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Builders of the future

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Ricordando i “contenitori” che hanno protetto, e forse educato una parte della nostra vita.


C’è un tempo per mantenere le distanze.

C’è un tempo per distogliere lo sguardo.

C’è un tempo per ricordare.

Se mi avessero detto all’inizio degli anni Settanta del Novecento, nel 1974, che quella ragazzina alta dai capelli corvini e ricci, dal nome Delia, che veniva dalla “Brianza” e con cui frequentavo il Liceo Artistico Statale II in Piazza XXV Aprile 8 a Milano, l’avrei ritrovata dopo decenni, nel Terzo millennio, all’epoca del Covid19, della “peste” che avrebbe attanagliato l’Europa ed il Mondo, facendo migliaia di morti in Lombardia; probabilmente, pur essendo un appassionato di fantascienza, avrei detto che : “Siete tutti pazzi! E’ impossibile!”.

Eppure, allora, c’era il terrorismo imperante in Italia, si sparava ad “alzo zero” a Milano, per strada; si sequestrava e si uccideva Aldo Moro (16 marzo – 9 maggio 1978). Se non era “follia” quella. Ricordo ancora che ci radunarono, a noi studenti, quel 16 marzo nell’aula magna, del Liceo (un’ex sede dei Fasci del Littorio del 1938, opera dell’architetto Renzo Gerla) e ci dissero, che la democrazia era in pericolo, di andare a casa a piccoli gruppi, alla spicciolata. Ora quella sede, architettura d’angolo interessante, con una scala a chiocciola pazzesca ed una terrazza in copertura meravigliosa, è ancora lì, ed è diventata la sede del “Museo del Cinema” promosso dall’adiacente “Cinema Anteo” di via Milazzo, in cui tutti noi abbiamo “imparato ad andare al cinema”.

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Ex sede dei Fasci del Littorio del 1938, opera dell’architetto Renzo Gerla

Qualche anno prima, Il 4 aprile 1975 veniva fondata ad Albuquerque, Nuovo Messico, negli Stati Uniti la Microsoft, una cosa che probabilmente nessuno di noi sapeva, ma che ci avrebbe cambiato la maniera di vivere negli anni a venire. La prima volta che vidi una calcolatrice portatile, fu nel 1974, era una Texas Instruments SR 10 ai fosfori rossi, che mi regalò mio padre (https://bit.ly/2KRv1Ee). Fu vietatissima dal docente di matematica, tal Professor Marchetti, che “aborriva” ogni innovazione, che divergeva dal “Regolo Calcolatore”  (https://bit.ly/3d6wPFl) che aveva perennemente in dotazione nel taschino.

Tutto allora era molto chiaro, soprattutto in politica: o eri di destra, oppure di sinistra. C’era poi una terza via cattolica. Nel luglio 1977 le Brigate Rosse gambizzano Mario Perlini, in quanto «segretario regionale dell’organizzazione di Comunione e Liberazione»

La ragazza, dai capelli corvini, era certamente schierata a “sinistra”, mentre io facevo parte di un piccolissimo gruppo di studenti, che guardavano alla cultura “come dei facoceri affamati”, senza distinguere, tra destra e sinistra. Si leggevano i testi di Celine, Camus, Gide, ecc. ma anche con grande attenzione alla produzione filmografica Russa, ricordo la visione collettiva di Andrej Rublëv e di Solaris di Tarkovskij, ma anche il Laureato o 2001 Odissea nello Spazio. Dal punto di vista musicale, si ascoltava, anziché i cantautori italiani, allora molto in voga, i Pink Floyd, gli Yes, i led Zeppelin, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area, Battiato.

Imparammo al Liceo a progettare, ad esprimerci con la matita; ad architettare sotto l’occhio vigile e colto di Margherita Cavallo, nostra insegnante di “Architettura”.

Io e Delia proseguimmo a frequentarci, dopo il Liceo, ambedue iscritti ad architettura al Politecnico di Milano. Era l’Anno Accademico 1978/1979. Qui il contenitore che ci accolse era un edificio sapiente, moderno semplice e bello, realizzato tra il 1953 ed il 1961 su progetto di: Ponti Gio’ (Giovanni); Portaluppi Piero; Forti Giordano. Un edificio rimasto incompiuto, che nell’idea dei progettisti doveva servire da “edificio insegnate” con un campionario di materiali ed architetture contemporanee. Gli inizi furono “duri” e caotici, la Facoltà di architettura, risultava funzionare a “singhiozzo”, spesso occupata dai docenti che, dopo averci fatto (da studenti o da assistenti) il Sessantotto, tentavano di vedere ratificato un loro ruolo all’interno della Facoltà. I primi giorni sembrava un “assalto al treno”, tutti volevano iscriversi e fare gli architetti. Furono certamente “anni affollati”. Gli interni erano completamente affrescati con murales inneggianti alla politica ed alla rivoluzione. Ci vollero anni affinchè, sia l’ordinamento del percorso di studi, che gli ambienti assumessero una dimensione didattica più efficiente e comprensibile. Era un enorme “ Fai da Te”.

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Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano (1953/1961) progetto di: Ponti Gio’ (Giovanni); Portaluppi Piero; Forti Giordano

Mentre a fatica, cercavamo di laurearci con quella “mente sadica” del bergamasco Prof. Sergio Crotti, che citava il Vangelo o Le Corbusier a memoria, pagina e versetto; a latere dell’edificio di Ponti e soci, venne edificato tra il 1982 ed il 1985, su progetto di Vittoriano Vigano, il nuovo ingresso della Facoltà da via Amperè, con aule e spazi didattici della Facoltà da via Amperè.

Un edificio che fa il verso, al Beaubourg di Renzo Piano e Richard Rogers, a Parigi, come ha dichiarato lo stesso autore. Una grande piazza coperta, con una facciata segnata dalla “grande A”, rossa e metallica, che caratterizza l’ingresso.

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Vittoriano Vigano, nuovo ingresso, con aule e spazi didattici della Facoltà di Architettura da via Amperè (1982 / 1985)

Ci laureammo nel 1985, a luglio (senza mai aver potuto fruire di quella nuova facoltà), con una Tesi, dal titolo, degno per lunghezza, dei film di Lina Wertmuller: “Il Passante ferroviario di Milano, tra centro e periferia. Ricostruzione del margine urbano alla Bovisa”. Non ricordo quante volte, rimandammo la discussione della Tesi, per l’indecisione e la titubanza del relatore, tanto che l’anno seguente prese come riferimento didattico dei suoi corsi proprio la tematica affrontata in quella “discussione”. Decine di tavole enormi (90 x 150 centimetri), che dall’analisi urbana conducevano ad un progetto dettagliato lungo i binari del “Passante Ferroviario” tra il Cavalcavia Bacula e quell’area che oggi viene denominata “La Goccia”, alla Bovisa di Milano. Tutte le tavole disegnate “a mano” con Rapidograf e china, su carta da lucido, in un numero imprecisato di notti insonni.

Nel 1982, c’era stata la prima “release” del software statunitense CAD (Computer Aied Design – Autodesk) e di fatto da lì è iniziata la progressiva e rapida archiviazione di tutto il sapere quasi artigianale, da noi acquisito manualmente, in anni di studio, come ha ben descritto Juhani Palasmaa nel suo saggio (Juhani Palasmaa, La mano che pensa, Safarà, 2014).

Il 12 dicembre 1985, l’americana IBM (International Business Machines), metteva in commercio il primo personal computer, di fatto accelerando in maniera impressionante quel processo prima descritto.

Di fatto, nel momento stesso in cui ci laureavamo, io e Delia, finiva un mondo nell’architettura, e se ne apriva un altro, probabilmente ricco, quanto il primo, ma in divenire così rapido, che gli effetti positivi li si vedrà solo in futuro. Chissà ?

Tanto che oggi, ormai solo per alcuni il disegnare “a matita”, ha ancora un valore, un legame atavico, un “filo rosso” con la Storia dell’Architettura, con Bramante e Brunelleschi. Le attività grafiche manuali, oggi sembrano doversi limitare solo alla costruzione dell’idea, poi bisognerà, imparare (sempre di più) ad agire in un mondo tridimensionale, come un videogioco. Come scriveva qualche anno fa Rem Koolhaas, riferendosi alla progettazione con mezzi elettronici: “Bisogna agire come il pilota di un aereo da caccia supersonico, con intuito, più che con raziocinio. Facendo proprio il motto – Se pensi sei morto! -” (Rem Koolhaas, Verso un’architettura estrema, Postmediabooks, 2002).

Dopo la Laurea io e la “ragazza dai capelli ricci e corvini”, ci siamo persi di vista, abbiamo condotto una vita parallela: io a Milano e lei a Roma. Ci siamo tolti alcune piccole soddisfazioni nella nostra disciplina. Abbiamo affrontato con coraggio e serenità gli accadimenti, che la vita sottopone a noi umani in questa parte di Universo. Gli anni, i decenni, sono passati rapidi ed inesorabili: “Il tempo è un treno – Che rende passato il futuro – Ti lascia fermo alla stazione – Con la faccia schiacciata contro il vetro” (U2, LP Achtung Baby, brano Zoo Station, 1991).

Qualche settimana fa, una telefonata, nel giorno del mio compleanno, in pieno isolamento per pandemia da Covid-19; era la voce inconfondibile di Delia, che era riuscita a rintracciarmi e ad avere il coraggio di riconnettere ciò che era stato momentaneamente interrotto. Un regalo prezioso.

Ormai nel mondo, gli edifici importanti, anche di pochi milioni di euro, vengono tutti progettati e cantierizzati, in Building Information Modeling (B.I.M. – Modello informativo dell’edificio).

Si tratta di un metodo per l’ottimizzazione della pianificazione, realizzazione e gestione di costruzioni tramite aiuto di un software. Tramite esso tutti i dati rilevanti di una costruzione possono essere raccolti, combinati e collegati digitalmente. La costruzione virtuale è visualizzabile inoltre come un modello geometrico tridimensionale.

La matita, ed il CAD (quello tradizionale 2D) vengono utilizzati solamente all’inizio, per gli “schizzi” ed i primi dimensionamenti. Poi si “costruisce” meticolosamente il 3D; tutto il resto, viene “estruso” dal modello tridimensionale B.I.M : piante, prospetti, sezioni, dettagli, ecc.

A Milano, ormai è da qualche anno che si sta implementando tale “visione del progetto”, ovviamente con estrema difficoltà, vista l’arretratezza del pensiero di chi progetta e costruisce. Soprattutto di Noi che abbiamo vissuto una “formazione artigianale”, in un mondo di “lentezza” e “decantazioni”. Non si progetta più in due dimensioni, ma direttamente, per tutte le competenze disciplinari, in maniera geometrica tridimensionale.

Sono i committenti, spesso immobiliari estere, ad imporre questa nuova visione del progetto, che sta divenendo una richiesta sempre più frequente, e ovviamente un costo.

Un edificio, un locale, viene definito “disegnato” in un ambiente 3D (modello), con tutte le sue finiture, le strutture ed i suoi impianti elettrici e meccanici. Ad ogni componente (ad esempio: un calorifero, un pavimento, ecc.) viene assegnato un codice QR (https://bit.ly/3aHuyPz) che lo identifica dalla progettazione, all’acquisto, alla posa, alla verifica finale di accettazione con le “snag list” (lista difetti), agli “As Built” che ormai sono restituzioni tridimensionali, sinergiche anche alla successiva manutenzione e/o sostituzione.

La “matita”, se non vuole morire, definitivamente sostituita da app come “Sketchbook”, da utilizzarsi su Pad, con infinite possibilità grafiche e coloristiche, dovrà per forza confrontarsi con questa profonda mutazione in atto ormai da alcuni anni e destinata a “dilagare” come la peste in futuro.

E’ il mondo delle attività umane, mutevole, fluido, in continuo cambiamento e perfezionamento, la progettazione gli sta andando dietro, velocemente, forse troppo. Probabilmente è anche per questo che è dilagata la pandemia, nei corpi, nelle idee, e probabilmente nell’architettura, o meglio in certe architetture.

Tra qualche minuto anche Delia compirà gli anni……..ed io scrivo.

1 maggio 2020, ore 23 e 54 minuti.

Dario Sironi

Stampa in Val Bregaglia


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Nell’anno 1271, il casato milanese dei Giacometti era stato insignito della croce di Gerusalemme da Papa Gregorio X. All’epoca della Controriforma (dopo il 1560) o dopo la guerra valtellinese (1620) alcuni membri di questa agitazione cercarono rifugio a Vicosoprano ( a pochi chilometri da Stampa, in Val Bregaglia) per sfuggire alla persecuzione religiosa. Un ramo della famiglia si è stabilizzato nei dintorni di Stampa intorno al 1750 dove ebbe una lunga genia.

Da questi si sono sviluppate due “famiglie” di Giacometti che hanno avuto una grande importanza per la storia dell’arte della Svizzera ed europea. Una mescpe della famiglia Giacometti, chiamata “dal punt”, abitava nell’Hotel Piz Duan presso il ponte di Stampa, in dialetto bregagliotto appellato con il termine “punt”. Il patriarca di questa linea, il versatile Alberto Giacometti (1834-1900), sposò l’erede alberghiera Ottilia Santi (1838-1904). Da questo felice matrimonio nacquero otto figli, una femmina e sette maschi. Uno di questi era Giovanni Giacometti, pittore, padre di Alberto Giacometti (scultore, incisore e pittore – Borgonovo di Stampa, 10 ottobre 1901 – Coira, 11 gennaio 1966), di Diego Giacometti (designer, scultore – Borgonovo di Stampa, 15 novembre 1902 – Parigi, 15 luglio 1985), e di Bruno Giacometti (architetto – Borgonovo di Stampa, 24 agosto 1907 – Zollikon, 21 marzo 2012), autore del Padiglione Svizzero ai Giardini Pubblici di Venezia, per la Biennale d’arte del 1952.

Da una seconda linea della famiglia Giacometti (“da la gassa”) provenivano il pittore Augusto Giacometti (1877-1947) e il giurista Zaccaria Giacometti (1893-1970). Il loro nonno Antonio (1814-1883) era un fratello di Giacomo Giacometti (1804-1882), a sua volta nonno di Giovanni.

1900 circa - Il centro del villaggio di Stampa intorno al 1900 con la casa Santi presso il ponte e il nuovo albergo Piz Duan verso est con il suo giardino

1900 circa – Il centro del villaggio di Stampa intorno al 1900 con la casa Santi presso il ponte, con il suo giardino e con davanti il nuovo albergo Piz Duan

http://www.centrogiacometti.ch/il-luogo/stampa

1911 - Famiglia Giacometti a Stampa

1911 – Famiglia di Alberto Giacometti (1834-1900) e la moglie Annetta a Stampa.

Alberto Giacometti è il primo ragazzino a sinistra

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La realtà della teoria


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3 - Lebbeus Woods

Lebbeus Woods

Chi è Lebbeus Woods?  E’ stato un intellettuale, un artista, un architetto americano, noto soprattutto per ciò che non ha mai costruito, ma solo disegnato, e per quello che ha detto al riguardo in seguito, nel corso della sua vita. E’ morto nel 2012 (https://it.wikipedia.org/wiki/Lebbeus_Woods). I suoi schizzi di ricostruzione di Sarajevo, realizzati mentre stava “coprendo” dal punto di vista giornalistico il conflitto nel 1993, sono forse il suo lavoro più avvincente, e sono sul blog intitolato “La realtà della teoria” (https://lebbeuswoods.wordpress.com/).

La forza visionaria dei suoi disegni, intimamente legati alla sua teoria sulla città e sull’architettura, rappresentano un atto costruttivo importantissimo, un lascito a chi verrà dopo, alle generazioni future. E come egli stesso afferma in un post: “La mia risposta è che l’architettura, in quanto atto sociale e principalmente costruttivo, potrebbe guarire le ferite creando tipi di spazio completamente nuovi in ​​città.”

Cosa ci potrebbe essere di meglio, che un “messaggio in una bottiglia” di questo tipo, per chi dovrà ricostruire, il mondo e l’architettura dopo l’epidemia da Covid-19 che sta flagellando la specie umana, i suoi contenitori, e le città.

 

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BOERITUDINE gourmet


TRE B

Può essere Milano una città più serena, che persegue il raggiungimento della sostenibilità di capitali europee, già da decenni in “corsa” per raggiungere lo stesso obbiettivo per il 2025 (https://bit.ly/2C8N7NP  – ben 5 anni prima).

E mentre da noi, a Milano, si discute di qualità dell’architettura (e non di giardinaggio), distratti ad arte da Beppe Sala e Pierfrancesco Maran; il duo cela nel VERDEGGIANTE PGT 2030 di Milano, milioni di metri quadrati di slp. per l’esattezza : 4 milioni e 500 mila; pari ad oltre 15 milioni di metri cubi di cemento (con le premialità inerente la sostenibilità del Regolamento Edilizio); pari ad oltre 100 mila nuovi residenti a Milano da qui al 2030.

Un volume pari a SEI VOLTE il volume della Piramide di Cheope. Eppure nessuno dice niente in merito. Passate le osservazioni, si discute dei milioni di alberi che il Sindaco Sala ha promesso di piantare (per nascondere il cemento).

Milano è ormai da anni in preda alla “Boeritudine”, che ha dimostrato che si può nascondere un grattacielo a torre (massiccio e pesante, di una mediocre qualità architettonica) sotto alcune migliaia di piante, ed i turisti, i cittadini e gli architetti, giù a sperticarsi in complimenti senza fine.

L’architettura ormai è solo “nascondimento” nella città più INQUINATA (https://bit.ly/2q4FLYQ) ed europea d’Italia; ma è anche propaganda, effetto, stranezza, e il futuro non può essere un bosco verticale replicato all’ennesima potenza, come si legge nei documenti del PGT 2030 e nel testo del Regolamento Edilizio, che il duo Sala/Maran si accinge a modificare.

Ci vogliono PARCHI, pause nel tessuto urbano, per OSSIGENARE i cittadini che muoiono letteralmente asfissiati.

Mentre nel PGT 2030, la giunta “spaccia” il nascondimento VERDEGGIANTE di un’edificazione “prona” alle esigenze degli immobiliaristi (Coima, Hines, ecc.), letteralmente “FUMANDOSI” anche l’occasione generazionale di 1 milione e 200 mila metri quadrati degli ex Scali Ferroviari da trasformare PER MOTIVI SANITARI URGENTI, esclusivamente in aree verdi, in parchi (come il Parco Nord); mentre invece solo il 50/60% di queste enormi aree sarà trasformato in verde pubblico (ovviamente a gestione privata).

E’ la BOERITUDINE GOURMET, la ricetta perversa di mettere verde ovunque, rinunciando a costruire una città per i cittadini, fatta di piazze, parchi, case  popolari, servizi, biblioteche (non di alberi MA DI LIBRI), come si faceva qualche decennio fa con l’Urbanistica.

Oggi con il PGT (Piano di Governo del Territorio) la pubblica amministrazione ha delegato il tutto alle fameliche ricette degli immobiliaristi, mentre la BOERITUDINE convince tutti esattamente come UN SOLE INGANNATORE.

No, così la città, Milano non PUO’ ESSERE SERENA.

BOERITUDINE

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RACCONTO METROPOLITANO DI NATALE


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Sopra il Centro Direzionale di Milano fotografato dal campo volo di Bresso

Mentre il Ministero dei Beni Culturali, regala agli italiani, per Natale 2018, un piccolo, ma importante (anche se ancora parziale) regalo : l’Atlante dell’Architettura contemporanea italiana,

http://www.atlantearchitetture.beniculturali.it/

il Paese Italia versa, dal punto di vista della qualità architettonica e del paesaggio, in “pessime condizioni”.  Bisogna fare riconquistare un ruolo sociale all’architettura (ed agli architetti), perseguire la qualità del costruire, portare la città ed il patrimonio paesaggistico all’attenzione della politica e dei cittadini, che sembrano essersene completamente dimenticati. L’Italia è ancora il Paese dei condoni edilizi.

https://www.edotto.com/articolo/decreto-genova-condono-edilizio-per-ischia-e-centro-italia

L’incipit della proposta di Legge per l’Architettura, discussa durante l’VIII congresso Nazionale del CNAPPC (Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori) tenutosi a Roma nel luglio 2018, non ha prodotto un documento che si sia trasformato in iter legislativo adottato dai pochi politici presenti.

http://www.cnappccongresso2018.it/wordpress/wp-content/uploads/Legge-per-larchitettura-1.pdf

Di fatto oggi, a fine 2018, ogni dibattito in merito all’architettura, ed alla sua qualità complessiva, è caduto in un limbo senza uscita; travolto dalle contingenze economiche e sociali. Ed intanto l’Architettura ed il Paesaggio, di fatto sono in mano alle pulsioni immobiliari (e speculative) ed alla sudditanza dei politici locali (e nazionali), incapaci di governare effettivamente, non avendo regole qualitative, la quotidiana “mattanza” del paesaggio ed il crescente consumo di suolo.

https://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/17/news/consumo_suolo_in_italia_una_piazza_navona_ogni_due_ore-201978955/

http://www.isprambiente.gov.it/it/temi/suolo-e-territorio/il-consumo-di-suolo/i-dati-sul-consumo-di-suolo

Ciò è ancora più vero in Lombardia, dove 10.045.230 abitanti fanno ormai finta di non vedere lo scempio del suolo, che qui si traduce anche in inquinamento dell’aria da micro-polveri sottili. Abituati da generazioni a ”triturare” terreno, infischiandosene dell’autodeterminazione delle generazioni future.

https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/10/11/lombardia-veneto-le-regioni-suolo-piu-consumato-le-malattie-ditalia/

Si fa finta di niente o quasi, magari si fanno leggi regionali destinate a sortire i propri effetti dopo il 2050, quando ormai sarà troppo tardi, sia per il suolo (che sarà tutto consumato), sia per l’architettura destinata a “reggere il moccolo” di una Città TOTALE come sarà il suolo di Lombardia allora.

https://www.varesenews.it/2018/12/basta-consumo-suolo-lombardia-dal-2050/779776/

Ispra-Consumo-suolo-2018-Provincia-di-Monza-maglia-nera-600x330

Mappa ISPRA sul consumo di suolo Lombardia 2018 (su dati 2017) – https://bit.ly/2rT41uB

Nulla si dice e si fa, soprattutto, in merito al fatto che, la Provincia/Città Metropolitana di Milano, è già oggi la zona d’Europa più inquinata e tossica. Ormai un vero e proprio problema di salute nazionale. La politica in merito quasi TACE.  Il “Magma Edilizio Milano” sarà in futuro un luogo molto più “mortale” di come già lo è; con una qualità complessiva dell’architettura PESSIMA.

https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/inquinamento-morti-1.3431181

I milanesi oggi, continuano a ragionare come se la loro città finisse entro i limiti definiti dai confini, in realtà Milano non esiste più da decenni. E’ una “Città metropolitana infinita”, governabile solamente con politiche urbanistiche (territoriali) intercomunali. Basta parlare solo del “comunello” di Milano , in cui è rintanata una massa ormai piccola di residenti (soprattutto benestanti) che si stanno estinguendo. Milano (1.352.000 abitanti); altri comuni della Città Metropolitana (1.888.000 abitanti) = 3.240.000 abitanti complessivi della Città Metropolitana Milanese. Ci sarebbe poi da aggiungere la provincia di Monza (870.000 abitanti), unita (saldata in un corpo unico) dal punto di vista urbanistico alla Città Metropolitana di Milano, che di fatto contribuisce al pendolarismo soprattutto su gomma. Milano è invece un “Magma Edilizio Infinito” di edifici e strade asservito a produrre traffici ed inquinamento a go-go. Magma che ormai raggiunge i confini della Svizzera. Non c’è Area B o C che tenga, visto che le micropolveri sottili e l’inquinamento dell’aria non hanno confini.

https://www.milanolife.it/area-b-milano-confini-funziona/

Ma come CRESCE questo “Magma Edilizio Infinito”, pezzo dopo pezzo ?

Si è quindi elaborata una mappa, in continuo aggiornamento, UN ALTRO PICCOLO REGALO DI NATALE (trovate il link quì sotto), che ratifica i principali interventi nella Città Metropolitana. Una mappa che evidenzia come l’area più soggetta ad una crescente impennata del consumo di suolo (e dell’inquinamento dell’aria conseguente dato dai traffici indotti) è il nord milanese. In quella “casba” si comuni (governati dal Secondo Dopoguerra dal centrosinistra). Qui si concentrano tutti i “RIFIUTI” (centri commerciali, grandi arterie, centri sanitari, ecc.) della Milano costretta entro i suoi confini, capace solo di costruire aree B o C, ma non politiche urbanistiche a grande scala intercomunale. Una mappa per riflettere sul futuro a breve termine che ci aspetta; un futuro fatto di “nuovo cemento”, poca qualità del disegno urbanistico e dell’architettura, ed abitanti costretti a muoversi su gomma per “pulsare” quotidianamente, come moscerini, nella TELA DEL RAGNO che è l’impianto urbanistico milanese.

https://drive.google.com/open?id=13__VHXI9Aq3Ao5R5VVM7zk6QJj6YVEJc&usp=sharing

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Un’architettura GENIALE.


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SOPRA – I blocchi edilizi del quartiere / città del film “L’amica geniale”

Elena Ferrante non esiste, è uno pseudonimo sotto cui si nasconde……nessuno sa bene chi, eppure ha scritto una serie di “best-sellers” di enorme successo nazionale ed internazionale : L’amore molesto (1992), I giorni dell’abbandono (2002) e da La figlia oscura (2006). Ha poi fatto seguito una quadrilogia : L’amica geniale (2011), primo volume che ha visto susseguirsi Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013) e Storia della bambina perduta (2014).

https://www.tpi.it/2018/12/05/chi-e-elena-ferrante/ .

Tanto che si sta sviluppando un turismo da “Elena Ferrante”, rappresentato da fan della scrittrice, che visitano i luoghi descritti nei libri. Si tratta di italici, ma anche da americani, tedeschi e francesi, dove i libri hanno avuto un enorme successo vendendo centinaia di migliaia di copie.

https://www.luukmagazine.com/tour-in-5-tappe-nella-napoli-de-lamica-geniale-presto-anche-in-tv/.

Lo sceneggiato / film in otto puntate, regia di Saverio Costanzo, trasmesso da Raiuno, il martedì in prima serata, è seguito da 7/8 milioni di utenti a puntata.

https://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2018/12/05/news/lamica-geniale-elena-ferrante-serie-tv-rai-romanzo-lila-lenu-napoli-rione-terza-puntata-quarta–1097503/

Una discriminante importante della serie, è l’architettura che fa da sfondo. Si tratta di case popolari rappresentate con toni grigi e con coloriture, come se fossero di cartapesta, quasi una ricerca di un’architettura iper-realistica, così reale da sembrare falsa. Le vie, le corti in cui si dipana il racconto, sono ben delineate, precise, con elementi : della sporcizia, una pozzanghera, i marciapiedi, ecc. che sembrano essere l’evocazione delle periferie pittoriche di Mario Sironi (sotto – Periferia, 1922).

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È evidente che se uno degli elementi non esistesse, gli altri non avrebbero ragione di essere, proprio come in una composizione pittorica.

Il rilevato ferroviario contraddistingue un perimetro del quartiere, dopo di esso il nulla. Chi passa sotto il tunnel dei binari trova (come in un film surreale di Fellini), un deserto, attraversato solo da una lunga strada che conduce nel centro, verso il mare.

L’architettura dell’Amica Geniale, asseconda il malessere, il pessimismo, la melanconia che pervadono il film, quasi una sigla emotiva fatta di alti e bassi, dilaniata tra colpi di scena e vita tristemente normale.

Potrebbe essere quasi un’architettura di un ghetto (Praga?), di una graphic novel (città di vetro, di Paul Auster?), in cui però gli attori non sono lì fisicamente imprigionati, ma sono lì relegati dai lacci e dai lacciuoli della spietata vita sociale che conducono. Sono architetture atte a trasmettere un pathos, quasi fossero astratte e sospese come nelle atmosfere della metafisica.

Ogni macchia, ogni crepa, ogni panno steso, anche le stesse persiane, sembrano il prodotto di una precisa regia, che fa sentire il suo controllo totale sull’architettura scenica, asservita ad assecondare il dipanarsi dei fatti.

Gli spazi architettonici, ed anche gli interni, sono fatti anche per essere facilmente riconosciuti dagli spettatori, per creare empatia, per trasmettere sensazioni.

Un’architettonica commedia è “L’amica geniale”, una storia privata, ma anche un affresco epocale in cui vengono tratteggiati non solo rapporti interpersonali, ma anche i cambiamenti di un quartiere napoletano dal dopoguerra alla soglia degli anni Sessanta.

Potremmo quindi parlare di “un’architettura geniale”.

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SOPRA – Il limite/muro dato dal rilevato ferroviario

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SOPRA – La via astrattamente scalcinata, con i suoi blocchi edilizi regolari e sullo sfondo il recinto/limite/muro ferroviario

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SOPRA – L’esterno oltre il limite/muro/rilevato ferroviario

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La Filanda


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Costruito nel 1783, lo stabile “La Filanda Torriani-Balzani” a Mendrisio testimonia, nella sua denominazione e nella struttura muraria perimetrale, un passato storico significativo per l’industria manifatturiera dei filati.

Nella Filanda, una volta c’era la Manor che aveva ristrutturato l’edificio; nel 2009 il Municipio di Mendrisio ne era tornato proprietario.

Chi, come me, ne ha frequentato per cinque lunghi anni il parcheggio interrato adiacente, ha potuto vedere nascere questa struttura costata quasi 7 milioni di franchi.

Oggi è diventata, con l’inaugurazione del 15 e 16 settembre 2018, un centro innovativo per il Ticino: sarà contemporaneamente  biblioteca, ludoteca, videoteca, luogo d’incontro, sede di conferenze, mostre……. L’edificio è stato ristrutturato su progetto dell’architetto  Anne-France Aguet

https://www.annefrance-aguet.ch/profilo

La struttura soggiace ai rigorosi “standard ristrutturazione Minergie” (TI-479) diventando così un edificio altamente ecosostenibile.

https://www.annefrance-aguet.ch/single-post/2017/02/01/Ristrutturazione-Filanda-Mendrisio

La struttura dotata già di un notevole quantitativo di libri e riviste “a scaffale”, presenta anche numerose postazioni per lo studio ed il collegamento Wi-Fi, che la faranno diventare un’occasione ghiotta per gli studenti sia dell’Accademia di Architettura USI, che della futura (nascente)sede SUPSI.

Un edificio “La Filanda” che è soprattutto un interno, accogliente e comodo, con un piano (il secondo) ancora da ultimare. Spazi colorati e molto ben illuminati, materiali gradevoli al tatto e facili da manutenere. Forse la scala poteva essere “giocata” meglio dal punto di vista dell’architettura.

https://www.cdt.ch/ticino/mendrisiotto/198826/l-attesa-%C3%A8-terminata-inaugurata-la-filanda

Un altro progetto legato alla cultura del Canton Ticino, che diventa disponibile per i cittadini. Quale miglior investimento per il futuro. Direbbe un letterato colto : “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

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Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Paesaggio Christologico


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Cinque chilometri di passeggiata di colore giallo dalia (tessuto in nylon poliammidico della ditta Setex di Greven in Germania), di cui due chilometri “flottanti” sull’acqua. Dieci milioni di euro (circa) di costo previsto. Un afflusso previsto tra il 18 giugno 2016 ed il 3 luglio (ma si parla già di una proroga al 10 luglio) di circa 40 mila persone al giorno, mentre il “floating piers” ne può contenere contemporaneamente al massimo 17.500.

Il “floating piers” poggia su 220 mila  cubi a pioli galleggianti in polietilene ad alta densità, riempiti di aria. Per ancorarli sul fondo dei sub francesi hanno posato delle ancore in calcestruzzo (di fabbricazione bulgara ed italiana) e metallo appositamente studiate. Una volta assemblati tra loro i galleggianti nell’apposita area di Moltecolino (300 mila metri quadrati), le parti del “pier” vengono trascinate con imbarcazioni sul luogo dove vengono fissati al fondale mediante appositi cavi ed uniti tra loro.

Il tutto progettato ed intensamente voluto, dall’artista Bulgaro/Americano Christo Vladimirov YavachevL’opera alla fine dei sedici giorni di esposizione, verrà completamente rimossa e sarà industrialmente riciclata. I 10 milioni di euro dei costi, anticipati dall’artista e dagli sponsor, saranno recuperati dalla vendita dei gadgets e delle opere create dall’artista (quadri, serigrafie, ecc.), come già avvenuto per altri suoi lavori..

Christo ha scelto il Lago d’Iseo dopo un lungo sopralluogo sui laghi del nord Italia, insieme a Germano Celant, rimanendo colpito dall’Isola di San Paolo e da quella di Monte Isola, nonchè dal piccolo borgo di Sulzano.

Una operazione artistica, di valenza mondiale, voluta anche dalla comunità locale, per il rilancio internazionale del turismo sul Lago d’Iseo. Costo di tutta l’operazione “pagato” dall’Ente di promozione turistica del Lago d’Iseo e della Regione Lombardia, in collaborazione con sponsor/partner privati (Ubi Banca, Iseo Serrature, Franciacorta Outlet Village).

Per 15 giorni il Lago d’Iseo sarà “l’ombelico del Mondo”, un luogo di confluenza per paesaggio, turismo, arte, che saranno per una volta,  finalizzati ad una grande operazione di “immagine” a livello mondiale.

Percorrere il “Floating Piers” sarà completamente gratuito. Il comune di Sulzano e quello di Monte Isola hanno predisposto piccoli padiglioni per accogliere i turisti e fornire cibo ed accoglienza.

Quello che interessa è il tentativo di sganciarsi dai soliti canoni di marketing turistico, per intraprendere una strada innovativa, probabilmente l’unica in grado di fare diventare il turismo italiano, un vero e proprio “motore economico primario” del Paese.

Comunque un’opera “maestosa” che nella sua artificialità voluta e palese, sia nel disegno che nei materiali, ci fa immediatamente capire tutta la violenza (e la bellezza) della specie umana, che da sempre modifica all’abbisogna, il paesaggio di questo magnifico pianeta.

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Droga per architetti


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Durisch & Nolli, progetto primo classificato al concorso AIM.
Mendrisio 2015

TESTIMONIANZA – Ho lavorato, per un lungo periodo, tra il 1988 ed il 1991, per un’architetto di Milano, geniale e simpatico (che chiameremo Patsy, come il personaggio di Bonvi). Patsy, aveva 45 anni, pesava ben oltre i 100 chili, ed era alto più di centonovanta centimetri. Il suo bagaglio culturale spaziava a 360 gradi, dall’architettura alla letteratura, all’universo femminile, passando per la cucina (di cui era un raffinato interprete).

Costui, di buona (e ricca) famiglia dell’alta borghesia milanese, era stato assistente al Politecnico di un noto teorico dell’architettura, che poi sarebbe diventato Preside della Facoltà di Architettura.

La moglie (più giovane di qualche anno), di origine spagnola, lavorava con lui essendo anch’essa architetto. I due avevano una bella casa in affitto nel centro di Milano, vicino alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Lo studio di Patsy (da lui stesso ristrutturato), ovviamente si trovava in zona Navigli, e vagamente assomigliava allo studio di Le Corbusier di Rue De Sevres a Parigi. La vasta biblioteca dello studio contava oltre 4.000 volumi; gli acquisti si succedevano a ritmo incessante.

Patsy aveva un unico difetto : era letteralmente “impossessato” dal morbo dei concorsi di architettura. Lui e la moglie, vivevano letteralmente per la competizione, trovando li, la sublimazione del loro rapporto. I concorsi di architettura, per loro erano come una droga, oltre che un motivo di vita.

Negli anni che ho lavorato per loro, si realizzavano tra gli 8 ed i 10 concorsi per anno. Tutta l’attività professionale, ancora incentrata sulla manualità, orbitava attorno ai concorsi di architettura, essi costituivano un momento di ricerca, ma soprattutto erano stati individuati come l’unico momento per fare veramente “L’Architettura”, quella con la “A” maiuscola. Senza compromessi, senza condizionamenti, senza clientela mafiosa (ricordo che allora Milano “era da bere”, saldamente in mano alla gerontocrazia socialista).

Tre, quattro persone, più loro due, lavoravano costantemente in studio, quasi esclusivamente a produrre gli elaborati concorsuali; a cui io mi aggregai in qualità di coordinatore. Pochissima attività professionale redditizia. Facemmo anche molti concorsi internazionali: in Giappone, in Svizzera, in Francia, ecc..

http://www.ticinonews.ch/ticino/260769/nuova-sede-delle-aim-ecco-il-progetto-vincitore

Tutti i concorsi iniziavano con un sopralluogo a cui partecipava tutto lo studio, in cui si vagava in maniera a-finalistica per l’area oggetto dell’intervento, scattando numerose fotografie. Lunghe ed interminabili riunioni (anche notturne) per decidere il progetto, la composizione delle tavole, la scelta della carta da lucido, le tecniche di coloritura degli elaborati finali. La ritualità della chiusura delle buste e dei pacchi, per l’invio degli elaborati (internet ancora non era diffusa), era quasi un “evento” sacro. La consegna talvolta, si trasformava in un finale concorsuale tragico.

Ricordo ancora chiaramente quando Patsy, con la moglie, una volta preparato il tutto, partì dopo una nottata passata a finire le tavole concorsuali, in direzione Firenze. Era inverno, e Patsy (mentre la moglie cercava di tenerlo sveglio) spesso abbassava il finestrino per esporre la testa all’aria fresca, per mantenersi vigile. Arrivato nella città toscana, con largo anticipo, decise di fermarsi appena dopo il casello, per una pennichella in auto, prima della consegna. I due dormirono ben oltre l’orario di consegna, e gli elaborati finirono inevitabilmente incorniciati, su un muro dello studio, ad imperitura memoria.

Gli insuccessi si succedevano con estrema regolarità. I pochi successi, mai compensavano i costi. Le spese della struttura lavorativa erano impressionanti. Già nel 1990,  il fornitore del gas che alimentava la caldaia dello studio, iniziò a piombare le valvole. I pagamenti dei collaboratori si fecero saltuari; il pagamento degli affitti, dei fornitori e delle rate dell’auto una remota eventualità a cui sfuggire in maniera sempre più rocambolesca. I due architetti “succhiato” tutto quello che era credibilmente ottenibile dai parenti, caddero in disgrazia. Lo studio fu chiuso definitivamente nell’estate del 1992 (quasi all’inizio di “Tangentopoli”), anche se ormai era inagibile dall’inverno precedente, senza illuminazione, riscaldamento, e presidiato dai proprietari che rivendicavano numerosi trimestri arretrati di affitto.

Ho rivisto recentemente Patsy, che è stato lasciato dalla moglie (che ha avuto poi due figlie) e si è trasferito vicino a Ravenna, dove si è rifatto una vita anche professionale (ristruttura ville storiche per una società tedesca).

Abbiamo riso assieme davanti ad una birra, ricordando quegli anni “gloriosi”. In particolare abbiamo evocato un incontro con Flora Ruchat, nella sua bellissima casa di Riva San Vitale, per organizzare un “ticket” per partecipare ad un concorso a Locarno. Davanti ad un salamino e ad un bicchiere di vino, presente anche Ivo Trumpy, mentre parlavamo dell’attività concorsuale insieme a Patsy,  essi “disegnarono” a me (giovane architetto di quasi 30 anni), ed a lui, un panorama ben chiaro del “fare concorsi di architettura” in Italia ed in Svizzera.

In Svizzera allora (ma vale anche per oggi) bisogna correre con il “cavallo giusto”. Soprattutto, sempre bisogna avere nel team concorsuale, uno svizzero che abbia una conoscenza molto alta del panorama geo – concorsual – politico, in modo che sia chiaro fin dall’inizio se sia opportuno o meno partecipare. Solo così, l’attività concorsuale può diventare anche un’occasione professionale ripagata dai premi che la giuria ha a disposizione, o dalla costruzione dell’oggetto concorsuale che non è mai un’eventualità remota.

In Italia, invece, di concorsi d’architettura, certamente non si campa, ieri come oggi. I premi sono ridicoli, i bandi sono fatti male. Quasi mai l’oggetto concorsuale viene realizzato.

Comunque sia nella Svizzera del Canton Ticino, come in Italia, sia allora come oggi, l’attività concorsuale è egemonizzata da un ristretto numero di “soggetti” che si “lottizzano” con estrema sapienza i concorsi più “ghiotti”.

Patsy oggi è completamente disintossicato, dai concorsi di architettura. Si è rifatto una vita, professionale e familiare, ha una bellissima figlia che studia enologia. Comunque per non ricaderci, come un alcolista anonimo, preferisce evitare anche solo di visionare un bando concorsuale.

http://www.varesenews.it/2015/12/piazza-repubblica-foto-vincitori-e-motivazioni/468290/

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