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Pagano


L’ Architetto Giuseppe Pagano, quando era direttore di Casabella (dal 1933 al 1943), si occupò spesso di descrivere la situazione disciplinare e professionale vigente in Italia in quegli anni.  L’iniziale entusiasmo verso un’architettura d’impronta moderna capace di dialogare con i temi mondiali si dissipa osservando la deriva monumentale enfatizzata da Marcello Piacentini e intrapresa dai gerarchi di quel periodo.

Pagano è anche consapevole del ruolo svolto da Mussolini nelle sorti dell’architettura italica. I concorsi per la Stazione di Firenze, per Sabaudia, per il Palazzo del Littorio a Roma, sono “pilotati” dall’establishment fascista vicino ad Duce.
Con l’editoriale “Potremo salvarci dalle false tradizioni e delle ossessioni monumentali” del gennaio 1941 (n. 157 di Casabella), Pagano determina una rottura chiara rottura con il monumentalismo imperante, schierandosi a favore dell’architettura moderna. Pagano, fu più volte richiamato ufficialmente, ma non volle allinearsi, e scrivendo un successivo articolo “Occasioni perdute” determinò il sequestro del seguente numero 158 del febbraio 1941.

Già nel numero 82 di Casabella del 1934, Pagano con un numero monografico sul concorso del Palazzo del Littorio a Roma, posto in parallelismo con i concorsi: Società delle Nazioni a Ginevra, ed il Centrosoyuz a Mosca, evidenzia il livello di controllo esercitato dalla così detta “Scuola di Roma”, che egemonizzava gli anche incarichi professionali.

Gustavo Giovannoni, lo stesso Marcello Piacentini, collusi ed appoggiati dal potere fascista, fecero “manbassa” di decine di piani regolatori e di incarichi, in tutta Italia, da nord a Sud. Molte parti dei centri storici delle città italiane, furono “sfasciati” per fare spazio ad interventi monumentali in sintonia con l’estetica imperante.

Costoro tennero sotto controllo gli ordini professionali, ed imposero nelle appena sostituite facoltà di architettura italiche, i loro pupilli, ai quali procurarono cattedre e prestigiose occasioni professionali.

Progetto Carminati, di concorso per il “Palazzo del Littorio” a Roma

Si costituì così, attorno alla figura dell’Architetto Piacentini, una “lobby”, una “mafia dell’architettura”, che di fatto ebbe in mano tutta la disciplina per parecchi anni.

I concorsi di architettura ed urbanistica, che dal regime vengono propagandati come afflati di democrazia, sono di fatto dominati dalla “Lobby Piacentiniana”. Inutilmente Pagano sferra proprio nel numero 82 di Casabella del 1934, un palese attacco all’istituto dei concorsi per la maniera con cui sono di fatto tutti manipolati; così facendo si mette di traverso alla compagine vicina al regime, che oltre alla consorteria professionale, di fatto è una macchina affaristica, con cui il potere politico, gli immobiliaristi, la classe dominante, possono “ingrassare” i loro conti in banca.

Sintesi di Pagano, del “Concorso per la Società delle Nazioni a Ginevra”, Casabella n. 82 del 1934
Progetto di Libera, presentato al concorso per il “Palazzo del Littorio” a Roma

Sono passati quasi cento anni, dalle esternazioni di Giuseppe Pagano, in merito alle “Lobby professionali”, alle “Cricche concorsuali”, alle “mafie” che regolano le sorti dell’architettura in Italia; alcune cose sembrano cambiate (poche), altre assolutamente no, e si replicano uguali e imperiture, nonostante le piattaforme concorsuali democratiche, le leggi anti-mafia, le procedure elettroniche, ecc., ecc..

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Le FETTE DI SALAME !


CNAPPC – Assegna ad Ifdesign il premio “Architetto Italiano 2021” e la menzione “Opere di nuova costruzione”. Mi chiedo quale sia stato lo spessore delle FETTE DI SALAME, davanti agli occhi della giuria………

Comunque da ricordare per sempre, i componenti della Giuria : COMPONENTI DELLA GIURIA “Architetto italiano 2021” | Jette Cathrin Hopp (Snøhetta),  Luca Maggi (Dirigente Sevizio III – Architettura Contemporanea – Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura), Gianmatteo Romegialli (Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Sondrio), Alessandra Ferrari (responsabile del Dipartimento Cultura del CNAPPC), Edoardo Capuzzo Dolcetta (Aut Aut Architettura – vincitore del Premio Giovane Talento dell’Architettura italiana 2020) e Mariano Zanon (vincitore del Premio Architetto Italiano 2020).

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Natura/Artificio


OLYMPUS DIGITAL CAMERA – Dalle torri di Assago
OLYMPUS DIGITAL CAMERA – Dalle Torri di Assago

Se l’umanità vuole sopravvivere deve trovare una via di riconciliazione tra la natura originaria e l’artificio che ha costruito.

La crescita patologica dei “contenitori umani” rende fin troppo facile documentare come la quantità (e non la qualità) degli interventi sia la causa dell’inquinamento progressivo dell’intero pianeta. Più impegnativo è identificare la soglia che distingue il miglioramento e il peggioramento della qualità ambientale, di certo la ridondanza delle forme architettoniche, sempre più azzardate e diverse, restituisce un profilo urbano quanto mai povero dal punto di vista linguistico.

Sono immagini di forti CONTRASTI : il verticale geologico e quello artificiale umano; le linee flessuose dei monti, e le geometrie rigorose dei grattacieli; l’aria terribilmente inquinata della Padania, e l’aria fina e pulita della montagna; il “muro di pietra” delle Alpi, che divide la cultura così detta mittel-europea da quella mediterranea; il Nero fuligginoso della Città, il biancore della neve; Natura ed artificio;……..Natura ed artificio…..

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PCI 100


IMMAGINE tratta da “La cultura comunista e la formazione del nuovo architetto”, di Antonio Labalestra

PCI 100 – Su invito, nel 1954, dell’Associazione Italia/URSS, Aldo Rossi (Milano, 3 maggio 1931 – Milano, 4 settembre 1997), giovane attivista milanese del PCI, si unisce a far parte di una ristretta delegazione di cui fanno parte il coetaneo compagno di studi al Politecnico di Milano, Massimo Vignelli (Milano, 10 gennaio 1931 – New York, 27 maggio 2014), futuro celebre grafico, designer e collaboratore della rivista newyorchese «Oppositions» e Renato Zangheri (Rimini, 8 aprile 1925 – Imola, 6 agosto 2015), politico e storico bolognese, che negli anni sarà anche sindaco di Bologna. Non si tratta però del “soggiorno di studio” presso le scuole di partito sovietiche, che caratterizzava la formazione politica dei giovani comunisti italiani ed europei, ma di uno di quei viaggi più brevi e convenzionali organizzati per gli appartenenti al partito. Del viaggio si conserva una esigua documentazione, tra cui una cartolina che Rossi scrive alla madre da Praga, di norma la seconda tappa dopo Zurigo per raggiungere Mosca. Pur tuttavia un primo resoconto del viaggio è pubblicato dallo stesso Vignelli al loro ritorno, con una foto in cui si vede Aldo Rossi che contempla, con intensità, un ritratto di Stalin a Mosca nel 1955. Dopo il rimpatrio e sulla scia dell’entusiasmo di questa esperienza Aldo Rossi propone in conferenze, seminari, incontri e scritti una lettura critica estremamente positiva dell’architettura sovietica promossa da Stalin. Tra cui il numero 262 di Casabella Continuità (di cui Rossi fu redattore tra il 1955 ed il 1964, quando era diretta da Ernesto Nathan Rogers), dell’aprile 1962, numero monografico dedicato all’architettura dell’URSS. (tratto e rielaborato da, La cultura comunista e la formazione del nuovo architetto, di Antonio Labalestra)

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Il Respiro della Vita


Dall’alto di un Monte, le cose umane, che stanno in basso, sembrano più chiare e definite. Da sempre, isolato nell’ovattata sicurezza della Montagna, un’entità di nome Etere osservava l’evolvere di una “costruzione collettiva” in cui sapienza ed ignoranza, s’intrecciavano nella realtà di una pandemia virale globale, sempre più feroce ed invasiva, che sta letteralmente devastando i corpi e le menti degli uomini.

L’uomo, e la natura, sembrano qui, sul Monte, ritrovare una loro dimensione equilibrata; dove anche i contenitori per lo svolgimento delle attività legate alla vita degli uomini, riescono ad inserirsi magistralmente nel paesaggio locale, nella Natura. Certamente in maniera diversa, e con meno densità abitativa, da quanto succede nelle città, caotiche, molto costruite ed inquinate.

L’aria è un bene indispensabile ed irrinunciabile per la vita, oggi lo si può comprendere meglio, proprio a seguito di questa crudele pandemia virale di Covid-19, che uccide gli esseri umani, proprio sottraendogli la capacità polmonare di assumere il fluido “aria”, per poter vivere.

La Montagna è un’arca del respiro, un luogo, vicino al cielo. Probabilmente la casa del mitico Etere, avrebbero sancito i greci antichi. Il luogo dove il fluido purissimo che dà la vita alle divinità, nasce dai boschi e si rende palpabile ed evidente, al di là dell’automatica consuetudine, che ci fa dimenticare questo semplice ed indispensabile gesto automatico: respirare. Alberi, piante, cielo, ed il mito di un’aria pulita e sopraffina, qui trovano la loro fusione in una biosfera unica legata alla respirazione del corpo umano e dell’ambiente.

Sono stati microscopici organismi, usciti dagli oceani, che, milioni di anni fa hanno incominciato a produrre, quale “scarto” della loro esistenza, quell’ossigeno, che nel corso del tempo, grazie alla fotosintesi di miliardi di piante, di alberi, ha costruito la parte “nobile” di quel fluido gassoso che contraddistingue la vita così come la conosciamo oggi.

Il mito dell’aria degli Dei (Etere), ha origini antichissime, ma viene precisato e meglio definito nell’antica Grecia, prendendo i connotati e le forme di una divinità religiosa. Etere sarebbe la potenza del cielo, in particolare di quella zona inaccessibile del cielo dove i greci pensavano vivessero solamente gli Dei, e dove era racchiusa la luce. Secondo i greci antichi, infatti, gli Dei respiravano un’aria diversa da quella della comune gente mortale: l’aria dell’etere. Etere, secondo Esiodo, era figlio di Erebo e della Notte. Suo fratello era il giorno, Hemere. Personificazione del cielo, della luminosità, della parte della luce più pura che è distante dalla terra e vicino agli Dei, questo soggetto ritorna sia nella filosofia, che nella teologia. Secondo Aristotele, infatti, le divinità erano composte proprio di questa sostanza, di questo mitico “fluido”: l’etere. Dai greci era raffigurato come un uomo dal fisico forte, con spalle possenti, gambe nerborute e lunghi capelli con boccoli.

Mi piace pensare, stando qui tra i boschi di larici ed abeti della Montagna, laddove la selva diventa più fitta, vi sia la casa di Etere. La casa di quel “fluido mitico” fattosi divinità in forme umane. Una dimora, ampia con i soffitti molto alti, ed accogliente, ma spartana e semplice, molto luminosa, ovviamente realizzata con un legno antico di origini misteriose. La magione è un campionario di scricchiolii delle travi, dei rivestimenti, degli arredi lignei, tanto che tra la notte ed il giorno, sembrano stirarsi, contorcersi. Migliaia di fessure microscopiche generano sibili e fischi. Una casa in cui gli alberi che la circondano, possano entrare in essa, dalle porte, dalle finestre: con i rami, senza un vero vincolo preciso tra interno ed esterno. Più che altro un tetto primigenio, una protezione, un luogo dove incontrarsi: uomini, miti, divinità ed alberi. Quegli alberi, quelle piante, che sono generatrici di “Etere”. Una casa normale, una costruzione che protegga ed includa; le cui stanze diventino una foresta, e la foresta una casa, che non andrà mai in rovina. Mentre fuori sta la Natura, è un rassicurante giardino selvaggio, in cui: ghiri, scoiattoli, picchi, cuculi, e uomini, possano trovare una nuova maniera di convivere assieme.

Le persone, soprattutto quelle urbanizzate, sono troppo spesso disconnesse dalla natura, dovrebbero avere una tregua. Vivere la maggior parte dell’anno in luoghi con l’aria inquinata, caotici e con una “distanza” da quella natura di cui siamo parte, certamente non aiuta. La pandemia ha risvegliato un desiderio sottorappresentato negli abitanti delle città di connettersi con la natura. Quel desiderio è un diritto umano. L’aria pulita dovrebbe essere, di fatto, una conquista a cui tutta la nostra società umana dovrebbe tendere, invece troppo spesso ciò non è un fatto scontato.

Gli alberi, le piante, sono stati, e se ben ci pensiamo, ancora lo sono, i riferimenti che ci consentono di provare a spiegare la realtà della vita “respirante” di noi uomini: una vita interconnessa ad un ecosistema planetario di cui siamo solamente una parte insignificante.

Noi umani, siamo parte di quella natura, da cui proveniamo, e che riteniamo, come specie apicale: “una proprietà esclusiva”, asservendola alle nostre necessità. Nutrendoci di essa, modificandola e distruggendola come più ci aggrada, ma essa ci è soprattutto indispensabile per la nostra vita. Una vita vocata a “mangiarci” fisicamente il Pianeta, a “succhiarne” tutta l’energia possibile, replicandoci in numeri ormai insostenibili per la Terra.

Moriremo espirando, e questa è l’unica certezza che abbiamo dalla nascita. E le piante, ci saranno sul Pianeta Terra, anche parecchio tempo dopo la nostra ineluttabile scomparsa da esso.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Architettura? Pelle? Folle ridda di luci?………


Sede Ercole Marelli, a Sesto San Giovanni, edificato nei primi anni del 900′

Nei primi del Novecento, era un edificio innovativo e moderno dal punto di vista architettonico. Un luogo del lavoro luminoso e funzionale, costruito con quel “beton” che stava diventando il futuro dell’architettura.

Rappresentava con le sue fatture, la porta di accesso a Sesto San Giovanni, che stava diventando “la città delle fabbriche e delle acciaierie”.

Passato di proprietà, l’edificio, nei primi anni Novanta, sempre del Novecento, un architetto locale ne fece una rivisitazione completa, con una “pelle” postmodernista, che ancora oggi ne connota “brutalmente” l’architettura e l’intorno. Bisognava dare un senso di contemporaneità alla nuova destinazione, che passava definitivamente “ad uffici”, diventando sede della IMPREGILO (fusione tra le  imprese edili : Girola, Lodigiani, Impresit e Cogefar).

Rivisitazione dell’edificio negli anni Novanta del 900′

Oggi, dopo trent’anni, si pensa di riqualificare l’immobile, abbandonato da più anni, e l’intorno, facendolo diventare il “simbolo” del nuovo centro direzionale sestese. Una “folle ridda di materiali e luci”, degrada ulteriormente l’architettura di quello che fu un bell’edificio produttivo/terziario. Il tutto avviene nel nome di un atteggiamento modaiolo e vacuo, teso a creare “effetti speciali”, sempre più spettacolari, di “cose già viste”, più che vera architettura, destinata a resistere al tempo

Due immagini virtuali della proposta odierna 2020.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate.

A – simmetrie


Il Duomo di Lucca, dedicato a San Martino, è un’architettura che fa della “rottura della simmetria” della facciata, uno dei principali motivi della sua insolita bellezza. Alla facciata è appoggiato un portico-nartece con 3 arcate asimmetriche: molti studiosi sono concordi sul fatto che l’arco di destra sia molto più stretto degli altri due a causa della vicinanza del preesistente campanile ma il vero motivo di questa macroscopica “imperfezione” della facciata, in uno stile architettonico che perseguiva la simmetria e le proporzioni come strumento per avvicinarsi a Dio, è considerato da molti una delle particolarità architettoniche del Duomo di Lucca. La vera architettura rifugge, aggira, l’eccesso di simmetria che può anche rivelarsi stucchevole a lungo andare perché il ritmo ordinato della simmetria perfetta è rassicurante, ma rischia di essere “piatto e banale”; non emoziona perché non produce sorpresa; l’elemento di rottura inquieta ma insieme incuriosisce, ci spinge a uscire dalle certezze e a cercare di capire dove ci sta portando questa incrinatura dell’equilibrio. La vera bellezza architettonica è spesso il frutto di una a-simmetria preordinata ( https://costruttoridifuturo.com/2012/09/29/simmetry-and-words/ )

Mentre l’equilibrio del mondo viene distrutto dall’emergenza climatica e dalla pandemia del Covid-19 e le nostre simmetriche esistenze (frutto di quel “Mondo” a griglia geometrica iniziato con Vitruvio e Leonardo – https://bit.ly/3iTHnuR ) sono sconvolte, mi rassicura pensare che da questo elemento di rottura possa nascere una nuova creatività, magari recuperando una “misura”, magari meno consona a noi umani (non più al centro dell’Universo), ma più coerente con la Natura e l’ecosistema planetario di cui siamo solamente parte minoritaria, ma esageratamente arrogante ( https://bit.ly/3kDajYs ).

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Epidauro


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Il paesaggio, che diventa architettura acustica

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27 agosto 2020


Le Corbusier è morto il 27 di agosto del 1965, Roquebrune-Cap-Martin (Francia).
Rene Burri – Paris, 1960 ne fotografa il tavolo da lavoro.

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