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Builders of the future

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Publius Quintilius Varus


Publio Quintilio Varo (46 a.C. Cremona  – d.C. 9 in Germania)  fu un uomo politico e generale romano sotto l’imperatore Augusto , ricordato principalmente per aver perso tre legioni romane e la sua stessa vita quando venne attaccato da una coalizione germanica ai comandi di Arminio, nella battaglia della Foresta di Teutoburgo .

Nel 9 d.C., Varo aveva dislocato, nei pressi del Fiume Weser le sue tre legioni, quando arrivò la notizia di una rivolta violenta  nella zona del Reno a ovest. Nonostante un avvertimento, Varo si fidò di chi gli chiese aiuto, Arminio, perché costui era un principe germanico, romanizzato e comandante di una unità di cavalleria ausiliaria dell’esercito romano.

Non solo la fiducia Varo in Armino, fu un errore di valutazione terribile, ma la posizione, rispetto alla Storia di Varo è aggravata da un macroscopico errore strategico. Le legioni, furono da lui schierate, in una posizione in cui le loro forze sarebbero state ridotte al minimo, mentre quelle delle tribù germaniche massimizzate.

Arminio e la tribù Cherusci, insieme ad altri alleati, avevano sapientemente teso un’imboscata, nella Foresta di Teutoburgo, nel mese di settembre (a est della moderna Osnabrück ). Le stesse condizioni del terreno, boscato e paludoso non consentirono l’utilizzo della tecnica da combattimento romana, basata sulla fanteria che marcia verso gli avversari, supportata dalla cavalleria.

Il terzo giorno di combattimenti, i germani ebbero ragione dei Romani a Kalkriese, a nord di Osnabrück. Le fonti certe in merito alla sconfitta romana, sono scarse, a causa della totalità della sconfitta, ma una di esse racconta che la cavalleria romana, con in testa Varo, abbandonò la fanteria, anziché essergli di supporto e fuggì al Reno, ma vennero intercettati dalle tribù germaniche e uccisi tutti. Varo non è certo se si suicidò, oppure fu giustiziato da Arminio.

Oggi, dopo decenni di scavi archeologici, che hanno consentito di recuperare parecchi reperti della battaglia, a Kalkriese, uno splendido museo, raccoglie la storia di questo evento, che di fatto segnò la fine dell’espansionismo romano nel nord-ovest dell’Europa. Questo museo, completato nel 2002,  frutto di un concorso internazionale di idee (1998), lo si deve agli architetti svizzeri Gigon & Guyer. E’ un museo di paesaggio, con una sede museale principale, rivestita in acciaio Cor-ten, costituita dalle sale di accoglienza, dallo spazio museale e da un’alta torre che consente di osservare l’intorno e poi da una serie di “stanze paesaggistiche”. Ognuna di queste stanze (anch’esse rivestite in acciaio Cor-ten) permette di osservare in maniera, sempre differenziata, l’intorno, i luoghi dove morirono migliaia di uomini, mentre lastre abbandonate sul terreno, con incisa la storia della battaglia della Foresta di Teutoburgo, le relazionano tra loro.

Il museo di Kalkriese, oltre ad essere una “grande ed immaginifica architettura”  è soprattutto un’esperienza di paesaggio, ma è anche latore di un “racconto” che è parte della nostra Storia Europea.

Gigon & Guyer, sublimi, qui raggiungono l’apice della loro attività, “colpendo”  i visitatori, con camere oscure, stanze sonore, bellevue e quant’altro, mediato dalla storia dell’architettura per stupirci ad ogni passo e farci riflettere.

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Potsdamer Platz


Potsdamer Platz a Berlino era negli anni tra il 1920 ed il 1930, il luogo più trafficato D’Europa, nonchè il centro della vita notturna di Berlino. Era “l’ombelico” di Berlino, la piazza in cui si incrociavano le cinque principali vie della città.  Nell’immediato intorno proliferavano centinaia di negozi, alberghi, ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo, caffè, bar, wine-case e locali alla moda di fama internazionale. La Potsdamer Banhof movimentava oltre 80.000 passeggeri al giorno, mentre transitavano per la piazza berlinese oltre 600 tram transitavano negli orari di punta, in oltre 40 itinerari diversi. nel 1882, i viali e la piazza furono tra i primi illuminati con poli della luce a corrente elettrica, e nel 1924 per regimentare i traffici fu quì installato il primo semaforo d’Europa.

Potsdamer Platz nel 1919 (german-architecture.info)

Durante la guerra, l’enorme piazza a raggiera, fu bersaglio dell’aviazione degli Alleati, e venne quasi completamente rasa al suolo. Il 13 agosto 1961, con l’elevazione del Muro di Berlino, che separava definitivamente l’Ovest della città dall’Est, la Postdamer Platz fu irrimediabilmente  tagliata in due. Poi come succede spesso, nel novembre del 1989, fu quì che si aprì  uno dei primi varchi, che significò in pochi giorni, la caduta della così detta “Cortina di Ferro”. Fu sempre quì, nella grande spianata generata dall’abbattimento del muro, che il 21 di luglio del 1990 che Roger Waters leader dei Pink Floyd celebrò il memorabile concerto “The Wall” per celebrare l’unificazione della Germania Ovest con la Germania Est.

Potsdamer Platz nel 1965 (german-architecture.info)
 

Oggi, con le immagini patinate della nuova architettura, che ha tentato la ricostruzione del luogo della memoria “Potsdamer Platz”, operata dalla furia di risanamento urbanistico imposta alla Città/Capitale, dall’unificazione, viene logico chiedersi se è legittimo, se è opportuno, tentare di ricreare la “tensione paesaggistica” di un luogo che non esiste più. Eppure, nel “grande supermercato” dell’architettura, che è la nuova Berlino dell’unificazione, a volte, in alcune sere, quando le persone lì impiegate, defluiscono verso le loro abitazioni, ed i grattacieli si illuminano, si percepisce chiaramente  ancora la “tensione”, la “frenesia dei traffici” di un luogo che fu “l’ombelico del Mondo”. Si coglie chiaramente che il luogo ed il paesaggio “Potsdamer Platz” non è più lo stesso, che in mezzo c’è stato il vuoto dei bombardamenti, della Guerra, della morte, della follia. Però, quì,  anche si coglie chiaramente che a fare quel luogo è innanzitutto la moltitudine umana, la “massa” di una specie che, inarrestabile, continua, nel bene e nel male, lungo una propria strada, che è  sicuramente di “costruzione” e di contemporanea “distruzione”, ma anche ricorso, alla memoria non solo architettonica e paesaggistica, ma direi soprattutto “genetica” di un genius loci biologico, che fa di Berlino e di Postdamer Platz, ancora oggi,  uno dei luoghi più affascinanti al Mondo. Dietro a Potsdamer Platz, si legge l’energia per il futuro della gente di Germania, dei Cittadini di Berlino. Ecco a volte, salvare il paesaggio, vuol dire anche questo, creare la giusta tensione, affinchè un luogo, divenuto nel corso del tempo una “tabula rasa” possa essere “portato avanti”, rinascere, in forme non necessariamente solamente architettoniche.

21 luglio 1990 Potsdamer Platz – The Wall (estratti) – Roger Waters

Una mappa dell’architettura attorno a Potsdamer Platz

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L’Esercito della Salvezza


La Citè de Rèfuge (l’Esercito della Salvezza – Rue de Cantagrel 12 – Parigi) è un edificio progettato da Le Corbusier e Pierre Jeanneret tra il 1929 ed il 1933. Si tratta di un edificio che doveva includere nel proprio volume una molteplicità di funzione, divenendo, di fatto l’antesignano delle Unitè di Habitation. E’ di fatto il primo edificio residenziale completamente chiuso, almeno nella concezione iniziale lecorbuseriana. Come tipo edilizio, la Citè de Rèfuge, ha come riferimento gli impianti funzionali degli istituti di beneficenza, degli ospizi, del diciottesimo e diciannovesimo secolo. Il progetto, però, combina assieme più funzioni: spazi di lavoro, dormitori, spazi sociali, servizi, biblioteca, ecc.., spesso sperimentando, molto spesso infischiandosene dei regolamenti e delle leggi allora vigenti.

Il lotto, compatto, ha  fornito l’occasione per un approccio radicale,  sia nel portare tutti gli ambienti verso la luce, sia a generare spazi inconsueti. Soprattutto per dare una collocazione insolita alle sale d’ingresso, in modo da generare un  processo, percepibile di accoglienza, a cui era vocato l’Esercito della Salvezza. Il cuore progettuale, voluto da Le Corbusier, era la “stecca” dormitorio, dominata da una grande parete a strapiombo, con una  cortina di vetro (di oltre 1000 metri quadrati). Fondamentale per il successo di questo elemento/parete di vetro , avrebbe dovuto essere un sistema tecnologicamente ambizioso ed ardito, di doppi vetri e aria condizionata ( definito come “espiration exacte“). Questi non sono mai stati costruiti come previsto, e l’effetto di pelle pura e semplice della parete è stato definitivamente perso. Lo stesso Le Corbusier, apportò delle modifiche, in seguito all’edificio, applicando dei  Brises soleil (poi rimossi), nel tentativo di impedire che i locali avessero un surriscaldamento eccessivo, soprattutto durante i mesi estivi. Un edificio complesso, che anche nei colori delle facciate, ci fa capire di essere qualcosa di nuovo, di innovativo.

Le Corbusier in Paris

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Arance, Ivrea, Olivetti


Tra il 18 ed il 21 febbraio 2012, ad Ivrea, come tutti gli anni, si ripeterà la tradizione dello “Storico Carnevale di Ivrea”. Una manifestazione popolare quanto mai “strana” in cui i rioni della città del Canavese, di oltre 24.000 abitanti, si contenderanno i favori di una speciale commissione, che osserva, nei tre giorni di suo svolgimento, l’andamento della battaglia delle arance (in media ogni anno si consumano 5000 quintali di arance), ed assegna un premio alle bande a piedi ed ai carri da getto che, per ardore, tecnica e lealtà, si sono maggiormente distinte.

La battaglia delle arance rappresenta il “clou” spettacolare e violento del carnevale (nel 2011 si contarono 149 feriti), motivo di forte richiamo turistico annuale per centinaia di migliaia di visitatori (conviene prenotare un biglietto di accesso alla città sul sito del carnevale). Alla fine della giornata gli arancieri lasciano sulle strade della città uno strato impressionante di arance “esplose”.

Le origini della battaglia sono incerte, ma risalgono verosimilmente ad anni intorno alla metà dell’Ottocento quando presero ad essere praticate scherzose schermaglie tra le carrozze e la gente sui balconi.

Ma il carnevale di Ivrea, non è solo arance: c’è la sfilata in costume, con a capo la Banda dei Pifferai (con pifferi in legno di bosso), il Generale (di settecentesca memoria), le Mugnaie (figure mediate dalla Rivoluzione Francese),  e molto altro.

http://www.storicocarnevaleivrea.it/

Qui un filmato della “Battaglia delle Arance”

Ivrea, offre, oltre ad un centro storico interessante, anche un Museo all’aperto dell’architettura moderna. L’attività edilizia ed urbanistica della Olivetti (e del suo “Principe colto” Adriano Olivelli), che ha caratterizzato le sorti imprenditoriali e paesaggistiche, della città di Ivrea, nel secondo dopoguerra, è oggi un’occasione ghiottissima di riscoprire passeggiando, gli edifici di Gambetti e Isola, Figini e Pollini, Gardella, ecc..  Una urbanistica “illuminata”, europea, sapiente, che ha tenuto conto di generare un paesaggio (dialogando con la sia storia) in cui costruito e spazi verdi, consentono, assieme, di inserirsi nella “scenografia alpina”, che caratterizza lo “sfondo” di Ivrea. Insomma il meglio dell’architettura moderna e dell’urbanistica industriale “illuminata” italiana. Il tutto ben indicato e descritto in apposite “stazioni” informative.

http://www.mamivrea.it/collezione/mappa.html

http://www.mam.ivrea.it/visita/visita.htm

Palazzo per Uffici 2 – Gino Valle 1988

Edificio 18 alloggi – Nizzoli + Oliveri 1955

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Case unifamiliari per dirigenti – Figini + Pollini 1948

Case per impiegati con famiglie numerose – Figini + Pollini 1942

Unità residenziale Ovest (Talponia) – Gabetti + Isola 1971

Stabilimenti ICO/Olivetti – Figini + Pollini + Vittoria + Fiocchi 1939 / 1949 / 1957

Centro servizi – Figini + Pollini 1942

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L’architetto del paesaggio


Riva del Garda vista dal Ponale

Il Bastione di Riva del Garda

Il Vittoriale degli italiani a Gardone Riviera

Nel 1921, Maroni Giancarlo (Arco, 1893 – Riva del Garda, 1952), esimio architetto di Riva del Garda, conosce D’Annunzio Gabriele. Maroni era stato chiamato ad occuparsi dei lavori di sistemazione della Villa di Cargnacco (appartenuta allo storico dell’arte tedesco Henry Thode),  un luogo ameno dominato da una ricca vegetazione di Ulivi, Cipressi e Oleandri, nelle immediate vicinanze di Gardone Riviera, che diverrà il sito, dove Gabriele D’Annunzio aveva deciso di trasferirsi a vivere. Inizia così una liaison intellettuale, con “il Poeta”, che tra alti e bassi, durerà per tutta la vita.  Con il trascorrere degli anni,  il ruolo di Giancarlo Maroni non si limiterà soltanto a quello di architetto del “Poeta”, ma, progressivamente acquisirà sempre più importanza, svolgendo anche i ruoli di segretario e di amministratore di D’Annunzio. In alcuni carteggio tra i due  addirittura si legge : “Tu sei tra i pochissimi – scrive D’Annunzio – che sappiano amarmi”.

Si succedono così, nel corso del tempo,  continue ed ininterrotte opere di trasformazione, di abbellimento e di ampliamento, di “modellazione paesaggistica”, della Villa di Cargnacco, che renderanno irriconoscibile il luogo originario. Si attua così, con la complicità dei due, una vera e propria opera di trasformazione paesaggistica che D’Annunzio dona nel 1923 alla Nazione, come “Vittoriale degli Italiani”. Si tratta, secondo me, non di un’opera esclusiva del “Sommo Poeta”, come i più descrivono, ma invece, in realtà, la maggior parte del merito spetta a Giancarlo Maroni.

Infatti l’architetto di Riva del Garda, ha di base una colta preparazione umanistica, e si forma professionalmente a Milano dove studia presso la Scuola Speciale di Architettura dell’Accademia di Belle Arti di Brera (tra i suoi insegnanti ci sono l’architetto Gaetano Moretti e il pittore Alcide Davide Campestrini), e lavora presso alcuni studi professionali. Dopo la scuola milanese, Maroni ritorna a Riva del Garda, divenendone insieme al fratello Ruggero, uno dei maggiori architetti. Infatti a partire dal 1919, inizia una costante produzione di edifici, dovuti alla necessità di ricostruire la città del Lago, pesantemente bombardata, durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18): la Canonica Arcipretale (1919); la Casa Marzani-Parteli (1920) la ristrutturazione dell’Hotel Sole (1922-25); la centrale idroelettrica del Ponale (1926); la Spiaggia degli Olivi che fu inaugurata il 3 giugno 1934; lo Stadio Di Riva, il faro e la darsena. Anche quì a Riva, Maroni, costruirà, con i suoi progetti, una “struttura paesaggistica” in grado di restituire una nuova immagine della città. Una struttura altamente scenografica, di chiara impostazione decò, come era il Vittoriale, con una forte ridondanza e ripetitività degli elementi architettonici classici, ma che ancora oggi, quà e là, presenta spunti del nascente proto-razionalismo europeo. Morto D’Annunzio, Maroni, rimase al Vittoriale fino alla sua morte (divenendone nel 1937 il curatore), completandolo con alcuni edifici. Alla sua morte, nel 1952,  fu sepolto nel Mausoleo del Vittoriale.

Quì sotto una mappa di Riva del Garda con gli edifici citati nell’articolo

Quì sotto alcune immagini degli edifici di G. Maroni a Riva del Garda

Centrale idroelettrica


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Pura paglia



La paglia è un prodotto agricolo costituito dai fusti dei cereali, una volta finita la maturazione della pianta. E’ un prodotto di scarto dell’agricoltura, dato che è ciò che rimane dei cereali dopo la trebbiatura. I principali cereali che danno luogo alla paglia, sono: grano tenero, grano duro, orzo, avena, riso, miglio, segale e farro. La paglia, viene di solito compressa e imballata da appositi macchinari in balle (parallelepipedi lunghi circa 90 – 120 cm) o in rotoballe cilindriche (con diametro variabile dai 120 ai 200 cm), con densità di compressione da circa 90 kg/m3 a 180 kg/m3. È formata soprattutto da cellulosa, lignina, cere, minerali e silicati, per questo motivo si decompone molto lentamente, ma è comunque necessario tenerla al riparo della pioggia, possibilmente in luogo aerato, per evitare lo sviluppo di muffe. La paglia costituisce circa la metà della biomassa aerea di un raccolto di orzo, avena, riso, segale o frumento.

Costruire una casa, un’abitazione, utilizzando quale tamponamento perimetrale, la paglia, significa quindi soprattutto mettere, questo materiale di scarto, nelle condizioni migliori, per preservarsi nel tempo. Poi, se, come nel caso che andremo ad analizzare, si cerca anche di fare un’architettura che si implementi nel paesaggio, bisogna trovare un giusto equilibrio tra estetica e tecnologia.

Si tratta di un progetto realizzato nel 2006, a Lana (Bolzano), per tre unità abitative dell’agriturismo Esserhof. Edificato in soli 5 mesi, tra la primavera e l’estate. Un edificio molto interessante, sia per gli aspetti tecnologici, sia per gli aspetti compositivi e di inserimento nel paesaggio agricolo ameno della periferia di Lana. Il progetto è frutto di una intensa collaborazione tra due architetti svizzeri, Werner Schmidt e Margareta Schwarz, esperti di costruzioni in paglia, in connubio con i proprietari. Si tratta di un progetto in cui i materiali naturali, bioecologici, vengono spinti al massimo, sia all’esterno, che all’interno, per ricreare nelle forme e negli ambienti una sensazione di accoglienza, che disvela la natura di alta sostenibilità di tutto l’edificio. Gli alloggi dell’agriturismo (di circa 39 mq cadauno) hanno un assetto planimetrico rivolto verso sud, con ampie vetrate schermate da pergole, mentre a nord risultano quasi completamente chiusi dalle murature in paglia e legno. Le murature sono spesse 90 cm, realizzate con balle di paglia da circa 90 – 120 cm sovrapposte, sono tenute insieme da nastri tesi di polietilene, poi intonacate di calce ed argilla. Questa massa, ha una capacità termica molto efficiente (coefficiente di trasmissione termica U=0,06W/mqK), tanto che non è necessario nessun tipo di riscaldamento. Anche il solaio ed il tetto, di circa 60 cm è completamente coibentato in paglia. Il vespaio areato è l’unica opera realizzata in cemento armato.

Principio base della progettazione delle case realizzate a Lana, é ” l’architettura organica”, la ricerca quindi di una fusione totale con la natura, ricercando forme tipiche di essa, e il perfetto inserimento nel paesaggio. I prezzi dell’agriturismo sono molto interessanti e Lana offre numerose occasioni di cultura e svago nella natura. Il progetto ha ricevuto nel 2007, il secondo premio Per l’architettura in Alto Adige ed è classificato CasaClima per la categoria A+.

Agriturismo Esser Norbert

http://www.esserhof.com/it/wohlfuehlen.html

Progettisti

http://www.atelierwernerschmidt.ch/

http://www.archschwarz.com/

Una Mappa di Lana


Pianta di un alloggio tipo

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Un architetto europeo (Como)


Asilo Sant’Elia

Casa del Fascio

Giuseppe Terragni ha solo 39 anni quando realizza che i suoi ideali, di dare corpo all’architettura moderna “Mussoliniana”, sono falliti: crollato psichicamente e dal punto di vista fisico, a seguito soprattutto della guerra in Jugoslavia ed in Russia a cui era stato richiamato,  il 19 luglio del 1943 cade fulminato da una trombosi cerebrale sul pianerottolo delle scale di casa della fidanzata, a Como.

Ma l’architettura di Terragni era fascista o antifascista? E’ questo un dilemma irrisolvibile, data la morte prematura di questo architetto “comacino”, che non ha potuto operate, ed esprimersi,  nell’Italia liberata del dopoguerra.

Ecco secondo me Terragni, come molti architetti a lui vicini : Nizzoli, Pagano, Libera, Figini, Pollini, Sartoris, ecc., era soprattutto un “architetto europeo”, attento al dibattito sul Razionalismo, sul Funzionalismo, che dominava la cultura architettonica europea a quell’epoca. Terragni era sopratutto un professionista, che faceva proprio uno stile internazionale, che vedeva nella figura di Le Corbusier, la punta di un “iceberg” di un movimento, che di fatto ha cambiato radicalmente la cultura architettonica europea, togliendola dalle “stagnazioni” della cultura ottocentesca.

Erano architetti che si frequentavano anche con assiduità, agli europei CIAM, piuttosto che agli italiani MIAR, uomini che condividevano spesso anche le stesse passioni: lo sci, la montagna, il mare, ecc.. Persone che però si ritrovavano in un’unico ideale sociale (direi quasi politico), quello dell’Architettura Moderna che voleva rivedere i principi progettuali e le caratteristiche dell’architettura, in favore della salubrità e dell’igiene, per le grandi masse, costruendo un’idea di città, in continua espansione, assoggettata alle logiche della macchina e del funzionalismo. Insomma la città contemporanea.

A costoro di essere Fascisti o antifascisti, di Destra o di Sinistra, non importava più di tanto, importava riaffermare, attraverso il loro lavoro di architetti, un nuovo modello sociale di vita, che si andava affermando in tutto il mondo. Modello assolutamente trasversale ad ogni ideologia.

Bisogna anche aggiungere un’altra cosa, secondo me molto importante, tutte le opere realizzate di Terragni a Como, testimoniano di una attenzione particolare ed esclusiva per il “paesaggio lariano”, e di fatto esse sono come dei capisaldi, dei landmark, che, ancora oggi segnano ed “indirizzano” la costruzione urbana della città. Insomma se si tiene anche conto, dei molti progetti non realizzati, soprattutto di quelli urbani (ad esempio la Cortesella), l’attività di Terragni, in quei soli 39 anni di vita, ha “saggiamente regolato”, con la sua architettura “moderna ed europea” (nautica e rigorosa là dove necessitava) il rapporto tra la città ed il lago. Perpetuando così una lunga tradizione di architettura del paesaggio, di forte vocazione europeista, come era quella dei Maestri Comacini.

Casa Predaglio

Mercato Comunale Coperto

Monumento ai caduti

Stadio Sinigaglia


Novocomum

Casa Giuliani – Frigerio

Como – Lungolago

Como – Duomo

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UNI PHZ (Luzern)



1 gennaio 2012 – Lucerna – Per la ricostruzione del vecchio edificio post-industriale (ex sede centrale delle Poste Svizzere a Lucerna) e trasformarlo nella nuova Università di Lucerna, si è attuato un apposito concorso di idee. Già dal XVII secolo a Lucerna era possibile studiare teologia e filosofia. Però solo nel 1938 fu lanciata l’idea di creare un Ateneo nella città. Il progetto si concretizzò nel 1978 con la creazione della facoltà di teologia che venne riconosciuta a livello federale. Il 21 maggio del 2000, in seguito ad una votazione popolare cantonale, con il 73% dei consensi, nacque ufficialmente l’università di Lucerna. Nel 2003 si pensò alla realizzazione di un nuovo ateneo, il progetto vincitore del concorso di idee è stato quello dello Studio zurighese Enzmann + Fischer di Zurigo ( http://enzmannfischer.ch/).

             Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo 
 

Si tratta di un progetto per dare una nuova identità all’edificio esistente (ex sede delle Poste Svizzere di Lucerna), che viene rifunzionalizzato a sede universitaria (PHZ Luzern – Pädagogische Hochschule Zentralschweiz), e quindi, da bando, deve avere una forte espressione architettonica, pur soggiacendo ai vincoli del recupero delle strutture dell’edificio esistente.  Non bisogna anche dimenticare,  dall’altra parte, lo stretto rapporto spaziale, sia con l’edificio della Stazione di Lucerna (opera di S. Calatrava del 1989), sia con il silos dei parcheggi retrostante, e soprattutto con l’antistante KKL di Jean Nouvel (del 1999) . Questo edificio, che i progettisti stessi definiscono “Città di Finestre” si propone quale “pelle accattivante”, che gioca con la luce, con la texture, per generare, su ogni lato (visto che si confronta con realtà completamente diverse), delle liaison, a volte pericolose, ma sempre perfettamente riuscite.

                       Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo
 

Un edificio ecologico, in classe Minergie (2008), che recupera un edificio esistente (quindi senza consumare suolo), in prossimità del Centro Storico della città,  collocato in adiacenza di un importante nodo di interscambio (ferro, gomma, nave) di Lucerna ed adatto quindi a garantire facile e dinamica accesibilità (senza inquinare) alle migliaia di studenti, in esso afferenti.

Lucerna (popolazione al 2009 di 76.702 abitanti) con questo progetto, riconferma il suo ruolo di città ecologica che “salvaguardia il paesaggio” (senza essere ripiegata sul passato, ma guardando al futuro), con una particolare attenzione per la mobilità sostenibile, testimonianza di uno sforzo, che ha portato la Svizzera ad avere, a partire dai primi anni novanta del secolo passato, una ripensamento globale sulla sua “impronta ecologica” su questo pianeta.  Infatti la prima immagine che colpisce della città (di 250.000 abitanti, con l’area metropolitana), è l’impressionante quantitativo di biciclette che circonda la Stazione Centrale, ma poi anche le turbine ad acqua che producono energia di recente posate sull’emissario del Luzernersee, le filovie e gli autobus a gas naturale, le numerose piste ciclabili, ecc…Qui è stato attuato, da oltre due decenni, un ragionamento complessivo sulla città (urbanistica, mobilità, aree verdi, cultura, raccolta differenziata, ecc.), che ha portato alla ridefinizione del concetto stesso di “urban green life”, dove quantità e qualità riescono magicamente a coesistere .

Deposito bici Banhof Luzern

Banhof Luzern – Car Sharing con auto elettriche

Turbine per produrre energia sul fiume Reuss presso il Spreuerbrücke

Un percorso di paesaggio (cibo) ed architettura a Lucerna, che dista da Milano solamente 244 Km., ma anni luce per la lungimiranza dei suoi Cittadini

Progetto UNI PHZ (Luzern) : 

Studio Enzmann + Fischer di Zurigo

http://www.swiss-architects.com/de/enzmann_fischer/de/

Costo di costruzione : 118 Milioni di granchi svizzeri (CHF)

Cubatura  SIA 116: 178’000 metri cubi

Cliente : Dipartimento delle finanze del Canton Lucerna

Tipo di edificio: UNI PHZ Lucerna. Edificio ex PTT Post Office

Pianificazione costruttiva tempo: 2007 – 2011

Facciata: parte opaca 5800 m2; parte  trasparente 2500 m2

Minergie: Involucro http://www.minergie.ch/buildings/it/details.php?gid=LU-255#

Tipo di finestra : Finestra in alluminio sistema HI –
Rivestimenti : 3D rivestimento leggero – http://www.gkpf.ch/

Video della costruzione :

http://www.unilu.ch/deu/video_594372.html

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Una storia portoghese


Ho viaggiato in Portogallo, dapprima con le poesie di Fernando Pessoa ed i libri di Josè Saramago, e poi soprattutto con il bellissimo film di Wim Wenders, “Lisbon Story” (1994), senza muovermi da casa. Poi a tappe, lentissime nel tempo, negli anni, sono stato ad Oporto, a Lisbona, a Faro, a Evora, a Setubal, ecc.. Ci sono stato, e ci sono anche tornato più volte, l’ultima poche settimane fa a Lisbona (erano i primi di dicembre 2011). Ci sono tornato, per “costruire” quel percorso individuale di viaggio, che Saramago descrive, così bene,  nella presentazione del suo straordinario libro “Viaggio in Portogallo”.

“Mal gliene incoglie all’opera se le richiedono una prefazione che la spieghi, mal gliene incoglie alla prefazione se presume tanto. Conveniamo, dunque, che questa non è una prefazione, ma un semplice avvertimento, o un preavviso, come quell’ultimo messaggio che il viaggiatore, già sulla soglia della porta, già con lo sguardo rivolto all’orizzonte prossimo, lascia a chi rimane a badare ai fiori. La differenza, se c’è, è che l’avvertimento non è ultimo, ma il primo. E non ce ne saranno altri. Che il lettore quindi si rassegni a non disporre di questo libro come di una normale guida, o di una mappa da tenere sottomano, o di un catalogo generale. Alle pagine che seguono non si dovrà ricorrere come a un’agenzia di viaggi o di turismo: l’autore non è qui per dare consigli, benché ribondi di opinioni. Vi si troveranno, questo è pur vero, i luoghi selezionati del paesaggio e dell’arte, l’aspetto naturale o trasformato della terra portoghese: ma non sarà forzatamente imposto, o abilmente orientato, alcun itinerario solo perché le convenzioni e le abitudini hanno finito per renderlo obbligatorio a chi da casa propria si allontana per conoscere quello che c’è fuori. L’autore, senza dubbio, è andato dove si va sempre, ma è pure andato là dove non si va quasi mai. Che cos’è, in fondo, il libro che una prefazione possa annunciare con una qualche utilità, sia pure non immediata a prima vista? Questo viaggio in Portogallo è una storia. Storia di un viaggiatore all’interno del viaggio da lui compiuto, storia di un viaggio che in se stesso ha trasportato un viaggiatore, storia di un viaggio e di un viaggiatore riuniti nella fusione ricercata di colui che vede e di quel che è visto, un incontro non sempre pacifico tra soggettività e oggettività. Quindi : emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa. Il viaggiatore ha viaggiato (in questo caso) nel proprio paese. Il che significa che ha viaggiato all’interno di se stesso, per la cultura che lo ha educato e lo sta educando, significa che per molte settimane è stato riflettore delle immagini esterne, un vetro trasparente attraversato da luci e ombre, una placa sensibile che ha registrato, in transito e progresso, le impressioni, le voci, il mormorio interminabile di un popolo. Ecco ciò che voleva essere questo libro. Ecco ciò che suppone di aver conseguito in parte. Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita versi il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.”

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