Torino è molto diversa da Milano. Ha tutto quanto non ha Milano, per essere una città europea. Intendo con ciò soprattutto la presenza, comune a quasi tutte le città importanti, di un elemento geografico “forte” : un fiume, delle colline attorno, un lago, ecc., che restituiscano l’originaria bellezza di quel posto che ha invogliato le genti ad insediarsi lì. Milano, invece, purtroppo, è solamente un incrocio viabilistico, tra la dorsale est – ovest della pianura padana e la direttrice nord – sud che conduce ai valichi alpini. Chi si è insediato nel luogo dove poi sarebbe sorta Milano, non lo ha fatto anche per un motivo estetico, lo ha fatto esclusivamente per un motivo funzionale. Presidiare un incrocio. E’ quindi ovvio che Milano abbia la Torre Velasca (torracchione medioeval-liberty- brutalista di cemento con dei contrafforti improbabili da sembrare un pacco e non un palazzo di 27 piani), che da molti viene considerato uno degli edifici più brutti del mondo, mentre l’elegante Torino abbia edifici esteticamente rilevanti, come la Mole Antonelliana.
E’ altrettanto ovvio, che le trasformazioni che si stanno attuando in ambedue le città, a seguito della dismissione della grande industria, abbiano due cifre stilistiche molto diverse. A Milano, si continuano a costruire grattacieli, progettati da architetti stranieri ottuagenari, mentre a Torino, le trasformazioni sono più accattivanti, affidate a progettisti italiani, perseguono quell’eleganza, nelle forme e nei colori, nonché nei materiali, che è la cifra stilistica italiana nel mondo. Ecco, in tal senso una gita a Torino può restituire un’immagine di città, tendente all’alta qualità. La ricerca di una architettura che tenta anche di guardare al “paesaggio urbano”.
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
ZUGO UNO – La Bossard Arena è il primo stadio di hockey su ghiaccio della Svizzera realizzato con il certificato Minergie (Label Minergie-ECO). Il calore generato nella produzione del ghiaccio non viene disperso, ma viene riutilizzato in una centrale cogenerativa anche per il riscaldamento del palazzo Uptown, la torre annessa di 18 piani, che pure soddisfa i criteri sul contenimento dei consumi energetici Minergie. Se poi si aggiunge al “sistema” una pompa di calore alimentata con l’acqua del lago di Zugo, che approvvigiona di energia il ristorante, gli uffici, i negozi, gli appartamenti e la skylounge nel grattacielo si ha una delle reti per il caldo ed il freddo, più efficienti mai installate. L’impianto fotovoltaico sul tetto dello stadio produce circa 200.000 kWh di corrente all’anno, una quantità più che sufficiente per soddisfare il fabbisogno di una quarantina di famiglie medie. Allo stadio sono aggregati il palazzetto curling e la palestra d’allenamento di vecchia costruzione. Nella stessa zona, attorno ad una piazza, si situano la palestra sportiva, una palestra di ginnastica e 3 livelli con circuito da corsa, parete per arrampicata e sala allenamento e riscaldamento al di sopra degli spogliatoi. La Bossard Arena sorge nella zona ovest della città di Zugo sulla Arenaplatz. Il palazzetto del ghiaccio può contenere oltre 7000 posti (di cui 4500 seduti). Costruita tra il 2008 ed il 2010, l’edificio è frutto di un concorso di idee (2004) vinto dallo studio degli architetti associati : Scheitlin Syfrig Architekten AG, Lucerna. LeutwylerPartnerArchitekten, Zugo.
ZUGO DUE – Il giapponese Tadashi Kawamata (nato nel 1953) ha realizzato negli anni compresi fra il 1996 e il 1999 una galleria “open air” che attraversa Zugo nell’ambito di un progetto relativo all’allestimento di una collezione con il Kunsthaus di Zugo. Cinque interventi hanno tracciato un percorso paesaggistico che dalla Kunsthaus, giunge ad un’area naturale protetta attraversando il centro storico e percorrendo la passeggiata sul lungolago. Un percorso museale inusuale, di grande valore paesaggistico.
ZUGO TRE – La pittoresca cittadina di Zugo, situata nella svizzera centrale, ha una stazione ferroviaria frequentata giornalmente da almeno 30.000 passeggeri, posta all’intersezione di due linee ferroviarie molto importanti. Da qualche anno, questo luogo, ha cambiato volto e si è trasformata in un modernissimo edificio multifunzionale di vetro ed acciaio. Grazie all’intervento dell’artista californiano James Turrell, l’edificio, che di giorno è un’insospettabile palazzo trasparente e inondato di luce naturale, si trasforma nelle ore notturne in un’opera d’arte. Integrati nella struttura dell’edificio numerosi apparecchi RGB (a LED) creano giochi cromatici “graduali” ed estremamente suggestivi. Rosso, verde, blu, bianco e giallo si avvicendano nella hall illuminando la facciata di toni in contrasto con quelli dell’atrio. Il ritmo dei questi cambi di luce e la modulazione dei colori sono stati decisi da Turrell: si alternano intervalli brevi e lunghi, il salone appare ora luccicante, ora mistico, ora misterioso. Come in una sinfonia di luci !
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
Andare a New York in primavera è assistere ad uno spettacolo, in cui “artificiale” e “naturale”, danno il meglio di sé sotto la luce magica dei radenti primaverili.
New York è una città che ha “riconosciuto” tre temi da affrontare per il futuro : A) Crescita costante della popolazione da qui al 2030. B) Infrastrutture cittadine obsolete e non in grado di sopportare la crescita di popolazione prevista. C) L’ambiente cittadino è sempre più a rischio e non più in grado di essere foriero di una qualità di vita per le persone che vi risiedono.
Quindi dal 2007, tutta la città (Sindaco Bloomberg in testa) si è data un programma il “PlaNYC 2030”, per porre rimedio a questa situazione.
Per PlaNYC l’accesso agli spazi aperti è una priorità assoluta, e prevede quindi di garantire, ad ogni cittadino di New York, l’accesso a piedi di un parco con un percorso di 10 minuti dalla propria abitazione. Aree di ristoro, di riflessione e di tranquillità, in cui : giocare, leggere, sostare, fare sport, ecc..
Sono così nate iniziative di partnership amministrazione/cittadini, tipo “Million TreesNYC” per piantumare entro il 2017, in città, oltre un milione di nuovi alberi. I residenti possono farsi coinvolgere, richiedendo alberi per le loro strade, o facendo volontariato per aiutare a organizzare i programmi di rimboschimento. Sono nati anche programmi di formazione nel campo dell’orticoltura, della potatura, del restauro ecologico dei parchi, ecc..
Si sono così combinati gli sforzi da parte della pubblica amministrazione e dal basso, dai cittadini, per salvaguardare, ampliare e aprire nuove risorse a parco pubblico e re-inverdire il paesaggio cittadino. Questo progetto, ambizioso, ma che si sta attuando, consentirà alle generazioni future di cittadini di New York City di ereditare una città più verde e più grande, con un paesaggio urbano nuovo sicuramente più sano.
Se andate a New York City in primavera (o in qualunque altra stagione), andate soprattutto nei parchi : High Line Park, Brooklin Bridge Park, Hudson River State Park, East River Park Esplanade, Randall’s Island, Governor’s Island, ecc.., vi si aprirà un paesaggio nuovo, anche dei grattacieli e dell’architettura: inusuale, “rivoluzionario”. Un paesaggio che è già “futuro”.
E poi se volete fare qualcosa di diverso, eseguendo uno “striscio” del Paesaggio dello stato di New York, andate a Beacon al museo DIA, in treno lungo l’Hudson River.
L’impianto sportivo Seefeld Horw, realizzato negli anni 2002 – 2006, dallo studio Armando Meletta e Ernst Strebel (http://www.msz-architekten.ch/index.php), è una lunga stecca gialla orientata est/ovest, con i lati corti nord/sud. Si tratta di un’opera di paesaggio, che segna l’accesso a lago di questa parte di Seefeld-Horw e segna come un’argine il mitico monte Pilatus. L’edificio è stato coerentemente concepito per essere di supporto alle attività sportive del campo di calcio e di atletica e si sviluppa su due piani : il piano terra ospita le sale pubbliche ed i servizi igienici. Verso la fermata dell’autobus è rivolto lo spazio per il cassiere dell’impianto. Il club-ristorante con un patio coperto e una piccola cucina si trova al centro dell’intero sistema, con riferimenti diretti ai parchi sportivi e campi da gioco storici. Le scale fungono da “cerniere” tra il piano terreno ed il piano primo e conducono al portico a “ballatoio” del piano superiore, che si estende per tutto il lato sud, fungendo anche da tribuna coperta. Da quì si può anche accedere agli spogliatoi, agli uffici ed ai servizi igienici. Il tutto si configura come un sistema flessibile altamente accattivante e colorato. Lunghe finestre a nastro permettono alla luce naturale di illuminare gli ambienti, senza compromettere la privacy degli spogliatoi. Il rivestimento delle facciate è in pannelli di legno truciolare, verniciati a spruzzo di giallo, montati come una facciata ventilata (il coibente è in lana minerale). La struttura dell’edificio è in cemento armato. Impianti solari passivi consentono di riscaldare con consumi contenuti tutti gli ambienti e riscaldare l’acqua delle docce. Un piccolo edificio intelligente e di ottima fattura architettonica, che caratterizza questa parte della piana di Horw che conduce al lago.
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
Borough Market (solo il giovedì, il venerdì ed il sabato), vicino a London Bridge, è il mercato alimentare “a chilometri zero” più famoso di Londra, un luogo ad alta concentrazione di produzione britannica ed internazionale. In questo mercato non ci sono rivenditori, ma solamente produttori, che direttamente vendono quello che producono. E’ un luogo magico, un “suk” dove si trova di tutto, dove si gusta di tutto. La storia rivela che del Borough Market, si rintracciano scritti risalenti al 1276, ma già nel 43 a.C. l’area del Southwark Fair Market ospitava contrattazioni di prodotti locali. Oggi oltre 70 banchi, offrono prodotti tipici britannici di altissima qualità. Una vera e propria libidine. E poi c’è la gente, i turisti, una bolgia umana, che inghiotte qualunque cosa, sdraiandosi ovunque. Una città provvisoria, che rinasce ogni settimana sotto le coperture vitree sostenute da pilastri in ghisa in stile vittoriano. Una architettura delle superfetazioni, che si dipana anche sotto ai fasci sopraelevati dei binari della metropolitana, non molto distante dall’erigendo grattacielo “The Shard” a firma di Renzo Piano.
Publio Quintilio Varo (46 a.C. Cremona – d.C. 9 in Germania) fu un uomo politico e generale romano sotto l’imperatore Augusto , ricordato principalmente per aver perso tre legioni romane e la sua stessa vita quando venne attaccato da una coalizione germanica ai comandi di Arminio, nella battaglia della Foresta di Teutoburgo .
Nel 9 d.C., Varo aveva dislocato, nei pressi del Fiume Weser le sue tre legioni, quando arrivò la notizia di una rivolta violenta nella zona del Reno a ovest. Nonostante un avvertimento, Varo si fidò di chi gli chiese aiuto, Arminio, perché costui era un principe germanico, romanizzato e comandante di una unità di cavalleria ausiliaria dell’esercito romano.
Non solo la fiducia Varo in Armino, fu un errore di valutazione terribile, ma la posizione, rispetto alla Storia di Varo è aggravata da un macroscopico errore strategico. Le legioni, furono da lui schierate, in una posizione in cui le loro forze sarebbero state ridotte al minimo, mentre quelle delle tribù germaniche massimizzate.
Arminio e la tribù Cherusci, insieme ad altri alleati, avevano sapientemente teso un’imboscata, nella Foresta di Teutoburgo, nel mese di settembre (a est della moderna Osnabrück ). Le stesse condizioni del terreno, boscato e paludoso non consentirono l’utilizzo della tecnica da combattimento romana, basata sulla fanteria che marcia verso gli avversari, supportata dalla cavalleria.
Il terzo giorno di combattimenti, i germani ebbero ragione dei Romani a Kalkriese, a nord di Osnabrück. Le fonti certe in merito alla sconfitta romana, sono scarse, a causa della totalità della sconfitta, ma una di esse racconta che la cavalleria romana, con in testa Varo, abbandonò la fanteria, anziché essergli di supporto e fuggì al Reno, ma vennero intercettati dalle tribù germaniche e uccisi tutti. Varo non è certo se si suicidò, oppure fu giustiziato da Arminio.
Oggi, dopo decenni di scavi archeologici, che hanno consentito di recuperare parecchi reperti della battaglia, a Kalkriese, uno splendido museo, raccoglie la storia di questo evento, che di fatto segnò la fine dell’espansionismo romano nel nord-ovest dell’Europa. Questo museo, completato nel 2002, frutto di un concorso internazionale di idee (1998), lo si deve agli architetti svizzeri Gigon & Guyer. E’ un museo di paesaggio, con una sede museale principale, rivestita in acciaio Cor-ten, costituita dalle sale di accoglienza, dallo spazio museale e da un’alta torre che consente di osservare l’intorno e poi da una serie di “stanze paesaggistiche”. Ognuna di queste stanze (anch’esse rivestite in acciaio Cor-ten) permette di osservare in maniera, sempre differenziata, l’intorno, i luoghi dove morirono migliaia di uomini, mentre lastre abbandonate sul terreno, con incisa la storia della battaglia della Foresta di Teutoburgo, le relazionano tra loro.
Il museo di Kalkriese, oltre ad essere una “grande ed immaginifica architettura” è soprattutto un’esperienza di paesaggio, ma è anche latore di un “racconto” che è parte della nostra Storia Europea.
Gigon & Guyer, sublimi, qui raggiungono l’apice della loro attività, “colpendo” i visitatori, con camere oscure, stanze sonore, bellevue e quant’altro, mediato dalla storia dell’architettura per stupirci ad ogni passo e farci riflettere.
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
Tra il 18 ed il 21 febbraio 2012, ad Ivrea, come tutti gli anni, si ripeterà la tradizione dello “Storico Carnevale di Ivrea”. Una manifestazione popolare quanto mai “strana” in cui i rioni della città del Canavese, di oltre 24.000 abitanti, si contenderanno i favori di una speciale commissione, che osserva, nei tre giorni di suo svolgimento, l’andamento della battaglia delle arance (in media ogni anno si consumano 5000 quintali di arance), ed assegna un premio alle bande a piedi ed ai carri da getto che, per ardore, tecnica e lealtà, si sono maggiormente distinte.
La battaglia delle arance rappresenta il “clou” spettacolare e violento del carnevale (nel 2011 si contarono 149 feriti), motivo di forte richiamo turistico annuale per centinaia di migliaia di visitatori (conviene prenotare un biglietto di accesso alla città sul sito del carnevale). Alla fine della giornata gli arancieri lasciano sulle strade della città uno strato impressionante di arance “esplose”.
Le origini della battaglia sono incerte, ma risalgono verosimilmente ad anni intorno alla metà dell’Ottocento quando presero ad essere praticate scherzose schermaglie tra le carrozze e la gente sui balconi.
Ma il carnevale di Ivrea, non è solo arance: c’è la sfilata in costume, con a capo la Banda dei Pifferai (con pifferi in legno di bosso), il Generale (di settecentesca memoria), le Mugnaie (figure mediate dalla Rivoluzione Francese), e molto altro.
Ivrea, offre, oltre ad un centro storico interessante, anche un Museo all’aperto dell’architettura moderna. L’attività edilizia ed urbanistica della Olivetti (e del suo “Principe colto” Adriano Olivelli), che ha caratterizzato le sorti imprenditoriali e paesaggistiche, della città di Ivrea, nel secondo dopoguerra, è oggi un’occasione ghiottissima di riscoprire passeggiando, gli edifici di Gambetti e Isola, Figini e Pollini, Gardella, ecc.. Una urbanistica “illuminata”, europea, sapiente, che ha tenuto conto di generare un paesaggio (dialogando con la sia storia) in cui costruito e spazi verdi, consentono, assieme, di inserirsi nella “scenografia alpina”, che caratterizza lo “sfondo” di Ivrea. Insomma il meglio dell’architettura moderna e dell’urbanistica industriale “illuminata” italiana. Il tutto ben indicato e descritto in apposite “stazioni” informative.
Nel 1921, Maroni Giancarlo (Arco, 1893 – Riva del Garda, 1952), esimio architetto di Riva del Garda, conosce D’Annunzio Gabriele. Maroni era stato chiamato ad occuparsi dei lavori di sistemazione della Villa di Cargnacco (appartenuta allo storico dell’arte tedesco Henry Thode), un luogo ameno dominato da una ricca vegetazione di Ulivi, Cipressi e Oleandri, nelle immediate vicinanze di Gardone Riviera, che diverrà il sito, dove Gabriele D’Annunzio aveva deciso di trasferirsi a vivere. Inizia così una liaison intellettuale, con “il Poeta”, che tra alti e bassi, durerà per tutta la vita. Con il trascorrere degli anni, il ruolo di Giancarlo Maroni non si limiterà soltanto a quello di architetto del “Poeta”, ma, progressivamente acquisirà sempre più importanza, svolgendo anche i ruoli di segretario e di amministratore di D’Annunzio. In alcuni carteggio tra i due addirittura si legge : “Tu sei tra i pochissimi – scrive D’Annunzio – che sappiano amarmi”.
Si succedono così, nel corso del tempo, continue ed ininterrotte opere di trasformazione, di abbellimento e di ampliamento, di “modellazione paesaggistica”, della Villa di Cargnacco, che renderanno irriconoscibile il luogo originario. Si attua così, con la complicità dei due, una vera e propria opera di trasformazione paesaggistica che D’Annunzio dona nel 1923 alla Nazione, come “Vittoriale degli Italiani”. Si tratta, secondo me, non di un’opera esclusiva del “Sommo Poeta”, come i più descrivono, ma invece, in realtà, la maggior parte del merito spetta a Giancarlo Maroni.
Infatti l’architetto di Riva del Garda, ha di base una colta preparazione umanistica, e si forma professionalmente a Milano dove studia presso la Scuola Speciale di Architettura dell’Accademia di Belle Arti di Brera (tra i suoi insegnanti ci sono l’architetto Gaetano Moretti e il pittore Alcide Davide Campestrini), e lavora presso alcuni studi professionali. Dopo la scuola milanese, Maroni ritorna a Riva del Garda, divenendone insieme al fratello Ruggero, uno dei maggiori architetti. Infatti a partire dal 1919, inizia una costante produzione di edifici, dovuti alla necessità di ricostruire la città del Lago, pesantemente bombardata, durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18): la Canonica Arcipretale (1919); la Casa Marzani-Parteli (1920) la ristrutturazione dell’Hotel Sole (1922-25); la centrale idroelettrica del Ponale (1926); la Spiaggia degli Olivi che fu inaugurata il 3 giugno 1934; lo Stadio Di Riva, il faro e la darsena. Anche quì a Riva, Maroni, costruirà, con i suoi progetti, una “struttura paesaggistica” in grado di restituire una nuova immagine della città. Una struttura altamente scenografica, di chiara impostazione decò, come era il Vittoriale, con una forte ridondanza e ripetitività degli elementi architettonici classici, ma che ancora oggi, quà e là, presenta spunti del nascente proto-razionalismo europeo. Morto D’Annunzio, Maroni, rimase al Vittoriale fino alla sua morte (divenendone nel 1937 il curatore), completandolo con alcuni edifici. Alla sua morte, nel 1952, fu sepolto nel Mausoleo del Vittoriale.
Quì sotto una mappa di Riva del Garda con gli edifici citati nell’articolo
Quì sotto alcune immagini degli edifici di G. Maroni a Riva del Garda
Centrale idroelettrica
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
Progettati dall’architetto e paesaggista americano Bohlin Cywinski Jackson, (http://www.bcj.com/public/projects/project/39.html), ed inaugurati nel 2001, i nuovi Pixar Animation Studios di Emeryville, in California (tra Berkeley e Oakland), sono in grado di ospitare oltre 1.000 dipendenti su circa 61.000 metri quadrati di terreno. Il progetto iniziale prevedeva la possibilità di ampliamento per altri 1.000 dipendenti, cosa avvenuta a partire dal 2008 e completata nel 2011, con la costruzione nei parcheggi di due nuovi edifici. Si tratta di un progetto in cui il costruito (asservito totalmente a favorire l’attività creativa/lavorativa) si integra con una concezione paesaggistica all’avanguardia , dove anche la fruizione degli spazi esterni, contribuisce a mettere il creativo/lavoratore, nelle condizioni migliori per svolgere la propria attività con costanza e qualità.
Pixar è l’azienda leader nell’uso della computer animation per creare film originali, quali: Toy Story, Toy Story II, A Bug Life, il Monsters & Co., Alla ricerca di Nemo e Gli Incredibili, Wall-e, ecc.. Pixar impiega artisti, sceneggiatori, animatori, esperti informatici; il suo successo commerciale si basa sulla capacità di attrarre le persone migliori in ogni campo. Un’altra sfida è quella di perseguire una cultura che favorisce la “contaminazione incrociata” di idee tra le diverse specialità. Le soluzioni a queste sfide sono una parte esplicita, e molto precisa, del programma di progettazione per l’impianto architettonico richiesto.
La prima fase, per 1000 dipendenti, è costituita da una superficie coperta di circa 18.500 metri quadrati, due piani, edificio in acciaio e muratura. Al centro della struttura è un grande atrio che funge da piazza centrale per il campus. Di fronte a questo spazio pubblico sono gli uffici, di 600 posti, sala cinematografica progettati per gli standard THX e due quaranta posti sale di proiezione. La piazza comprende una hall di arrivo e area di registrazione, una caffetteria e un centro fitness. Le qualità della luce, dello spazio architettonico e l’integrazione delle tecnologie impiantistiche in tutta la struttura, favorisce la percezione di un ambiente ancora umano, pur essendo un posto di lavoro interattivo, ad alta tecnologia diffusa. La spazialità interna è quindi informale, altamente personalizzabile, con molte piante e tanta luce.
Architettura del paesaggio gioca un ruolo particolarmente importante nell’unificazione del campus, contribuendo a definirlo come un posto “eccezionale” nel contesto urbano di Emeryville. Il paesaggio esterno , progettato dallo studio Peter Walker Partners (http://www.pwpla.com/projects/pixar-animation-studios/&details), è particolarmente curato, con molti luoghi apparentemente sconosciuti, per camminare, sedersi e parlare, o mangiare il pranzo all’aperto. Esso comprende un anfiteatro da 600 posti all’aperto, un campo di calcio, e un orto biologico, giardini fioriti e un prato di fiori selvatici.
Quindi altissima qualità spaziale (interno-esterno) e contiguità stimolante e creativa, sembrano le carte vincenti del metodo di lavoro della Pixar, per ottenere “il meglio” dai propri gruppi di lavoro
La stessa concezione spaziale, è stata messa a punto dalla società aerospaziale Space X, che si appresta ad essere la società privata, che realizzerà la nuova navicella spaziale della NASA, tesa a sostituire lo Space Shuttle. Infatti per ridurre i costi, ed aumentare la capacità lavorativa e creativa dei propri dipendenti, ha anch’essa deciso di evitare la dispersione sul territorio dei vari gruppi di lavoro, per concentrarli in un’unica sede ad Hawthorne, California (Los Angeles), dove ha realizzato una sede unitaria, molto simile al “capannone” dove è iniziata l’avventura della Pixar. Anche qui, vicinanza “vis a vis”, sembra essere la nuova strategia lavorativa, per conseguire successo, creatività e riduzione dei costi, ma soprattutto qualità. Una specie di fidelizzazione “estrema” dei dipendenti, che molto spesso identificano lo spazio lavorativo, come casa propria (pur avendo una abitazione esterna), rimanendoci a volte anche a dormire, in improvvisati “futon” o tradizionali brande.
L’ufficio del futuro, quindi sarà capace di accogliere le nostre sensazioni, personalizzabile individualmente, per essere vissuto in modo attivo dagli stessi lavoratori. Giocherà un ruolo fondamentale soprattutto la luce ed il colore, che aiuteranno a “sentire” il benessere anche con tutti gli altri sensi. L’acustica sarà anch’essa molto importante, si dovrà controllare il rumore sia interno che esterno. inoltre bisognerà tener presente che al tatto sono, e saranno sempre più piacevoli, i materiali naturali, rispetto a quelli artificiali o freddi. Bersi un caffè con i colleghi, o mangiare qualcosa in uno spazio pausa ben progettato, ampio ed informale, sarà l’occasione per un incontro nel quale scambiarsi idee, suggerimenti e strategie, utili al lavoro ed alla sua qualità. Pareti mobili, finiture e altre suddivisioni dello spazio dovranno acquisire una nuova “prestanza fisica”, grazie al design e all’uso di tecnologie innovative, capaci di eliminare la disagevole sensazione di precarietà a volte ancora diffusa e farci sentire più accolti, ed in sintonia con l’ambiente. In tal senso anche le relazioni con spazi esterni ben progettati e fruibili nelle varie stagioni, sarà, come avviene alla Pixar, un altro fattore determinante nella creazione di quell’assioma “ufficio, dolce casa”, in cui sembra essersi ormai lanciata la nuova frontiera dell’architettura terziaria americana.