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Paesaggio

I luoghi della morte


Eric Miralles – Cementiri Nou – Igualada

Carlo Scarpa – Tomba Brion – San Vito d’Altivole

Montjuich – Barcellona – Cementiri

“Una cripta, si crede, nasconde sempre un morto. Ma per proteggerlo da cosa? Da che cosa si conserva intatto un morto, se non -al tempo stesso- dalla vita e dalla morte che potrebbero venirgli dall’esterno ? E’ per far si che la morte possa aver luogo nella vita?”.

Così scrive Jacques Derrida. Il cimitero, come insieme di edifici per i morti, di vie per i morti, avendo quasi sempre un limite, una recinzione, si configura come una città; nella città dei morti il rapporto privato con la morte torna ad essere rapporto civile. Quindi cosa ha il cimitero rispetto alla città? Ha che qui, il tempo, viene consumato con una velocità diversa. In un cimitero tutto è previsto, programmato, il tempo possiede una “misura diversa”. In quanto ha il cimitero, rispetto alla città, un paesaggio diverso, un paesaggio “finito”.

Nei cimiteri prevale un’ossessione sistematica per il mondo dell’aldilà, sempre intrecciata con temi dell’elogio della vita. La sfida di ogni cimitero è quella di sondare la “possibilità architettonica” di raggiungere (senza varcarla, ovviamente) la soglia con l’aldilà. Una soglia, dopo la quale, non esiste più il tempo ed il paesaggio, ma nemmeno l’architettura.

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Hektor


Modificare il paesaggio, in questo caso quello urbano, inciderlo in maniera “morbida” ed al contempo “violenta”, affinchè, le tracce “fragili” della vernice,  possano diventare pesanti come pietre, come cemento. Ecco a volte, il disegno paesaggistico, può essere stravolto, da un lavoro “abusivo”, bidimensionale, ma al contempo rivoluzionario, che ci consente di avere dei luoghi, una nuova lettura. Ne nasce un “nuovo paesaggio”, provvisorio, che però ci offre gratuitamente attimi “fissi” di quegli infiniti “possibili” a cui è inevitabilmente destinato il paesaggio antropizzato. E’ come se per un istante il tempo si fermasse, a sancire un solo fotogramma di un dinamismo inarrestabile, che è il paesaggio che passa e si modifica, continuamente, davanti ai nostri occhi di “mortali” spettatori .

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A day in San Gimignano


In cinque siamo partiti da Milano, da Piazzale Bausan alla Bovisa, alle ore 7,15. L’obbiettivo, non dichiarato, era quello di fare uno “striscio paesaggistico” dalla Lombardia alla Toscana.  La tappa finale del nostro viaggio era San Gimignano. Attraversando la città ancora “dormiente”, in un sabato dei primi di marzo e provenendo dal tessuto urbano disastrato ed incoerente della trasformazione della Bovisa, che tarda ad arrivare, ci si accorge della massa di automobili che infesta questa città. Accatastate sui marciapiedi, sulle aiuole, in doppia e tripla fila, ovunque, le auto disegnano il paesaggio urbano milanese (In media ogni 1000 abitanti in Italia esistono 768 veicoli – a Milano sono 810 ogni 1000 abitanti). Veloci, nella tranquillità di una mattinata serena e fresca in cui il picco delle micropolveri sottili, non ammorba ancora l’aria, in circa quindici minuti, entriamo nella Tangenziale Est a Lambrate. Dal rilevato autostradale, il paesaggio della periferia est milanese appare in tutta la sua tragicità, dove le strutture viabilistiche ed una teoria di capannoni e residenze, oscurano l’orizzonte. Superato il casello autostradale dell’Autostrada A1, procediamo lesti in direzione Bologna, la pianura agricola, in maniera prepotente conquista l’orizzonte paesaggistico, dimostrando che qui è ancora forte, nonostante sia tempestata qua e là da complessi industriali e logistici di dimensione impressionante, che irridono la dimensione cadenzata delle cascine agricole. All’Autostrada A1, da Piacenza, lentamente si avvicina il fascio di binari dell’Alta Velocità, costruendo così una struttura antropica, un “muro di cemento” di rara ignoranza paesaggistica. I pochi provvedimenti di mitigazione appaiono poca cosa ed i ponti, che scavalcano questo apparato (A1 + TAV), quasi comici nella loro “gobbuta” e “stupida” elevazione verticale. Si procede così, senza grande affanno, sino a Bologna, vista la quasi totale assenza dei TIR che caratterizzano, con lunghe colonne, i giorni feriali di questa arteria che collega il nord al sud Italia (soltanto il 9% circa delle merci è caricato sui treni, dati al 2009 : si tratta di una delle percentuali più basse di tutta Europa, in Germania, è del 21%, e la media europea è del 17%).

Da Bologna, o meglio da Casalecchio di Reno,  veniamo “intubati” nel nuovo percorso, in costruzione, della A1, la così detta “Variante di valico”, che tra tunnel e barriere anti-rumore, nega la vista di questa parte di paesaggio. Da Sasso Marconi, o giù di lì (La Quercia), si ritorna sul vecchio tracciato, da cui si gode, lo scempio paesaggistico in atto nell’Appennino Tosco-Emiliano con la costruzione della “Variante di Valico” tra La Quercia ed Incisa. Un’opera impressionante, che spesso, troppo spesso costituisce un raddoppio del vecchio tracciato, che non verrà demolito. Tra deviazioni, frane, modifica delle falde acquifere, ecc. l’opera tarda a concludersi ed i costi sono lievitati considerevolmente.

Come scrive Salvatore Settis, nel suo bel libro “Paesaggio, Costituzione, Cemento” (Ed. Einaudi 2010) : “ la Repubblica italiana fu il primo stato al mondo a porre la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio (art. 9 della Costituzione italiana)”, ma poi questo spirito di tutela, tradottosi anche in Leggi quali la 1089/39 e la 1497/39, sembra essersi polverizzato in una miriade di normative locali e di controversie, tanto che oggi, lo scempio paesaggistico, appare un’attività a cui i soggetti interessati partecipano nell’indifferenza più totale.

Siamo arrivati a San Gimignano verso le 11,00 e dopo un accurato sopralluogo della città murata e turrita, ed aver osservato l’ameno paesaggio dei dintorni, sensualmente ondulato ed “operato nei secoli” dall’agricoltura come un pizzo; davanti al un piatto di Pici cacio e pepe, e ad un bicchiere di vino rosso del Chianti, viene logico porsi alcune domande e darsi qualche risposta.

Innanzitutto il Paesaggio è estremamente difficile da cogliere, con un solo sguardo, in quanto complesso e multi-sfaccettato (come scrive Settis), però è anche vero che quello che abbiamo visto, tra Milano e San Gimignano, è innanzitutto frutto di una incapacità di governare il sistema complesso della “bellezza italiana” o di una “senziente” deriva verso obbiettivi progettuali anti-paesaggistici, più che di un’incapacità di “cogliere” il significato di questo Paesaggio che si sta sistematicamente fagocitando. Lo cogliamo benissimo il Paesaggio, ma tutti assieme : operatori pubblici e privati, nonché gli stessi Cittadini, opponiamo a questo “scempio paesaggistico”, il “volgere lo sguardo”. Come scrive Giovanna Meandri, nel suo intelligente libro “Cultura, Paesaggio, Turismo” (Ed. Gremesse 2006) : “Non possiamo permettere che l’Italia continui a sprecare una delle sue risorse migliori: la sua bellezza, la sua cultura, i suoi paesaggi unici. Sono risorse strategiche, non delocalizzabili nel mercato globale, che né la Cina, né l’India possono sottrarci e su cui abbiamo interesse ad investire……Il Paesaggio, l’ambiente, il patrimonio e la produzione culturale costituiscono un immenso valore in grado di sviluppare una filiera produttiva che può garantirne la tutela, favorirne la fruizione e creare nuove imprese e nuova buona occupazione.”

Ecco secondo me, non si tratta di vagheggiare un Paese Italia senza autostrade, senza treni ad alta velocità, senza grande industria, ma di incominciare a progettare una nazione in grado di pensare ad uno sviluppo in cui  “Fare Paesaggio” sia l’epicentro di una maniera per affrontare la costruzione del futuro. Ecco quando si progetta un’infrastruttura, un edificio, una città, al centro deve esserci, oltre alla sua utilità effettiva, i suoi costi, la maniera di come la inserisco in un sistema produttivo in cui il Paesaggio (come dovrebbe ovvio essere) è al centro delle desiderata degli operatori privati e dei Cittadini, nonché l’obbiettivo primigenio dello Stato.

Diverrà quindi logico, non eseguire uno “scempio paesaggistico”, ma fare in modo che si adottino tutti quei provvedimenti, anche di condivisione democratica con i Cittadini, in grado di ridurre il più possibile l’impatto sociale e paesaggistico, ed il consumo di suolo, per qualunque opera (anche la più piccola) si inserisca nel Paesaggio.

Il Paesaggio, per come lo intendiamo noi umani è sempre il frutto di un “contrasto equilibrato” tra  ambiente naturale e/o antropizzato e spazio costruito realizzato dall’uomo. Proprio come a San Gimignano, dove alla bellezza della città murata e turrita, si antepone un territorio agricolo altrettanto bello.

Alle 16,30 abbiamo ripreso la via per ritornare verso casa, dove siamo arrivati attorno alle 20,00 dopo 356 chilometri.

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Metabolism Talks…..


Un “Dream Team”: Rem Koolhaas e Hans Ulrich Obrist, due viaggiatori spazio temporali incalliti, due “visionari”, quali autori. A stì due aggiungete una Designer grafica “de paura” Irma Boom (un cognome un programma). Se poi ci mettete il tema, che però a sto punto è un pò come la ciliegina sulla torta : I Metabolisti (anni Sessanta), ecco a voi sfornato, per i tipi di Taschen, un librazzo, un volumone di sicuro successo (anche perchè ha un costo accettabile € 39,90).

Tra i ringraziamenti degli autori, anche l’onnipresente Stefano Boeri, che avendo un’età matura (è del 1956), ha potuto apprezzare i “deliri” di Kenzo Tange,  Fumihiko Maki, Kisho Kurokawa e soci, contestualizzati in quell’irripetibile periodo storico.

Che dire, un prodotto che mancava, affascinante, ricco di preveggenza e di possibili “porte” per il futuro  dell’architettura . Si fa il punto, parlandone con i sopravvissuti, del primo movimento di architettura non occidentale. Dopo la “tabula rasa” della Seconda Guerra Mondiale, culminata con le atomiche giapponesi, i Metabolisti hanno rappresentato lo stile l’architettura della ricostruzione (ovviamente filo-occidentale) e dopo l’Expo 70, tenutasi in Giappone, hanno conquistato il Mondo e soprattutto l’Oriente. Tantissime foto rare di progetti visionari, belle immagini e “ghiotte” interviste.

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Baci perugina


Molto vicino allo stabilimento della Perugina (quella dei baci), nel quartiere di San Sisto, si trova la mediateca Sandro Penna. Questo edificio è stato progettato dal Milanese Italo Rota, e vuole essere un centro di aggregazione multimediale moderno, oltrechè sociale. La sua principale caratteristica è un design “prestante” accattivante, quasi sfrontato: direi “una folle ridda di luci” e di colori. L’edificio ha infatti la forma di un disco (non volante) a tre piani, interamente vetrato, e spunta dal suolo sfruttando la orografica naturale pendenza del suolo. La mediateca è anche supportata da due teatri: il primo, con 250 posti al primo livello ed un secondo, più piccolo, al terzo piano, strutturato come uno spazio flessibile, per i laboratori artistici dei bambini. Tutta la mediateca, nonostante la forma “aliena” risulta ben progettata per accogliere “utenti” differenti, con funzionalità.  Ai bambini è dedicato il terzo livello, arredato con colori e materiali appositi per stimolarne la creatività. Sempre quì, per gli utenti interessati ai contenuti multimediali, dai video a internet, sono state create apposite postazioni per una fruizione appagante e completa. L’illuminazione di tutta la struttura è molto azzeccata, e realizzata in modo da sfruttare appieno la luce naturale, che penetra nell’edificio attraverso grandi vetrate e lucernari con vetri rosa schocking, colore che, a detta del progettista, favorisce il rilassamento e la concentrazione.

E’ questo un esempio di intervento, ma a Perugia ve ne sono molti altri, anche nel centro storico o in adiacenza ad esso, dove non ci si è puramente ripiegati su se stessi, alla ricerca di una salvaguardia di un paesaggio, che quì a San Sisto, pur essendo mirabile, non avrebbe senso, ma appositamente, con la forma ed i colori, si è creato un “contrasto”, che aiuta proprio alla lettura didattica del paesaggio. A Perugia, oltre ad Italo Rota, altri architetti quali : Jean Nouvel, Aldo Rossi, Studio HOF, ecc., dimostrano, che spesso forme, poetiche e materiali del passato, possono tranquillamente accostarsi, a forme, poetiche e materiali della contemporaneità, senza necessariamente fare “muro contro muro”. Il paesaggio è l’emozione che ci coglie quando, percepiamo un’armonia, spesso soprattutto di contrasti , una sintesi emozionale e sensoriale tra “diversi”. Quando cogliamo la prospettiva di un equilibrio possibile tra uomo ed ambiente nella loro assoluta diversità. Il paesaggio è quindi un’alchimia sapiente di contrasti, tra artificiale e naturale, tra passato e futuro.

http://www.studioitalorota.it/pages-projects/biblioteca-sansisto.html

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In mezzo scorre il fiume (Terragni vs Bottoni)


A Milano, Corso Sempione, è un’arteria di notevole importanza, non soltanto viabilistica. Il nome di Corso Sempione, asse stradale monumentale realizzato in epoca napoleonica sul tracciato della storica via del Seprio, deriva dal toponimo della porta Sempione, erede dell’antica porta Giovia.

L’Asse stradale  si dirige verso nord-ovest, in direzione del Passo del Sempione (lo Svizzero Simplon-Kulm 2005 metri di altitudine). E’ quindi un’arteria storica di importanza Nazionale e Internazionale, che consentiva i rapporti soprattutto commerciali, con i paesi d’oltralpe innanzitutto Francia e Svizzera . Di fatto l’Asse del Sempione è da sempre un’arteria di paesaggio, che ha regolato, nel corso del tempo, lo sviluppo di questa parte della Lombardia, che oggi è di fatto è divenuta,  una Città-Infinita intensamente costruita, di quasi un milione di abitanti, che raggiunge il Lago Maggiore.

Il tracciato urbano di penetrazione dell’asse, nel corpo cittadino di Milano, non fu mai realizzato, a causa dell’utilizzo protratto della Piazza d’Armi, poi trasformata in Parco Sempione. Verso la campagna, il Corso Sempione terminava al rondò della Cagnola (in fondo al Corso, ora Piazza Firenze), realizzato per consentire l’inversione delle carrozze a cavalli dei nobili a passeggio, secondo gli usi del tempo. Più oltre la strada si biforcava, confluendo con due brevi tronchi sulle preesistenti strade Gallaratese e Varesina.

Con gli Austriaci, l’Asse del Sempione perse importanza, sostituito dall’asse diretto verso nord-est, in direzione della Villa di Monza (attuali corso Venezia, corso Buenos Aires e viale Monza). dopo l’Unità d’Italia il corso Sempione venne addirittura tagliato a livello da due linee ferroviarie: nel 1870 quella per Vigevano (soppressa poi nel 1931) e nel 1879 quella per Saronno (portata in trincea nel 1929.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nonostante la costruzione di numerosi edifici residenziali anche di prestigio, il corso ha mantenuto fino ad oggi un aspetto dimesso: anche il tratto più prossimo all’Arco della Pace, che ha “subito” un nuovo arredo urbano progettato dall’arch. Vittoriano Viganò, negli anni ottanta del Novecento, ha conosciuto un rapido degrado.

E’ questo un asse che come abbiamo detto costituisce anche un “disegno” urbanistico che costruisce l’intorno di un intero settore del tessuto urbano, quasi fosse un “fiume” che penetra nel disegno radiocentrico di Milano.

Non a caso, proprio qui, due edifici: Casa Rustici di Lingeri e Terragni (1933/36) e il Palazzo INA di Piero Bottoni (1953/1958) si confrontano, quasi l’uno di fronte all’altro, proprio a significare il duplice tentativo, ambedue andati perduti, di dare a Milano, un futuro urbanistico “importante”, da grande metropoli, a questa città di fatto “piccola” non soltanto nei numeri, ma soprattutto nei suoi amministratori.

Foto di Laura Montedoro

Casa Rustici (Corso Sempione 36), nel progetto di Terragni e Lingeri, si individuano elementi tipologici e compositivi molto innovativi (finestre molto ampie, logge a passerella, tetto terrazza, ecc.), assenti nelle altre realizzazioni del “duo” delle altre cinque case milanesi costruite, maggiormente condizionate dai vincoli imposti dai rigidi regolamenti edilizi milanesi. Di fatto la Casa Rustici è il primo intervento di un quartiere che dopo la dismissione della cintura ferroviaria intendeva realizzare uno splendido, modernissimo quartiere, teso a proiettare Milano maggiormente in Europa, ed a livello con l’architettura e l’urbanistica contemporanea degli anni Trenta. Il progetto verrà respinto nove volte, soprattutto per la presenza delle logge passerella, considerate un pesante limite all’apertura dello spazio del cortile. 

Immagine tratta da : http://www.soa.syr.edu – casa.rustici.plans.sm.gif

L’area oggetto dell’intervento INA di Bottoni (Corso Sempione 33), invece, era sottoposta ad un piano particolareggiato in attuazione del piano regolatore approvato nel 1953. Negli studi preliminari del piano (1950) era prevista una soluzione planivolumetrica che superava lo schema di casa a cortile chiuso indicato dalle vecchie norme del regolamento edilizio. Un corpo alto 58 metri ortogonale all’asse stradale si elevava dal verde circostante ed era fiancheggiato su un lato da una nuova strada che, mentre consentiva l’accesso al garage sotterraneo. Una disposizione urbanistica innovativa, di grande respiro europeo, una casa alta per osservare il paesaggio, dal Castello al Monte Rosa. Comunque il Palazzo INA di Corso Sempione non riguarda più soltanto il disegno urbanistico e architettonico della città ma investe anche il concetto stesso dell’abitare introducendo elementi innovativi di un corpo di fabbrica, che richiama in alcuni punti l’Unitè d’Habitation di Le Corbusier : piano terreno a pilotis, tetto abitato, piano intermedio a servizi comuni, ecc.. Il carattere innovativo delle proposte di Bottoni determina un iter progettuale alquanto lungo e alterno, in cui si susseguono numerose ipotesi urbanistiche e architettoniche. Poi alla fine del verde previsto nel Piano Particolareggiato approvato, non rimarrà praticamente nulla. 

Immagine tratta da : http://www.skyscrapercity.com – Piero Bottoni a Milano, Case, Quartieri, paesaggi 1926-1970,edito da La Vita Felice – 30sikxd.jpg

Due approcci, sia al disegno urbanistico che ia quello architettonico e tipologico, completamente diversi, proprio come se fossero su due sponde diverse di un fiume. Da una parte la città, che, seppur moderna cerca ancora un dialogo con la morfologia urbana storica (Terragni, con Lingeri, re-interpreta la casa a corte milanese storica), seppur introducendo tutti gli elementi, anche tipologici dell’architettura moderna. Dall’altra parte, nel dopoguerra, l’esigenza di ri-costruire, induce, quasi in maniera “violenta” ed indifferente, Bottoni a proporre un modello architettonico “internazionale”, dove a prevalere è la logica della casa verticale in linea, per tutti, funzionale ed efficiente. In mezzo, appunto, c’è un fiume; il fiume della Storia.

 
 

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Kalterer see


Lo studio viennese the next ENTERprise architects (http://www.austria-architects.com/de/thenextenterprise), ha creato nel 2006 a Caldaro (Bz), una piscina pubblica con una struttura dalla linea sublime, molto raffinata e “filante”. La eccezionalitá della struttura é che si trova in posizione rialzata rispetto al lago di Caldaro, per cui chi nuota nella piscina, o prende il sole,  ha una vista magnifica sul paesaggio circostante. E’ di fatto un apparato per la cura elioterapica, nuotare e contemplare il paesaggio. Alla piscina con solarium (ed anche un piccolo ma fornitissimo bar/enoteca), posta al piano primo, si antepone, sotto, la zona relax e spogliatoi, più in penombra, dominata da “stanze” con getti d’acqua e grandi lucernari che captano la luce attraverso l’acqua della piscina soprastante. Infine c’è il grande parterre verde, che fa da “antefatto” alle acque del lago. Attorno vigne e meleti.

http://www.kalterersee.com/it/sport-e-tempo-libero/attivita-sportive/nuotare/lido-al-lago-di-caldaro/

È molto probabile, che i riferimenti adottati nell’ideazione del progetto, siano mirati ad un’architettura “tecnica”, quasi meccanica, di anteposizione netta (ed al contempo di comprensione) all’amenità paesaggistica e naturale dell’intorno. Infatti Marie-Therese Harnoncourt ed Ernst J. Fuchs, fondatori dello studio the next ENTERprise architects hanno sempre dichiarato la loro attenzione per le architetture di Coop – Himmelb(l)au, capostipite di un linguaggio architettonico “radicale” molto diffuso in Austria. Quì, ai bagni di Caldaro, modernità è tradizione, si fondono, si compenetrano, lanciandosi assieme verso il futuro, come deve sempre avvenire affinchè si costruisca il presente; infatti anche il vecchio hotel “in stile altoatesino” è stato abilmente inglobato nella nuova struttura. Calcestruzzo a vista, resine, legno ed acciaio inox, convivono assieme, in un meltin pot, quasi perfetto.

http://www.kalterersee.com/it/webcam/caldaro-lago-di-caldaro.html

http://www.kaltern.com/it/attivit-nell-acqua.html

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La Maison des Hommes (Marseille)


E’ il 1945, la Seconda Guerra Mondiale è appena finita, quando Le Corbusier (LC) viene incaricato dal Ministère de la Reconstruction et de l’Urbanisme (M.R.U.) di progettare un edificio d’abitazione alla periferia della città di Marseille. LC ha qui per la prima volta “carta bianca” e può applicare in maniera libera, sia i concetti di proporzione codificati nel Modulor, sia le sue idee sull’abitazione moderna per le classi medie. Però di fatto è anche, soprattutto, una libera interpretazione “applicata” dell’urbanistica sancita dalla Carta di Atene (1942) .

Scrive LC : “ Un avvenimento di importanza rivoluzionaria : sole, spazio, verde. Se volete che la famiglia viva nell’intimità, nel silenzio, conforme alla natura…..mettete insieme duemila persone, prendetele per mano e attraverso un’unica porta andate verso quattro ascensori (Otis), ciascuno della capienza di venti persone……Potrete così godere di quiete e di contatto immediato esterno-interno. Le case saranno alte cinquanta metri. Bimbi, giovani e adulti avranno a disposizione il parco intorno all’edificio. La città sarà immersa nel verde e sul tetto delle case troveremo gli asili per i piccoli”. Tutto l’edificio è in “beton brut”, cemento armato a vista.

Un alloggio tipo – fonte : http://www.istitutovirgilio.it

Ogni alloggio affaccia sul paesaggio magnifico del mare e delle alture attorno al golfo di Marsiglia : il mare aperto, l’Estaque, la Sainte-Beaume, ecc.. Molto attento è anche lo studio dei colori e della disposizione dei frangisole in funzione della disposizione eliotermica delle facciate, nonché di una serie di “matrici” che segnano i calcestruzzi : conchiglie, fregi artistici della poetica lecorbuseriana, ecc.; vere e proprie decorazioni che impreziosiscono e rendono unico l’edificio. Lo spazio disponibile sul tetto è al contempo, giardino, ambiente ginnico, spazio scolastico, luogo teatrale, luogo per bagni solari, piscina, bellevue. Al livello 7 e 8  LC colloca una grande galleria commerciale (bar, panettiere, parrucchiere, libreria, uffici professionali, ecc.); all’ottavo livello un hotel per i visitatori con 20 camere. La scuola materna è collocata al livello 17, con tre classi.

Di fatto l’Unite d’Habitation di Marseille è una piccola cittadina di oltre 2000 abitanti, in verticale. L’edificio fu iniziato il 14 di ottobre del 1947 e fu inaugurato il 14 di ottobre del 1952.

Alcuni dati  (fonte – Unitè d’Habitation de Marseille – èditions Parenthèses – 1992) :

Luogo – 280 boulevard Michelet, 13008, Marseille.

Superficie del terreno – 3,684 ettari.

Numero degli appartamenti – 321 + 16 camere (nel 1952).

Costo previsto – 353 milioni di franchi (nel 1947).

Costo reale – 2800 milioni di franchi (nel 1955).

Tempistica del cantiere – 12 mesi (prevista), 60 mesi (reali).

Superficie abitabile – 28.773 metri quadrati.

Superficie locali tecnici – 5.738 metri quadrati.

Altezza dell’edificio nel punto più alto – 56 metri (niveau acrotère).

Bureau d’ètudes – A.T.B.A.T. (atelier des batisseurs) direttore tecnico Vladimir Bodiansky.

Bureau de control – Vèritas.

Impresa principale di costruzione – La Construction Moderne.

Lo statuto giuridico dell’Unite d’Habitation di Marseille è quello della comproprietà privata, costituita nel maggio del 1954. il 20 di giugno del 1986, le parti comuni della comproprietà e le facciate, sono state classificate Monumento Storico della Repubblica Francese.

Alla fine si scopre che, LC non era molto diverso dagli altri architetti dell’epoca, e di oggi, i costi preventivati per l’Unitè, non corrispondevano ai costi reali finali, il cronoprogramma di progetto, fu completamente sconvolto. LC guardava avanti, il suo progetto per Marseille, fu per decenni rifiutato dagli abitanti, tanto che per anni, ad abitarci furono soprattutto architetti. Poi, la società si adeguò alla sua “visione” ed oggi, si sta assistendo ad una rinascita di questa immaginifica “macchina per abitare”, sono gli stessi abitanti che ne promuovono il restauro filologico, che si ritrovano periodicamente, in estate sul tetto, ad organizzare spettacoli ed eventi. Come fu per la Ville Savoye, per il padiglione Philips, per la Cappella di Ronchamp, ecc., LC, guardava così avanti, che spesso “spiazzava” i suoi interlocutori, i suoi committenti. Soprattutto negli ultimi decenni di attività, conscio di essere una creatura caduca, con i suoi progetti,  “lanciava sassi”, sassi verso il futuro, che sapeva non gli sarebbe appartenuto.

 

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Florence


Quando il Principato dei Medici si formò, Firenze aveva già un’egemonia politica ed economica, su un vasto territorio. Cosimo De Medici ed i suoi figli, non modificarono l’assetto consolidato, ma cercarono di renderlo più equilibrato. Il regime dei Medici operò, nel corso del tempo, con grande cautela sul “corpo urbano” di Firenze, innovando, ma rispettando l’eredità del passato. C’erano vasti spazi privi di edifici all’interno della cerchia delle mura cittadine, ma il regime mediceo non ne approfittò, per creare nuovi quartieri rispetto alla città del Medioevo ed a quella del Rinascimento. Di regola ci si limitò ad inserire edifici nuovi entro il tracciato urbano preesistente, oppure trasformando edifici antichi con aggiunte all’esterno e rinnovamenti all’interno (caso emblematico quello di Palazzo Vecchio e di Palazzo Pitti). Questa “cautela urbanistica”, divenne un esempio, che fu attuato in tutto il Principato toscano. La cautela urbanistica non impedì l’inserimento dentro la città antica di edifici nuovi, ed i particolare di un nuovo complesso “direzionale” del potere (un quartiere a pianta quasi triangolare), costituito dal sistema urbano : Palazzo Pitti, Ponte Vecchio, Corridoio Vasariano, Uffizi, Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio.

La bilancia equilibrata dei Medici, fra tradizione ed innovazione, non impedì la formazione di una nuova maniera di intendere il paesaggio del Principato, in particolare fu l’occasione per cingere la città di Firenze con un serie di fortezze di “prossimità” tese anche a spegnere ogni velleità repubblicana. Un intervento molto  importante nel Principato furono le opere per migliorare la regimentazione delle acque, migliorare le strade, costruire ponti ed altre opere pubbliche. Ciò per consentire un transito più efficiente delle merci e delle materie prime, ma anche per garantire migliori collegamenti tra la città ed il suo territorio.

Ecco questi appunti, attinti dalla “Storia dell’arte italiana” volume 12 – Einaudi (1983), ben spiegano come l’organizzazione del paesaggio (urbano e non), la sua salvaguardia, siano stati in passato una delle attenzioni primigenie del potere. Ecco forse noi non dovremmo fare altro che “dare continuità” a questi semplici principi, per recuperare un rapporto più corretto di salvaguardia del paesaggio.

 

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