Un film sul mistero della vita, sulla sua grazia, sulla sua magnifica crudeltà. Le galassie, i vulcani in eruzione, le nuvole si contorcono e risplendono nel cielo generando, bagliori, vortici, labirinti, affreschi di colore. Sul pianeta Terra, invece, alberi altissimi, cavità rocciose, si protendono verso il cielo, immaginifiche presenze : tutti i misteri e le magnificenze del mondo e di una trascendente e magica natura sembrano calarsi, includersi, insinuarsi, in una famiglia del Mid-West americano, nella serenità, solamente apparente, dei primi anni cinquanta. Brad Pitt interpreta un padre, a suo modo amoroso, che cerca di educare con estrema severità i suoi tre figli. Molti anni dopo, l’attore Sean Penn, che interpreta il figlio maggiore, si ricorderà in ogni dettaglio quella “particolare” e “violenta” educazione sentimentale paterna, dove l’aspetto amorevole era condizionato al superamento di prove, tese a “costruire” un percorso per affrontare la vita. Per frammenti, The tree of Life, il film dell’ascetico ed “eremitico” Terrence Malick (che vive nel deserto, in isolamento, ed ad oggi ha prodotto solamente tre film, uno ogni decennio), sembra affascinante e misterico; i giusti aggettivi sarebbero “poetico” e “messianico”. In realtà è un “mattone” di oltre due ore, se preso in un’unica dose, che facilita il sonno, che si attorciglia su sè stesso, compiacendosi delle immagini e della recitazione degli attori (tutti molto bravi). C’è però un cosa che appare sicuramente interessante, ed è la contaminazione tra film, opera d’arte e documentario. Infatti The tree of life è forse, un qualcosa di innovativo, anche se non completamente sfruttato appieno da Malick; infatti, a tratti, fa intravedere, probabilmente, ciò a cui dovrà tendere il cinema, se vorrà sopravvivere. Un’ opera di comunicazione multimediale, tesa ad affascinare lo spettatore, con immagini sublimi ed uniche, con parole poetiche che “toccano” la sensibilità degli spettatori, il tutto “assemblato” a creare una vera e propria opera d’arte.
Nauseato, deluso, da Milano e soprattutto da alcuni suoi abitanti, mi sono rifugiato, durante questo lungo fine settimana che và dal 2 al 5 giugno 2011, là dove i contrafforti geologici, impennandosi verso il cielo, consentono di vedere lontano, di “sbirciare” il futuro.
Per tutti e quattro i giorni ho aspettato che, l’anziano omino dell’immagine soprastante, ormai giunto ad un’età ragguardevole (è del 1925 ed ha compiuto 86 anni), volesse raccontare a me ed ad altri, ciò che pensa di questi anni tumultosi, e soprattutto del rapporto tra libertà e vita quotidiana.
Lo ha fatto oggi 5 giugno 2011 alle 17,30.
Ha debuttato affermando : “Senza lo shopping, l’uomo moderno si sente ormai perduto”. Ed ha continuato, precisando: “Nel caso di una società di consumatori come la nostra, le ricette per la risoluzione della maggior parte dei problemi della vita e per la soddisfazione della maggior parte dei bisogni umani passano attraverso i negozi, e senza entrare in alcuni negozi, noi ci sentiamo incapaci di farcela; il livello di benessere è misurato dall’ammontare di denaro che passa di mano in mano e se quel volume cessa di crescere o, Dio non voglia, diminuisce, si suona l’allarme rosso e la gente va nel panico”.
Poi, ha continuato: “Noi possiamo, dopo tutto, consumare molto meno di quel che facciamo attualmente senza certo mettere a rischio la nostra sopravvivenza e una vita dignitosa, ma temiamo che così diventi impossibile o almeno tremendamente difficile affrontare un sacco di problemi della vita; dopo tutto, così numerosi aspetti cruciali della vita, oggi sono mediati dallo shopping: le preoccupazioni che abbiamo riguardo la nostra posizione sociale, il rispetto dei nostri amici, vicini e colleghi di lavoro, la vita familiare felice, la cura delle prospettive di vita e della felicità delle persone che amiamo. Ripeto la decisione di non seguire il flusso della maggioranza costa un prezzo alto ed esige abilità che abbiamo perduto e sforzi che molte persone troverebbero indigeribili.”
“Noi non siamo esseri deterministicamente condizionati, il modo in cui ci comportiamo non è deciso in anticipo da forze a cui non possiamo resistere; però è altamente improbabile rompere gli schemi e girare le spalle al mainstream , al conformismo della maggioranza”.
Infine ha chiosato: “Una volta innescata l’economia consumistica come limite ha solo il cielo. Per essere efficace nel compito che si è assunta, non può permettersi di rallentare la sua andatura, e mene che mano di fare una pausa e fermarsi. Di conseguenza deve assumere controfattualmente. In modo tacito se non espresso a parole, l’illimitatezza della resistenza del pianeta e l’infinitezza delle sue risorse. In tal senso, il momento della verità potrebbe essere più vicino di quel che ci farebbero credere i debordanti scaffali dei supermercati, i siti web disseminati da pop-up pubblicitari e i cori degli esperti di auto-miglioramento e dei consulenti su come farsi egli amici (in facebook) e influenzare le persone. Il punto è come precedere/anticipare il sua arrivo con il momento dell’auto-risveglio. Nient’altro un compito facile se ne può star certi: ci sarà bisogno niente meno che di abbracciare l’intera umanità, completa della sua dignità e del suo benessere, così come la sopravvivenza del pianeta“.
Ah, dimenticavo, questo signore si chiama Zygmunt Bauman, Professore emerito di sociologia nelle università di Leeds e Varsavia, ed è uno dei più noti pensatori contemporanei del Mondo. Bauman era ospite del Festival dell’Economia di Trento.
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La nostra contemporaneità è caratterizzata dalla sovraesposizione massmediatica, dalla digitalizzazione dell’arte e della comunicazione. Dove il sensibile è diventato fotosensibile e l’oggettività una teleobbiettività. “Vedere senza andare a vedere sul posto. Percepire senza esserci veramente……..tutto ciò sconvolgerà l’insieme dei diversi fenomeni di rappresentazione, plastica o teatrale, fino alla stessa democrazia rappresentativa, minacciata dai mezzi di trasmissione che plasmeranno una democrazia standardizzata dell’opinione pubblica, prima di sfociare in una democrazia sincronizzata dell’emozione pubblica che distruggerà il fragile equilibrio della presenza reale nelle società cosiddette emancipate”. Nella società della globalizzazione, in cui la visione dell’osservatore si trasferisce agli innumerevoli “canali video” che pervadono e saturano il suo vivere, in una fatale e continua distrazione dal mondo circostante, dagli altri, dalla percezione in situ e in visu, ”l’arte di vedere” diventa la prima vittima. Subentra quindi una “arte dell’accecamento”, che coinvolge sia l’estetica che la politica.
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Oggi, 12 giugno 2011, alle 15,00, come mi capita spesso la domenica, mi sono recato a Cusano Milanino, a casa di mio fratello, dove assieme gestiamo, da un qualche anno, un orticello minimo a chilometri zero. Qualche pomodoro, due zucchine, due melanzane, tre peperoni, un po’ d’insalata . La tecnica d’impianto, visto il pochissimo terreno a disposizione, è quella degli “orti urbani” tanto diffusa negli U.S.A.. Mentre mi accingevo alla solita manutenzione dell’orticello, togliendo qualche erbaccia e soprattutto legando le pianticelle ai loro tutori, un piccolo gruppo di giovani ragazzi (18, massimo 20 anni, tre femmine e due maschi), si è seduto sul muretto della cancellata, che divide il terreno di mio fratello dalla strada, proprio sotto un grande abete di oltre mezzo secolo. Inizialmente incuriositi da quello che stavo facendo, si sono messi a discutere con me, sull’utilità del mio lavoro, cosa che ha creato due schieramenti, uno a favore l’altro contrario al mio “perdere il tempo così”. Poi, dopo circa mezz’ora, è arrivato un loro amico in auto e si sono messi a discutere animatamente tra loro, ignorandomi. Ho ripreso a fare il mio lavoro a circa due metri da loro. Il discutere del gruppo, si è velocemente orientato verso le votazioni sui quesiti referendari, visto che l’amico appena arrivato era andato da poco a votare. Costui, forse il più politicizzato, ha interrogato ognuno dei presenti, chiedendo se avevano votato. Tutti hanno risposto di sì, solo uno ha detto che ci sarebbe andato in serata, con i genitori. Poi costui, ha rimbrottato ognuno, chiedendo se conoscevano i referendum: tutti, uno dopo l’altro, hanno risposto che si votava per il nucleare e per l’acqua. Tutti hanno votato, perché fra i giovani, soprattutto in rete e nei social network, era passato il messaggio che si trattava di quesiti inerenti il loro futuro e la tutela dell’ambiente e che votare era fondamentale. Tutti avevano votato sì al terzo quesito (scheda grigia), quello sul nucleare. Animatamente, a volte a voce alta, si sono sfottuti l’uno con l’altro, su quello che avevano votato, visto che dal colore della scheda, sembrava che non sapevano a cosa avevano votato sì o no e soprattutto nessuno conosceva nel dettaglio i quesiti ed il criterio abrogativo dei referendum. Solo uno ha affermato che lui ha votato tutti sì su indicazione dei genitori. Ho come la sensazione che a questi referendum si raggiungerà il quorum del 50% più uno, visto che i giovani, per una volta, hanno votato in massa, cosa che forse farà nascere una nuova coscienza politica democratica tra loro.
Il buon ortista è un individuo dotato di capacità di ascolto (delle piante e del terreno) e molta, molta pazienza, nonché fiducia nel futuro e coltiva soprattutto l’arte dell’aspettare!
Voglio essere speranzoso ed ottimista, per una volta, l’appetito in democrazia, viene partecipando……….chissà cosa ne verrà fuori.
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La semplicità non è un fine dell’arte ma si arriva alla semplicità malgrado se stessi avvicinandosi al senso reale delle cose. La semplicità è la complessità stessa – ti devi nutrire della sua essenza per comprenderne il valore.
Le cose d’arte sono specchi nei quali ognuno vede cio’ che gli somiglia.
La proporzione interna e’ la verita’ essenziale di tutte le cose.
Lavorare come si respira, nella gioia e senza fatica, ecco la meta.
Bisogna salire molto in alto, per vedere molto lontano.
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Splendidamente incuneata tra la Francia e la Germania, a ridosso di un’ansa del fiume Reno, Basilea con i suoi 200.000 abitanti è di fatto nel cuore dell’Europa, a ridosso dell’inizio della grande pianura continentale, tra la Foresta Nera ed i Vosgi. Il suo sviluppo è sempre stato condizionato da questo essere “terra di confine”. Nel 2002 è stato trovato un accordo tra cinquantatre comuni, con una popolazione complessiva di 600.000 abitanti, per creare la grande Agglomerazione Trinazionale di Basilea (A.T.B). In questi anni questa nuova entità urbanistica, economica, sociale e culturale, ha assunto dei connotati sempre più precisi ed interessanti, facendo diventare questa città, un esempio di coordinamento efficiente degli sviluppi oltre frontiera pur conservando un’attenzione nei confronti delle specificità locali. Insomma un progetto di messa a sistema di realtà in grado di integrarsi e di proporsi in maniera nuova e più efficiente. Viene ovviamente in mente l’estrema difficoltà con cui realtà territoriali, quale Milano, non riescano ad essere interpretate in una scala più grande, ed a fare in modo di essere, parte attiva di una un rete territoriale in grado di “esaltare”, nella rete, l’eterogeneità delle varie strutture. In particolare risulta inconcepibile come a Milano, la classe politica, vecchia e nuova (es. MoVimento 5 Stelle) sia completamente refrattaria a tale eventualità, tanto che nei loro recenti programmi politici non sono nemmeno in grado di interpretare tale opzione in maniera credibile e reale.
Lo scorso weekend, sono stato turista di una città perfetta, o che perlomeno tende a tale condizione: tram ecologici, energia alternativa, aria ed acque pulite e tutelate, architettura di qualità, tanto verde, moltissime piste ciclabili, compongono un mix allettante, che viene esaltato e migliorato, dall’intensa attività culturale ed universitaria che contraddistingue questa città.
Il segreto, una stretta partnership tra pubblico e privato, Il pubblico coordina, controlla ed indirizza, il privato realizza e gestisce. Tutti e due concordano nel perseguire la qualità (della vita e dei contenuti), sapendo che le quantità (ricavi e consensi) arrivano quasi con matematica precisione. Questa liaison, consente, ormai di anni di realizzare, delle vere e proprie “pompe di denaro”, musei, centri di ricerca, università, industrie avanzate, eventi, manifestazioni, ecc. che attirano : investitori, turisti, manager, artisti, studenti, ecc.. E tutto ciò avviene, con strategie pianificatorie sinergiche, un pò in Svizzera, un pò in Germania, un pò in Francia. Eppure Basilea (A.T.B.) è una città multilingue, francese, tedesco; con due monete, l’Euro ed il Franco, quindi difficile da integrare, anche culturalmente, ma quì tutto avviene con semplicità e pragmatismo, tanto che la stessa pista ciclabile, prosegue indifferente, sia che ci si trovi in una Nazione, piuttosto che in un’altra.
Vi racconto una di queste “pompe intelligenti”. Appena fuori la Basilea Svizzera, quella storica, c’è, in Germania, una piccola cittadina Weil am Rhein, che conta circa 30.000 abitanti. Le prime testimonianze della città risalgono all’anno 786 a.c., quand’era nota come Willa, nome di probabile origine romana. L’agricoltura ha sempre avuto un peso preponderante nell’economia della città, perlomeno fino al diciannovesimo secolo, quando ha cominciato a svilupparsi dal punto di vista industriale, soprattutto grazie ai favorevoli collegamenti di trasporto con Francia e Svizzera. Molte fabbriche svizzere del settore tessile si sono impiantate nel quartiere di Friedlingen nel corso degli anni, favorite dalla costruzione di un importante porto sul Reno. Dopo la seconda guerra mondiale, la popolazione locale è cresciuta sensibilmente, a causa dell’afflusso di numerosi rifugiati e apolidi. Fra il 1971 e il 1975 le comunità territoriali di Ötlingen, Haltingen e Märkt sono state integrate a Weil am Rhein, così da diventare una vera e propria città. Ora questa cittadina fa parte della grande Agglomerazione Trinazionale di Basilea (A.T.B), costituita nel 2002.
Quì ha sede una notissima fabbrica di sedie e complementi d’arredo, la VITRA.
Vitra fu fondata a Weil am Rhein in Germania nel 1950 da Willi Fehlbaum, proprietario di un negozio di mobili nella vicina Basilea in Svizzera. Negli anni successivi, Fehlbaum acquistò i diritti sui lavori di Charles e Ray Eames e George Nelson. Dopo che nel 1981 un incendio distrusse gli stabilimenti Vitra, venne chiamato l’architetto inglese Nicholas Grimshaw per progettare una nuova fabbrica. Accanto alla hall in alluminio, pronta per la produzione soltanto sei mesi dopo l’incendio, venne costruito nel 1986 un altro stabilimento di produzione dall’architetto portoghese Alvaro Siza. Nel 1989 è il turno di Frank O. Gehry che progettò un altro edificio accanto ai primi due. Lo stesso Gehry costruì anche il “Vitra Design Museum”, originariamente destinato ad ospitare la collezione privata di mobili di Rolf Fehlbaum, proprietario della Vitra. Nel 1993 l’architetto iracheno Zaha Hadid aggiunse una caserma dei pompieri (Fire Station) che oggi ospita una collezione di sedie del Design Museum. Nello stesso anno venne costruito un padiglione per conferenze progettato dall’architetto giapponese Tadao Ando, il primo lavoro di Ando fuori dal Giappone. Nel 1994 lo staff amministrativo della Vitra si spostò nei nuovi quartier generali, progettati da Gehry, nella vicina Birsfelden (Svizzera), mentre Alvaro Siza aggiunse lo shop building alla sede di Weil am Rhein. È nella stessa sede che nel 2000 l’architetto statunitense Buckmaister Fuller fece costruire una cupola geodetica anni sessanta, adibita a hall per congressi, mentre nel 2003 giunse anche una stazione di servizio da un progetto di Jean Prouvè, designer francese.
Un plesso industriale, verde, collegato a Basilea, con mezzi di trasporto ecologici, con piste ciclabili. Una industria dove viene valorizzato i lavoro creativo innovativo, la qualità artigianale dei prodotti, la collaborazione tra pubblico e privato. Ci si guadagna tutti (denaro e consensi) si guarda con più sicurezza il futuro che si è progettato assieme.
L’anno scorso (2010) l’ennesima aggiunta, un museum/shop di Herzog e de Meuron, archistar svizzere. Quando ci sono stato, all’entrata ho dovuto fare la coda (pulmann di turisti/acquirenti/semplici spettatori arrivano da tutta Europa, studenti da tutto il Mondo), per ricevere la chiave di accesso, che ti consente, applicandola a dei touch-screen, collocati ad ogni piano dell’edificio, di avere nella tua lingua di nascita (sono oltre 100), la illustrazione della struttura, dei prodotti, del loro costo ed eventualmente acquistarli o prenotarli via internet. Turisti/acquirenti di tutto il mondo, sgomitano per visitare questo luogo e la fabbrica “griffata” che gli stà dietro. Uno spettacolo, è come se il capitalismo e tutto ciò che non ci piace, la fabbrica, i prodotti, gli shop, diventassero un museo “squisito”, dove la gente sosta, legge un libro, osserva il paesaggio, apprezza l’architettura, il design, il paesaggio. Il tutto in un binomio tra pubblico e privato (i confini tra tre nazioni) che “cinguettano” felici assieme!
Pensate a Milano, al suo micragnoso museo del design alla Triennale, pensate ed il suo Hinterland (come molti iscritti del M5S di Milano continuano ostinatamente ad indentificare l’Area Metropolitana), dove spesso una strada in un comune limitrofo viene asfaltata e l’altra no, dove una pista ciclabile inizia per poi terminare ai confini comunali, pensate alla tariffazione dei mezzi pubblici di trasporto, che penalizza chi abita appena fuori dai confini comunali (e paga per poche centinaia di metri oltre il 70% in più). Ci sarebbero idee e lavoro per Un MoVimento politico di cittadini, forte ed unito che ha voglia effettivamente di “lavorare sul territorio” e non attaccarsi in maniera acefala alle idee, ed ai diktat, del proprio Padre/Padrone. Bisogna agire bene, bisogna agire come Basilea (A.T.B.).
“L’immagine è tutto: Anche troppo. Dopo anni, anzi decenni, passati ad inseguire falsi bisogni (e vere etichette) le nuove generazioni stanno impadronendosi di una nuova consapevolezza: la vita è fatta di sostanza, non solo di apparenza.” Naomi Klein – No Logo – Baldini & Castoldi – 2000
MARCHIO = Segno emblematico o nominativo usato dall’imprenditoria per contraddistinguere i propri prodotti.
Quale è la genesi del marchio, nella società contemporanea? Come scrive Naomi Klein nel suo “geniale” libro dal titolo emblematico di NO LOGO, chi detiene legittimamente la proprietà del marchio, non ha nessun interesse a “dare qualità” al prodotto, ma solo di costruire e rafforzare la propria immagine. Il fine è soprattutto quello di apporre, a merci e prodotti, di qualità e provenienza dubbie, acquistate e prodotte all’abbisogna, in qualunque parte del Mondo, il proprio marchio. Si punta sulla quantità, sui numeri di diffusione del marchio, non sulla qualità. Spesso in maniera subdola e palese, il marchio è simbolo, quasi esclusivamente di valori effimeri e non duraturi. Quello a cui si punta, quando si utilizza il marchio (e non un simbolo, un emblema), sono delle tecniche di “branding” (diffusione del marchio) e “advertising” (pubblicizzare), metodologie spesso confuse tra loro, che hanno come unico fine “aumentare il valore di immagine del marchio”. Perché più aumento il valore del marchio, più sono sicuro di poter “spacciare” grandi quantitativi di prodotti e contenuti, di bassa e media qualità, e quindi poco costosi da acquisire, In questo senso ha assunto una certa rilevanza il così detto “modello asiatico” del Keiretsu (termine giapponese che indica una rete di aziende tra loro correlate). L’idea è di costruire un marchio non attorno, esclusivamente, ai prodotti, ma alla fama, ed a dei valori. Valori semplici, quasi banali, ampiamente condivisi e condivisibili, senza addentrarsi in quelli più complessi e “difficili” per le masse. Ad esempio, un’azienda in regime Keiretsu, vende libri, un’altra Dvd, l’altra ancora pubblicizza e sostiene valori sociali (ambiente, sviluppo, ecc.) legati proprio al contenuto dei media che vende. A volte questi sistemi Keiretsu raggiungono dei veri e propri paradossi, il caso più emblematico è quello della Marlboro, si vendono sigarette, su cui c’è scritto: nuoce gravemente alla salute, mentre con un’altra azienda si vende abbigliamento, e poi con un’altra ancora (Marlboro Country), si vendono viaggi esclusivi in luoghi meravigliosi ed incontaminati.
Il sogno di ogni pubblicitario o di chi si occupa di comunicazione pubblicitaria è di gestire un’azienda Keiretsu, in cui i prodotti ed il marchio, sono la stessa cosa, in simbiosi tra loro, dove sono gli stessi acquirenti dei prodotti, a pubblicizzare ed espandere il marchio (perché sono direttamente coinvolti) mediante i valori di cui sono psicologicamente “dipendenti”, consentendo una diffusione di ambedue, in maniera quasi automatica e senza costi. Riuscire a confondere prodotti, valori, marchio, in un’unica cosa, vuol dire ottenere grandi ricavi a fronte di investimenti minimi.
In questa logica, chi boicotta il marchio, chi lo critica, chi si schiera verso strategie “No Logo”, tese a fare comprendere che, chi utilizza il marchio, è quasi sempre un’azienda che “inganna” chi acquista, diventa velocemente un pericoloso antagonista, da “eliminare”. Bisogna che le aziende che gestiscono i marchi, incomincino a pensare all’etica, più che all’estetica pubblicitaria, alla qualità ed all’organizzazione di quello che fanno e producono.
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“Nulla unisce la gente più che la conoscenza dei valori fondamentali dei loro diritti democratici diretti. Insieme possono salvaguardare la libertà e favoriscono la coesistenza pacifica in uno stato multiculturale”
“L’ideale di democrazia moderna – in base al quale tutti gli uomini devono essere considerati liberi e uguali – è inconciliabile con qualsiasi situazione di assoggettamento o sottomissione”
“ In una democrazia diretta, la distribuzione dei diritti politici è diversa se confrontata con quella di una democrazia prettamente parlamentare. L’esercizio dei diritti in una democrazia diretta modifica il rapporto tra politici e cittadini e si riflette sul loro carattere politico. L’esperienza maturata con la democrazia diretta dimostra la capacità dei cittadini di decidere anche su temi politici complessi. L’incompetenza politica non è una causa, ma una conseguenza del fatto che in una democrazia prettamente parlamentare ai cittadini viene preclusa la partecipazione diretta alle decisioni politiche”
“ Democrazia diretta significa duro lavoro politico e partecipazione attiva dei cittadini a qualsiasi livello”
IRI – Istituto Europeo per l’Iniziativa e il Referendum – Guida alla Democrazia Diretta , in Svizzera e oltre frontiera – ed. 2009.
Leggo sul Corriere della Sera di oggi 1 luglio 2011 (pagina 2 della Cronaca di Milano), che l’Amministratore Delegato di Expo 2015, ha dichiarato: “la consulta degli architetti non serve più, abbiamo rescisso il contratto con Jacques Herzog e Ricky Burdett”. Poi ancora : “E’ questo un modo per responsabilizzarci”. Insomma quel poco di qualità paesaggistica ed architettonica, che aveva il “pratone planetario”, oggi viene completamente messa da parte, mentre il rappresentante del BIE , Vincente Loscertales (in tour a Milano per alcuni giorni), sei lingue parlate fluentemente, vegetariano e con un notevole bagaglio culturale, ipotizza case residenziali anche nei terreni dell’Expo, e dichiara : ” Devono esserci perchè se non ci sono le case la vita finisce alle 17 e poi abbiamo il deserto.”
Insomma non avremo Jacques Herzog, architetto svizzero di fama mondiale ed esuberante genialità creativa, ma avremo, magari dei dirigenti del BIE, saccenti, che ci diranno cosa fare, e come farlo. Meno male che costui è entusiasta del tema, quello della nutrizione, glissando però se è o no a favore dell’orto planetario o del supermercato planetario. Lo stesso Loscertales, però, da vero “progettista planetario”, ammonisce che bisogna spiegare ai cittadini meglio l’Expo, organizzare eventi (soprattutto nei mesi estivi che sono i più difficili), realizzare strutture per accogliere gli oltre 20 milioni di visitatori, ecc..
Viene naturale chiedersi, quali saranno le condizioni del BIE per realizzare il “pratone telonato”, l’orto, tanto caro a Stefano Boeri, per il quale si è speso durante le scorse elezioni amministrative, perchè sembra che loro (quelli del BIE) abbiano le idee chiare, e vanno in una direzione diametralmente opposta.
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