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A day in San Gimignano


In cinque siamo partiti da Milano, da Piazzale Bausan alla Bovisa, alle ore 7,15. L’obbiettivo, non dichiarato, era quello di fare uno “striscio paesaggistico” dalla Lombardia alla Toscana.  La tappa finale del nostro viaggio era San Gimignano. Attraversando la città ancora “dormiente”, in un sabato dei primi di marzo e provenendo dal tessuto urbano disastrato ed incoerente della trasformazione della Bovisa, che tarda ad arrivare, ci si accorge della massa di automobili che infesta questa città. Accatastate sui marciapiedi, sulle aiuole, in doppia e tripla fila, ovunque, le auto disegnano il paesaggio urbano milanese (In media ogni 1000 abitanti in Italia esistono 768 veicoli – a Milano sono 810 ogni 1000 abitanti). Veloci, nella tranquillità di una mattinata serena e fresca in cui il picco delle micropolveri sottili, non ammorba ancora l’aria, in circa quindici minuti, entriamo nella Tangenziale Est a Lambrate. Dal rilevato autostradale, il paesaggio della periferia est milanese appare in tutta la sua tragicità, dove le strutture viabilistiche ed una teoria di capannoni e residenze, oscurano l’orizzonte. Superato il casello autostradale dell’Autostrada A1, procediamo lesti in direzione Bologna, la pianura agricola, in maniera prepotente conquista l’orizzonte paesaggistico, dimostrando che qui è ancora forte, nonostante sia tempestata qua e là da complessi industriali e logistici di dimensione impressionante, che irridono la dimensione cadenzata delle cascine agricole. All’Autostrada A1, da Piacenza, lentamente si avvicina il fascio di binari dell’Alta Velocità, costruendo così una struttura antropica, un “muro di cemento” di rara ignoranza paesaggistica. I pochi provvedimenti di mitigazione appaiono poca cosa ed i ponti, che scavalcano questo apparato (A1 + TAV), quasi comici nella loro “gobbuta” e “stupida” elevazione verticale. Si procede così, senza grande affanno, sino a Bologna, vista la quasi totale assenza dei TIR che caratterizzano, con lunghe colonne, i giorni feriali di questa arteria che collega il nord al sud Italia (soltanto il 9% circa delle merci è caricato sui treni, dati al 2009 : si tratta di una delle percentuali più basse di tutta Europa, in Germania, è del 21%, e la media europea è del 17%).

Da Bologna, o meglio da Casalecchio di Reno,  veniamo “intubati” nel nuovo percorso, in costruzione, della A1, la così detta “Variante di valico”, che tra tunnel e barriere anti-rumore, nega la vista di questa parte di paesaggio. Da Sasso Marconi, o giù di lì (La Quercia), si ritorna sul vecchio tracciato, da cui si gode, lo scempio paesaggistico in atto nell’Appennino Tosco-Emiliano con la costruzione della “Variante di Valico” tra La Quercia ed Incisa. Un’opera impressionante, che spesso, troppo spesso costituisce un raddoppio del vecchio tracciato, che non verrà demolito. Tra deviazioni, frane, modifica delle falde acquifere, ecc. l’opera tarda a concludersi ed i costi sono lievitati considerevolmente.

Come scrive Salvatore Settis, nel suo bel libro “Paesaggio, Costituzione, Cemento” (Ed. Einaudi 2010) : “ la Repubblica italiana fu il primo stato al mondo a porre la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio (art. 9 della Costituzione italiana)”, ma poi questo spirito di tutela, tradottosi anche in Leggi quali la 1089/39 e la 1497/39, sembra essersi polverizzato in una miriade di normative locali e di controversie, tanto che oggi, lo scempio paesaggistico, appare un’attività a cui i soggetti interessati partecipano nell’indifferenza più totale.

Siamo arrivati a San Gimignano verso le 11,00 e dopo un accurato sopralluogo della città murata e turrita, ed aver osservato l’ameno paesaggio dei dintorni, sensualmente ondulato ed “operato nei secoli” dall’agricoltura come un pizzo; davanti al un piatto di Pici cacio e pepe, e ad un bicchiere di vino rosso del Chianti, viene logico porsi alcune domande e darsi qualche risposta.

Innanzitutto il Paesaggio è estremamente difficile da cogliere, con un solo sguardo, in quanto complesso e multi-sfaccettato (come scrive Settis), però è anche vero che quello che abbiamo visto, tra Milano e San Gimignano, è innanzitutto frutto di una incapacità di governare il sistema complesso della “bellezza italiana” o di una “senziente” deriva verso obbiettivi progettuali anti-paesaggistici, più che di un’incapacità di “cogliere” il significato di questo Paesaggio che si sta sistematicamente fagocitando. Lo cogliamo benissimo il Paesaggio, ma tutti assieme : operatori pubblici e privati, nonché gli stessi Cittadini, opponiamo a questo “scempio paesaggistico”, il “volgere lo sguardo”. Come scrive Giovanna Meandri, nel suo intelligente libro “Cultura, Paesaggio, Turismo” (Ed. Gremesse 2006) : “Non possiamo permettere che l’Italia continui a sprecare una delle sue risorse migliori: la sua bellezza, la sua cultura, i suoi paesaggi unici. Sono risorse strategiche, non delocalizzabili nel mercato globale, che né la Cina, né l’India possono sottrarci e su cui abbiamo interesse ad investire……Il Paesaggio, l’ambiente, il patrimonio e la produzione culturale costituiscono un immenso valore in grado di sviluppare una filiera produttiva che può garantirne la tutela, favorirne la fruizione e creare nuove imprese e nuova buona occupazione.”

Ecco secondo me, non si tratta di vagheggiare un Paese Italia senza autostrade, senza treni ad alta velocità, senza grande industria, ma di incominciare a progettare una nazione in grado di pensare ad uno sviluppo in cui  “Fare Paesaggio” sia l’epicentro di una maniera per affrontare la costruzione del futuro. Ecco quando si progetta un’infrastruttura, un edificio, una città, al centro deve esserci, oltre alla sua utilità effettiva, i suoi costi, la maniera di come la inserisco in un sistema produttivo in cui il Paesaggio (come dovrebbe ovvio essere) è al centro delle desiderata degli operatori privati e dei Cittadini, nonché l’obbiettivo primigenio dello Stato.

Diverrà quindi logico, non eseguire uno “scempio paesaggistico”, ma fare in modo che si adottino tutti quei provvedimenti, anche di condivisione democratica con i Cittadini, in grado di ridurre il più possibile l’impatto sociale e paesaggistico, ed il consumo di suolo, per qualunque opera (anche la più piccola) si inserisca nel Paesaggio.

Il Paesaggio, per come lo intendiamo noi umani è sempre il frutto di un “contrasto equilibrato” tra  ambiente naturale e/o antropizzato e spazio costruito realizzato dall’uomo. Proprio come a San Gimignano, dove alla bellezza della città murata e turrita, si antepone un territorio agricolo altrettanto bello.

Alle 16,30 abbiamo ripreso la via per ritornare verso casa, dove siamo arrivati attorno alle 20,00 dopo 356 chilometri.

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bbarc


In un quartiere di nuova concezione, a nord di Basilea (St. Johann), vicino al Forum Novartis, da poco è stato inaugurato il “possente” Volta-Zentrum. Si tratta di un edificio  in calcestruzzo a vista, bianco, che di fatto sta divenendo un punto di riferimento nella città esterna. Molte delle pareti esterne di quest’edificio multisfaccettato, modellano e creano lo spazio pubblico esterno, che fa parte anch’esso dell’intervento. Ne nasce una “spazialità espansa”, in cui l’edificio, diventa il fulcro visivo e prospettico dell’intorno urbano, coinvolgendo la Stazione di St. Johann, le vie contermini, il cavalcavia vicino, ecc..

Così l’insieme della fermata del tram, la Stazione, la nuova organizzazione spaziale della piazza e il Volta-Zentrum stesso  conferiscono al luogo una nuova identità, accattivante e molto urbana. Una grande scala a chiocciola nera, l’abitabilità insolita del “sotto cavalcavia”, l’essenzialità degli arredi urbani, fanno di questa piazza, un luogo eccellente dello “stare” e della socialità urbana.

Il “monolite”, esaltato dalla luce e dal calcestruzzo a vista, appare come una struttura dinamica e polivalente, che comprende spazi commerciali e appartamenti raggruppati intorno a due cortili interni.

Ultime quattro immagini tratte dal sito dei progettisti

http://www.bbarc.ch/

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Gli interni in Piano Renzo


Mi sono chiesto più volte, se l’immagine esterna di un edificio, deve anche riflettersi negli interni, oppure le due immagini devono necessariamente divergere. Ad esempio in Piano Renzo, quasi sempre l’esterno è indipendente dagli interni, che sono sempre rigorosamente semplici accoglienti, minimalisti, ma “caldi”. Un caso emblematico e il Zentrum Paul Klee di Berna, dove ad un esterno “tecnologico”, che però riesce a creare, con le sue forme, una “liaison” con il paesaggio, divenendone quasi un’appendice interpretativa indispensabile; corrispondono degli interni, che in fin dei conti sono sempre i soliti. Gli stessi del “Sole 24 Ore” di Milano, della sede del “New York Times” a New York, del “Beyeler Museum” a Basilea/Rheien. Anche qui a Berna, prestigiosi pavimenti lignei chiari, pareti semplici a tinte tenui con colori solo laddove necessari per evidenziare qualcosa, corpi illuminanti “tecnici” con coni luminosi soft, porte massicce e pesanti ma comode da movimentare. Tanta attenzione per l’acustica, sia nei controsoffitti che nelle dotazioni impiantistiche. Molta cura negli aspetti di “microclima interno”, sia nella ventilazione che nella climatizzazione. Tanta luce naturale controllata da tende e frangisole. Spesso in Piano Renzo, sono le finestre, con le loro “inquadrature paesaggistiche” a determinare una tensione, una relazione tra interno ed esterno. Anche gli arredi, sempre in legno chiaro, sono essenziali “puliti”. La parte migliore sono i servizi igienici (sempre studiare come vengono realizzati da queste archistar, infatti qui spesso si hanno delle sorprese), che sono il punto dove Piano Renzo, concentra tutta la ricchezza, l’opulenza nell’uso dei materiali e degli accessori, ma anche qui senza “imboscate”, come invece spesso avviene con Herzog & de Meuron o Jean Nouvel.

Dichiara lo stesso Piano Renzo, riferendosi alla sua maniera di fare architettura : “Più elimino il superfluo, più ottengo economie dei materiali. Più riduco i materiali, più mi avvicino alla natura ed entro in contatto con la luce e il vento. La qualità di un edificio dipende in gran parte da una buona illuminazione e dagli effetti piacevoli della ventilazione.” (Renzo Piano – Intervista a cura di Luigi Prestinenza Puglisi in Luminous 3/2009), ecco io credo che in questa operazione di “sottrazione” di “eliminazione”, stia il segreto della così detta architettura degli interni. Infatti poi, spesso, saranno gli utenti ad aggiungere il superfluo, personalizzando lo spazio a loro piacimento.

 

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Gipsoteca


Antonio Canova (nato il 1 novembre 1757) morì a Venezia il  13 ottobre 1822, mentre era a casa di un suo amico , in una tappa del suo viaggio intrapreso per far ritorno a Roma.

Il tempio sepolcrale che custodisce le sue spoglie è a Possagno, in provincia di Treviso, suo paese di nascita dove egli stesso, alcuni anni prima di morire, nel 1819, progettò personalmente e fece costruire a sue spese Il tempio.

Il suo cuore è conservato all’interno del cenotafio che i suoi allievi, gli vollero dedicare a Venezia, in Santa Maria Gloriosa dei Frari.

La casa natale di Antonio Canova è oggi diventata a Possagno un museo “particolare” che raccoglie la pinacoteca dell’artista veneto, alcuni disegni, le incisioni delle opere e numerosi cimeli. Accanto alla casa, sorge la maestosa Gipsoteca canoviana, un enorme edificio a forma basilicale, voluto dal fratellastro dell’Artista, ed unico erede, Giovanni Battista Sartori, e progettato (1836) dall’architetto veneziano Francesco Lazzari (1791-1871) per raccogliere i preziosissimi modelli in gesso, i bozzetti in terracotta, alcuni marmi che si trovavano nello studio dell’artista a Roma al momento della sua morte.

La Gipsoteca canoviana fu ampliata nel 1957, nell’occasione delle celebrazioni del duecentesimo anniversario della nascita dell’Artista, con una nuova addizione, progettata dall’architetto veneziano Carlo Scarpa (1906-1978). Un’opera magnifica in cui scultura ed architettura, si fondono nella luce, che abilmente lo Scarpa, ha saputo magistralmente gestire, per valorizzare al massimo le opere di Canova. I pavimenti degradano leggermente, quasi a seguire l’andamento naturale del terreno, la pianta è a forma di cuneo e si insinua tra la Gipsoteca esistente, gli angoli del soffitto sono smaterializzati per divenire degli “occhi di luce”. Gli intonaci chiari sono trattati per sembrare ruvidi e grezzi, quasi a contrastare la bianca lucidità delle opere scultoree canoviane. Dettagli “estremi” ed azzardati, frutto di elucubrazioni sofisticate di un sapiente dell’archi-scultura, praticata da Scarpa, molto prima di chiunque altro, difatti l’edificio fa acqua dappertutto : dal tetto, dai serramenti, ecc.. D’altronde chi fa ricerca ed innovazione linguistica, in architettura, rischia molto. La Gipsoteca Canoviana di Possagno (Treviso) è uno di quei posti assolutamente da visitare, perchè permeato dovunque della “magia dell’architettura intelligente”.

http://www.museocanova.it/index.php?option=com_content&view=article&id=56&Itemid=62&lang=it

La raccolta delle centinaia di gessi conservati nella Gipsoteca di Possagno consentono di restituire il duro lavoro, meticoloso e gravoso che Canova profondeva nelle sue opere, e che ne hanno fatto un maestro assoluto. Le statue infatti non nascevano quasi mai dalla lavorazione intuitiva del marmo, ma dopo un metodico e precisissimo studio, dal disegno all’argilla, dal gesso al marmo. Il modello in gesso, in particolare, veniva realizzato con una colata su un “negativo” ricavato dalla precedente opera in argilla; nel gesso venivano applicati una miriade di chiodini di bronzo, tuttora visibili nelle statue di Possagno, che consentivano con un apposito e sofisticato pantografo, di trasferire le misure e le proporzioni del gesso nel marmo.

Inoltre Canova lavorava in “simbiosi” con i suoi collaboratori, che inizialmente sbozzavano la scultura, poi lui di persona, la rifiniva, con gli ultimi ritocchi, levigando e dando la forma con le “azioni” più adatte. Le sculture sembrano vere perché impregnava la spugna nell’acqua del secchio con i suoi strumenti sporchi la passava sul marmo poroso ed infine ci metteva la cera dando così il colore dell’incarnato.

Nel giardino davanti alla casa, tuttora coltivato secondo le modalità e con le essenze arboree del tardo Settecento, vive ancora oggi una grande Pino italico (Pinus Pinea), piantato dallo stesso Canova nel 1799.

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Museum der Kulturen


Per cultura, in generale s’intende un insieme di funzioni, di usi, di convenzioni che regolano l’agire umano. La cultura trova espressione nell’azione. Una cultura è anche adattamento all’ambiente.

La cultura è la forma che assume la coscienza nel corso dello scambio che l’uomo ha con la natura esterna e con la propria. Anche la propria natura gli si presenta (all’uomo) come estranea nella misura in cui è già costituita. Alla natura esterna e alla natura interna si aggiunge, nel corso dello sviluppo, la natura sociale che gli si presenta altrettanto estranea.

A seconda della natura dello scambio con la natura e con se stesso, la cultura assume, per le società umane, forme diverse : magiche, religiose, filosofiche, letterarie, artistiche, scientifiche, teoriche. Poiché la cultura non ha un rapporto con se stessa bensì con la realtà che riflette.

Museum der Kulturen Basel, ha di recente (novembre 2011) assunto una nuova identità  nel cuore della città medievale di Basilea. Moderne, eleganti sale espositive inondate di luce invitano a passeggiare e guardare, ad informarsi. Un’idea dello studio di Basilea Herzog & de Meuron : un tetto in piastrelle esagonali di ceramica (fatte a mano) dalle forme plastiche ed accattivanti, consente al vecchio edificio neoclassico del 1849 di Melchior Berri , che fu il primo museo costruito nella Svizzera tedesca, di acquisire così, una nuova identità. Vi si accede dalla piazza del Muster, attraverso una cortina di edifici storici. La corte è stata trasformata in una piazzetta degradante con una “pavimentazione a texture” (mattoni klinkerati), che conduce all’ingresso del museo. Gli spazi interni nuovi, sono comodi ed accoglienti e si integrano perfettamente con le parti esistenti dell’edificio. Magnifiche le finestre “di paesaggio” che consentono di osservare i tetti e gli edifici del centro storico di Basilea, facendo del museo un’architettura di “stanze con vista”.

http://www.mkb.ch/de.html

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Lo studio


Lo spazio dove si crea è spesso l’immagine stessa di ciò che viene creato. E’ la cifra stilistica del proprio mestiere. Lo studio di Basilea delle archistar Herzog & De Meuron, non si discosta da questa regola. Di fatto lo studio è una specie di piccolo villaggio, una cittadella, vicinissima al Fiume Reno, entro cui, più edifici, di diversa natura, contribuiscono a  creare quella dimensione spaziale che è l’anima stessa del mestiere di architetto. Recentemente, verso il grande fiume, è stato realizzato un edificio finestrato, pluripiano, che fa “espandere” ulteriormente lo spazio di questo villaggio della creatività. Dentro, su tavoli lignei spartani ed essenziali, computer, materiali e moltissimi plastici di studio. Tutto è essenziale, quasi minimalista. Qua e là materiali, pezzi di edifici, ogni stanza, un progetto. L’ingresso è costituito da una casa borghese storica, con tetto a falde, che dall’esterno non sarebbe possibile ipotizzare quale studio professionale. Appena si entra si è distratti da una teoria di case, ognuna diversa dall’altra (anche per altezza ed epoca di costruzione), tutte con una funzione diversa. Le case sono collegate fra loro da una serie di verande, corridoi, cortili, e pergolati che ne fanno uno studio assolutamente non convenzionale: un “piccolo villaggio anomalo” in cui lavorano oltre duecentotrenta giovani architetti provenienti da tutto il Mondo. Lo Studio personale di Jacques Herzog, si trova in una villa bianca (pennellata in alcuni punti di argento) quasi al centro del “villaggio”.

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Baci perugina


Molto vicino allo stabilimento della Perugina (quella dei baci), nel quartiere di San Sisto, si trova la mediateca Sandro Penna. Questo edificio è stato progettato dal Milanese Italo Rota, e vuole essere un centro di aggregazione multimediale moderno, oltrechè sociale. La sua principale caratteristica è un design “prestante” accattivante, quasi sfrontato: direi “una folle ridda di luci” e di colori. L’edificio ha infatti la forma di un disco (non volante) a tre piani, interamente vetrato, e spunta dal suolo sfruttando la orografica naturale pendenza del suolo. La mediateca è anche supportata da due teatri: il primo, con 250 posti al primo livello ed un secondo, più piccolo, al terzo piano, strutturato come uno spazio flessibile, per i laboratori artistici dei bambini. Tutta la mediateca, nonostante la forma “aliena” risulta ben progettata per accogliere “utenti” differenti, con funzionalità.  Ai bambini è dedicato il terzo livello, arredato con colori e materiali appositi per stimolarne la creatività. Sempre quì, per gli utenti interessati ai contenuti multimediali, dai video a internet, sono state create apposite postazioni per una fruizione appagante e completa. L’illuminazione di tutta la struttura è molto azzeccata, e realizzata in modo da sfruttare appieno la luce naturale, che penetra nell’edificio attraverso grandi vetrate e lucernari con vetri rosa schocking, colore che, a detta del progettista, favorisce il rilassamento e la concentrazione.

E’ questo un esempio di intervento, ma a Perugia ve ne sono molti altri, anche nel centro storico o in adiacenza ad esso, dove non ci si è puramente ripiegati su se stessi, alla ricerca di una salvaguardia di un paesaggio, che quì a San Sisto, pur essendo mirabile, non avrebbe senso, ma appositamente, con la forma ed i colori, si è creato un “contrasto”, che aiuta proprio alla lettura didattica del paesaggio. A Perugia, oltre ad Italo Rota, altri architetti quali : Jean Nouvel, Aldo Rossi, Studio HOF, ecc., dimostrano, che spesso forme, poetiche e materiali del passato, possono tranquillamente accostarsi, a forme, poetiche e materiali della contemporaneità, senza necessariamente fare “muro contro muro”. Il paesaggio è l’emozione che ci coglie quando, percepiamo un’armonia, spesso soprattutto di contrasti , una sintesi emozionale e sensoriale tra “diversi”. Quando cogliamo la prospettiva di un equilibrio possibile tra uomo ed ambiente nella loro assoluta diversità. Il paesaggio è quindi un’alchimia sapiente di contrasti, tra artificiale e naturale, tra passato e futuro.

http://www.studioitalorota.it/pages-projects/biblioteca-sansisto.html

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In mezzo scorre il fiume (Terragni vs Bottoni)


A Milano, Corso Sempione, è un’arteria di notevole importanza, non soltanto viabilistica. Il nome di Corso Sempione, asse stradale monumentale realizzato in epoca napoleonica sul tracciato della storica via del Seprio, deriva dal toponimo della porta Sempione, erede dell’antica porta Giovia.

L’Asse stradale  si dirige verso nord-ovest, in direzione del Passo del Sempione (lo Svizzero Simplon-Kulm 2005 metri di altitudine). E’ quindi un’arteria storica di importanza Nazionale e Internazionale, che consentiva i rapporti soprattutto commerciali, con i paesi d’oltralpe innanzitutto Francia e Svizzera . Di fatto l’Asse del Sempione è da sempre un’arteria di paesaggio, che ha regolato, nel corso del tempo, lo sviluppo di questa parte della Lombardia, che oggi è di fatto è divenuta,  una Città-Infinita intensamente costruita, di quasi un milione di abitanti, che raggiunge il Lago Maggiore.

Il tracciato urbano di penetrazione dell’asse, nel corpo cittadino di Milano, non fu mai realizzato, a causa dell’utilizzo protratto della Piazza d’Armi, poi trasformata in Parco Sempione. Verso la campagna, il Corso Sempione terminava al rondò della Cagnola (in fondo al Corso, ora Piazza Firenze), realizzato per consentire l’inversione delle carrozze a cavalli dei nobili a passeggio, secondo gli usi del tempo. Più oltre la strada si biforcava, confluendo con due brevi tronchi sulle preesistenti strade Gallaratese e Varesina.

Con gli Austriaci, l’Asse del Sempione perse importanza, sostituito dall’asse diretto verso nord-est, in direzione della Villa di Monza (attuali corso Venezia, corso Buenos Aires e viale Monza). dopo l’Unità d’Italia il corso Sempione venne addirittura tagliato a livello da due linee ferroviarie: nel 1870 quella per Vigevano (soppressa poi nel 1931) e nel 1879 quella per Saronno (portata in trincea nel 1929.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nonostante la costruzione di numerosi edifici residenziali anche di prestigio, il corso ha mantenuto fino ad oggi un aspetto dimesso: anche il tratto più prossimo all’Arco della Pace, che ha “subito” un nuovo arredo urbano progettato dall’arch. Vittoriano Viganò, negli anni ottanta del Novecento, ha conosciuto un rapido degrado.

E’ questo un asse che come abbiamo detto costituisce anche un “disegno” urbanistico che costruisce l’intorno di un intero settore del tessuto urbano, quasi fosse un “fiume” che penetra nel disegno radiocentrico di Milano.

Non a caso, proprio qui, due edifici: Casa Rustici di Lingeri e Terragni (1933/36) e il Palazzo INA di Piero Bottoni (1953/1958) si confrontano, quasi l’uno di fronte all’altro, proprio a significare il duplice tentativo, ambedue andati perduti, di dare a Milano, un futuro urbanistico “importante”, da grande metropoli, a questa città di fatto “piccola” non soltanto nei numeri, ma soprattutto nei suoi amministratori.

Foto di Laura Montedoro

Casa Rustici (Corso Sempione 36), nel progetto di Terragni e Lingeri, si individuano elementi tipologici e compositivi molto innovativi (finestre molto ampie, logge a passerella, tetto terrazza, ecc.), assenti nelle altre realizzazioni del “duo” delle altre cinque case milanesi costruite, maggiormente condizionate dai vincoli imposti dai rigidi regolamenti edilizi milanesi. Di fatto la Casa Rustici è il primo intervento di un quartiere che dopo la dismissione della cintura ferroviaria intendeva realizzare uno splendido, modernissimo quartiere, teso a proiettare Milano maggiormente in Europa, ed a livello con l’architettura e l’urbanistica contemporanea degli anni Trenta. Il progetto verrà respinto nove volte, soprattutto per la presenza delle logge passerella, considerate un pesante limite all’apertura dello spazio del cortile. 

Immagine tratta da : http://www.soa.syr.edu – casa.rustici.plans.sm.gif

L’area oggetto dell’intervento INA di Bottoni (Corso Sempione 33), invece, era sottoposta ad un piano particolareggiato in attuazione del piano regolatore approvato nel 1953. Negli studi preliminari del piano (1950) era prevista una soluzione planivolumetrica che superava lo schema di casa a cortile chiuso indicato dalle vecchie norme del regolamento edilizio. Un corpo alto 58 metri ortogonale all’asse stradale si elevava dal verde circostante ed era fiancheggiato su un lato da una nuova strada che, mentre consentiva l’accesso al garage sotterraneo. Una disposizione urbanistica innovativa, di grande respiro europeo, una casa alta per osservare il paesaggio, dal Castello al Monte Rosa. Comunque il Palazzo INA di Corso Sempione non riguarda più soltanto il disegno urbanistico e architettonico della città ma investe anche il concetto stesso dell’abitare introducendo elementi innovativi di un corpo di fabbrica, che richiama in alcuni punti l’Unitè d’Habitation di Le Corbusier : piano terreno a pilotis, tetto abitato, piano intermedio a servizi comuni, ecc.. Il carattere innovativo delle proposte di Bottoni determina un iter progettuale alquanto lungo e alterno, in cui si susseguono numerose ipotesi urbanistiche e architettoniche. Poi alla fine del verde previsto nel Piano Particolareggiato approvato, non rimarrà praticamente nulla. 

Immagine tratta da : http://www.skyscrapercity.com – Piero Bottoni a Milano, Case, Quartieri, paesaggi 1926-1970,edito da La Vita Felice – 30sikxd.jpg

Due approcci, sia al disegno urbanistico che ia quello architettonico e tipologico, completamente diversi, proprio come se fossero su due sponde diverse di un fiume. Da una parte la città, che, seppur moderna cerca ancora un dialogo con la morfologia urbana storica (Terragni, con Lingeri, re-interpreta la casa a corte milanese storica), seppur introducendo tutti gli elementi, anche tipologici dell’architettura moderna. Dall’altra parte, nel dopoguerra, l’esigenza di ri-costruire, induce, quasi in maniera “violenta” ed indifferente, Bottoni a proporre un modello architettonico “internazionale”, dove a prevalere è la logica della casa verticale in linea, per tutti, funzionale ed efficiente. In mezzo, appunto, c’è un fiume; il fiume della Storia.

 
 

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Kalterer see


Lo studio viennese the next ENTERprise architects (http://www.austria-architects.com/de/thenextenterprise), ha creato nel 2006 a Caldaro (Bz), una piscina pubblica con una struttura dalla linea sublime, molto raffinata e “filante”. La eccezionalitá della struttura é che si trova in posizione rialzata rispetto al lago di Caldaro, per cui chi nuota nella piscina, o prende il sole,  ha una vista magnifica sul paesaggio circostante. E’ di fatto un apparato per la cura elioterapica, nuotare e contemplare il paesaggio. Alla piscina con solarium (ed anche un piccolo ma fornitissimo bar/enoteca), posta al piano primo, si antepone, sotto, la zona relax e spogliatoi, più in penombra, dominata da “stanze” con getti d’acqua e grandi lucernari che captano la luce attraverso l’acqua della piscina soprastante. Infine c’è il grande parterre verde, che fa da “antefatto” alle acque del lago. Attorno vigne e meleti.

http://www.kalterersee.com/it/sport-e-tempo-libero/attivita-sportive/nuotare/lido-al-lago-di-caldaro/

È molto probabile, che i riferimenti adottati nell’ideazione del progetto, siano mirati ad un’architettura “tecnica”, quasi meccanica, di anteposizione netta (ed al contempo di comprensione) all’amenità paesaggistica e naturale dell’intorno. Infatti Marie-Therese Harnoncourt ed Ernst J. Fuchs, fondatori dello studio the next ENTERprise architects hanno sempre dichiarato la loro attenzione per le architetture di Coop – Himmelb(l)au, capostipite di un linguaggio architettonico “radicale” molto diffuso in Austria. Quì, ai bagni di Caldaro, modernità è tradizione, si fondono, si compenetrano, lanciandosi assieme verso il futuro, come deve sempre avvenire affinchè si costruisca il presente; infatti anche il vecchio hotel “in stile altoatesino” è stato abilmente inglobato nella nuova struttura. Calcestruzzo a vista, resine, legno ed acciaio inox, convivono assieme, in un meltin pot, quasi perfetto.

http://www.kalterersee.com/it/webcam/caldaro-lago-di-caldaro.html

http://www.kaltern.com/it/attivit-nell-acqua.html

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