Oggi pomeriggio (27 settembre 2012), il cielo, si è come aperto, consegnando all’area metropolitana nord milanese, una giornata limpida e calda, dal sapore più primaverile che autunnale. Abbiamo quindi deciso, vista la ormai cronica, carenza di lavoro, di fare una “zingarata” là dove si teneva una delle iniziative “Milano nei cantieri dell’arte”. Ci siamo quindi recati a Cesano Maderno per vedere come procedono i lavori di restauro del Palazzo Arese Borromeo, un workshop di aggiornamento e un’occasione di rivedere dei luoghi frequentati quando studiavo al Politecnico di Milano. Infatti era quì vicino, che io e la mia compagna di gruppo, Delia, ci recavamo a fare le eliocopie necessarie per sostenere gli esami.
Alle amenità tecniche, seppur interessanti, è succeduta una visita al magnifico Parco, che oggi si presentava in grande “spolvero”. Magnifico nel suo disegno rigoroso, semplice, oserei dire “moderno”.
La villa ed il Parco, devono la loro nascita all’anno 1618 (i lavori vennero ultimati tra il 1660 ed il 1670) . Erano i luoghi di “delizia” del Conte Bartolomeo III Arese, Presidente del Senato di Milano
Il Parco Borromeo Arese deve il proprio disegno ad una ripetuta serie di interventi progettuali, stratificati nel corso del tempo, voluti dalla famiglia proprietaria. Tali attività si protrassero per oltre un secolo. Il Parco è sorto contestualmente al Palazzo e fu oggetto di ampliamenti e modifiche ad opera di Carlo e Renato Borromeo Arese, successori di Bartolomeo. Nel XVIII secolo il luogo era strutturato come una immensa “macchina paesaggistica”, un sistema complesso ed articolato, costituito dal vasto impianto formale rettangolare del Parco, da cui si diramavano due grandi viali, in direzione est e ovest che conducevano rispettivamente al serraglio e al roccolo, dislocato sulle prime alture delle Groane.
Nel secolo successivo, il Parco (come il Palazzo), venne progressivamente abbandonato fino alla parziale distruzione delle architetture vegetali operata dagli Austriaci che confiscarono il complesso per adibirlo a caserma. Una volta restituito alla famiglia Borromeo Arese fu oggetto di una serie di interventi di ripristino della vegetazione, nei primi decenni del Novecento, da parte del Conte Guido. Prima dell’acquisto da parte del Comune di Cesano Maderno il Parco si trovava in stato di abbandono e grave degrado dell’impianto formale, tanto che di esso si conservavano solo alcune tracce.
Ecco un esempio di “addomesticamento” della natura, di antropizzazione del paesaggio, che, grazie ad un’attività sapiente di restauro, ancora oggi restituisce il vigore e la bellezza del passato. E ciò nonostante attorno, le palazzine e le villule pastrufaziane tanto care a Carlo Emilio Gadda, siano una regola ineludibile.
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A Roma, al MAXXI, in questi giorni e fino al 2 aprile 2013, si tiene una mostra veramente molto interessante, assolutamente da non perdere. Sono infatti esposti, un’ottantina di “plastici” d’architettura moderna e contemporanea, tra cui alcuni mai esposti. Una vera “chicca”, infatti vi si possono ammirare, in una scala perfetta, edifici di Aldo Rossi e di Massimiliano Fuksas, di Piero Sartogo e di Maurizio Sacripanti. Di quest’ultimo, sono addirittura esposti due modelli mai resi pubblici in precedenza, restaurati con molta cura.
Eppure, nonostante il modello, il “plastico”, costituisca la rappresentazione migliore per la comprensione di un’opera architettonica, da parte del grande pubblico, la “twittata” (che non è unica) sopra esposta, di cui ho camuffato volutamente l’autore per ovvi motivi di privacy (ma che ho verificato non essere architetto o esperto del settore), dimostra, che poi, in fin dei conti, non è proprio così. Oppure, con una lettura opposta, che la comprensione è stata così efficiente, da determinare, di fare di tutta l’architettura moderna e soprattutto dei suoi progettisti, un’unico gruppo di “merdacce” di cementificatori folli da “condannare per crimini di guerra”. Insomma in qualunque caso esiste un’evidente scollamento. A “noi architetti” la mostra del MAXXI appare come un piccolo gioiellino, da visionare e da studiare, valutabile sicuramente come un mezzo per facilitare l’approccio all’architettura colta ed intelligente, sia per i giovani studenti, che per il grande pubblico. Mentre, viceversa, proprio per il grande pubblico è un collezione di “crimini di guerra”. Appunto la guerra tra noi ed i Cittadini, che oggi hanno scoperto il paesaggio e la sua salvaguardia, e come capita spesso, si vestono improvvisamente del ruolo di sapienti censori, creando più danni che effettiva salvaguardia. Pensano, come molti, che per fare gli architetti, gli urbanisti ed occuparsi del paesaggio, basti poco o nulla, quattro letture “a go-go” in internet, alcune immaginette sacre di casette in legno o superecologiche, senza arte ne parte, molto simili all’isola che non c’è.
Mentre la disciplina dell’Architettura, dell’Urbanistica e quella del Paesaggio, sono complesse, necessitano di studio, di continuo aggiornamento, di osservazione, di decantazione. Sono insomma arti (e scienze) faticose, sottili e colte, come la Musica, la Scultura. Non ci si può dedicare qualche ritaglio di tempo, ci si deve dedicare la vita. Insomma non sono per tutti e soprattutto in esse, non ci si improvvisa dall’oggi al domani.
Mi viene appunto in mente, un mio lontano conoscente, un coetaneo, un informatico, che da oltre un annetto si è trasformato (come molti altri che si occupano di antipolitica) in uno “sparatore ad alzo zero” nei confronti degli architetti e dei paesaggisti, e di chiunque costruisca qualcosa, Probabilmente il suo ideale di mondo è un qualcosa dove non si costruisce nulla, dove non nascono più esseri umani, dove si decresce, dove si valorizza esclusivamente il mondo agricolo. Ma è un Mondo per pochi, non certamente per gli oltre 7 miliardi di persone (dati fine 2011), che si incrementano di centinaia di migliaia di unità ogni giorno e di circa 80/90 milioni di persone ogni anno. Forse, per “gettare nel piatto” anche una provocazione, più che condannare la continua esponenziale cementificazione (che innegabilmente va ridotta) bisognerebbe ridurre la produzione di esseri umani su questo pianeta, per effettivamente salvaguardarlo per le generazioni future.
Per ritornare all’Italia, il nostro è un paese, dove i Cittadini, nella maggior parte, sono “ignoranti” (nel senso più positivo della parola e cioè che ignorano) nell’architettura, nell’urbanistica, nel paesaggio, quindi condannare per crimini contro l’umanità, mi sembra veramente una corbelleria. Ci vorrebbe invece, un grande processo culturale collettivo dal basso, anti-accademico (senza docenti universitari ed amministratori), di condivisione di cultura in questi ed altri ambiti disciplinari. Magari a partire dalla musica, sembrerà strano, ma forse è l’arte che meglio restituisce i concetti mnemonici e subliminali di architettura e paesaggio, per poi passare all’arte pittorica e scultorea ed infine arrivare alla triade disciplinare : architettura, urbanistica, paesaggio. Invece, i più, organizzano convegni, giornate plurime di studi; banali eventi in cui si parla solamente dell’aria fritta e dell’acqua “calda”. Eventi dove “tecnici” se la cantano e se la suonano tra di loro, inanellando nel loro curriculum l’ennesimo convegno. Risulta quindi molto difficile raggiungere persone che nemmeno conoscono le architetture moderne, i progetti urbanistici, che si sono stratificati, nel corso del tempo, nel quartiere in cui abitano. Purtroppo il “posto delle fragole” non abita quì, nella cultura italica e nelle sue genti . E quindi “a morte gli architetti” (gli urbanisti, i paesaggisti) !
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Una spesa complessiva di 9 milioni di euro per realizzare il Centro Culturale / mediateca e circa 10 anni tra progetto e realizzazione. Il concorso di idee si concluse nel 2001, con vincitore l’architetto romano Riccardo Gaggi, capogruppo dell’ATI (associazione Temporanea di Imprese) Framing.
Il progetto aveva allora un’importo a base di gara di 6 milioni di euro. Il tutto è quindi avvenuto nel solco della più comune tradizione italiana in merito ai lavori pubblici : costi “lievitati”, tempi di realizzazione biblici. Alcuni numeri del Centro Culturale : 4.000 mq di superficie al pubblico, 5.400 complessivi su 5 livelli di cui 2 interrati; 78.000 libri cartacei; 8.700 dvd; 165 riviste; 13 quotidiani; 286 e-book scaricabili; 1.904 quotidiani e periodici on line; 2.800 cd musicali; 23.683 e-book in streaming; 33 pc portatili; 450 sedute tra sedie e poltroncine; 187 posti nell’auditorium (ipogeo); 3 cyclette; 25 bibliotecari; 63 ore settimanali di apertura (compresa la domenica).
Di positivo, una grande struttura per la cultura, che guarda al futuro (e sa solo Dio come in Italia ci sia bisogno di ciò), de-localizzata rispetto alla “radiocentricità” di Milano, un tentativo ante litteram di Città Metropolitana. Ennesima opera del terzo mandato della Sindaca Gasparini, che ha rivoltato Cinisello come un calzino, producendo qualità (e debiti ) nella ex città dormitorio, mercè grossi investimenti pubblici : Piazza Gramsci; Museo Nazionale della Fotografia a Villa Ghirlanda; Metrotramvia con Milano; pedonalizzazione del centro con relativo arredo urbano e pavimentazioni, ecc..
Ritornanto al “Pertini”, viene da chiedersi, chissà se però, le generazioni future saranno in grado di pagare i sicuri costi gestionali altissimi di un Centro Culturale così grande, forse più adatto ad una città di 300 mila abitanti che ad una di 75 mila abitanti.
Comunque un buon progetto, ben realizzato, moderno da godersi soprattutto negli interni : comodi, luminosi, accoglienti e razionali, organizzati attorno ad un volume centrale vuoto a tripla altezza. Interni, dove si può tranquillamente trascorrere una mezza giornata senza mai annoiarsi, che però anche, genera degli spazi esterni urbani interessanti e di qualità, che “legano” parti ed edifici esistenti, fino ad ora poco coesi.
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Quì sopra alcune foto delle zone agricole del Brasile tra Rio de Janeiro e Brasilia
L’occasione era ghiotta, di quelle, che non si possono assolutamente rifiutare, una possibile occasione di lavoro fuori dal continente europeo, ma soprattutto incontrare uno dei massimi architetti viventi. Un uomo di 104 anni (esattamente il doppio dei miei anni), che ha lavorato ed ha conosciuto quasi tutti gli esponenti del movimento moderno. Per me un mito di sapienza, arte e cultura, Oscar Ribeiro de Almeida Niemayer Soares Filho (Rio de Janeiro, 15 dicembre 1907). Un caro amico svizzero aveva accuratamente organizzato il tutto, visto che il nostro interlocutore, in primavera (3 maggio 2012) era stato per alcuni mesi in ospedale per una polmonite, ed ai primi di giugno aveva dovuto partecipare ai funerali dell’ unica figlia Ana Maria (interior designer), ultra ottantenne. Ma l’uomo era d’acciaio, realizzato con uno stampo di cui si era gettata la matrice. Alle sollecitazioni del mio amico, aveva risposto quasi in maniera entusiastica ed aveva deciso di incontrarci nella sua magnifica villa “Casa da Canoas” di Sao Conrado, una località non molto lontano da Rio de Janeiro, ai confini del Parco Nazionale di Tijuca, dove aveva intenzione, insieme alla moglie (Vera Lucia Cabreira) di passare il mese di agosto a riposarsi e riprendersi.
Quì sotto un video e due foto della “Casa da Canoas”, magicamente sprofondata nel rigoglio primaverile della Mata Atlantica, sede attuale della Fondazione Niemayer
Purtroppo, quando tutto era gia’ stato organizzato, i biglietti dell’aereo prenotati, cosi’ come l’albergo, Niemayer, subiva l’ennesimo ricovero, questa volta per problemi circolatori.
Rimaneva l’occasione di lavoro (di cui diremo successivamente) ed il viaggio low cost a Rio de Janeiro, all’inizio della primavera australe. Quindici ore di aereo, dopo aver, abbandonato la Pianura Padana sul finire dell’estate, ecco un nuovo inizio, con quella caratteristica luce ed i profumi, che solo la primavera possiede.
La rivelazione, al di la’ delle architetture di Niemayer, di Costa Lucio, di Reidy Alfonso Eduardo, di Burle Marx Roberto, e’ stato il sistema paesaggistico della Baia di Guanabara a Rio de Janeiro, dove per una alcuni giorni abbiamo navigato le sue acque e percorso le sue coste, visitato le citta’ che lo compongono, osservandone il sofisticato sistema ambientale ed il complesso disegno progettuale (ambientale, sociale ed architettonico) che governa da decine di anni la vita di : persone (oltre 12 milioni), piante (la Mata Atlantica), animali (pesci, scimmie, rettili, ecc.). Quì sembra che natura ed architettura abbiano saputo trovare un equilibrio, una giustezza.
Quì sotto la Baia di Guanabara osservata dal Morro da Urca
Ecco, la scoperta e’ stato proprio il Brasile (siamo stati a Rio, a Brasilia), ed al di la’ della visione preconcetta che ne abbiamo noi europei (carnevale, sole, sesso, insicurezza sudamericana, ridanciana approssimazione, ecc.), si e’ mostrato ai nostri occhi, come quel “paese del futuro”, descritto con toni entusiastici da Stefan Zweig nel suo libro della fine degli anni Quaranta del Novecento. Probabilmente questa è una condizione perenne di questo grande paese, che però oggi, forse, ha trovato una sua strada per realizzarsi veramente, strada che si basa sulla tutela dell’ambiente, i prodotti ecologici, la sostenibilità.
Quì sotto la Baia di Guanabara dal MAC (Museo di Arte Contemporanea) a Niteroi
Alcuni dati : oltre 8 milioni e mezzo di chilometri quadrati di superficie (28 volte l’Italia), più di 190 milioni gli abitanti, circa 20 abitanti per chilometro quadrato (in Italia 191). Il Brasile è un paese con una popolazione giovane: il 30% degli abitanti ha meno di 14 anni e solo l’8% ha più di 65 anni. Tre quarti della popolazione risiede in una città (come nell’Unione Europea, in Italia il 67%). Vi sono 14 città con oltre un milione di abitanti (19 nell’Unione Europea, 3 in Italia).
Il debito pubblico è stato completamente azzerato dai due mandati del presidente Luiz Inacìo Lula da Silva, crescita prevista del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) nel 2012 nonostante la crisi economica mondiale del +2% (nel 2010 + 4,6%, nel 2011 +4%), completa autosufficienza energetica (72% da energia idroelettrica), primo produttore al mondo di carne (200 milioni di bovini), primo produttore al mondo di zucchero (il cui consumo mondiale cresce del 2,5% all’anno), primo produttore al mondo di soia e di cellulosa in pasta, primo produttore al mondo di caffe’ e di tabacco, primo produttore al mondo di etanolo e bio carburanti. Tanti gli investimenti governativi in produzione di energia, edilizia residenziale, infrastrutture, musei, stadi sportivi, anche in vista dei Campionati del mondo di calcio (Rio 2014) e delle Olimpiadi (Rio 2016).
Importanti provvedimenti sono stati già presi dal Governo della neo presidente Dilma Roussef, rispetto ai temi sociali ed a quelli ambientali, tra cui una legislazione molto rigorosa sullo spaccio della droga e contro la deforestazione della Foresta Amazzonica, che già sta dando i primi effetti. Anche se non son tutte rose e fiori, come la violenta contestazione degli Indios contro la centrale idroelettrica di Belo Monte, voluta dal Governo per supportare la richiesta di energia dei prossimi decenni. Un paese, quindi, il Brasile odierno, di “contrasti”, che però di fatto sono l’espressione più eloquente di un paese in crescita che guarda al futuro.
Quì sotto la foto di una Favela a Rio
Ovviamente ancora tante le contraddizioni e le disparita’ sociali, secondo una ricerca dello scorso anno (2011) fatta dal Istituto brasiliano di geografia e statistica, oltre 11,4 milioni di cittadini brasiliani (circa il 6% della popolazione) vivono nelle favelas nate spontaneamente ed in maniera caotica e casuale, spesso senza fognature, luce ed acqua corrente. Bisogna pero’ anche dire che molte sono le iniziative governative per programmi sociali ed urbanistici di riqualificazione di queste fasce della popolazione. Tante sono le attività di organizzazioni internazionali e religiose, che finalizzano i tanti giovani (per sottrarli alla droga ed alla criminalita’ mafiosa) alla raccolta differenziata dei rifiuti, che nelle grandi aree urbane, come Rio, ha raggiunto livelli di una sofisticazione degna delle grandi nazioni nord europee.
Quì sotto un’immagine dei cestini che si incontrano a Rio de Janeiro
Quì sotto un raccoglitore di lattine di alluminio lungo una spiaggia a Rio
Quì sotto una foto di una rastrelliera per bike sharing a Rio
Quì sotto un’immagine della pista ciclabile lungo la spiaggia di Ipanema
Ma ritorniamo a Rio, quì è diffusissimo, ed altamente semplificato, l’utilizzo della bicicletta, anche per rifornire i negozi ed i chioschi lungo le spiagge, con tante piste ciclabili ed un bike sharing che puo’ essere attivato direttamente dal cellulare. Ovunque, grande attenzione per il verde, per l’ambiente e per i mezzi pubblici. Una delle cose che ci ha stupito di piu’ sono i giochi all’aperto, per la terza eta’ che numerosi contraddistinguono, insieme ai giochi bimbi, tutte le aree verdi. Una maniera semplice ed intelligente per “fare uscire gli anziani” ed agevolarne la motricita’ e la socialita’. Il settore parchi e giardini della Prefettura di Rio, con l’istituzione del Parco Nazionale di Tijuca, ha reso più complessa, la vegetazione delle vie urbane, coinvolgendo le aiuole ed i tronchi delle piante, agevolando l’insediamento su di essi, di bromeliacee ed orchidee. Ciò ha come, portato per le vie della città, la Mata Atlantica (la foresta Tropicale), favorendo l’insediamento di piccole scimmie e soprattutto di uccelli.
Quì sotto una mappa con un percorso di paesaggio ed architettura a Rio de Janeiro
Quì sotto alcune immagini dei giochi per la motricità degli anziani a Rio
Bisogna anche dire, che al di là delle ovvie contraddizioni di metropoli, quali : Rio de Janeiro (oltre 6 milioni di abitanti – 12 milioni nell’area metropolitana), San Paolo (oltre 10 milioni di abitanti) e Brasilia (quasi 3 milioni di abitanti), da decenni in Brasile si sta riflettendo sul rapporto tra architettura e paesaggio, anche grazie a “maestri” come Niemayer, Lucio Costa e Mendes da Rocha. Ciò ha prodotto una qualità diffusa del costruito, soprattutto recente, e delle soluzioni paesaggistiche quanto mai interessanti proprio perchè sempre integrate con l’architettura. L’edificio, sia di nuova costruzione o di ristrutturazione, viene sempre “legato” al contesto, avendo come “mediazione” il verde e le sistemazioni esterne. La scuola di Paesaggio è quanto mai all’avanguardia, avendo avuto in Burle Marx un genio ante litteram in merito.
Non so, ma questo primo impatto con l’emisfero australe e con il Brasile, al di là della remota e flebile possibilità di poterci lavorare a breve, ha presentato ai nostri occhi una realtà in movimento, dinamica, proiettata a dare qualità al presente. Una ragazza italiana, che si è trasferita a Rio, da Napoli, e che lavora in un grande magazzino di abbigliamento in centro, ci ha fatto notare che almeno lì hanno un’idea del futuro soprattutto per i giovani, e che molti sono gli italiani giovani che si trasferiscono in Brasile (Quinta potenza economica mondiale) alla ricerca di lavoro. E poi, per tutti, in Brasile c’è la natura, che seppur marginalmente antropizzata, quì, da ancora la sensazione di essere forte e rigogliosa (ricca di biodiversità), immensa, una vera “culla di tutti gli organismi viventi” di questo bistrattato pianeta. Una natura dolce, bellissima ed al contempo crudele e spietata, che quì sembra ancora possibile, possa, da un momento all’altro, riprendersi quello che gli abbiamo indiscriminatamente sottratto.
Quì sotto alcune immagini della penetrazione della “Mata Atlantica” per le vie di Rio
Quì sotto alcune immagini della Mata Atlantica nel Parco di Tijuca
E per finire ovviamente un pò di samba
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Sopra immagini dell’attività di Snozzi a Monte Carasso
Sopra immagini del Municipio di Iragna di Cavadini
Sopra immagini – Peter Markli, la “Congiunta” a Giornico
Sopra immagini Infocentro + Torre di Controllo Alptransit
Immagini di Castelgrande di Galfetti Bellinzona
La Casa d’Asburgo, nel 1291 dominava gran parte della Svizzera centrale. Per rendere più efficiente e moderna la loro amministrazione avevano intenzione di trasformare i propri feudatari in funzionari. Le comunità di contadini che abitavano le vallate alpine volevano invece conservare le loro ataviche prerogative e premevano per ottenere la dipendenza diretta dall’Impero senza l’intermediazione dei feudatari. Le comunità rurali, al fine di tutelare i propri antichi diritti, strinsero numerosi trattati di alleanza e di mutua assistenza, tra loro e con altri soggetti. Il principale di questi trattati è il Patto eterno del Rütli, stipulato intorno ai primi giorni di agosto del 1291 (da qui l’anniversario della Confederazione Svizzera del primo di agosto), in cui le comunità di Uri, Svitto e Unterwaldo si giurarono reciproco aiuto in caso di conflitto, formando il primo nucleo della Confederazione. A tale nucleo si unirono, nel corso del tempo altre comunità.
Il 7 di agosto del 2012, tre uomini maturi ed una vecchia toyota corolla (diesel) con oltre 175.000 chilometri, si sono recati a fare una passeggiata estiva nel Canton Ticino, proprio in quei luoghi che videro l’adesione al “Patto eterno del Rütli”. Gli obbiettivi dichiarati erano due : il primo, fare tesoro delle architetture e del paesaggio di questa parte della Svizzera, poco conosciuta, ma di una bellezza rara, in cui con sapienza si è coniugata (e si sta coniugando) presenza umana e natura: il secondo, godere al meglio di una giornata estiva stupenda, calda e soleggiata, adattissima ai bagni di sole e non solo.
Riguardo al primo punto, siamo stati a Monte Carasso dove Luigi Snozzi nel corso del tempo, ha realizzato (con relativo seguito) un’urbanistica fatta solamente di eccellenze architettoniche. Siamo anche stati a visionare lo splendido museo della “Congiunta” a Giornico esempio di struttura gestita dai fruitori, il Municipio di Iragna di Raffaele Cavadini, ed il castello di Castelgrande a Bellinzona luogo magico per osservare il paesaggio.
Riguardo al secondo punto direi che la permanenza al sole, a fianco delle fresche acque delle Cascate di Santa Petronilla a Biasca ha consentito grazie alla terrazza con vista 180 gradi di fare numerose considerazioni in merito a cosa è (o cosa non è) il paesaggio .
In questo luogo “magico” intriso della democrazia che ha condotto ad un altro tassello della Confederazione Svizzera nel Capodanno del 1292, si conclude il nostro piccolo viaggio, in un territorio che ha fatto della democrazia, della condivisione, della comunanza, la base stessa di un’unione sociale che è anche paesaggio. Da Milano, circa 253 chilometri (tra andata e ritorno a gasolio) tutte su strade statali, con una spesa totale omnicomprensiva (con colazione al sacco), di circa 26 euro.
Sotto immagini delle cascate di Santa Petronilla a Biasca
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Sopra alcune immagini di Cascina Merlata (Gallaratese-Milano)
Sopra alcune immagini di Cascina Zerbone (Ponte Lambro – Milano)
Allora riassumendo : due cascine, due aree agricole, che subiscono un’aggressione di cemento, preordinata e studiata a tavolino negli anni. Due situazioni che vedono i cittadini e le forze che li rappresentano coinvolti in due maniere diverse. Due occasioni dove l’architettura ed il paesaggio vengono sconfitti per colpa di: logiche immobiliari, indifferenza, assenza di condivisione.
Alla Cascina Merlata di Milano, la storia è vecchia, ne abbiamo già parlato, quì la Giunta Moratti (quindi centrodestra) approva, proprio poco prima di finire la consilatura precedente (marzo 2011), un progetto : 324.000 mq. di slp (superficie lorda di pavimento), 6.500 nuovi residenti, oltre 3.000 addetti, 990 alloggi, hotel, uffici, un enorme plesso scolastico con 800 alunni, centro commerciale, edifici di oltre 20 piani, ecc.. Oltre al parco e alla residenza, troveranno posto : parcheggi per 50.000 mq (tutti interrati quelli in dotazione alle abitazioni), un plesso scolastico di 12.000 mq, due asili nido e un centro per anziani. Il centro commerciale (di oltre 45.000 mq) è stato collocato sul confine nord del quartiere dove sono anche previsti un albergo (15.000 mq) e una torre per uffici (10.000 mq).
La principale società proprietaria dei terreni è il consorzio Euromilano (60%), ci sono poi Greenway (30%), Cesi (5%) e Zoppoli & Pulcher (5%). Il Consorzio, guarda caso, racchiude anche delle Cooperative di “sinistra”, la Banca Intesa, ecc……chissà come mai il PD si è astenuto durante la votazione in aula, di fatto non ostacolando questo piano? Quì i cittadini, quelli sensibili alle tematiche inerenti il consumo di suolo, si sono di fatto “astenuti” l’iter progettuale e l’inizio dei lavori sono proceduti, quatti quatti, tutto viene “venduto” come un’iniziativa legata ad Expo 2015. Eppure anche quì si sottrae del fertile terreno agricolo. Forse mediaticamente quest’area risultava poco accattivante ed inoltre il depistaggio delle forze politiche ha operato sin da subito in maniera compatta e trasversale.
Alla Cascina Zerbone, invece la storia è diversa, qui, a partire dagli anni duemila, essendo l’area di Ponte Lambro zona di grave degrado sociale, il quartiere al cui margine è inserita la cascina, è stato oggetto, di una profonda ristrutturazione di tutti gli edifici pubblici (Contratto di Quartiere): caseggiati Aler di Via Ucelli di Nemi e Serrati, il rifacimento delle vie centrali del quartiere, la ristrutturazione del Centro Territoriale Sociale, del Centro Giovani, dell’edificio parrocchiale, del Mercato Comunale, dell’ufficio postale e di alcune palazzine in “Via Rilke” appartenenti al Comune di Milano. Mentre il progetto di riqualificazione di alcuni caseggiati ALER, al quale ha partecipato anche l’architetto Piano Renzo presentato nel maggio 2000, è in fase di attuazione ormai da alcuni anni (2010) senza avere mai trovato una sua strada definitiva.
Veniamo alla Cascina Zerbone, ultima preesistenza di un paesaggio agricolo che non c’è più. Proprio a ridosso della tangenziale un’ultimo terreno, con qualche centinaio di mucche, produce ancora latte. Quì i cittadini (sotto dei bei bandieroni gialli) si sono mossi da subito per ottenere una revisione del Contratto di Quartiere (che prevede, quì, una massa di volume e di case residenziali, con un bello svincolone della tangenziale) per salvaguardare una cascina che forse non ha nemmeno senso tenere localizzata lì. Ma tant’è, quì gli operatori immobiliari possibili per la cementificazione dei terreni di Cascina Zerbone, sono soprattutto legati ad entità non coerenti con i “bandieroni gialli” sopra descritti . E quindi quì ci si dà da fare, per salvare quattro mucche ed un latte che probabilmente, qualche chilometro più in là, verrebbe sicuramente meglio, lontano dai miasmi della tangenziale. Il concetto è di arginare definitivamente il consumo di suolo agricolo, in una città, Milano con una superficie comunale molto piccola, che agricola non lo è mai stata, che dell’agricoltura se ne è infischiata per centinaia di anni in favore della manifattura.
Ma come mai gli stessi cittadini milanesi, qualche chilometro più in là, nemmeno si interessano del consumo di suolo agricolo in atto a Cascina Merlata ? Probabilmente misteri di questi anni bui e tristi, che vedono spesso persone interessarsi “a macchia di leopardo” di problematiche che invece necessiterebbero da subito di una “visione di quadro” molto più ampia e non soggetta alle subdole interferenze della politica, abilmente camuffata con l’associazionismo. Associazionismo che pilota gli interessi di parte solo là dove non si schiacciano i piedi ai propri amici ed agli amici degli amici.
E l’architettura è il “mostro” da crocefiggere, l’urbanistica la “macchina tritacarne” da sopprimere. Forse ci vorrebbe più realismo da ambo le parti, e soprattutto avere veramente a cuore la salvaguardia del paesaggio, che è un bene comune senza confini, che necessita probabilmente, più che di operazioni mediatiche, di un’attività didattica, nei confronti proprio di quei cittadini, pronti a muoversi solamente in una direzione, mentre invece dovrebbero “andare in più direzioni”.
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Il 24 luglio 2012, ci siamo recati nella “bassa” a consegnare gli elaborati dell’ennesimo concorso di idee, attività con cui ci dilettiamo da anni, più foriera di insuccessi che di successi. La gita fuori porta, in una caldissima ed umida giornata, percorrendo la caotica autostrada A1, è stata l’occasione per fare una visita a Modena ed all’eccellenza del brand mondiale “Ferrari”. Siamo partiti dall’oggetto più recente, una “blatta gialla” da poco completata, in aderenza alla casa dove è nato il “Drake”. Il Museo Enzo Ferrari è stato concepito e realizzato dallo Studio FUTURE SYSTEM di Londra, dell’architetto Jan Kaplicky. Dopo la sua improvvisa morte, nel gennaio 2009, Andrea Morgante, collega ed amico, fondatore dello studio londinese SHIRO STUDIO, ne ha seguito il completamento, avvenuto nel marzo 2012.
Contrariamente al previsto, l’edificio colpisce per la sua “sapiente” disposizione planimetrica. Infatti fa come da cortina protettiva alla casa, creando un ambiente accogliente e magico che esalta ambedue le architetture. Curatissimi i dettagli costruttivi e la scelta dei materiali. Insomma una sorpresa. Dalla piazzetta, si passa, all’interno, dove, grazie ad un piano inclinato, si “precipita lentamente” attraverso la storia della Ferrari e di fatto della Formula Uno, con l’esibizione di “magiche” vetture e di cimeli assolutamente meravigliosi. Poco per volta si scende nel terreno, ad un piano interrato che contiene un piccolo auditorium e delle sale per riunioni ed incontri. Un edificio che si apprezzare, si condivida o meno lo stile architettonico.
Poi ce ne siamo andati anche a Maranello, a vedere il museo delle macchine Ferrari di Formula uno, ma quì, risulta palese che il museo, necessita probabilmente di un “colpo di vita”, nonostante il pubblico numeroso.
Immagine, quì sopra, del progetto originale, a cantiere finito nel 1938
Franco Albini, realizza il progetto di Villa Pestarini, in via Mogadiscio 2 a Milano, tra il 1937 ed il 1938. Si tratta di un progetto, rigorosamente razionalista, strutture elementari, geometrie modulari, il tutto perfettamente allineato con la poetica “moderna” allora imperante a livello europeo e nazionale.
Alla fine degli anni Quaranta del Novecento, la Villa Pestarini viene sopralzata, su progetto dello stesso Albini, e profondamente rivisitata per adeguarla alle nuove necessità. Tanto che la ripartizione volumetrica in due corpi sfalsati, viene completamente disattesa. Il progetto albiniano di sopralzo, conserva tutte le componenti interne originarie della Villa (arredi compresi) e si concentra sulle relazioni verticali e sui dettagli tecnici per garantire la coibentazione, la protezione del tetto, ecc. e soprattutto l’inserimento nella composizione delle facciate, di questo nuovo elemento.
La strada scelta da Albini è quella della denuncia palese del sopralzo, che, sia per materiali di rivestimento, che per caratteristiche tecniche e compositive, risulta di evidente individuazione. Albini anche innova, introducendo, quale rivestimento l’Eternit, allora un materiale (cemento/amianto), innovativo e molto resistente, nonchè poco costoso. Raramente utilizzato in verticale. Tale materiale, il cemento / amianto, circa 25 anni dopo, sarà ritenuto responsabile, nel mondo, dello sviluppo del mesotelioma polmonare negli esseri viventi e bandito, in Italia dall’uso, con apposita legge solamente nel 1992.
Un edificio molto interessante quindi, sia dal punto di vista formale, sia dal punto di vista tecnico, che però palesa la necessità, ormai urgente di rimuovere (anche se quì probabilmente è già stato fatto), oltre che negli edifici pubblici ed in quelli industriali, anche e soprattutto in quelli residenziali privati, questo pericoloso materiale. Un caso emblematico di “bonifica del moderno”, oltre che di suo restauro.
Quì sotto una mappa di Milano Sud-Ovest, con in ROSSO localizzata Villa Pestarini
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Zermatt (http://it.wikipedia.org/wiki/Zermatt) è chiusa al traffico, ormai da parecchi anni. L’accesso ai veicoli privati è consentito solamente fino al paese di Täsch (http://it.wikipedia.org/wiki/T%C3%A4sch a 5km da Zermatt). La strada Täsch – Zermatt è chiusa ai mezzi di trasporto privato, però a Zermatt è consentito l’uso di mezzi elettrici e biciclette. A Täsch è stato realizzato tra il 2004 ed il 2006, un grande Nodo d’interscambio, il Top Matterhorn Terminal , con 2’100 posti auto coperti aperti 24 ore su 24 e posteggi non coperti (900 posti).
Il Terminal, progettato dall’ Architekturbüro Mooser & Petrig & Lauber dipl. di Zermatt (http://www.architekten-ml.ch/cv_mooser.html) è un edificio che potremmo definire “perfetto”, sia per caratteristiche architettoniche (ampio uso di legno e di materiali naturali, compresa grande copertura piana verde) che per prestazioni funzionali (collegamento tra auto e mezzi pubblici). Un edificio che si inserisce molto bene nel paesaggio della valle, pur essendo di notevoli dimensioni, inoltre è molto ben realizzato sia per la scelta dei materiali, che dei dettagli costruttivi.
Non mancano spazi accoglienti per l’attesa, negozi di varia natura e grandi viste sul paesaggio circostante. Delle grandi pensiline ondulate all’aperto, accolgono i Bus (pubblici e privati), il cui parcheggio è gratuito. Il costo del biglietto è abbastanza caro, bisogna però dire che è un’esperienza unica arrivare quasi in metropolitana ad oltre 1600 metri di quota.
A Brig e a Visp la ferrovia ha un collegamento diretto con la ferrovia a scartamento ridotto della Matterhorn Gotthard Bahn che conduce a Zermatt. Attraverso la nuova galleria di base del Lötschberg da Frutigen (nel Bernese) verso Raron (nel Vallese) il viaggio in ferrovia per Zermatt si riduce in modo notevole.
Inoltre Zermatt è il punto di partenza o di arrivo del famoso Glacier Express (St. Moritz / Davos – Zermatt), conosciuto in tutto il mondo. A Täsch Presso il Terminal Matterhorn Täsch, lasciato il bus o l’auto, si sale direttamente e agevolmente sui treni shuttle (su cui si può tranquillamente portare la bici). Dopo un tragitto di circa 12 minuti, attraverso una frastagliata e romantica valle si raggiunge Zermatt nel cuore del villaggio del Cervino.