Elaborare la salvaguardia del paesaggio è porre al centro l’esperienza diretta dell’osservatore, per dare ad un “luogo”, perchè il paesaggio è una sommatoria di luoghi, un contenuto emotivo. Bisogna stabilire una “alleanza con la natura”, che crei una sintonia emozionale, in cui, necessità antropiche ed ecologia procedano di pari passo, ricostruendo un rapporto di profondo rispetto, proprio per la natura. Salvare il paesaggio significa guardare in faccia al pericolo; come scrive Holderlin : “….dove il pericolo è come pericolo, già fiorisce anche ciò che salva. Che però non cresce nei dintorni. Ciò che salva non sta accanto al pericolo. E’ il pericolo stesso, ove vi sia come pericolo, che salva. Il pericolo è ciò che salva in quanto trae ciò che salva fuori dalla propria essenza ascosa (ndr. nascosta), involuta ma svolgibile. Che cosa significa salvare? Sciogliere, affrancare, trarre in scampo, preservare, custodire, proteggere, salvaguardare”
Riva del Garda vista dal Ponale

Il Vittoriale degli italiani a Gardone Riviera
Nel 1921, Maroni Giancarlo (Arco, 1893 – Riva del Garda, 1952), esimio architetto di Riva del Garda, conosce D’Annunzio Gabriele. Maroni era stato chiamato ad occuparsi dei lavori di sistemazione della Villa di Cargnacco (appartenuta allo storico dell’arte tedesco Henry Thode), un luogo ameno dominato da una ricca vegetazione di Ulivi, Cipressi e Oleandri, nelle immediate vicinanze di Gardone Riviera, che diverrà il sito, dove Gabriele D’Annunzio aveva deciso di trasferirsi a vivere. Inizia così una liaison intellettuale, con “il Poeta”, che tra alti e bassi, durerà per tutta la vita. Con il trascorrere degli anni, il ruolo di Giancarlo Maroni non si limiterà soltanto a quello di architetto del “Poeta”, ma, progressivamente acquisirà sempre più importanza, svolgendo anche i ruoli di segretario e di amministratore di D’Annunzio. In alcuni carteggio tra i due addirittura si legge : “Tu sei tra i pochissimi – scrive D’Annunzio – che sappiano amarmi”.
Si succedono così, nel corso del tempo, continue ed ininterrotte opere di trasformazione, di abbellimento e di ampliamento, di “modellazione paesaggistica”, della Villa di Cargnacco, che renderanno irriconoscibile il luogo originario. Si attua così, con la complicità dei due, una vera e propria opera di trasformazione paesaggistica che D’Annunzio dona nel 1923 alla Nazione, come “Vittoriale degli Italiani”. Si tratta, secondo me, non di un’opera esclusiva del “Sommo Poeta”, come i più descrivono, ma invece, in realtà, la maggior parte del merito spetta a Giancarlo Maroni.
Infatti l’architetto di Riva del Garda, ha di base una colta preparazione umanistica, e si forma professionalmente a Milano dove studia presso la Scuola Speciale di Architettura dell’Accademia di Belle Arti di Brera (tra i suoi insegnanti ci sono l’architetto Gaetano Moretti e il pittore Alcide Davide Campestrini), e lavora presso alcuni studi professionali. Dopo la scuola milanese, Maroni ritorna a Riva del Garda, divenendone insieme al fratello Ruggero, uno dei maggiori architetti. Infatti a partire dal 1919, inizia una costante produzione di edifici, dovuti alla necessità di ricostruire la città del Lago, pesantemente bombardata, durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18): la Canonica Arcipretale (1919); la Casa Marzani-Parteli (1920) la ristrutturazione dell’Hotel Sole (1922-25); la centrale idroelettrica del Ponale (1926); la Spiaggia degli Olivi che fu inaugurata il 3 giugno 1934; lo Stadio Di Riva, il faro e la darsena. Anche quì a Riva, Maroni, costruirà, con i suoi progetti, una “struttura paesaggistica” in grado di restituire una nuova immagine della città. Una struttura altamente scenografica, di chiara impostazione decò, come era il Vittoriale, con una forte ridondanza e ripetitività degli elementi architettonici classici, ma che ancora oggi, quà e là, presenta spunti del nascente proto-razionalismo europeo. Morto D’Annunzio, Maroni, rimase al Vittoriale fino alla sua morte (divenendone nel 1937 il curatore), completandolo con alcuni edifici. Alla sua morte, nel 1952, fu sepolto nel Mausoleo del Vittoriale.
Quì sotto una mappa di Riva del Garda con gli edifici citati nell’articolo
Quì sotto alcune immagini degli edifici di G. Maroni a Riva del Garda
Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate
La paglia è un prodotto agricolo costituito dai fusti dei cereali, una volta finita la maturazione della pianta. E’ un prodotto di scarto dell’agricoltura, dato che è ciò che rimane dei cereali dopo la trebbiatura. I principali cereali che danno luogo alla paglia, sono: grano tenero, grano duro, orzo, avena, riso, miglio, segale e farro. La paglia, viene di solito compressa e imballata da appositi macchinari in balle (parallelepipedi lunghi circa 90 – 120 cm) o in rotoballe cilindriche (con diametro variabile dai 120 ai 200 cm), con densità di compressione da circa 90 kg/m3 a 180 kg/m3. È formata soprattutto da cellulosa, lignina, cere, minerali e silicati, per questo motivo si decompone molto lentamente, ma è comunque necessario tenerla al riparo della pioggia, possibilmente in luogo aerato, per evitare lo sviluppo di muffe. La paglia costituisce circa la metà della biomassa aerea di un raccolto di orzo, avena, riso, segale o frumento.
Costruire una casa, un’abitazione, utilizzando quale tamponamento perimetrale, la paglia, significa quindi soprattutto mettere, questo materiale di scarto, nelle condizioni migliori, per preservarsi nel tempo. Poi, se, come nel caso che andremo ad analizzare, si cerca anche di fare un’architettura che si implementi nel paesaggio, bisogna trovare un giusto equilibrio tra estetica e tecnologia.
Si tratta di un progetto realizzato nel 2006, a Lana (Bolzano), per tre unità abitative dell’agriturismo Esserhof. Edificato in soli 5 mesi, tra la primavera e l’estate. Un edificio molto interessante, sia per gli aspetti tecnologici, sia per gli aspetti compositivi e di inserimento nel paesaggio agricolo ameno della periferia di Lana. Il progetto è frutto di una intensa collaborazione tra due architetti svizzeri, Werner Schmidt e Margareta Schwarz, esperti di costruzioni in paglia, in connubio con i proprietari. Si tratta di un progetto in cui i materiali naturali, bioecologici, vengono spinti al massimo, sia all’esterno, che all’interno, per ricreare nelle forme e negli ambienti una sensazione di accoglienza, che disvela la natura di alta sostenibilità di tutto l’edificio. Gli alloggi dell’agriturismo (di circa 39 mq cadauno) hanno un assetto planimetrico rivolto verso sud, con ampie vetrate schermate da pergole, mentre a nord risultano quasi completamente chiusi dalle murature in paglia e legno. Le murature sono spesse 90 cm, realizzate con balle di paglia da circa 90 – 120 cm sovrapposte, sono tenute insieme da nastri tesi di polietilene, poi intonacate di calce ed argilla. Questa massa, ha una capacità termica molto efficiente (coefficiente di trasmissione termica U=0,06W/mqK), tanto che non è necessario nessun tipo di riscaldamento. Anche il solaio ed il tetto, di circa 60 cm è completamente coibentato in paglia. Il vespaio areato è l’unica opera realizzata in cemento armato.
Principio base della progettazione delle case realizzate a Lana, é ” l’architettura organica”, la ricerca quindi di una fusione totale con la natura, ricercando forme tipiche di essa, e il perfetto inserimento nel paesaggio. I prezzi dell’agriturismo sono molto interessanti e Lana offre numerose occasioni di cultura e svago nella natura. Il progetto ha ricevuto nel 2007, il secondo premio Per l’architettura in Alto Adige ed è classificato CasaClima per la categoria A+.
Agriturismo Esser Norbert
http://www.esserhof.com/it/wohlfuehlen.html
Progettisti
http://www.atelierwernerschmidt.ch/
Una Mappa di Lana
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Lego Architecture è un sotto-marchio della gamma di prodotti del giocattolo di costruzioni Lego di origine olandese, che mira a “santificare” il passato, presente e futuro dell’architettura attraverso il mitico ed intramontabile mattoncino Lego. Il marchio, lanciato nel 2010, comprende una serie di Lego ideati ah hoc da Adam Reed Tucker (architetto/artista), e contengono ciascuno i pezzi e le istruzioni per costruire un modello di un famoso edificio architettonico in micro-scala. Si va da qualche decina di pezzi alle centinaia, da 60/80 dollari a 100/200 dollari. Ora, visto il successo, si può anche votare in rete le prossime “uscite”
Adam Reed Tucker, l’architetto di questa “nuova frontiera del giocattolo”, si è laureato in Architettura alla Kansas State University nel 1996. Mentre studiava, ha cercato un metodo per unire le sue due passioni di arte e architettura, fu allora che ebbe l’idea geniale di utilizzare i mattoncini della Lego. In poco tempo, ha fondato Brickstructures, Inc., ed ha incominciato a progettare e costruire modelli di monumenti ed edifici famosi. Il suo lavoro fu notato ed apprezzato dal Gruppo Lego, e insieme hanno formato una partnership per lanciare alcuni dei suoi modelli con il marchio Lego Architecture.
E’ così che la casa Fansworth di Mies, la casa Robie di Wright, ecc. diventano dei giocattoli in mattoncini, dei piccoli “cavalli di Troia”, che però diffondono la cultura architettonica, il piacere per delle forme belle, moderne, attuali, insomma la “passione” per la vera salvaguardia del paesaggio.
E’ un’idea trasversale, interessa ai più piccoli, ma anche ai genitori, molti diventano collezionisti. Stà nascendo una vera e propria mania, che rilancerà ulteriormente il prestigioso marchio, a livello mondiale.
Ora la nuova frontiera della Lego è costruire, con i mattoncini oggetti sempre più sofisticati e complessi, nei filmati qui sotto, ne trovate alcuni. Ovviamente i costi lievitano, ma si stanno formando anche dei veri e propri gruppi di ricerca in merito. Presto vedremo un robot, rigorosamente di mattoncini, che si muove con il telecomando.
Il mio amico Frank (sapiente suggeritore di questo articolo), che è un duro boscaiolo canadese, ma che fa l’architetto a Milano, stà letteralmente impazzendo per questa nuova forma di uso dei mattoncini, ed anch’io in merito non stò molto bene…….Architettura, che passione!
Lego architetture
Vota la prossima architettura in Lego
Lego 3D filmato
Il link dei Lego Park
Alla fine dell’anno 1989, mi trovavo a Londra in compagnia di una gentile collega, che poi sarebbe diventata mia moglie. L’obbiettivo era duplice, visitare la città e soprattutto, per ambedue, visitare le architetture di un signore nato a Glasgow, che aveva “sconbicchierato” le regole dell’architettura moderna. Ma la prima tappa londinese, obbligata per ogni architetto, fu la casa – museo di Sir John Soane, al numero 13 di Lincoln’s Inn Fields (http://www.soane.org/). Alla fine della visita, affascinati ed ebbri, dai “deliri” collezionistici e degli “equilibrismi” stilistici di questo grande architetto inglese (tra Settecento e Ottocento), ci recammo, quasi per reazione, a visitare la Whitechapel Art Gallery (http://www.whitechapelgallery.org/), progetto di ampliamento e ristrutturazione di Colquhoun, Miller and Partners, completato nel 1984. Li, si teneva una mostra di arte moderna concettuale, che ci sembrava essere la giusta contrapposizione all’attività di Soane. Si accede alla Whitechapel, dal vecchio portale della galleria, progettata da Harrison Townsend nel 1898 e completata nel 1901. Dopo l’entrata ed una piccola reception, si passa ad una grande sala (Main gallery), che consente anche di avere accesso ad una serie di sale minori e ad un piccolo “Lecture theater”. Dalla grande sala, una scala rettilinea ampia e molto ben disegnata, conduce alle sale dei piani superiori (Mezzanino, primo e secondo piano). Percorsi i primi gradini, sulla cima della scala (illuminata in sommità da un grande lucernario), apparve una scura ed imponente figura, seguita da un’altra piccola e minuta. Mentre costoro scendevano, noi salivamo. A metà, ci incontrammo, ed ambedue i piccoli gruppi furono costretti a fermarsi, soprattutto per colpa della figura imponente, alta e di una obesità pazzesca. Costui, corpulento e pallido, mentre ci facevamo vicendevolmente le scuse : “Sorry….sorry”, mi accorsi avere dei tratti somatici conosciuti. Mi ci volle poco a capire che si trattava di James Sterling, l’architetto, per il quale avevamo progettato quel viaggio. La mia compagna dopo alcuni sorrisi, ripartì verso l’alto, io seguii l’omaccione, come stregato. Nel mio precario inglese, sfacciatamente, dopo una breve presentazione, ed essermi accertato che fosse proprio lui, gli chiesi come mai era lì. Mi rispose : “Caro amico, bisogna vivere nel cuore della professione, capendo le ragioni anche delle architetture altrui. Perché l’architettura è un’amante sfuggente per venire conquistata senza dedicarle costanti attenzioni”. Poi mi parlò della sua passione per l’Italia, per il paesaggio, per il cibo, per l’architettura, ma soprattutto per la gente. Goloso amava particolarmente i dolci. Infine, molto gentilmente, sorridendomi e salutando, si congedò, e sparì, con il suo accompagnatore, in direzione dell’uscita.
James Stirling muore a Londra il 25 giugno del 1992, a seguito delle complicazioni durante una banale operazione. L’ultima costruzione portata a termine prima della morte è la libreria nei giardini della Biennale di Venezia (completata nel 1991), disegnata in collaborazione con Thomas Muirhead. Nel 1981, Stirling vinse anche il Pritzker Prize per l’architettura. Fu probabilmente il maggiore interprete dell’architettura moderna, evolvendola e rinnovandola. Si accalorava quando i più, appellavano banalmente, la sua attività come post-moderna . L’edificio che fu apice della sua attività progettuale è certamente la Neue Staatgalerie di Stoccarda (http://www.staatsgalerie.de/) del 1983. Si tratta di un intervento di ricostruzione del paesaggio urbano della città della Germania, che genera una serie sorprendente di occasioni spaziali e di relazioni tra le parti urbane, con chiari riferimenti alla memoria paesaggistica delle città italiane.
Una mappa dei luoghi dell’articolo a Londra
Una mappa dei luoghi dell’articolo a Stoccarda
Le montagne sono l’inizio e la fine di ogni paesaggio (John Ruskin)
L’architettura progettata, per la sede di Salewa World (marchio internazionale di prodotti per l’alpinismo – http://www.salewa.it/) genera un volume cristallino, complesso, multi sfaccettato, che si confronta (anche rispecchiandole nelle facciate vetrate) con le montagne dell’intorno, articolando una serie di “paesaggi” esterni ed interni in dinamica relazione con le differenti condizioni di affaccio dell’intorno : l’autostrada A22, la periferia industriale di Bolzano, la coltivazione dell’uva.
L’efficienza energetica, di tutto il complesso, è assicurata non solo da tecnologie innovative di climatizzazione, ma soprattutto grazie ad un sistema di isolamento dei muri perimetrali e delle vetrate e ad una grande attenzione in fase progettuale alla struttura dell’edificio. L’attenzione per l’ambiente non si ferma qui. Grazie all’integrazione con l’impianto fotovoltaico e l’impiego dei sistemi passivi nel controllo delle condizioni interne, l’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera raggiunge quasi le 2000 tonnellate, rendendo la nuova sede Salewa un ottimo esempio di efficienza energetica.
Complessivamente un intervento molto interessante, che migliora decisamente, dal punto di vista paesaggistico, questa parte di Bolzano Sud, a ridosso della Fiera, che risultava avere delle caratteristiche indefinite
Superficie dell’area : 30.595 mq
Volume: 146.248 mc
Costo complessivo dell’investimento : € 40 milioni di euro
Progetto :
Park Associati – http://www.parkassociati.it/
CZA Cino Zucchi Associati – http://www.zucchiarchitetti.com/home.html
Impresa costruttrice : ZH – http://www.z-h.it/
Impianti elettrici: Energytech Ingegneri S.r.l., Bolzano – Ing. Gabriele Frasnelli
Impianti Meccanici : Energytech Ingegneri S.r.l., Bolzano – Ing. Georg Felderer
Strutture: Kauer & Kauer Ingenieure, Bolzano – Ing. Georg Kauer, Ing. Ulrich Kauer
Salewa in costruzione
Salewa Cube – Video
Una riflessione sulla maniera di fare salvaguardia e tutela, per chi si occupa di paesaggio, deve avvenire non solamente attraverso l’architettura, l’urbanistica, spesso queste due discipline, sono sempre intimamente correlate con la maniera di consumare e quindi di produrre. Sviluppare una coscienza di sostenibilità diffusa in questi ambiti (commercio e produzione), vuol dire avere diffuso un’azione culturale e didattica, che spesso dà migliori risultati delle leggi e di milioni di parole. Prodotti, consumi e territorio, spesso vanno di pari passo a definire il paesaggio.
“Pur Sudtirol” è un attività imprenditoriale, che ha alla base la sostenibilità, quale filosofia commerciale. Tale negozio si trova a Merano e promuove un consumo consapevole all’insegna del biologico a chilometri zero, vi si vendono : salumi, pane, dolciumi, verdure, vino, cosmetici, ecc.. Quello che noi mangiamo, che acquistiamo, come ci vestiamo: le nostre decisioni ed i nostri comportamenti non influenzano solamente il nostro modo di vivere, spesso coinvolgono anche altre realtà, altre persone in più parti del mondo. Sta a noi decidere se dare la preferenza a prodotti economici che hanno viaggiato per mezzo mondo (e spesso inquinando), oppure rivolgersi a quei prodotti regionali, che contribuiscono a tutelare le tradizioni culturali e produttive, nonché a sostenere l’artigianato e l’agricoltura locale, e’ questa ovviamente anche una maniera per “salvare il paesaggio” locale, per tutelarlo in maniera attiva, con poche parole ma con tanti fatti.
“Pur Sudtirol” vuole coinvolgere i suoi utenti, in una riflessione approfondita sulle conseguenze dei nostri consumi e per un’assunzione di responsabilità verso il nostro agire quotidiano.
“Pur Sudtirol” rimane quindi strettamente legato alla tradizione locale/provinciale, ma anche rivolge uno sguardo al futuro, proprio come l’interessante e “scarno” design degli ampi locali adibiti alla vendita. Harry Thaler (http://www.harrythaler.it/), giovane designer meranese operante a livello internazionale, si e’ ispirato dalle antiche cassette di frutta e verdura (dette “Harassen”, in legno di melo), ha creato un sistema espositivo modulare fatto con cassette di legno su ruote, collegate da elementi plastici colorati, che sottolinea la provenienza autoctona e il valore dei prodotti offerti. Inoltre, quali carrelli per la spesa, vengono utilizzati dei contenitori intrecciati che, nella loro grazia e funzionalità, fanno rivivere l’antico artigianato dei cestai, invitando all’acquisto. L’allestimento è realizzato principalmente in legno di castagno locale e, inoltre, per tutti i sistemi espositivi e gli oggetti d’arredamento è stato impiegato esclusivamente materiale di provenienza altoatesina. E’ nato quindi, di recente, una linea di prodotti per la casa, “Pur Manufactur”, realizzati da artigiani altoatesini, con un alto contenuto sia dei materiali utilizzati, sia del design progettato da giovani designer altoatesini.
Alla base di “Pur Manufactur” sta lo sviluppo di una piattaforma dove il design incontra l’artigianato altoatesino, dove vengono realizzati oggetti per l’uso quotidiano con materiali naturali e dove c’è ancora spazio per ricerca ed innovazione. Questi principi dovrebbero essere i criteri ispiratori per i giovani designer, ai quali la cooperazione con gli artigiani altatesini rende possibile lavorare in loco in modo tradizionale e con un risultato qualitativo elevato. La piattaforma offre inoltre la possibilità di una continua interazione fra designer e artigiano.
Il sito dei prodotti PUR – http://www.pursuedtirol.com/it/
I Prodotti PUR MANUFACTUR –http://www.pursuedtirol.com/it/shop/pur-manufactur/
Le giornate dello sviluppo sostenibile in altoadige/sudtirol dal 10 al 13 maggio 2012 – www.thinkmoreabout.com
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Nel 1933 si tenne ad Atene una assemblea dei CIAM (Congressi Internazionali di Architettura Moderna). Allora furono posti i principi di una Carta dell’Urbanistica. Otto anni dopo, nel 1942, usciva a Parigi, occupata dai tedeschi, un’opera anonima che col suo titolo “La Charte d’Athènes” rivelava al grande pubblico l’esistenza di un tale documento.
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Asilo Sant’Elia
Casa del Fascio
Giuseppe Terragni ha solo 39 anni quando realizza che i suoi ideali, di dare corpo all’architettura moderna “Mussoliniana”, sono falliti: crollato psichicamente e dal punto di vista fisico, a seguito soprattutto della guerra in Jugoslavia ed in Russia a cui era stato richiamato, il 19 luglio del 1943 cade fulminato da una trombosi cerebrale sul pianerottolo delle scale di casa della fidanzata, a Como.
Ma l’architettura di Terragni era fascista o antifascista? E’ questo un dilemma irrisolvibile, data la morte prematura di questo architetto “comacino”, che non ha potuto operate, ed esprimersi, nell’Italia liberata del dopoguerra.
Ecco secondo me Terragni, come molti architetti a lui vicini : Nizzoli, Pagano, Libera, Figini, Pollini, Sartoris, ecc., era soprattutto un “architetto europeo”, attento al dibattito sul Razionalismo, sul Funzionalismo, che dominava la cultura architettonica europea a quell’epoca. Terragni era sopratutto un professionista, che faceva proprio uno stile internazionale, che vedeva nella figura di Le Corbusier, la punta di un “iceberg” di un movimento, che di fatto ha cambiato radicalmente la cultura architettonica europea, togliendola dalle “stagnazioni” della cultura ottocentesca.
Erano architetti che si frequentavano anche con assiduità, agli europei CIAM, piuttosto che agli italiani MIAR, uomini che condividevano spesso anche le stesse passioni: lo sci, la montagna, il mare, ecc.. Persone che però si ritrovavano in un’unico ideale sociale (direi quasi politico), quello dell’Architettura Moderna che voleva rivedere i principi progettuali e le caratteristiche dell’architettura, in favore della salubrità e dell’igiene, per le grandi masse, costruendo un’idea di città, in continua espansione, assoggettata alle logiche della macchina e del funzionalismo. Insomma la città contemporanea.
A costoro di essere Fascisti o antifascisti, di Destra o di Sinistra, non importava più di tanto, importava riaffermare, attraverso il loro lavoro di architetti, un nuovo modello sociale di vita, che si andava affermando in tutto il mondo. Modello assolutamente trasversale ad ogni ideologia.
Bisogna anche aggiungere un’altra cosa, secondo me molto importante, tutte le opere realizzate di Terragni a Como, testimoniano di una attenzione particolare ed esclusiva per il “paesaggio lariano”, e di fatto esse sono come dei capisaldi, dei landmark, che, ancora oggi segnano ed “indirizzano” la costruzione urbana della città. Insomma se si tiene anche conto, dei molti progetti non realizzati, soprattutto di quelli urbani (ad esempio la Cortesella), l’attività di Terragni, in quei soli 39 anni di vita, ha “saggiamente regolato”, con la sua architettura “moderna ed europea” (nautica e rigorosa là dove necessitava) il rapporto tra la città ed il lago. Perpetuando così una lunga tradizione di architettura del paesaggio, di forte vocazione europeista, come era quella dei Maestri Comacini.
Casa Giuliani – Frigerio
Como – Lungolago
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