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Builders of the future

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Dasir

Fondamenta degli incurabili


Emilio Vedova mentre dipingeva uno dei suoi quadri

Sabato, 26 febbraio 2011, ore 17,22. Venezia, Ponte agli Incurabili. Tramonto.

Ho appena visitato la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, che ha sede alle Zattere, Dorsoduro 42, negli ex Magazzini del Sale. Uno spazio antico, una volta produttivo, vicino al deposito dove viene conservato il Bucintoro. Tale spazio espositivo, dove vengono conservati alcuni dipinti di Emilio Vedova (1919-2006) uno dei più grandi pittori italiani di Arte Moderna Informale, è stato realizzato su progetto dell’architetto Renzo Piano, ed è dotato delle più moderne tecnologie per la conservazione e la fruibilità delle opere d’arte. La Fondazione Vedova ha anche spazi aperti ai lavori degli artisti di tutto il mondo, soprattutto giovani, che vogliono confrontarsi in maniera dialettica con le opere di Vedova. I quadri, tutti di grandi dimensioni, dal loro deposito, vengono condotti più volte al giorno, da un macchinario robotizzato (posto sul soffitto), nella loro collocazione espositiva, con programmi di disposizione, sempre diversi. Lo spazio è stretto e lungo, molto alto, le pareti sono in mattoni a vista, antichi, il pavimento è in legno naturale, ad assi, inclinato verso l’unica porta di ingresso ed uscita. Vedova lavorava sull’azione, sul fare, gettando, agendo sulle tele bianche, con i colori. La sua strategia era soprattutto linguistica, semplice, comunicare, informare in maniera chiara alla società, ai suoi interlocutori le sue poche tematiche, il suo impegno di approfondimento costante su di esse : pittura, spazio, tempo, storia, futuro. Per comunicare, ma anche soprattutto, per condividere.

Fondazione Vedova

Come ho scritto all’inizio, sto camminando lungo le Fondamenta del Canale della Giudecca, nella luce dorata, di un tramonto che avviene dopo una giornata calda e serena. Tutto sembra magico e sospeso, come se il tempo, per un attimo avesse rallentato cercando di fermarsi. E’ il primo fine settimana di Carnevale, a Venezia le folle mascherate invadono gioiose la città, ma io, guidato da una provvidenziale “App Mappe” dell’IPad, e dai ricordi, ho guidato i miei 5 accompagnatori in luoghi molto lontani dai percorsi turistici, dove Venezia appare ancora per quella che è, una città bellissima, un labirinto di viuzze, calli e campi, disabitata e morente, fatta di gente anziana (tanta) e giovani (pochi). Una città che, proprio come nel percorso artistico di Emilio Vedova, è riuscita a ragionare su sé stessa a conciliare il proprio spazio urbano, il proprio tempo costruito intorno all’acqua, con la propria antica storia, per costruire un futuro solido, che oggi si sta concretizzando proprio in “contaminazioni”, come è la Fondazione Vedova, dove opzioni tematiche tra loro molto distanti coesistono meravigliosamente.

Mentre cammino seguendo idealmente i percorsi veneziani di Iosif Brodskij, che tanto amo come scrittore, così ben descritti nel libro – Fondamenta degli Incurabili – (Adelphi, 1989), mi si prospetta di nuovo il tema della comunicazione, della capacità, tramite essa di operare sintesi da condividere con gli altri. Scrive Brodskij, a chiusura  del libro che ho appena citato : “ Acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi,  fatti in parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città (Venezia) migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore : la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama.”

Una maniera di descrivere Venezia (l’acqua, la staticità della città) e fare allo stesso tempo considerazioni  (la bellezza urbana, il futuro, l’amore). Brodskij, il poeta, ci trasmette l’essenza stessa della città di Venezia, ce la descrive sintetizzandola. Informare, comunicare, condividere, vuol dire, certamente non essere all’altezza di un premio Nobel, perché è impossibile, ma comunque provare a suscitare interesse in maniera curiosa, intelligente, colta, ma soprattutto chiara e condivisibile, mettendo amore e qualità in ciò che si fa.  E’ molto diverso dal pretendere di informare e comunicare tanto, forse troppo, generando molto rumore per nulla. Vuol dire soprattutto informare e comunicare il minimo necessario (lavorando perché questo avvenga), in maniera chiara e semplice, facendo in modo che il messaggio raggiunga tutti indifferentemente. Ecco io chiedo a coloro che oggi lavorano nel campo dell’informazione e della comunicazione, infestato di messaggi e strumenti di comunicazione (giornali, televisioni, internet, ecc.) che generano solamente una grande distrazione di massa, dove il cinismo, il sensazionalismo, l’audience, hanno preso il sopravvento, e tutti dichiarano che tutto è possibile, per poi fare esattamente l’opposto e contraddirsi, chiedo a costoro che lavorino per costruire qualcosa di più semplice, e credibile per tutti.

Bisogna “ritrovare un percorso alternativo”, non seguire quello della massa. Sottrarsi  a quel “pensiero unico” che pretende di appiattire tutto come se fosse uno schiacciasassi. Non bisogna pensare di essere “Incurabili”, persi in un mondo ostile e non modificabile, accontentandosi di contare delle quantità su degli istogrammi o i picchi delle curve cartesiane. Si deve agire sulla crescente insofferenza nei confronti della comunicazione mass-mediatica, per costruire una informazione ed una comunicazione con contenuti di qualità, limpida come l’acqua, credibile, che abbia una sua bellezza ed un suo fascino e soprattutto sia condivisibile nella maniera più ampia possibile. Ecco io credo che ci si debba porre questo come obbiettivo quando ci si occupa dell’informazione, e della comunicazione, utilizzando i mezzi oggi a disposizione in maniera gioiosa, creativa, innovativa, proprio come facevano Emilio Vedova e Iosif Brodskij.  Impossible? Impossible is nothing!

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L’uomo antibiologico


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L’uomo persegue, con ossessione metodologica, una strada antibiologica, tesa a costruire, fuori di sè un sapere innaturale, contrario alle regole ed ai principi della Natura. Un “sapere come rete di modelli”, in cui la cultura è appresa e non è riducibile alla dimensione biologica dell’uomo. Una rete geometrica, astratta, matematica, che spesso si cerca di “spacciare” come simbionte della natura, ma che invece è da essa completamente distante ed avulsa.

Come scrive Claudio Magris nel bellissimo articolo – L’urlo della natura – pubblicato a pag. 34 del Corriere della Sera di Domenica 13 marzo 2011 : “L’orgoglio dell’uomo che con la sua tecnica soggioga la natura o l’invettiva contro questo orgoglio partono da un abbaglio: dalla contrapposizione fra l’uomo e la natura e dalla contrapposizione, altrettanto fallace, fra naturale ed artificiale……L’uomo non sta devastando – La Natura – ma sta compiendo un altro peccato, più autodistruttivo che distruttivo: sta spesso minacciando non la natura, ma se stesso, la propria specie”.

Alla Natura, dell’uomo, molto probabilmente non importa nulla, perchè essa non ha piani, non ha progetti, non ha modelli,  essa (la Natura) è puramente caos sublime, disordine, che ogni tanto trova instabili e momentanei equilibri, o mimetismi di tali equilibri, a cui noi specie umana attribuiamo il significato di “ordine”, che invece non è.

La Natura è infinita ed eterna, mentre noi, specie umana, siamo finiti ed abbiamo solamente un illusoria speranza di eternità, per nulla realizzabile; e ciò ci rende arroganti, presuntuosi, capaci di modificare, di distruggere il nostro intorno e la natura all’abbisogna.

Ecco io vedo nelle immagini dello Tsunami, dell’Oceano Pacifico, che invade la pianura irrigua di Sedai nella Prefettura di Miyagi, distruggendo colture, conurbazioni, canali, e tante vite umane, la Natura che riafferma la propria dimensione, la propria indifferenza : Il Caos sublime. Distruggendo la rete, l’ordine geometrico della specie umana, di fatto inutile, ridicolo ed insignificante rispetto all’eternità, all’infinito.

Alla fine, non rimarrà molto di noi specie umana, del nostro transito terrestre.

Sendai prima dello Tsunami  26.02.11                    Sendai dopo lo Tsunami 12.03.11

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Il palcoscenico degli Dei


In alto torreggia prominente e bianco il ghiacciaio degli Dèi potenti – (Milarepa)

Chi non ha imparato a morire non sa vivere – (Libro Funerario Tibetano)

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Il museo di Castel Firmiano a Bolzano

Rigenerare la speranza


“La democrazia è nata in modo marginale nella storia, al fianco di imperi dispotici, teocrazie, tirannie, aristocrazie, sistemi di caste. Resta marginale, nonostante l’universalizzazione dell’aspirazione democratica. Ma è il sistema politico più civilizzato. La democrazia moderna non è una formula storica sbocciata e compiuta; è il prodotto di una storia incerta contrassegnata da passi in avanti e all’indietro, in cui si sono affermati e sviluppati i suoi principi. Il primo principio, quello della sovranità del popolo, ha subito implicato, per assicurare appunto tale sovranità, la propria auto-eliminazione attraverso l’obbedienza a leggi e regole attraverso il trasferimento periodico della sovranità agli eletti. La democrazia presuppone e alimenta la diversità degli interessi e dei gruppi sociali così come la diversità delle idee, il che significa che essa deve non già imporre la dittatura della maggioranza, bensì riconoscere il diritto all’esistenza e all’espressione delle minoranze e dei protestatari, e permettere l’espressione delle idee eretiche e devianti. Essa ha bisogno di consenso per quanto attiene al rispetto delle istituzioni e delle regole democratiche e al tempo stesso ha bisogno di conflitti di idee e opinioni che le danno la sua vitalità e la sua produttività. Ma la vitalità e la produttività dei conflitti non può realizzarsi se non nell’obbedienza al regime democratico, che regola gli antagonismi sostituendo alle battaglie fisiche le battaglie di idee e determina, attraverso dibattiti ed elezioni, il vincitore provvisorio delle idee in conflitto. Così la democrazia, che esige al tempo stesso consenso e conflittualità, non è soltanto l’esercizio della sovranità del popolo, ma molto più di questo. E’ un sistema complesso di organizzazione e di civiltà politiche che nutre e si nutre dell’autonomia spirituale degli individui, della loro libertà di opinione e di espressione. Questo sistema, per crearsi e radicarsi, necessita di condizioni che sono a loro volta complesse. La democrazia dipende dalle condizioni che dipendono dal suo esercizio (spirito civico e accettazione della regola del gioco democratico). Da qui la sua fragilità.”

Non ho, ovviamente, scritto io queste profonde considerazioni, le ha scritte Edgar Morin (Ma Gauche – François Bourin Editeur, 2010, Paris), grande pensatore francese del Novecento, esse mi sembrano particolarmente “calzanti” per cercare di inquadrare questo “tristissimo” periodo della democrazia italiana. Ma anche, sono in grado di dare una “visione di una possibile prospettiva”.

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Giardino in movimento


“Ciò che è veramente essenziale risiede nel vuoto. La realtà di una camera, per esempio, si troverà nello spazio libero racchiuso dal tetto e dai muri, non nel tetto e nei muri medesimi…..L’utilità di un vaso per l’acqua sta nel vuoto in cui si può versare l’acqua, non nella forma del vaso o nella materia di cui è fatto. Il vuoto e onnipotente poichè può contenere tutto. Solo nel vuoto, il movimento diventa possibile”

Lao Tse, citato da Okakura Kakuzo,  – Lo Zen e la cerimonia del tè – 

Il vuoto architettonico contiene un pieno biologico in cui si esplica il movimento, che è la realtà del giardino. In un giardino “mixed borders” le erbe “buone” e quelle “cattive” non sono separate, si mischiano tra loro. Stà al giardiniere, operare con sapienza e cultura, per separarle adeguatamente, e garantire il buono sviluppo complessivo del giardino.

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Non Malik


Un film sul mistero della vita, sulla sua grazia, sulla sua magnifica crudeltà. Le galassie, i vulcani in eruzione, le nuvole si contorcono e risplendono nel cielo generando, bagliori, vortici, labirinti, affreschi di colore. Sul pianeta Terra, invece, alberi altissimi, cavità rocciose, si protendono verso il cielo, immaginifiche presenze : tutti i misteri e le magnificenze del mondo e di una trascendente e magica natura sembrano calarsi, includersi, insinuarsi, in una famiglia del Mid-West americano, nella serenità, solamente apparente, dei primi anni cinquanta. Brad Pitt interpreta un padre, a suo modo amoroso, che cerca di educare con estrema severità i suoi tre figli. Molti anni dopo, l’attore Sean Penn, che interpreta il figlio maggiore, si ricorderà in ogni dettaglio quella “particolare” e “violenta” educazione sentimentale paterna, dove l’aspetto amorevole era condizionato al superamento di prove, tese a “costruire” un percorso per affrontare la vita. Per frammenti, The tree of Life, il film dell’ascetico ed “eremitico” Terrence Malick (che vive nel deserto, in isolamento, ed ad oggi ha prodotto solamente tre film, uno ogni decennio), sembra affascinante e misterico; i giusti aggettivi sarebbero “poetico” e “messianico”. In realtà è un “mattone” di oltre due ore, se preso in un’unica dose, che facilita il sonno, che si attorciglia su sè stesso, compiacendosi delle immagini e della recitazione degli attori (tutti molto bravi). C’è però un cosa che appare sicuramente interessante, ed è la contaminazione tra film, opera d’arte e documentario. Infatti The tree of life è forse, un qualcosa di innovativo, anche se non completamente sfruttato appieno da Malick; infatti, a tratti, fa intravedere, probabilmente, ciò a cui dovrà tendere il cinema, se vorrà sopravvivere. Un’ opera di comunicazione multimediale, tesa ad affascinare lo spettatore, con immagini sublimi ed uniche, con parole poetiche che “toccano” la sensibilità degli spettatori, il tutto “assemblato” a creare una vera e propria opera d’arte.

I confini della libertà


Nauseato, deluso, da Milano e soprattutto da alcuni suoi abitanti, mi sono rifugiato, durante questo lungo fine settimana che và dal 2 al 5 giugno 2011, là dove i contrafforti geologici, impennandosi verso il cielo, consentono di vedere lontano, di “sbirciare” il futuro.

Per tutti e quattro i giorni ho aspettato che, l’anziano omino dell’immagine soprastante, ormai giunto ad un’età ragguardevole (è del 1925 ed ha compiuto 86 anni), volesse raccontare a me ed ad altri, ciò che pensa di questi anni tumultosi, e soprattutto del rapporto tra libertà e vita quotidiana.

Lo ha fatto oggi 5 giugno 2011 alle 17,30.

Ha debuttato affermando : “Senza lo shopping, l’uomo moderno si sente ormai perduto”. Ed ha continuato, precisando: “Nel caso di una società di consumatori come la nostra, le ricette per la risoluzione della maggior parte dei problemi della vita e per la soddisfazione della maggior parte dei bisogni umani passano attraverso i negozi, e senza entrare in alcuni negozi, noi ci sentiamo incapaci di farcela; il livello di benessere è misurato dall’ammontare di denaro che passa di mano in mano e se quel volume cessa di crescere o, Dio non voglia, diminuisce, si suona l’allarme rosso e la gente va nel panico”.

Poi, ha continuato: “Noi possiamo, dopo tutto, consumare molto meno di quel che facciamo attualmente senza certo mettere a rischio la nostra sopravvivenza e una vita dignitosa, ma temiamo che così diventi impossibile o almeno tremendamente difficile affrontare un sacco di problemi della vita; dopo tutto, così numerosi aspetti cruciali della vita, oggi sono mediati dallo shopping: le preoccupazioni che abbiamo riguardo la nostra posizione sociale, il rispetto dei nostri amici, vicini e colleghi di lavoro, la vita familiare felice, la cura delle prospettive di vita e della felicità delle persone che amiamo. Ripeto la decisione di non seguire il flusso della maggioranza costa un prezzo alto ed esige abilità che abbiamo perduto e sforzi che molte persone troverebbero indigeribili.”

“Noi non siamo esseri deterministicamente condizionati, il modo in cui ci comportiamo non è deciso in anticipo da forze a cui non possiamo resistere; però è altamente improbabile rompere gli schemi e girare le spalle al mainstream , al conformismo della maggioranza”.

Infine ha chiosato: “Una volta innescata l’economia consumistica come limite ha solo il cielo. Per essere efficace nel compito che si è assunta, non può permettersi di rallentare la sua andatura, e mene che mano di fare una pausa e fermarsi. Di conseguenza deve assumere controfattualmente. In modo tacito se non espresso a parole, l’illimitatezza della resistenza del pianeta e l’infinitezza delle sue risorse. In tal senso, il momento della verità potrebbe essere più vicino di quel che ci farebbero credere i debordanti scaffali dei supermercati, i siti web disseminati da pop-up pubblicitari e i cori degli esperti di auto-miglioramento e dei consulenti su come farsi egli amici (in facebook) e influenzare le persone. Il punto è come precedere/anticipare il sua arrivo con il momento dell’auto-risveglio. Nient’altro un compito facile se ne può star certi: ci sarà bisogno niente meno che di abbracciare l’intera umanità, completa della sua dignità e del suo benessere, così come la sopravvivenza del pianeta“.

Ah, dimenticavo, questo signore si chiama Zygmunt Bauman, Professore emerito di sociologia nelle università di Leeds e Varsavia, ed è uno dei più noti pensatori contemporanei del Mondo. Bauman era ospite del Festival dell’Economia di Trento.

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Paul Virilio, 2005 – L’art à perte de vue


La nostra contemporaneità  è caratterizzata dalla sovraesposizione massmediatica, dalla digitalizzazione dell’arte e della comunicazione. Dove il sensibile è diventato fotosensibile e l’oggettività una teleobbiettività. “Vedere senza andare a vedere sul posto. Percepire senza esserci veramente……..tutto ciò sconvolgerà l’insieme dei diversi fenomeni di rappresentazione, plastica o teatrale, fino alla stessa democrazia rappresentativa, minacciata dai mezzi di trasmissione che plasmeranno una democrazia standardizzata dell’opinione pubblica, prima di sfociare in una democrazia sincronizzata dell’emozione pubblica che distruggerà il fragile equilibrio della presenza reale nelle società cosiddette emancipate”. Nella società della globalizzazione, in cui la visione dell’osservatore si trasferisce agli innumerevoli “canali video” che pervadono e saturano il suo vivere, in una fatale e continua distrazione dal mondo circostante, dagli altri, dalla percezione in situ e in visu, ”l’arte di vedere” diventa la prima vittima. Subentra quindi una “arte dell’accecamento”, che coinvolge sia l’estetica che la politica.

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L’Orto


Oggi, 12 giugno 2011, alle 15,00, come mi capita spesso la domenica, mi sono recato a Cusano Milanino, a casa di mio fratello, dove assieme gestiamo, da un qualche anno, un orticello minimo a chilometri zero. Qualche pomodoro, due zucchine, due melanzane, tre peperoni, un po’ d’insalata . La tecnica d’impianto, visto il pochissimo terreno a disposizione, è quella degli “orti urbani” tanto diffusa negli U.S.A.. Mentre mi accingevo alla solita manutenzione dell’orticello, togliendo qualche erbaccia e soprattutto legando le pianticelle ai loro tutori, un piccolo gruppo di giovani ragazzi (18, massimo 20 anni, tre femmine e due maschi), si è seduto sul muretto della cancellata, che divide il terreno di mio fratello dalla strada, proprio sotto un grande abete di oltre mezzo secolo. Inizialmente incuriositi da quello che stavo facendo, si sono messi a discutere con me, sull’utilità del mio lavoro, cosa che ha creato due schieramenti, uno a favore l’altro contrario al mio “perdere il tempo così”. Poi, dopo circa mezz’ora, è arrivato un loro amico in auto e si sono messi a discutere animatamente tra loro, ignorandomi. Ho ripreso a fare il mio lavoro a circa due metri da loro. Il discutere del gruppo, si è velocemente orientato verso le votazioni sui quesiti referendari, visto che l’amico appena arrivato era andato da poco a votare. Costui, forse il più politicizzato, ha interrogato ognuno dei presenti, chiedendo se avevano votato. Tutti hanno risposto di sì, solo uno ha detto che ci sarebbe andato in serata, con i genitori. Poi costui, ha rimbrottato ognuno, chiedendo se conoscevano i referendum: tutti, uno dopo l’altro, hanno risposto che si votava per il nucleare e per l’acqua. Tutti hanno votato, perché fra i giovani, soprattutto in rete e nei social network, era passato il messaggio che si trattava di quesiti inerenti il loro futuro e la tutela dell’ambiente e che votare era fondamentale. Tutti avevano votato sì al terzo quesito (scheda grigia), quello sul nucleare. Animatamente, a volte a voce alta, si sono sfottuti l’uno con l’altro, su quello che avevano votato, visto che dal colore della scheda, sembrava che non sapevano a cosa avevano votato sì o no e soprattutto nessuno conosceva nel dettaglio i quesiti ed il criterio abrogativo dei referendum. Solo uno ha affermato che lui ha votato tutti sì su indicazione dei genitori. Ho come la sensazione che a questi referendum si raggiungerà il quorum del 50% più uno, visto che i giovani, per una volta, hanno votato in massa, cosa che forse farà nascere una nuova coscienza politica democratica tra loro.

Il buon ortista è un individuo dotato di capacità di ascolto (delle piante e del terreno) e molta, molta pazienza, nonché fiducia nel futuro e coltiva soprattutto l’arte dell’aspettare!

Voglio essere speranzoso ed ottimista, per una volta, l’appetito in democrazia, viene partecipando……….chissà cosa ne verrà fuori.

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