittoriano Viganò, negli anni ottanta del Novecento, ha conosciuto un rapido degrado.

E’ questo un asse che come abbiamo detto costituisce anche un “disegno” urbanistico che costruisce l’intorno di un intero settore del tessuto urbano, quasi fosse un “fiume” che penetra nel disegno radiocentrico di Milano.

Non a caso, proprio qui, due edifici: Casa Rustici di Lingeri e Terragni (1933/36) e il Palazzo INA di Piero Bottoni (1953/1958) si confrontano, quasi l’uno di fronte all’altro, proprio a significare il duplice tentativo, ambedue andati perduti, di dare a Milano, un futuro urbanistico “importante”, da grande metropoli, a questa città di fatto “piccola” non soltanto nei numeri, ma soprattutto nei suoi amministratori.

Foto di Laura Montedoro

Casa Rustici (Corso Sempione 36), nel progetto di Terragni e Lingeri, si individuano elementi tipologici e compositivi molto innovativi (finestre molto ampie, logge a passerella, tetto terrazza, ecc.), assenti nelle altre realizzazioni del “duo” delle altre cinque case milanesi costruite, maggiormente condizionate dai vincoli imposti dai rigidi regolamenti edilizi milanesi. Di fatto la Casa Rustici è il primo intervento di un quartiere che dopo la dismissione della cintura ferroviaria intendeva realizzare uno splendido, modernissimo quartiere, teso a proiettare Milano maggiormente in Europa, ed a livello con l’architettura e l’urbanistica contemporanea degli anni Trenta. Il progetto verrà respinto nove volte, soprattutto per la presenza delle logge passerella, considerate un pesante limite all’apertura dello spazio del cortile. 

Immagine tratta da : http://www.soa.syr.edu – casa.rustici.plans.sm.gif

L’area oggetto dell’intervento INA di Bottoni (Corso Sempione 33), invece, era sottoposta ad un piano particolareggiato in attuazione del piano regolatore approvato nel 1953. Negli studi preliminari del piano (1950) era prevista una soluzione planivolumetrica che superava lo schema di casa a cortile chiuso indicato dalle vecchie norme del regolamento edilizio. Un corpo alto 58 metri ortogonale all’asse stradale si elevava dal verde circostante ed era fiancheggiato su un lato da una nuova strada che, mentre consentiva l’accesso al garage sotterraneo. Una disposizione urbanistica innovativa, di grande respiro europeo, una casa alta per osservare il paesaggio, dal Castello al Monte Rosa. Comunque il Palazzo INA di Corso Sempione non riguarda più soltanto il disegno urbanistico e architettonico della città ma investe anche il concetto stesso dell’abitare introducendo elementi innovativi di un corpo di fabbrica, che richiama in alcuni punti l’Unitè d’Habitation di Le Corbusier : piano terreno a pilotis, tetto abitato, piano intermedio a servizi comuni, ecc.. Il carattere innovativo delle proposte di Bottoni determina un iter progettuale alquanto lungo e alterno, in cui si susseguono numerose ipotesi urbanistiche e architettoniche. Poi alla fine del verde previsto nel Piano Particolareggiato approvato, non rimarrà praticamente nulla. 

Immagine tratta da : http://www.skyscrapercity.com – Piero Bottoni a Milano, Case, Quartieri, paesaggi 1926-1970,edito da La Vita Felice – 30sikxd.jpg

Due approcci, sia al disegno urbanistico che ia quello architettonico e tipologico, completamente diversi, proprio come se fossero su due sponde diverse di un fiume. Da una parte la città, che, seppur moderna cerca ancora un dialogo con la morfologia urbana storica (Terragni, con Lingeri, re-interpreta la casa a corte milanese storica), seppur introducendo tutti gli elementi, anche tipologici dell’architettura moderna. Dall’altra parte, nel dopoguerra, l’esigenza di ri-costruire, induce, quasi in maniera “violenta” ed indifferente, Bottoni a proporre un modello architettonico “internazionale”, dove a prevalere è la logica della casa verticale in linea, per tutti, funzionale ed efficiente. In mezzo, appunto, c’è un fiume; il fiume della Storia.

 
 

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Kalterer see


Lo studio viennese the next ENTERprise architects (http://www.austria-architects.com/de/thenextenterprise), ha creato nel 2006 a Caldaro (Bz), una piscina pubblica con una struttura dalla linea sublime, molto raffinata e “filante”. La eccezionalitá della struttura é che si trova in posizione rialzata rispetto al lago di Caldaro, per cui chi nuota nella piscina, o prende il sole,  ha una vista magnifica sul paesaggio circostante. E’ di fatto un apparato per la cura elioterapica, nuotare e contemplare il paesaggio. Alla piscina con solarium (ed anche un piccolo ma fornitissimo bar/enoteca), posta al piano primo, si antepone, sotto, la zona relax e spogliatoi, più in penombra, dominata da “stanze” con getti d’acqua e grandi lucernari che captano la luce attraverso l’acqua della piscina soprastante. Infine c’è il grande parterre verde, che fa da “antefatto” alle acque del lago. Attorno vigne e meleti.

http://www.kalterersee.com/it/sport-e-tempo-libero/attivita-sportive/nuotare/lido-al-lago-di-caldaro/

È molto probabile, che i riferimenti adottati nell’ideazione del progetto, siano mirati ad un’architettura “tecnica”, quasi meccanica, di anteposizione netta (ed al contempo di comprensione) all’amenità paesaggistica e naturale dell’intorno. Infatti Marie-Therese Harnoncourt ed Ernst J. Fuchs, fondatori dello studio the next ENTERprise architects hanno sempre dichiarato la loro attenzione per le architetture di Coop – Himmelb(l)au, capostipite di un linguaggio architettonico “radicale” molto diffuso in Austria. Quì, ai bagni di Caldaro, modernità è tradizione, si fondono, si compenetrano, lanciandosi assieme verso il futuro, come deve sempre avvenire affinchè si costruisca il presente; infatti anche il vecchio hotel “in stile altoatesino” è stato abilmente inglobato nella nuova struttura. Calcestruzzo a vista, resine, legno ed acciaio inox, convivono assieme, in un meltin pot, quasi perfetto.

http://www.kalterersee.com/it/webcam/caldaro-lago-di-caldaro.html

http://www.kaltern.com/it/attivit-nell-acqua.html

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La Maison des Hommes (Marseille)


E’ il 1945, la Seconda Guerra Mondiale è appena finita, quando Le Corbusier (LC) viene incaricato dal Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme (M.R.U.) di progettare un edificio d’abitazione alla periferia della città di Marseille. LC ha qui per la prima volta “carta bianca” e può applicare in maniera libera, sia i concetti di proporzione codificati nel Modulor, sia le sue idee sull’abitazione moderna per le classi medie. Però di fatto è anche, soprattutto, una libera interpretazione “applicata” dell’urbanistica sancita dalla Carta di Atene (1942) .

Scrive LC : “ Un avvenimento di importanza rivoluzionaria : sole, spazio, verde. Se volete che la famiglia viva nell’intimità, nel silenzio, conforme alla natura…..mettete insieme duemila persone, prendetele per mano e attraverso un’unica porta andate verso quattro ascensori (Otis), ciascuno della capienza di venti persone……Potrete così godere di quiete e di contatto immediato esterno-interno. Le case saranno alte cinquanta metri. Bimbi, giovani e adulti avranno a disposizione il parco intorno all’edificio. La città sarà immersa nel verde e sul tetto delle case troveremo gli asili per i piccoli”. Tutto l’edificio è in “beton brut”, cemento armato a vista.

Un alloggio tipo – fonte : http://www.istitutovirgilio.it

Ogni alloggio affaccia sul paesaggio magnifico del mare e delle alture attorno al golfo di Marsiglia : il mare aperto, l’Estaque, la Sainte-Beaume, ecc.. Molto attento è anche lo studio dei colori e della disposizione dei frangisole in funzione della disposizione eliotermica delle facciate, nonché di una serie di “matrici” che segnano i calcestruzzi : conchiglie, fregi artistici della poetica lecorbuseriana, ecc.; vere e proprie decorazioni che impreziosiscono e rendono unico l’edificio. Lo spazio disponibile sul tetto è al contempo, giardino, ambiente ginnico, spazio scolastico, luogo teatrale, luogo per bagni solari, piscina, bellevue. Al livello 7 e 8  LC colloca una grande galleria commerciale (bar, panettiere, parrucchiere, libreria, uffici professionali, ecc.); all’ottavo livello un hotel per i visitatori con 20 camere. La scuola materna è collocata al livello 17, con tre classi.

Di fatto l’Unite d’Habitation di Marseille è una piccola cittadina di oltre 2000 abitanti, in verticale. L’edificio fu iniziato il 14 di ottobre del 1947 e fu inaugurato il 14 di ottobre del 1952.

Alcuni dati  (fonte – Unitè d’Habitation de Marseille – èditions Parenthèses – 1992) :

Luogo – 280 boulevard Michelet, 13008, Marseille.

Superficie del terreno – 3,684 ettari.

Numero degli appartamenti – 321 + 16 camere (nel 1952).

Costo previsto – 353 milioni di franchi (nel 1947).

Costo reale – 2800 milioni di franchi (nel 1955).

Tempistica del cantiere – 12 mesi (prevista), 60 mesi (reali).

Superficie abitabile – 28.773 metri quadrati.

Superficie locali tecnici – 5.738 metri quadrati.

Altezza dell’edificio nel punto più alto – 56 metri (niveau acrotère).

Bureau d’ètudes – A.T.B.A.T. (atelier des batisseurs) direttore tecnico Vladimir Bodiansky.

Bureau de control – Vèritas.

Impresa principale di costruzione – La Construction Moderne.

Lo statuto giuridico dell’Unite d’Habitation di Marseille è quello della comproprietà privata, costituita nel maggio del 1954. il 20 di giugno del 1986, le parti comuni della comproprietà e le facciate, sono state classificate Monumento Storico della Repubblica Francese.

Alla fine si scopre che, LC non era molto diverso dagli altri architetti dell’epoca, e di oggi, i costi preventivati per l’Unitè, non corrispondevano ai costi reali finali, il cronoprogramma di progetto, fu completamente sconvolto. LC guardava avanti, il suo progetto per Marseille, fu per decenni rifiutato dagli abitanti, tanto che per anni, ad abitarci furono soprattutto architetti. Poi, la società si adeguò alla sua “visione” ed oggi, si sta assistendo ad una rinascita di questa immaginifica “macchina per abitare”, sono gli stessi abitanti che ne promuovono il restauro filologico, che si ritrovano periodicamente, in estate sul tetto, ad organizzare spettacoli ed eventi. Come fu per la Ville Savoye, per il padiglione Philips, per la Cappella di Ronchamp, ecc., LC, guardava così avanti, che spesso “spiazzava” i suoi interlocutori, i suoi committenti. Soprattutto negli ultimi decenni di attività, conscio di essere una creatura caduca, con i suoi progetti,  “lanciava sassi”, sassi verso il futuro, che sapeva non gli sarebbe appartenuto.

 

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Florence


Quando il Principato dei Medici si formò, Firenze aveva già un’egemonia politica ed economica, su un vasto territorio. Cosimo De Medici ed i suoi figli, non modificarono l’assetto consolidato, ma cercarono di renderlo più equilibrato. Il regime dei Medici operò, nel corso del tempo, con grande cautela sul “corpo urbano” di Firenze, innovando, ma rispettando l’eredità del passato. C’erano vasti spazi privi di edifici all’interno della cerchia delle mura cittadine, ma il regime mediceo non ne approfittò, per creare nuovi quartieri rispetto alla città del Medioevo ed a quella del Rinascimento. Di regola ci si limitò ad inserire edifici nuovi entro il tracciato urbano preesistente, oppure trasformando edifici antichi con aggiunte all’esterno e rinnovamenti all’interno (caso emblematico quello di Palazzo Vecchio e di Palazzo Pitti). Questa “cautela urbanistica”, divenne un esempio, che fu attuato in tutto il Principato toscano. La cautela urbanistica non impedì l’inserimento dentro la città antica di edifici nuovi, ed i particolare di un nuovo complesso “direzionale” del potere (un quartiere a pianta quasi triangolare), costituito dal sistema urbano : Palazzo Pitti, Ponte Vecchio, Corridoio Vasariano, Uffizi, Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio.

La bilancia equilibrata dei Medici, fra tradizione ed innovazione, non impedì la formazione di una nuova maniera di intendere il paesaggio del Principato, in particolare fu l’occasione per cingere la città di Firenze con un serie di fortezze di “prossimità” tese anche a spegnere ogni velleità repubblicana. Un intervento molto  importante nel Principato furono le opere per migliorare la regimentazione delle acque, migliorare le strade, costruire ponti ed altre opere pubbliche. Ciò per consentire un transito più efficiente delle merci e delle materie prime, ma anche per garantire migliori collegamenti tra la città ed il suo territorio.

Ecco questi appunti, attinti dalla “Storia dell’arte italiana” volume 12 – Einaudi (1983), ben spiegano come l’organizzazione del paesaggio (urbano e non), la sua salvaguardia, siano stati in passato una delle attenzioni primigenie del potere. Ecco forse noi non dovremmo fare altro che “dare continuità” a questi semplici principi, per recuperare un rapporto più corretto di salvaguardia del paesaggio.

 

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