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Builders of the future

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UNI PHZ (Luzern)



1 gennaio 2012 – Lucerna – Per la ricostruzione del vecchio edificio post-industriale (ex sede centrale delle Poste Svizzere a Lucerna) e trasformarlo nella nuova Università di Lucerna, si è attuato un apposito concorso di idee. Già dal XVII secolo a Lucerna era possibile studiare teologia e filosofia. Però solo nel 1938 fu lanciata l’idea di creare un Ateneo nella città. Il progetto si concretizzò nel 1978 con la creazione della facoltà di teologia che venne riconosciuta a livello federale. Il 21 maggio del 2000, in seguito ad una votazione popolare cantonale, con il 73% dei consensi, nacque ufficialmente l’università di Lucerna. Nel 2003 si pensò alla realizzazione di un nuovo ateneo, il progetto vincitore del concorso di idee è stato quello dello Studio zurighese Enzmann + Fischer di Zurigo ( http://enzmannfischer.ch/).

             Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo 
 

Si tratta di un progetto per dare una nuova identità all’edificio esistente (ex sede delle Poste Svizzere di Lucerna), che viene rifunzionalizzato a sede universitaria (PHZ Luzern – Pädagogische Hochschule Zentralschweiz), e quindi, da bando, deve avere una forte espressione architettonica, pur soggiacendo ai vincoli del recupero delle strutture dell’edificio esistente.  Non bisogna anche dimenticare,  dall’altra parte, lo stretto rapporto spaziale, sia con l’edificio della Stazione di Lucerna (opera di S. Calatrava del 1989), sia con il silos dei parcheggi retrostante, e soprattutto con l’antistante KKL di Jean Nouvel (del 1999) . Questo edificio, che i progettisti stessi definiscono “Città di Finestre” si propone quale “pelle accattivante”, che gioca con la luce, con la texture, per generare, su ogni lato (visto che si confronta con realtà completamente diverse), delle liaison, a volte pericolose, ma sempre perfettamente riuscite.

                       Immagini tratte dal sito dello studio Enzmann + Fischer di Zurigo
 

Un edificio ecologico, in classe Minergie (2008), che recupera un edificio esistente (quindi senza consumare suolo), in prossimità del Centro Storico della città,  collocato in adiacenza di un importante nodo di interscambio (ferro, gomma, nave) di Lucerna ed adatto quindi a garantire facile e dinamica accesibilità (senza inquinare) alle migliaia di studenti, in esso afferenti.

Lucerna (popolazione al 2009 di 76.702 abitanti) con questo progetto, riconferma il suo ruolo di città ecologica che “salvaguardia il paesaggio” (senza essere ripiegata sul passato, ma guardando al futuro), con una particolare attenzione per la mobilità sostenibile, testimonianza di uno sforzo, che ha portato la Svizzera ad avere, a partire dai primi anni novanta del secolo passato, una ripensamento globale sulla sua “impronta ecologica” su questo pianeta.  Infatti la prima immagine che colpisce della città (di 250.000 abitanti, con l’area metropolitana), è l’impressionante quantitativo di biciclette che circonda la Stazione Centrale, ma poi anche le turbine ad acqua che producono energia di recente posate sull’emissario del Luzernersee, le filovie e gli autobus a gas naturale, le numerose piste ciclabili, ecc…Qui è stato attuato, da oltre due decenni, un ragionamento complessivo sulla città (urbanistica, mobilità, aree verdi, cultura, raccolta differenziata, ecc.), che ha portato alla ridefinizione del concetto stesso di “urban green life”, dove quantità e qualità riescono magicamente a coesistere .

Deposito bici Banhof Luzern

Banhof Luzern – Car Sharing con auto elettriche

Turbine per produrre energia sul fiume Reuss presso il Spreuerbrücke

Un percorso di paesaggio (cibo) ed architettura a Lucerna, che dista da Milano solamente 244 Km., ma anni luce per la lungimiranza dei suoi Cittadini

Progetto UNI PHZ (Luzern) : 

Studio Enzmann + Fischer di Zurigo

http://www.swiss-architects.com/de/enzmann_fischer/de/

Costo di costruzione : 118 Milioni di granchi svizzeri (CHF)

Cubatura  SIA 116: 178’000 metri cubi

Cliente : Dipartimento delle finanze del Canton Lucerna

Tipo di edificio: UNI PHZ Lucerna. Edificio ex PTT Post Office

Pianificazione costruttiva tempo: 2007 – 2011

Facciata: parte opaca 5800 m2; parte  trasparente 2500 m2

Minergie: Involucro http://www.minergie.ch/buildings/it/details.php?gid=LU-255#

Tipo di finestra : Finestra in alluminio sistema HI –
Rivestimenti : 3D rivestimento leggero – http://www.gkpf.ch/

Video della costruzione :

http://www.unilu.ch/deu/video_594372.html

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The London Eye (Buon Anno 2012)


Molti sostengono che quelli di Londra siano i fuochi d’artificio più belli d’Europa. Lo spettacolo pirotecnico dei fuochi d’artificio della notte di Capodanno a Londra si svolge lungo il Tamigi, all’incirca tra Westminster e il Tower Bridge, l’epicentro però è la grande ruota per osservare il paesaggio urbano “The London Eye” da cui vengono anche sparati migliaia di fuochi artificiali coloratissimi. La London Eye è il risultato dell’idea progettuale del team di architetti David Marks e Julia Barfield, marito e moglie, due paesaggisti. Il design della ruota fu proposto come metafora per simboleggiare il passaggio del secolo; doveva essere provvisoria, ma visto il successo è diventata una struttura permanente. La London Eye si trova sulla riva sud del Tamigi alla fine di Westminister Bridge e  s’innalza per 135 metri, ci sono “appese” 32 navicelle che possono contenere fino a 25 persone ciascuna. Visitano la London Eye 3 milioni e mezzo di persone l’anno. Per osservare i fuochi artificiali e “l’incendio della grande ruota”, eventi tipici del “fine anno” londinese, il South Bank è  il luogo ideale, ed è sicuramente uno dei luoghi, più spettacolari ed affollati del Mondo. La gente inizia a congestionare le strade dell’intorno sin dalle 15,00 per garantirsi un buon punto di vista, ed ovviamente inizia a bere.  Lo spettacolo della Southbank illuminata dai lapilli colorati dietro al Big Ben, valgono l’immane fatica e l’attesa della mezzanotte al freddo londinese, che “ti entra nelle ossa”. Comunque musica e divertimento non vengono fatti mancare a nessuno, come l’immancabile countdown di mezzanotte. Prendere un posto sulla Southbank non è assolutamente facile, deve essere conquistato. Una valida alternativa per godersi lo spettacolo pirotecnico potrebbe essere quella di posizionarsi all’Hampstead Heath, con vista panoramica di tutta la città. Quindi, non ascoltate il richiamo “popolare” del Southbanks ed invece dirigetevi verso nord, verso Hampstead Heath, lì si avrà una meravigliosa, e completamente gratuita, vista panoramica su tutta la città ed i suoi meravigliosi fuochi d’artificio. Pochissimi, a Londra,  sparano fuochi artificiali o botti individualmente, a casa loro, ormai solamente i cinesi, i fuochi artificiali in Inghilterra, sono un grande rito collettivo. Ci sarà probabilmente un perchè, in merito a questo rito notturno dello sparo dei fuochi artificiali, che tanto affascina la specie umana, tanto da non farseli mancare ad ogni occasione importante. Forse è un esorcismo del tempo che passa, della notte, del buio. Certamente ormai da alcuni anni, anche l’architettura è diventata parte di questo rito collettivo, infatti sempre più spesso, le location per “sparare” i fuochi artificiali, sono delle architetture.

Poi tutto il South Bank, e tutta Londra si svuotano, velocemente, rimane una città umidiccia,  languida, odorosa di polvere da sparo, piena di bottiglie rotte (pericolosissime per i piedi), i cui unici “attori protagonisti” rimangono le insegne luminose e gli addetti alla pulizia delle strade.  Ma la cosa migliore di Londra è il giorno dopo, il primo giorno dell’anno, che restituisce una città assonnata, tranquilla, quasi esente da quella frenesia capitalista, che ormai contraddistingue tutte le grandi capitali. Il primo giorno dell’anno, alla mattina, è anche probabilmente l’unico giorno, in cui, non si fiuta nell’aria l’immancabile odore di olio fritto, che ormai contraddistingue tutte le città del Mondo.

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Una storia portoghese


Ho viaggiato in Portogallo, dapprima con le poesie di Fernando Pessoa ed i libri di Josè Saramago, e poi soprattutto con il bellissimo film di Wim Wenders, “Lisbon Story” (1994), senza muovermi da casa. Poi a tappe, lentissime nel tempo, negli anni, sono stato ad Oporto, a Lisbona, a Faro, a Evora, a Setubal, ecc.. Ci sono stato, e ci sono anche tornato più volte, l’ultima poche settimane fa a Lisbona (erano i primi di dicembre 2011). Ci sono tornato, per “costruire” quel percorso individuale di viaggio, che Saramago descrive, così bene,  nella presentazione del suo straordinario libro “Viaggio in Portogallo”.

“Mal gliene incoglie all’opera se le richiedono una prefazione che la spieghi, mal gliene incoglie alla prefazione se presume tanto. Conveniamo, dunque, che questa non è una prefazione, ma un semplice avvertimento, o un preavviso, come quell’ultimo messaggio che il viaggiatore, già sulla soglia della porta, già con lo sguardo rivolto all’orizzonte prossimo, lascia a chi rimane a badare ai fiori. La differenza, se c’è, è che l’avvertimento non è ultimo, ma il primo. E non ce ne saranno altri. Che il lettore quindi si rassegni a non disporre di questo libro come di una normale guida, o di una mappa da tenere sottomano, o di un catalogo generale. Alle pagine che seguono non si dovrà ricorrere come a un’agenzia di viaggi o di turismo: l’autore non è qui per dare consigli, benché ribondi di opinioni. Vi si troveranno, questo è pur vero, i luoghi selezionati del paesaggio e dell’arte, l’aspetto naturale o trasformato della terra portoghese: ma non sarà forzatamente imposto, o abilmente orientato, alcun itinerario solo perché le convenzioni e le abitudini hanno finito per renderlo obbligatorio a chi da casa propria si allontana per conoscere quello che c’è fuori. L’autore, senza dubbio, è andato dove si va sempre, ma è pure andato là dove non si va quasi mai. Che cos’è, in fondo, il libro che una prefazione possa annunciare con una qualche utilità, sia pure non immediata a prima vista? Questo viaggio in Portogallo è una storia. Storia di un viaggiatore all’interno del viaggio da lui compiuto, storia di un viaggio che in se stesso ha trasportato un viaggiatore, storia di un viaggio e di un viaggiatore riuniti nella fusione ricercata di colui che vede e di quel che è visto, un incontro non sempre pacifico tra soggettività e oggettività. Quindi : emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa. Il viaggiatore ha viaggiato (in questo caso) nel proprio paese. Il che significa che ha viaggiato all’interno di se stesso, per la cultura che lo ha educato e lo sta educando, significa che per molte settimane è stato riflettore delle immagini esterne, un vetro trasparente attraversato da luci e ombre, una placa sensibile che ha registrato, in transito e progresso, le impressioni, le voci, il mormorio interminabile di un popolo. Ecco ciò che voleva essere questo libro. Ecco ciò che suppone di aver conseguito in parte. Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita versi il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.”

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Racconto “estivo” di Natale (Rovaniemi)


La prima volta che sono stato a Rovaniemi (Finlandia), era durante l’estate del 1998, all’inizio di luglio.  Siamo partiti (io e la mia compagna di viaggio dal naso a punta) in aereo dall’aeroporto di Helsinky Vantaa, che il termometro segnava 22 gradi, siamo arrivati nella capitale della Lapponia (che dista dalla capitale circa 800 km), dopo quasi un’ora e mezza di volo, con una temperatura al suolo di poco più di 10 gradi. La gente girava in canottiera e T-shirt, mentre noi ci aggiravamo “imballati” come non mai. Ci sono stato per 5 giorni, in quanto Rovanieni è un luogo “mitico” per l’architettura, essendo il posto dove un noto architetto finlandese, Alvar Aalto, ha realizzato sia il piano regolatore di ricostruzione (1944-1945), che una serie di edifici, in cui l’architettura si integra con  la natura difficile e meravigliosa di un luogo, che è di fatto ai confini della vivibilità umana su questo pianeta. Rovaniemi è vicina al circolo polare artico e dista solamente 700 chilometri da Capo Nord in Norvegia, quì vi sono sei mesi di luce in estate e sei mesi di oscurità in inverno. Quì Aalto non ha dato il meglio di sè, ha però espresso come una “filosofia architettonica globale”, intelligente e colta, tesa alla salvaguardia del paesaggio. Gli abitanti di Rovaniemi in estate, mentre il terreno si liquefa, producendo dei liquami marroni fortemente odorosi di muschio e tante zanzare e moscerini, si dedicano soprattutto all’edilizia ed alla vita all’aperto. I cantieri edili lavorano a ciclo continuo 24 ore su 24 (in inverno con una temperatura media di -10 gradi è impossibile lavorare all’aperto) e le persone pescano il salmone e raccolgono il camemoro. Ci sono signore che arrivano in aereo sin dal sud della Finlandia, con stivaloni di plastica e secchielli, per raccogliere questa mora artica dal sapore di nocciole, e farci la marmellata. La visita alle architetture pratiche ed affascinanti di Alvar Aalto, fu l’ennesima scoperta di un lato architettonico “discreto e minimalista” e poco conosciuto del maestro finlandese, che adorava questa città ai confini del mondo abitato.

Quì sotto il link della webcam del centro civico di Rovaniemi- Progetto di A.  Aalto

http://www.rovaniemi.fi/layouts/rovaniemi/includes/360/kirjasto.asp?sek=10

Obbligata e doverosa fu anche la visita al Santa Park, il famoso villaggio di Babbo Natale, che dista solamente 5 chilometri dal centro della città, dove la magia del Natale commercial-capitalista, dura tutto l’anno e non finisce mai. In una serena e luminosa serata “artica”, dato che il sole non tramonta, ma “ruzzola” solamente sull’orizzonte, verso le 3,30 del mattino , visto che per colpa della sfasatura tra la notte ed il giorno, non si sa più quando dormire (a Rovaniemi usano degli speciali occhiali con lampadine per riequilibrare il ciclo notte-giorno), abbiamo deciso di fare un giro in città e raggiungere un bosco di abeti, che rivestiva completamente un leggero rilevato, dove alla reception dell’Hotel mi avevano indicato insistere una torre lignea per osservare il paesaggio. Siamo quindi scesi per strada e ci siamo incamminati verso il ponte strallato Jatkankynttila (con la fiamma eterna che arde imperitura dalla cima di due pilastri), per raggiungere l’altra sponda del fiume Kemijoki. Le vie che percorrevamo erano disseminate quà e là di individui che si aggiravano in questa “assurda” penombra, indaffarati a raggiungere le loro attività. Dopo un lungo percorso nel bosco, disseminato di inquietanti figure femminili che raccoglievano affondate nel muschio il camemoro, abbiamo raggiunto la torre, e ci siamo arrampicati per le sue ripide scalette. Da quì ho potuto ammirare lo spettacolo di Rovaniemi illuminata tra l’oscurità del paesaggio boscoso che saturava l’orizzonte terreno, mentre il sole, eseguiva nel cielo sereno, spettacolari “effetti speciali”. Quì ho potuto apprezzare il disegno paesaggistico a forma di “corna di renna” che Alvar Aalto aveva con sapienza impresso a questa cittadina, facendo sì che i boschi e la natura penetrassero nel tessuto urbano fino al centro. Quì per l’ennesina volta mi sono convinto che la salvaguardia del paesaggio, nasce soprattutto, dalla capacità di offrire ai Cittadini occasioni plurime, per osservare ed apprezzare il territorio in cui essi vivono, sia esso costruito o naturale. Salvare il paesaggio è innanzitutto il frutto di un’azione didattica, protratta nel tempo, che chi governa, attua sistematicamente nei confronti dei suoi elettori, oppure di Cittadini che si sostituiscono a questa indispensabile azione, ma con le stesse finalità didattiche. Ritornando verso l’Hotel, il bosco sembrava improvvisamente spopolato; la penombra oscura, seppure consentiva il formarsi delle ombre, risultava inquietante e misteriosa. Il percorso, che all’andata sembrò breve, al ritorno non finì mai, e prima di uscire dal bosco di abeti, ci venne incontro un signore anziano, dal portamento elegante, alto e segalineo, che nell’oscurità mi sembrò vestito con un cappello simile a quello di Babbo Natale, un pesante maglione girocollo e dei pantaloni di jeans. Come scarpe, pesanti stivaloni in gomma. In mano mi sembrò tenere una bacchetta di legno, con in cima una stella gialla luminescente. Si avvicinò esclusivamente a me, mi guardo negli occhi. Il suo volto sembrava quello di un clown triste……….sembrava Alvar Aalto da anziano. In un perfetto italiano mi augurò : “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”. Rimasi basito, quasi paralizzato. Velocemente si allontanò, sparendo nella penombra bluastra che tutto avvolge a queste latitutini, durante il “sole di mezzanotte” (http://it.wikipedia.org/wiki/Sole_di_mezzanotte).

Ente Turismo Rovaniemi

http://www.rovaniemi.fi/Kansainvalinen_sivusto/Italiano.iw3

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Un piccolo edificio di legno (Castione)


Nome : Modulo aggiuntivo Scuola Media di Castione.

Progetto :  arch. Lorenzo Felder, Piazzale Besso 5, 6900 Paradiso. Committente : Dipartimento delle finanze e dell’economia, Sezione della logistica Mitka Fontana, V. Carmagnola 7, 6500 Bellinzona. Pianificazione energetica : Studio d’ingegneria Diego Zocchetti, Via Castausio 20, 6900 Paradiso. Certificazione : Label Minergie, 06.04.2004. Riscaldamento : 100% Riscaldamento elettrico diretto. Superficie : Costruzione nuova di 207 metri quadrati.

Il primo edificio pubblico con certificazione MINERGIE del  Ticino sorge nei dintorni del capoluogo cantonale, Bellinzona. L’edificio è fatto di legno, di pannelli di legno, costituiti da trucioli di legno, successivamente verniciati all’esterno con una tinta rosso-trasparente. Si tratta di un modulo di ampliamento della scuola media di Arbedo-Castione, una costruzione con anche la struttura in legno lamellare, ad un piano, con  due aule scolastiche, realizzata nel 2004. Al committente, il Dipartimento cantonale delle finanze e  dell’economia, non bastava però la copertura dello spazio : per Massimo Martignoni, responsabile della  logistica, il progetto doveva anche soddisfare esigenze legate alla  durevolezza, alla praticità. Ai progettisti fu presentato un pacchetto di criteri: tempi ridotti, rigoroso controllo dei costi, flessibilità di utilizzo, standard costruttivi ecologici ed energeticamente efficienti. E così fu fatto. Un edificio ad altissima efficienza energetica, sia per le caratteristiche di “alta coibenza”, sia perchè grazie ad un sapiente orientamento, riesce ad immagazzinare un adeguato apporto solare, ed il calore dato dai corpi degli studenti e dai corpi illuminanti per generare una temperatura gradevole, con il solo apporto del riscaldamento elettrico.

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Lana, legno, lentezza


Il Monte San Vigilio 1485 mt, domina la cittadina di Lana, nella valle del Fiume Adige, tra Merano e Bolzano; quì non ci sono automobili. Il Monte è raggiungibile in solo pochi minuti di funivia partendo dal centro abitato di Lana. Dal San Vigilio la natura si offre, garantendo uno sguardo immaginifico sullo scenario dolomitico.

Quì si trova un Hotel, un prestigioso Resort di montagna, realizzato nel 2003 con legno di larice, argilla naturale, vetro ad altissima prestazione, esso si adagia con la sua planimetria a forma di “Y” su un pendio orientato est-ovest. L’edificio, che ha solamente gli interrati in cemento armato, si “confonde”, si “incastra con antica sapienza” nel paesaggio boscoso, pur essendo una complessa e sofisticata “macchina per abitare” da 14000 mq (costo 20 milioni di euro); un oggetto di design moderno ed ardito, dove il lusso, entra in simbiosi intima con il paesaggio ameno dell’intorno. Un edificio ad altissima prestazione, certificato da Casaclima, rispettoso dell’intorno, dove edilizia, benessere e sostenibilità possono essere coniugate assieme.

Le camere sono tutte orientate ad est o ad ovest. Le terme, che sfruttano le proprietà terapeutiche della sorgente del Monte San Vigilio, sono su due piani ed orientate a sud. Molti gli spazi collettivi : la biblioteca, il soggiorno (unico ambiente con la televisione, assente in ogni camera), la sala del caminetto. Nelle 40 camere (da 36 mq cadauna) e 6 suite, spesse pareti di argilla naturale “battuta” dividono la zona notte dal bagno e fungono da accumulatori che restituiscono calore in inverno e fresco d’estate. Il grande tetto piano “verde”, evita il surriscaldamento estivo e migliora la coibenza invernale, mentre imponenti vetrate sfruttano l’energia solare. Lamelle lignee (di larice) in facciata, modulano il rapporto tra luce ed ombra. Il tutto è dominato da un’esecuzione “minimalista” dei dettagli, mentre la ventilazione è controllata da un sofisticato impianto elettronico che consente il recupero del calore, coadiuvato dall’uso di pannelli radianti. Il riscaldamento è a biomassa con scambiatore geotermico, viene così garantito un beneficio per tutta l’economia boschiva del Monte, che produce oltre al legname tradizionale, dei legni di bassa qualità da utilizzarsi quali fonti energetiche in forma di “cippato”.

Ecco, quì sul Monte San Vigilio, natura ed architettura sembrano avere trovato un giusto compromesso, un punto di equilibrio possibile, tra consumo di territorio e sua valorizzazione, tra uomo ed ambiente. L’assenza o quasi di mezzi elettronici (televisione e cellulari prendono malissimo), consente, mercè anche il rapporto con l’acqua e la natura incontaminata dei boschi di montagna (di larici ed abeti), di recuperare una dimensione temporale “biologica”, una “lentezza” più naturale e consona a noi umani. E’ questo il vero motivo del successo che ha il Resort, perennemente occupato (nonostante gli altissimi costi) da una moltitudine di persone provenienti da tutte le parti del mondo.

L’autore del progetto : http://www.matteothun.com/

Il link del Resort : http://www.vigilius.it/it/il-vigilius/12-0.html

Il sito del Monte San Vigilio : http://www.vigilio.com/it/San%20Vigilio/Vigilio.html




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Gotham “Chicago” City


Chicago d’inverno viene definita “Windy City” o “City of Artic Express”, perchè, a volte, l’irruzione di aria fredda, proveniente direttamente dall’Artico, raggiunge le coste del Lago Michigan, determinando fenomeni improvvisi di gelo, aggravati dal vento insistente. Nel 1982 a metà gennaio (giorni 10 e 11) si raggiunsero i -32,2 gradi. Capita anche spesso che dagli oltre -20 gradi notturni, si passa in poche ore a + 10 gradi, a causa dell’irruzione di aria calda proveniente da sud, questo fatto determina delle nebbie improvvise, che scaturiscono direttamente dagli edifici e dal terreno e trasformano la città in una specie di set cinematografico, ricco di effetti speciali. Tale fenomeno consente anche di passare dalla pioggia al sole, dal nuvoloso al sereno, in pochissimi minuti, sempre grazie al vento. Luce, nebbia, penombra, pioggia, sole, gelo, ecc. “titillano” l’architettura, la fanno “esprimere”, la sollecitano anche dal punto di vista tecnologico. Non a caso a Chicago, le facciate degli edifici, le strutture, ma anche le tubazioni, devono avere una particolare attenzione per i “giunti di dilatazione”, onde consentire di assecondare le rapide dilatazioni possibili dei materiali. Per Chicago, che è la capitale dell’architettura americana, comunque la meteoreologia estremamente variabile, è anche una occasione aggiuntiva di “eleganza”, che valorizza ulteriormente il ricco patrimonio architettonico.

Una mappa (la trovate quì sotto) quindi, di un viaggio d’architettura d’inverno, eseguito tra il 28 dicembre 2008 ed il 5 gennaio 2009, nella città del vento.


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La città delle donne (Roma)


MAXXI

Roma è tornata al centro della “passerella” architettonica internazionale contemporanea  il 12 novembre 2009, con la presentazione alla stampa del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, appena completato, progettato da Zaha Hadid (Baghdad, IRAQ, 1950).

Sono passati quasi dieci anni dall’assegnazione del concorso internazionale di idee per la realizzazione del nuovo centro museale romano. Nel lontano 2000, tra le oltre 270 candidature giunte, 15 gruppi progettuali ammessi alla seconda fase, il progetto vincitore risulta quello della archistar anglo/irachena. Sbaragliando illustri e più noti concorrenti come : Jean Nouvel e Rem Koolhaas,  viene così interrotta la supremazia del sesso maschile dello star system architettonico proponendo una soluzione progettuale innovativa e creativa. Nel 2004 Zaha Hadid vince il Premio Pritzker per l’architettura contemporanea.

L’architettura del MAXXI, che sulla carta sembrava irrealizzabile, ai più, ora genera un effetto ardito e dirompente. La spazialità è fluida, si potrebbe affermare “liquida”, degna della società descritta da Baumann. Un’architettura da vivere sul posto, più che da raccontare: le categorie canoniche d’interpretazione dell’architettura sembrano termini appartenenti al passato. Sale, stanze espositive, auditorium, laboratori, depositi, ecc., dedicati all’arte contemporanea nel suo insieme : architettura, fotografia, scultura, pittura, videoart, ecc.. Vedute, visuali, scorci inusuali, aperture, connessioni, disequilibri, si alternano attraverso una sorprendente articolazione spaziale, dove non esiste più una cesura tra interno ed esterno. Un altri enorme, alto più di 20 metri, con pochissimi pilastri, banconi/reception in Corian, gettato in opera, scale ardite auto-portanti, tutto sembra orchestrato per stupire. I costi lievitati da 50 milioni di euro, ad oltre 132 milioni di euro. L’idea del Maxxi nasce nel 1998 con il trasferimento delle ex caserme Montello al Mibac. Nel 2000 lo studio Zaha Hadid si aggiudica il concorso per il progetto. Nel 2003 iniziano le demolizioni e la costruzione dell’opera ad opera dell’Ati Maxxi 2006 (Italiana costruzioni e Sac). L’opera è stata costruita su un lotto di 29mila metri. Gli spazi esterni sono di 19.640 metri (oggi oggetto di interventi di land-art ed istallazioni provvisorie d’arte. La superficie espositiva complessiva è di oltre 10mila metri quadrati.

MACRO

Odile Decq (Laval, Francia, 1955) , fu la vincitrice nel lontano 2001, del concorso internazionale bandito dal Comune di Roma per l’ ampliamento del Macro (Museo d’Arte Contemporanea Roma). Il museo ha aperto al pubblico il 3 dicembre 2010. Il progetto, interrompe l’approccio tradizionale tipicamente italiano di esasperata integrazione tra vecchio e nuovo, quando ci si trova, come qui, in un contesto di carattere storico, la nuova costruzione si inserisce nella struttura preesistente ridefinendone però l’intera morfologia ed il percorso espositivo. L’opera architettonica è stata realizzata con il coordinamento tecnico e procedurale dell’Ufficio Città Storica dell’Assessorato all’Urbanistica, mentre il controllo amministrativo è stato curato direttamente dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma. La direzione dei lavori è stata seguita dal team Zètema Progetto Cultura, società a cui sono stati dati in gestione anche i  servizi museali.

Il MACRO, con l’addizione dei nuovi spazi, pensati da Odile Decq, diventa un luogo museale contemporaneo che illustra il percorso creativo che conduce alla contemporaneità. La nuova e unica entrata del Museo, segna l’ingresso di un’architettura dedicata all’arte, un intero isolato, caratterizzato da una superficie espositiva considerevole, cui si aggiungono le nuove aree dedicate ai servizi e al pubblico: la grande terrazza “sui tetti”, la sala conferenze, la libreria (con ampia dotazione di testi), il ristorante, la caffetteria (molto intima e piacevole), il parcheggio e l’area didattica, per raggiungere una superficie complessiva di 19.590 mq, incluso il parcheggio pluripiano interrato di oltre 160 posti auto, utilizzabile anche dai residenti del quartiere.

Le forme dinamiche e colorate della nuova struttura, perfettamente integrate nel contesto preesistente, creano ora un paesaggio di percorsi, anche aerei, sensuale e luminoso (di luce naturale) in cui i diversi linguaggi del contemporaneo trovano la loro collocazione spaziale naturale. Si instaura così un “sistema ridondante” in cui la nuova costruzione “impollina” gli elementi che la circondano, restituendo una trasparenza seducente ed articolata.

Il complesso degli edifici della ex Birra Peroni, dove ha sede il MACRO fu realizzato dall’architetto Gustavo Giovannoni, tra il 1901 e il 1922. Nel 1989 il Comune di Roma destina una parte dello stabilimento a sede della Galleria Comunale d’Arte Moderna, ed iniziano i lavori, seguiti direttamente dalla Sovrintendenza di Roma. Finalmente nel settembre 1999 la galleria apre al pubblico. Nel 2001 un concorso internazionale assegna i lavori di riqualificazione del secondo lotto dello stesso isolato della fabbrica all’architetto francese donna Odile Decq. Nel 2002 sono stati assegnati al MACRO due capannoni dismessi del Mattatoio di Testaccio, nel 2003 è stato restaurato e aperto al pubblico un primo capannone di circa 1.000 mq con il nome di Macro Future, oggi MACRO Testaccio, nel 2007 è stato aperto al pubblico il secondo capannone di altri 1.000 mq, sempre con ingresso da piazza Orazio Giustiniani. Nel marzo 2010 è stato restaurato un terzo padiglione dell’ex Mattatoio di Roma denominato Pelanda dei suini. Costo complessivo dell’intervento di Odile Decq, 27 milioni di euro.

Due architetture, due edifici realizzati da due donne, con diverse sensibilità spaziali, ed anche due “fisicità” e profili caratteriali diversi. Architetture che ci hanno regalato due ex aree dimesse, proiettate nel futuro, in maniera intelligente. Due “granai per i periodi di carestia” scriverebbe saggiamente Marguerite Yourcenar.

Se andate a Roma, per una volta, lasciate perdere i ruderi, le macerie, la storia, la “memoria” di cui la nostra splendida capitale è piena e proiettatevi per un attimo in questa nuova “dimensione”, un po’ più  periferica, dove il “paesaggio contemporaneo”, fatto di cemento ma realizzato con sensibilità “al femminile”,  può riservarvi considerazioni inaspettate.

MAXXI

Sito istituzionale : http://www.fondazionemaxxi.it/

Video : http://vimeo.com/12708450

Sito della progettista : http://www.zaha-hadid.com/

MACRO

Sito istituzionale : http://www.macro.roma.museum/

Video : http://vimeo.com/12146980

Sito della progettista : http://www.odbc-paris.com/web/

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Nabisco


Se andate a New York, non potete mancare di eseguire questa gita, che oltre ad essere di notevole importanza culturale, consente di apprezzare il paesaggio ameno della regione nord dello Stato di New York. E’ come eseguire uno “striscio”, una “sezione” del rapporto tra la metropoli ed il suo retroterra. Con circa 90 minuti di treno partendo dalla Grand Central Station di New York, attraversando il quartiere di Harlem e costeggiando le rive del Fiume Hudson, si giunge a Beacon, dove è sorto da alcuni anni un nuovo “luogo” dell’arte contemporanea. Si tratta del museo DIA art foudation (Riggio Galleries – http://www.diabeacon.org/), che sorge in quelli che furono gli stabilimenti innovativi edificati nel 1929 dall’industria dolciaria Nabisco.

La progettazione della ristrutturazione del DIA di Beacon è stata affidata ad un’insolita associazione tra artisti ed architetti, Robert Irwin e Open Office Architects. Il primo è un bravo artista ambientale californiano; i secondi sono soprattutto dei designer, specializzati in ristrutturazioni. Il risultato è piacevole, molto elegante e per nulla stucchevole. Nell’elegante ed immensa  struttura industriale in mattoni (30.000 mq.), realizzata in ferro, cemento e vetro, che di fatto si trova in piena campagna, gli interni sono magicamente illuminati da una serie impressionante di lucernari, qui sono accolte opere di numerosi artisti europei ed americani che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea. Concettuali, Minimalisti, Post-minimalisti trovano qui il loro luogo ideale di collocazione. Si tratta di opere realizzate a partire dagli anni sessanta fino alla contemporaneità. Una specie di cimitero dell’arte “fuori formato”. Il rigore formale, la serialità, la geometria e la modularità sono gli elementi che ricorrono spesso in questa collezione permanente, unica al mondo per la selezione “curata ed attenta” delle opere. Ogni ambito è dedicato ad un singolo autore. Si tratta di “stanze enormi”, in grado di contenere anche “pezzi” di dimensioni ragguardevoli, spesso collocate lì per sempre, come in un grande “deposito visitabile”. Sono presenti, tra gli altri, Joseph Beuys, Louise Bourgeois, Walter De Maria, Dan Flavin, Robert Irwin, Donald Judd, Sol LeWitt, Bruce Nauman, Gerhard Richter, Richard Serra, Robert Smithson. L’esterno dell’edificio, riserva una serie di sorprese, allo stabilimento della fine degli anni ’20, si antepone il giardino, vera e propria opera di paesaggio, che media con l’intorno; giardino spesso ribassato in alcune parti e progettato da Robert Irwin.

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