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Builders of the future

Autore

Dasir

Bici e dintorni


Mentre alcuni sostengono  un ciclismo veicolare in cui la bicicletta è inserita nel sistema del traffico al pari di auto e moto e quindi la pista ciclabile è solamente una striscia sulla pavimentazione stradale. Dall’altra abbiamo una “cultura” in costante crescita dell’uso del ciclo, che spinge verso una maggiore ciclabilità (intesa come qualità e sicurezza) per le piste ciclabili. Tale atteggiamento culturale ha portato a realizzare intere reti di corsie separate dalla viabilità ordinaria, con i propri sistemi autonomi di viabilità. Le infrastrutture ed il livello di ciclabilità  giocano un ruolo importante nello sviluppo  dell’utenza della bicicletta . L’utente della bicicletta vuole sentirsi innanzitutto sicuro.

Abbiamo quì sotto selezionato alcuni progetti innovativi, degni di nota, che riguardano il concetto di ciclabilità.

LIGHT LANE – PISTE CICLABILI ISTANTANEE A CORSIA DINAMICA

Light Lane: Dynamic Lane creation

Riconoscendo che le piste ciclabili protette sono un mezzo efficace per migliorare la sicurezza per tutti gli interessati, ed  al contempo riconoscendo che il costo di tali corsie, in media  40/50.000 euro per chilometro, è attualmente impensabile per un loro diffuso impiego,  i progettisti di corsia Luce , Tee Alex e Evan Gant (Altitude) hanno il seguente obiettivo:

“Invece di costringere i ciclisti di adattare il loro comportamento alle infrastrutture esistenti, la pista ciclabile deve adattarsi al ciclista” .

Il LightLane  è un accessorio da montare sulla bicicletta che proietta una ben definita corsia virtuale sulla superficie dell’asfalto. Viene cosi segnalato a tutti gli “attori” del traffico veicolare un territorio protetto, rendendo la bicicletta un mezzo ideale per un pendolarismo a breve e medio raggio.

COPENAGHEN CICLISMO RINGHIERE

Copenaghen Rails Bike – immagine da Zakka / Mikael su Flickr

In una città, Copenhagen, che è la Mecca dei ciclisti, i piccoli dettagli continuano a fare la differenza. Fisicamente questo pezzo di arredo urbano offre poco più di una piccola comodità – che permette ai ciclisti di evitare di smontare dalla bicicletta quando sono  in attesa che il semaforo diventi verde. Al di fuori di questo utilizzo, questa rete di ringhiere parla di una cultura ciclistica “matura” che ha superato la fase di soddisfare i requisiti minimi, e può permettersi  di guardare verso l’innovazione di seconda generazione.

WASHINGTON DC UNION STATION BICICLETTE TRANSIT CENTER

DC Union Station biciclette Transit Center – Design KGP

Come estensione periferica dei trasporti pubblici la Union Station, già funge da hub per i treni, metropolitana e autobus di Washington DC. Il progetto realizzato di Transit Center per biciclette (KGP Design Studio), cerca di collegare la rete ciclabile a questo  terminale multi-modale. Si tratta di fornire un parcheggio “strutturato” per le bici, che possono essere affittate, ma non solo, anche : spogliatoi, armadietti, servizi igienici, ecc..

Liberamente tratto e tradotto da : Infranetblog.org – autore : Maya – apr 13, 2011

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La Piazza Rossa (San Gallo)


Piazza Raiffeisen a Sankt Gallen 

La Piazza,  realizzata da Pipilotti Rist, artista e Carlos Martinez architetto, tra il 2003 ed il 2005, a San Gallo, costo 3,9 milioni di franchi svizzeri, è rossa. E’ di un rosso intenso dovuto alla pavimentazione ed agli arredi, rivestiti in un’unico materiale gommoso (da riciclo di gomma usata), di fatto si tratta di una grande “stanza urbana”, direbbe qualcuno di mia conoscenza, ma in realtà è una nuova dimensione spaziale, dove l’esterno, illuminato ed insonorizzato con la cura che solamente un’artista di fama internazionale, sà azzardare, diventa un’esperienza sensoriale, sensuale ed unica. L’acqua, della fontana, sgocciola su una superficie elastica, mentre voi vi sedete su panchine molli e gommose, che sono un tutt’uno con la pavimentazione ed anche con la fontana. I corpi illuminanti sono invece “sfere volanti”, in vetroresina,  sospese con cavi tra gli edifici. Anche la segnaletica “trasgredisce” alle normali e ferree regole svizzere, per diventare un effetto grafico che impreziosice, anzichè disturbare.

Pipilotti è magica, riesce sempre a trasformare lo spazio in un grande organismo vivente, mescolando cinema e televisione, allucinazioni e immagini ad alta definizione, musica. Ecco un esempio di come arte ed architettura, riescono a fondersi per produrre qualcosa di “confine” che fa del bene ad ambedue le discipline.

Riporto quì di seguito dal quotidiano “City” di oggi 9 novembre 2011 : ” Un lampadario fatto di mutande femminili. Un elettrodomestico che spara a raffica bolle di sapone. Apre oggi al pubblico milanese “Parasimpatico”, la prima importante mostra italiana dell’artista Pipilotti Rist, organizzata dalla Fondazione Nicola Trussardi e allestita al Cinema Manzoni (in via Manzoni 40). La sala, chiusa dal 2006, ha riaperto appositamente per ospitare la personale di questa eclettica performer svizzera: 49 anni, la Rist può vantare la partecipazione a ben cinque Biennali di Venezia (oltre che a quelle di Sidney, Istanbul, Mosca, Shanghai, Berlino, Lione e San Paolo) ed esposizioni al Moma di New York, al Centre Pompidou di Parigi, alla Fondazione Joan Mirò di Barcellona. A Milano la Rist – Pipilotti è la fusione del suo nome di battesimo, Charlotte, con quello di Pippi Calzelunghe, personaggio da lei amato durante l’infanzia – trasforma le sale del Manzoni in un continuum di opere e video-installazioni. Sullo schermo principale si vedrà l’artista mentre preme il viso contro una finestra, deformandolo. Fino al 18 dicembre, aperta tutti i giorni dalle 11 alle 21, ingresso libero.”

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BLogging


Sto rileggendo, in questi giorni gli interessanti 5 articoli del “vate” dei blog di architettura, Geoff Manaught, pubblicati sulla rivista “Abitare”. Iniziativa intelligente, non a caso voluta dal Direttore Stefano Boeri, che è uno che “lavora” con regolarità e personalmente in rete. Si tratta di vere e proprie lezioni, dove Geoff Manaught analizza le ricadute dei successi avuti da alcuni blog di architettura e fissa gli obbiettivi per la loro sopravvivenza nel futuro. Il blog tradizionale che si occupa di architettura, ma in genere i blog, così come li vediamo oggi, sembrano sul punto di scomparire. Manaught intende qui con “blog tradizionale” : “un sito i cui contenuti sono pubblicati in ordine cronologico inverso, organizzati secondo una griglia tematica più o meno coerente e scritti da un numero limitato di autori, spesso uno solo.”

I motivi della scomparsa, sono diversi, soprattutto legati alla nascita di sistemi di micro-blogging quali : Twitter, Tumblr, Posterous, ecc., in cui si condividono facilmente link, con commenti limitati, spesso tesi a descrivere solamente cosa è contenuto nel link o comunque ad invogliare a leggerlo. L’esempio più diffuso è Twitter, dove in 140 caratteri bisogna includere tutto quanto; però i Twitt, sono difficili da archiviare e dopo alcune settimane vengono cancellati.  Sono quindi di certo “morti” i blog, con articoli minimi, che non fanno contenuti, ma descrivono solamente i link  inseriti nel post.

Ad “ammazzare” i blog, sono anche i blog stessi, gestiti in maniera professionale o semi professionale, ed afferenti alle grandi compagnie editoriali o alle testate giornalistiche (Corriere della Sera, La Repubblica, ecc.), che tutte hanno un settore “architettura, design, paesaggio”. Sarà comunque sempre utile e “democratico”, fino a quando esisterà internet, fare “blogging” e cioè “rendere pubbliche annotazioni su argomenti, o disvelare situazioni o cose poco conosciute, che per noi e i nostri lettori hanno un certo interesse”.

Scrive Manaught : “Quello che i blog oggi devono evitare, se si vuole che abbiano un ruolo davvero interessante nel panorama dei media, è diventare una semplice ed equivoca estensione dei servizi di pubbliche relazioni aziendali. Allo stesso tempo il blogging non deve mai perdere il suo taglio impulsivo di ricerca, eternamente incompleto……..un’altra cosa di cui il blogging non ha bisogno è essere – più  cattivi- ….. come se l’aggressione e l’offensiva retorica fossero le sole a rendere il dialogo in rete interessante”.

Infine chiosa Geoff Manaught, con una lista di raccomandazioni su cosa dovrebbe essere, secondo lui, futuro del blogging d’architettura e design : “1) rendere la cultura popolare (ndr. dell’architettura) più interessante introducendo idee di confine nuove, più ampie platee, facendo così da ponte fra centro e periferia  2) sintetizzare idee da campi in apparenza lontani fra loro e così facendo 3) unire scrittori, designer (ndr. nella cultura anglosassone = progettisti), clienti, pubblico dei lettori e altri professionisti di diversa formazione e provenienza geografica intorno a comuni temi di discussione e interesse”

Il blogging dovrebbe anche nel suo futuro avere un obbiettivo “politico” teso a cambiare il tipo di conversazioni che hanno luogo nell’ambito dell’architettura e del paesaggio, aprire queste discussioni che ora avvengono esclusivamente in ambiti “disciplinari”, a nuovi partecipanti che le ibridino, che le contaminino. L’obbiettivo politico è quello di diffondere anche nella massa, alcune discussioni su cosa sono (contenuti, filosofia, tecnica, ecc.) il design, l’architettura, il paesaggio. In Italia in tal senso siamo all’anno zero, la massa aspira ancora solamente ad un’idea ormai “stratificata” e “favolistica” di costruzione (sia essa architettura) casette in mattoni o intonaco, con le persianucce, gli archetti, il tetto in coppi, le gronde in rame; (oppure paesaggio) viuzze sterrate, ponti di legno, muretti a secco.  Infine allargare ed ampliare il più possibile le modalità di divulgazione di questi scambi, anche utilizzando in parallelo, canali tradizionali di penetrazione : riviste, giornali, radio, scuole, ecc.. Sono questi obbiettivi ambiziosi, quasi irrealizzabili (utopistici afferma Manaught), ma sono indispensabili per costruire un futuro sia per il blogging che per l’avvenire del paesaggio e dell’architettura di questo vilipeso Paese Italia.

Ecco “Costruttori di Futuro”, si è dato questo, quale mandato prioritario, sin dalla sua nascita e questo tenterà di perseguire con forza nel suo futuro.

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Departement Store


Dall’ 8 di settembre 2011 è stato aperto, in Galleria del Corso a Milano, il nuovo Departement Store “Coin Excelsior”. Moda, cibo e design in oltre 4mila metri quadrati progettati dall’archistar francese Jean Nouvel.

Il nuovo Mega Store (del lusso extra) è stato ricavato, dove prima c’era uno dei più bei cinema di Milano. L’edificio ha diversi settori : abbigliamento uomo, abbigliamento donna, cibo, ecc., disposti su sette piani. Un progetto prestigioso firmato dall’architetto Jean Nouvel, che ha dichiarato di aver “disegnato” un luogo dal forte sapore simbolico, che richiama il cinema, icona di un tempo passato che non è più. Lo testimonia il grande sistema di video led che caratterizza la facciata interna dell’edificio. Quindi un luogo con una forte caratterizzazione artistica che attraverso l’intervento di un grande architetto, ha subito un recupero radicale ma innovativo, ciò è dovuto a Coin ed a Beni Stabili (proprietario del complesso immobiliare), con una spesa di circa 30 milioni di euro.

Pavimenti industriali dovunque, finiti con resine ad effetto spatola. Inserti giudiziosi nei pavimenti con  canaline porta-impianti ai piani superiori. Resine anche ai muri, ma qui lucide, che moltiplicano l’effetto delle luci e dei filmati proiettati. Ascensori circolari trasparentissimi. Peluche giganteschi di cani, appesi nei volumi a doppia o tripla altezza, che attenuano la rigorosità “nouvelliana”. Ovunque controsoffitti metallici high-tech, con accorpati in un unico pannello tutti gli impianti : luci, audio, rilevazione incendi. Scale preziosissime con gradini vitrei. Sistema di scale mobili a nastro che portano ovunque.

Nel nuovo “Coin Excelsior”, trovano posto: moda, cibo e design e soprattutto tanti e prestigiosi marchi : Maison Martin Margiela, Christian Laboutin, Tiffany (qui con il primo negozio  italiano), Jimmy Choo, ecc..

Sezione dell’edificio “Coin Excelsior”

Si parte dagli interrati, dove il protagonista è il gusto con le isole e i ristoranti firmati Eat’s. Qui si può trovare una cantina di vini immaginifica, ma anche pesce e verdure (cosa rarissima nel centro di Milano). Tutto riservato al beauty, invece, il piano terra con un angolo gustoso occupato dai raffinatissimi dolci francesi Laudurée. Il primo piano è riservato ai designer americani, ancora poco distribuiti in Italia e destinati al pubblico femminile (Helmut Lang, ecc.); nel secondo piano il protagonista è l’uomo, in una miscellanea  tra stilisti tradizionali ed emergenti (Maison Martin Margiela, Marc Jacobs, ecc.). Il settore donna “esonda” al terzo piano con marchi storici (Valentino, Chloé, Marni e Joseph, ecc.).

Tanta pioggia, oggi 5 novembre 2011, mentre la Liguria e soprattutto Genova, rimane alluvionata con numerose vittime trascinate dallo “sfarinamento liquido” di un paesaggio italiano che presenta i conti di decenni di incuria cementificatoria; a Milano lo shopping sfrenato del sabato continua indifferente. La nostra visita al faraonico “Coin Excelsior” ha palesato le numerose contraddizioni di una Nazione che contemporaneamente lamenta una crisi economica strisciante (riservata ai più) che rasenta pericolosamente il default e le code (per pochi…..ma tanti), qui al Departement Store di Galleria del Corso, per acquistare prodotti di extra lusso : una T-shirt di cotone “firmata” 160 euro; un giubbotto “firmato” in Gore-Tex 1750 euro; un pacco di pasta di farro da 500 grammi 4,85 euro; un paio di scarpe da ginnastica “firmate” 295 euro; una torta di mandorle da 200 grammi 26,50 euro; un bikini “firmato” 140 euro il pezzo sotto e 220 euro quello sopra; una stecca di cioccolata di Modica da 50 grammi 8,95 euro. Che Silvio “Anton Custer” Berlusconi non abbia tutti i torti ? Che l’Italia sia un paese “diviso”, “dilaniato”, con il  50% degli abitanti che è al limite della sopravvivenza, ed il 50% che invece è molto benestante e della crisi se ne può “fottere”?

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La città delle donne (Roma)


MAXXI

Roma è tornata al centro della “passerella” architettonica internazionale contemporanea  il 12 novembre 2009, con la presentazione alla stampa del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, appena completato, progettato da Zaha Hadid (Baghdad, IRAQ, 1950).

Sono passati quasi dieci anni dall’assegnazione del concorso internazionale di idee per la realizzazione del nuovo centro museale romano. Nel lontano 2000, tra le oltre 270 candidature giunte, 15 gruppi progettuali ammessi alla seconda fase, il progetto vincitore risulta quello della archistar anglo/irachena. Sbaragliando illustri e più noti concorrenti come : Jean Nouvel e Rem Koolhaas,  viene così interrotta la supremazia del sesso maschile dello star system architettonico proponendo una soluzione progettuale innovativa e creativa. Nel 2004 Zaha Hadid vince il Premio Pritzker per l’architettura contemporanea.

L’architettura del MAXXI, che sulla carta sembrava irrealizzabile, ai più, ora genera un effetto ardito e dirompente. La spazialità è fluida, si potrebbe affermare “liquida”, degna della società descritta da Baumann. Un’architettura da vivere sul posto, più che da raccontare: le categorie canoniche d’interpretazione dell’architettura sembrano termini appartenenti al passato. Sale, stanze espositive, auditorium, laboratori, depositi, ecc., dedicati all’arte contemporanea nel suo insieme : architettura, fotografia, scultura, pittura, videoart, ecc.. Vedute, visuali, scorci inusuali, aperture, connessioni, disequilibri, si alternano attraverso una sorprendente articolazione spaziale, dove non esiste più una cesura tra interno ed esterno. Un altri enorme, alto più di 20 metri, con pochissimi pilastri, banconi/reception in Corian, gettato in opera, scale ardite auto-portanti, tutto sembra orchestrato per stupire. I costi lievitati da 50 milioni di euro, ad oltre 132 milioni di euro. L’idea del Maxxi nasce nel 1998 con il trasferimento delle ex caserme Montello al Mibac. Nel 2000 lo studio Zaha Hadid si aggiudica il concorso per il progetto. Nel 2003 iniziano le demolizioni e la costruzione dell’opera ad opera dell’Ati Maxxi 2006 (Italiana costruzioni e Sac). L’opera è stata costruita su un lotto di 29mila metri. Gli spazi esterni sono di 19.640 metri (oggi oggetto di interventi di land-art ed istallazioni provvisorie d’arte. La superficie espositiva complessiva è di oltre 10mila metri quadrati.

MACRO

Odile Decq (Laval, Francia, 1955) , fu la vincitrice nel lontano 2001, del concorso internazionale bandito dal Comune di Roma per l’ ampliamento del Macro (Museo d’Arte Contemporanea Roma). Il museo ha aperto al pubblico il 3 dicembre 2010. Il progetto, interrompe l’approccio tradizionale tipicamente italiano di esasperata integrazione tra vecchio e nuovo, quando ci si trova, come qui, in un contesto di carattere storico, la nuova costruzione si inserisce nella struttura preesistente ridefinendone però l’intera morfologia ed il percorso espositivo. L’opera architettonica è stata realizzata con il coordinamento tecnico e procedurale dell’Ufficio Città Storica dell’Assessorato all’Urbanistica, mentre il controllo amministrativo è stato curato direttamente dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma. La direzione dei lavori è stata seguita dal team Zètema Progetto Cultura, società a cui sono stati dati in gestione anche i  servizi museali.

Il MACRO, con l’addizione dei nuovi spazi, pensati da Odile Decq, diventa un luogo museale contemporaneo che illustra il percorso creativo che conduce alla contemporaneità. La nuova e unica entrata del Museo, segna l’ingresso di un’architettura dedicata all’arte, un intero isolato, caratterizzato da una superficie espositiva considerevole, cui si aggiungono le nuove aree dedicate ai servizi e al pubblico: la grande terrazza “sui tetti”, la sala conferenze, la libreria (con ampia dotazione di testi), il ristorante, la caffetteria (molto intima e piacevole), il parcheggio e l’area didattica, per raggiungere una superficie complessiva di 19.590 mq, incluso il parcheggio pluripiano interrato di oltre 160 posti auto, utilizzabile anche dai residenti del quartiere.

Le forme dinamiche e colorate della nuova struttura, perfettamente integrate nel contesto preesistente, creano ora un paesaggio di percorsi, anche aerei, sensuale e luminoso (di luce naturale) in cui i diversi linguaggi del contemporaneo trovano la loro collocazione spaziale naturale. Si instaura così un “sistema ridondante” in cui la nuova costruzione “impollina” gli elementi che la circondano, restituendo una trasparenza seducente ed articolata.

Il complesso degli edifici della ex Birra Peroni, dove ha sede il MACRO fu realizzato dall’architetto Gustavo Giovannoni, tra il 1901 e il 1922. Nel 1989 il Comune di Roma destina una parte dello stabilimento a sede della Galleria Comunale d’Arte Moderna, ed iniziano i lavori, seguiti direttamente dalla Sovrintendenza di Roma. Finalmente nel settembre 1999 la galleria apre al pubblico. Nel 2001 un concorso internazionale assegna i lavori di riqualificazione del secondo lotto dello stesso isolato della fabbrica all’architetto francese donna Odile Decq. Nel 2002 sono stati assegnati al MACRO due capannoni dismessi del Mattatoio di Testaccio, nel 2003 è stato restaurato e aperto al pubblico un primo capannone di circa 1.000 mq con il nome di Macro Future, oggi MACRO Testaccio, nel 2007 è stato aperto al pubblico il secondo capannone di altri 1.000 mq, sempre con ingresso da piazza Orazio Giustiniani. Nel marzo 2010 è stato restaurato un terzo padiglione dell’ex Mattatoio di Roma denominato Pelanda dei suini. Costo complessivo dell’intervento di Odile Decq, 27 milioni di euro.

Due architetture, due edifici realizzati da due donne, con diverse sensibilità spaziali, ed anche due “fisicità” e profili caratteriali diversi. Architetture che ci hanno regalato due ex aree dimesse, proiettate nel futuro, in maniera intelligente. Due “granai per i periodi di carestia” scriverebbe saggiamente Marguerite Yourcenar.

Se andate a Roma, per una volta, lasciate perdere i ruderi, le macerie, la storia, la “memoria” di cui la nostra splendida capitale è piena e proiettatevi per un attimo in questa nuova “dimensione”, un po’ più  periferica, dove il “paesaggio contemporaneo”, fatto di cemento ma realizzato con sensibilità “al femminile”,  può riservarvi considerazioni inaspettate.

MAXXI

Sito istituzionale : http://www.fondazionemaxxi.it/

Video : http://vimeo.com/12708450

Sito della progettista : http://www.zaha-hadid.com/

MACRO

Sito istituzionale : http://www.macro.roma.museum/

Video : http://vimeo.com/12146980

Sito della progettista : http://www.odbc-paris.com/web/

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…….tre (paesaggi | scenari)


Tra la sera del 29 ottobre e la notte tra il 31 ed il 1 di novembre, mi sono letto “avidamente”, un libro che ho dovuto prenotare alla libreria, perché ormai introvabile. Il libro in oggetto si intitola “In questo progresso scorsoio” (Garzanti – Le forme – 2009) ed è una lunga conversazione di Andrea Zanzotto con Marzio Breda. Ne riporto qui alcuni brani.

1) “Scompaiono le biodiversità e non sappiamo nemmeno se si possa più parlare di natura, visto che la natura è sterilizzata dalla chimica, plastificata e che persino le colline vengono spostate dai bulldozer e ricostruite in favore di sole per ottimizzare i raccolti dei vigneti. Siamo immersi in una tensione continua, che spinge a uno sviluppo cannibalistico, vorace. Un affanno a costruire che ci mangia la terra sotto i piedi, letteralmente. L’effetto è la devastazione e lo spaesamento universale….”

2) “Mi pare che per molti aspetti sia sempre l’Italia secentesca raccontata dal Manzoni nei Promessi sposi, il nostro vero libro etnico e purtroppo ancora futuribile. E non vedo significative differenze tra la Prima e la Seconda Repubblica di una nazione che non ha mai avuto una vera religione civile, un ethos comune. Il nostro era e resta un banalissimo e torvo teatrino (nonostante la storia letteraria abbia sempre tenuto in campo l’idea di un’unità del paese, fin dal Medioevo), con una classe dirigente che si è autosqualficata facendo collassate le stesse strutture dello stato, per il prevalere di una corruzione che ha coinvolto interi ceti, di una classe che ha di fatto osteggiato l’opera di veri e propri eroi lasciati soli contro i pidocchi mafiosi, che anzi vennero distribuiti a metastasi in tutte le regioni. E’ un paese dominato da una volgarità fatua e rissosa (sostenuta da una certa devastante tv), inserito senza troppa coerenza e convinzione tra l’Europa invecchiante e le esplosioni demografiche vicine. Come dire che siamo sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma, mentre intorno a noi enormi mutamenti sono in corso e scienza e tecnica ne trascinano il gioco, a loro volta giocate dai tortuosi e occulti poteri economici.”

3) “ Basta leggere quel bellissimo libro che è Gli ultimi giorni di Gautama Buddha, dove dove è rappresentato il senso della tranquillità di fronte a qualsiasi cosa, anche la più avversa, perché altrimenti il processo di liberazione non può verificarsi. E’ la storia di Buddha che, quando arriva agli ottant’anni, parte con un suo assistente e va in giro a mendicare, in obbedienza al proprio precetto di non possedere nulla. Arrivato da un Re, che naturalmente conosceva la sua predicazione spirituale, e subito accolto e ospitato, a un certo momento Buddha si rende conto che i funghi che gli hanno servito sono velenosi, ma continua a mangiarli finchè muore. Forse pensa, fedele alla sua stessa dottrina, che non deve ricambiare il male con il male…Di fatto, così sospeso tra estrema indulgenza ed estremo ascetismo, sceglie di morire. E anche questo epilogo mi pare mantenga il punto interrogativo se il suo insegnamento si configuri più come filosofia che come una religione.”

Cosa vuol dire oggi paesaggio italiano nell’epoca della cultura 2.0/3.0, della società della rete, sempre connessa. Me lo sono chiesto guardando una persona che conosco, ad un convegno sul paesaggio, che si affannava, con metodologie, anche di rete, a trovare connessioni, tra le persone, tra le tendenze, tra i movimenti. Una cosa impossibile, soprattutto quando al centro c’è il paesaggio, che in Italia, per definizione è  vario, multiforme e quindi frammentato, polverizzato. Come lo sono anche gli abitanti, le genti. Ciò che vale in un luogo, cento metri più in là perde valore, importanza e subentrano nuove categorie. L’Italia non hai mai un unico Genius Loci, sovrapponibile ovunque, ma migliaia, milioni di situazioni locali estremamente diversificate. Probabilmente il paesaggio, nella testa degli italiani, vuol dire contrasti, tensioni, contraddizioni, preservazione di una identità locale, frammentazioni. Vuol dire, soprattutto, che non esiste un’idea comune di paesaggio, ma molte idee di paesaggio; probabilmente paesaggi plurimi. Ciò è ancora più evidente con le nuove generazioni. Infatti le nuove generazioni, che si occupano di paesaggio, le  potremmo definire “critiche”, hanno caratteristiche di estrema introversione, ma sono decise, chiare nei loro intenti ed estremamente critiche nei confronti di qualunque lettura consolidata e “ferma” del paesaggio. Sanno di essere minoritarie, ma in continua crescita. Queste generazioni, che nel complesso potremmo definire come Nuova Generazione Critica, di fatto si antepongono alla generazione critica del sessantotto, che è invece anziana, impotente avendo “ucciso” proprio per frammentazione ed incapacità di unificazione, il movimento politico dei Verdi, che invece in Europa è ormai una realtà consolidata, anche di governo, soprattutto in Germania. La generazione critica del sessantotto è incapace di leggere proprio questa nuova tendenza generazionale, muovendosi, quando ha a che fare con il paesaggio, con categorie “canoniche” consolidate, non adatte a costruire un dialogo. Invece con questa “Nuova Generazione Critica” non bisogna semplificare, cercando per forza una unitarietà, ma bisogna, invece, saper gestire la complessità della frammentazione, in maniera dinamica, colta, direi “fluida”, con forti contenuti anche autocritici. Bisogna sviluppare una comunicazione (anche in rete) e degli eventi, con forti caratteristiche innovative,  senza sensazionalismi o troppo ricchi di “memoria”, oppure eccessiva “eleganza”, ma con forti caratteristiche “virali”, e “trasgressione”. Comunicazione ed eventi che soprattutto siano sui fatti…… e nei fatti e consentano alla gente di raccontarsi, piuttosto che cercare di interpretarla.


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La Nuvola (Gratis)


Oggi, avendo poco o nulla da fare, a causa di una crisi del settore edilizio, che sta “mordendo sempre di più” (i pagamenti delle fatture sono passati in tre mesi, da 60 giorni a 180 giorni!) , ci siamo messi, in studio, a valutare alcune offerte “free” in rete, in merito al cloud computing. Dato che sarebbe un bel vantaggio condividere in rete file ed in parte il lavoro di disegno e di controllo. Da alcune settimane Google Chrome, ci stimolava a visionare le App del suo Web Store. E così abbiamo fatto. A parte il fatto che in questo negozio virtuale, a farla da padroni sono i giochi in rete : Angry Birds, Plants Zombies, Cargo Bridge, ecc., però da alcune settimane anche le applicazioni per gestire meglio la posta elettronica ed i social network, nonchè quelle per il lavoro, stanno acquisendo sempre più credibilità. Tra queste, oggi abbiamo provato Autocad WS. Dal Web Store di Chrome, una volta creato un account, ti scarichi gratuitamente (free)  la tua App, che poi ti appare, insieme alle altre, nella videata del browser (Chrome), a fianco dei siti più visitati. Quindi puoi aprire il programma, che ovviamente è in remoto, per l’appunto in Cloud Computing (o Nuvola che dir si voglia).

La videata di Autocad WS

E’ un programma strepitoso, Autocad WS, che ti consente di lavorare in rete, in gruppo, condividendo lo stesso disegno, chattando per passarsi informazioni e suggerimenti. Insomma una nuova dimensione del nostro lavoro di architetti. Immaginate, tre persone, che si “incontrano” nella “Nuvola” e lavorano, disegnano e discutono di un progetto di architettura che stanno realizzando assieme; uno di questi “inusuali” progettisti, magari stà in un parco, dove wi-fi accede ad una rete pubblica ADSL, l’altro stà comodamente a casa, un altro ancora (più tradizionale) stà in ufficio.  Ovviamente all’inizio bisogna caricare un file, in quanto per ora (il programma è di Autodesk) non è possibile generare direttamente un file nuovo. Poi tutto funziona come in un Autocad normale, tutti i comandi sono semplificati, ed alla fine delle attività progettuali è possibile salvare il file in rete, nella “Nuvola”. E’ possibile anche farne, del file,  un PDF, caricare immagini, inserire un CTB di stampa. Per ora tutto solamente in 2D, ma è già tantissimo. Inoltre, sempre nel Web Store di Chrome puoi scaricarti un App gratuita per scrivere relazioni o testi sempre in condivisione e nella “Nuvola”. Il tutto (Autocad WS e Testi) ha anche apposite App per funzionare sia sui tablet che sugli smartphone. Se poi a tali strumenti si aggiunge la possibilità di un dialogo, “vis à vis”, via Skype, anche le riunioni di coordinamento appaiono come una cosa antelucana. Inoltre i file in PDF (di disegno e di scritto) che abbiamo generato, li possiamo inviare a mezzo di posta elettronica ad un service, che li stampa e li recapita dove si vuole.  La sensazione è che in un futuro molto prossimo, lo studio tradizionale, l’ufficio, statico e costoso, sia definitivamente “morto”, in favore di un telelavoro, dove ognuno sceglie quando erogare la propria prestazione (magari di notte o a frammenti), condividendo solo riunioni operative in rete, nella “Nuvola”. A predominare è il cronoprogramma, la consegna finale, magari con step intermedi. Meraviglioso e tutto gratuito !!!! ????

https://chrome.google.com/webstore/detail/dcjeclnkejmbepoibfnamioojinoopln

Avrò 52 anni, tra pochi mesi, se penso che ho iniziato a lavorare a 19 anni (nel 1979) come disegnatore, sulla carta da lucido, con la china, lasciando su quei fogli sudore, ma anche abilità e tempo, tanto tempo, a  tracciare linee coerenti ed esteticamente gradevoli. Se penso che anche solamente scegliere la grammatura della carta da lucido era un’arte sopraffina ed ognuno aveva il proprio “stile” e le proprie “manie”. Se penso che nello studio in cui ho iniziato a lavorare, che era “piccolo”, eravamo in quindici persone (c’era chi iniziava squadrando solamente fogli, chi faceva i sottomano a matita, chi disegnava dettagli, ecc.), oggi nel mio studio siamo in tre e “movimentiamo” gli stessi quantitativi di lavoro d’allora. Posso, quindi, tranquillamente dichiarare che il lavoro del “fare architettura” è profondamente cambiato in questi ultimi 30 anni, in meglio o in peggio, non so, certamente è definitivamente cambiato il modello sociale ed economico legato a questo tipo di lavoro, che da manuale si è definitivamente trasformato in virtuale. Rimpianti, assolutamente nessuno, è semplicemente la logica conseguenza dell’evoluzione sociale e tecnologica; anche se poi gli edifici, ancora oggi, è necessario che qualcuno li costruisca “realmente” in maniera fisica………. come allora.

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Norman versus Maurizio (St. Moritz)


St. Moritz

Due architetti: uno, un’archistar internazionale (l’inventore dell’ High-Tech), l’altro, il numero due, che lavora esclusivamente in Engadina (quello che noi definiremmo un professionistone).

Il primo, Lord Norman Foster (Manchester, 1935), da illustre “turista residente”, autore di due dei più accattivanti e moderni edifici di St. Moritz : La residenza “Chesa Futura” e il complesso commerciale e residenziale del “Murezzan”. Due edifici dove il legno, è usato in maniera “altamente tecnologica” . Con la Chesa Futura ed il Murezzan, Foster ha imposto nuovi standard all’architettura alpina : un’intelligente scelta di materiali “storici” e naturali, la precisione nella lavorazione progettuale e nello sviluppo dei dettagli tecnologici, l’integrazione “spinta” nel contesto esistente e un linguaggio formale “innovativo” che deriva coerentemente da esigenze tecniche, ma non solo, anche dalla volontà di stupire.

Norman Foster – http://www.fosterandpartners.com/Practice/Default.aspx

Il secondo, da “vero residente”, invece ha costruito alcune abitazioni a Maloja; si chiama Renato Maurizio ed è un architetto di montagna, oltre che acquerellista molto apprezzato. Il suo paese di nascita è un paesino della Val Bregaglia, Casaccia (nel 1949) e svolge la sua professione di architetto a Maloja . L’attività a cui si applica ormai da molti anni, non si localizza mai fuori dall’Engadina, fatto che lo ha fatto diventare un architetto “locale” poco conosciuto all’estero. I progetti e le realizzazioni di Renato Maurizio, soprattutto, sono impostati secondo un principio di legame “intimo” con la tradizione locale, ma con uno sguardo attento alla cultura architettonica moderna e senza mai rassegnarsi al “regionalismo”. I suoi edifici indicano una via “possibile” per rimettere in armonia artificio e natura, paesaggio antropizzato e paesaggio naturale.

Renato Maurizio – http://www.swiss-architects.com/it/maurizio/de/

Due architetti molto diversi tra loro, che interpretano il Genius loci architettonico e tecnologico della valle che da Chiavenna (Italia) porta a St. Moritz (Svizzera) in maniere molto diverse. Due progettisti di edifici ad alto contenuto di eco-sostenibilità, sia architettonica che impiantistica. Due professionisti che hanno del paesaggio antropizzato di questi luoghi ameni, due idee molto diverse, che però ci prospettano scenari futuri nel solco della modernità, senza “piegarsi” a inutili e “storicistiche” salvaguardie paesaggistiche fine a sè stesse. Questa è la vera, unica “salvaguardia” possibile del paesaggio naturale ed antropico, proiettarlo, con rispetto e “conoscenza” nel futuro, senza cemento inutile e banale, ma anche senza rinunciare a quella che è la principale attività umana su questo pianeta.

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Chesa Futura” – 2004

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Murezzan” – 2007

Qui sotto alcune immagini dell’edificio residenziale di Renato Maurizio a Maloja “La Soldanella” – 2007

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Illuminazioni


“L’arte è un’esperienza unica ed illuminante”, da qui il termine “Illuminazioni”, che caratterizza la 54 esima Esposizione Internazionale d’Arte, voluto dalla svizzera Bice Curiger, curatrice per questa mostra d’arte contemporanea biennale.

http://www.labiennale.org/it/arte/index.html

La cosa che appare più evidente nel percorrere, sia i padiglioni dei Giardini, che l’Arsenale, è che la Biennale stà progressivamente dilatandosi, esondando, nella città di Venezia. La mappa di “Illuminazioni” è emblematica in tal senso, centinaia sono gli appuntamenti sparsi un po’ovunque. Inoltre la “massa” di opere, obbliga gli “avventori” ad un vero e proprio “tour de force” fisico e psichico, ormai per apprezzare con un minimo di serietà l’esposizione, è necessario almeno un fine settimana.

Un altro tema che con questa 54 esima mostra, sembra ormai emergere in maniera definitiva, è il limite ormai fragilissimo che separa le varie discipline dell’arte contemporanea : pittura, scultura, fotografia, teatro, cinema, ecc.. L’arte contemporanea ormai vive esclusivamente di contaminazioni, di ibridazioni, e questa constatazione è ormai un fatto irreversibile. Soprattutto la scultura ha stabilito, ormai da anni una liaison dangerous “stabile” con l’architettura. E questa 54 esima Biennale d’arte, sembra sancire questo patto indissolubile. Mi viene in mente, quella bellissima e stupefacente mostra tenutasi al Museo Beyeler di Basilea, qualche anno fa (tra il 2004ed il 2005), dal titolo “Archisculpture”; lì si declinava, in senso storico, questa continua e perniciosa relazione tra architettura e scultura. In quella “illuminante” mostra sembrava ancora possibile un apporto disciplinare separato, di reciproco arricchimento. Invece qui a Venezia, oggi, gli architetti fanno gli scultori, come gli scultori fanno gli architetti, senza nessuna differenza, a volte persino ignorandosi l’un, l’altro. E’ questo un fatto gravissimo, che nel tempo, impoverirà necessariamente ambedue le discipline.

Scrive Bice Curiger: ” Si è cercato di stabilire (ndr. nella mostra) un ritmo, come nella poesia; ma anche di creare incontri inaspettati tra opere e artisti provenienti da orizzonti culturali diversi e che lavorano secondo criteri differenti. Siamo infatti convinti che il mondo dell’arte non è solo una colonia di individui che agiscono soli : è soprattutto una comunità d’intenti”.

Tantissimi giovani a questa 54 esima Biennale arte di Venezia. Moltissimi visitatori stranieri, anche in una giornata feriale in mezzo alla settimana, come quando ci sono andato io. Sarà aperta fino al 27 novembre 2011. Assolutamente da non mancare.

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