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Builders of the future

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Architettura

Bici e dintorni


Mentre alcuni sostengono  un ciclismo veicolare in cui la bicicletta è inserita nel sistema del traffico al pari di auto e moto e quindi la pista ciclabile è solamente una striscia sulla pavimentazione stradale. Dall’altra abbiamo una “cultura” in costante crescita dell’uso del ciclo, che spinge verso una maggiore ciclabilità (intesa come qualità e sicurezza) per le piste ciclabili. Tale atteggiamento culturale ha portato a realizzare intere reti di corsie separate dalla viabilità ordinaria, con i propri sistemi autonomi di viabilità. Le infrastrutture ed il livello di ciclabilità  giocano un ruolo importante nello sviluppo  dell’utenza della bicicletta . L’utente della bicicletta vuole sentirsi innanzitutto sicuro.

Abbiamo quì sotto selezionato alcuni progetti innovativi, degni di nota, che riguardano il concetto di ciclabilità.

LIGHT LANE – PISTE CICLABILI ISTANTANEE A CORSIA DINAMICA

Light Lane: Dynamic Lane creation

Riconoscendo che le piste ciclabili protette sono un mezzo efficace per migliorare la sicurezza per tutti gli interessati, ed  al contempo riconoscendo che il costo di tali corsie, in media  40/50.000 euro per chilometro, è attualmente impensabile per un loro diffuso impiego,  i progettisti di corsia Luce , Tee Alex e Evan Gant (Altitude) hanno il seguente obiettivo:

“Invece di costringere i ciclisti di adattare il loro comportamento alle infrastrutture esistenti, la pista ciclabile deve adattarsi al ciclista” .

Il LightLane  è un accessorio da montare sulla bicicletta che proietta una ben definita corsia virtuale sulla superficie dell’asfalto. Viene cosi segnalato a tutti gli “attori” del traffico veicolare un territorio protetto, rendendo la bicicletta un mezzo ideale per un pendolarismo a breve e medio raggio.

COPENAGHEN CICLISMO RINGHIERE

Copenaghen Rails Bike – immagine da Zakka / Mikael su Flickr

In una città, Copenhagen, che è la Mecca dei ciclisti, i piccoli dettagli continuano a fare la differenza. Fisicamente questo pezzo di arredo urbano offre poco più di una piccola comodità – che permette ai ciclisti di evitare di smontare dalla bicicletta quando sono  in attesa che il semaforo diventi verde. Al di fuori di questo utilizzo, questa rete di ringhiere parla di una cultura ciclistica “matura” che ha superato la fase di soddisfare i requisiti minimi, e può permettersi  di guardare verso l’innovazione di seconda generazione.

WASHINGTON DC UNION STATION BICICLETTE TRANSIT CENTER

DC Union Station biciclette Transit Center – Design KGP

Come estensione periferica dei trasporti pubblici la Union Station, già funge da hub per i treni, metropolitana e autobus di Washington DC. Il progetto realizzato di Transit Center per biciclette (KGP Design Studio), cerca di collegare la rete ciclabile a questo  terminale multi-modale. Si tratta di fornire un parcheggio “strutturato” per le bici, che possono essere affittate, ma non solo, anche : spogliatoi, armadietti, servizi igienici, ecc..

Liberamente tratto e tradotto da : Infranetblog.org – autore : Maya – apr 13, 2011

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BLogging


Sto rileggendo, in questi giorni gli interessanti 5 articoli del “vate” dei blog di architettura, Geoff Manaught, pubblicati sulla rivista “Abitare”. Iniziativa intelligente, non a caso voluta dal Direttore Stefano Boeri, che è uno che “lavora” con regolarità e personalmente in rete. Si tratta di vere e proprie lezioni, dove Geoff Manaught analizza le ricadute dei successi avuti da alcuni blog di architettura e fissa gli obbiettivi per la loro sopravvivenza nel futuro. Il blog tradizionale che si occupa di architettura, ma in genere i blog, così come li vediamo oggi, sembrano sul punto di scomparire. Manaught intende qui con “blog tradizionale” : “un sito i cui contenuti sono pubblicati in ordine cronologico inverso, organizzati secondo una griglia tematica più o meno coerente e scritti da un numero limitato di autori, spesso uno solo.”

I motivi della scomparsa, sono diversi, soprattutto legati alla nascita di sistemi di micro-blogging quali : Twitter, Tumblr, Posterous, ecc., in cui si condividono facilmente link, con commenti limitati, spesso tesi a descrivere solamente cosa è contenuto nel link o comunque ad invogliare a leggerlo. L’esempio più diffuso è Twitter, dove in 140 caratteri bisogna includere tutto quanto; però i Twitt, sono difficili da archiviare e dopo alcune settimane vengono cancellati.  Sono quindi di certo “morti” i blog, con articoli minimi, che non fanno contenuti, ma descrivono solamente i link  inseriti nel post.

Ad “ammazzare” i blog, sono anche i blog stessi, gestiti in maniera professionale o semi professionale, ed afferenti alle grandi compagnie editoriali o alle testate giornalistiche (Corriere della Sera, La Repubblica, ecc.), che tutte hanno un settore “architettura, design, paesaggio”. Sarà comunque sempre utile e “democratico”, fino a quando esisterà internet, fare “blogging” e cioè “rendere pubbliche annotazioni su argomenti, o disvelare situazioni o cose poco conosciute, che per noi e i nostri lettori hanno un certo interesse”.

Scrive Manaught : “Quello che i blog oggi devono evitare, se si vuole che abbiano un ruolo davvero interessante nel panorama dei media, è diventare una semplice ed equivoca estensione dei servizi di pubbliche relazioni aziendali. Allo stesso tempo il blogging non deve mai perdere il suo taglio impulsivo di ricerca, eternamente incompleto……..un’altra cosa di cui il blogging non ha bisogno è essere – più  cattivi- ….. come se l’aggressione e l’offensiva retorica fossero le sole a rendere il dialogo in rete interessante”.

Infine chiosa Geoff Manaught, con una lista di raccomandazioni su cosa dovrebbe essere, secondo lui, futuro del blogging d’architettura e design : “1) rendere la cultura popolare (ndr. dell’architettura) più interessante introducendo idee di confine nuove, più ampie platee, facendo così da ponte fra centro e periferia  2) sintetizzare idee da campi in apparenza lontani fra loro e così facendo 3) unire scrittori, designer (ndr. nella cultura anglosassone = progettisti), clienti, pubblico dei lettori e altri professionisti di diversa formazione e provenienza geografica intorno a comuni temi di discussione e interesse”

Il blogging dovrebbe anche nel suo futuro avere un obbiettivo “politico” teso a cambiare il tipo di conversazioni che hanno luogo nell’ambito dell’architettura e del paesaggio, aprire queste discussioni che ora avvengono esclusivamente in ambiti “disciplinari”, a nuovi partecipanti che le ibridino, che le contaminino. L’obbiettivo politico è quello di diffondere anche nella massa, alcune discussioni su cosa sono (contenuti, filosofia, tecnica, ecc.) il design, l’architettura, il paesaggio. In Italia in tal senso siamo all’anno zero, la massa aspira ancora solamente ad un’idea ormai “stratificata” e “favolistica” di costruzione (sia essa architettura) casette in mattoni o intonaco, con le persianucce, gli archetti, il tetto in coppi, le gronde in rame; (oppure paesaggio) viuzze sterrate, ponti di legno, muretti a secco.  Infine allargare ed ampliare il più possibile le modalità di divulgazione di questi scambi, anche utilizzando in parallelo, canali tradizionali di penetrazione : riviste, giornali, radio, scuole, ecc.. Sono questi obbiettivi ambiziosi, quasi irrealizzabili (utopistici afferma Manaught), ma sono indispensabili per costruire un futuro sia per il blogging che per l’avvenire del paesaggio e dell’architettura di questo vilipeso Paese Italia.

Ecco “Costruttori di Futuro”, si è dato questo, quale mandato prioritario, sin dalla sua nascita e questo tenterà di perseguire con forza nel suo futuro.

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Departement Store


Dall’ 8 di settembre 2011 è stato aperto, in Galleria del Corso a Milano, il nuovo Departement Store “Coin Excelsior”. Moda, cibo e design in oltre 4mila metri quadrati progettati dall’archistar francese Jean Nouvel.

Il nuovo Mega Store (del lusso extra) è stato ricavato, dove prima c’era uno dei più bei cinema di Milano. L’edificio ha diversi settori : abbigliamento uomo, abbigliamento donna, cibo, ecc., disposti su sette piani. Un progetto prestigioso firmato dall’architetto Jean Nouvel, che ha dichiarato di aver “disegnato” un luogo dal forte sapore simbolico, che richiama il cinema, icona di un tempo passato che non è più. Lo testimonia il grande sistema di video led che caratterizza la facciata interna dell’edificio. Quindi un luogo con una forte caratterizzazione artistica che attraverso l’intervento di un grande architetto, ha subito un recupero radicale ma innovativo, ciò è dovuto a Coin ed a Beni Stabili (proprietario del complesso immobiliare), con una spesa di circa 30 milioni di euro.

Pavimenti industriali dovunque, finiti con resine ad effetto spatola. Inserti giudiziosi nei pavimenti con  canaline porta-impianti ai piani superiori. Resine anche ai muri, ma qui lucide, che moltiplicano l’effetto delle luci e dei filmati proiettati. Ascensori circolari trasparentissimi. Peluche giganteschi di cani, appesi nei volumi a doppia o tripla altezza, che attenuano la rigorosità “nouvelliana”. Ovunque controsoffitti metallici high-tech, con accorpati in un unico pannello tutti gli impianti : luci, audio, rilevazione incendi. Scale preziosissime con gradini vitrei. Sistema di scale mobili a nastro che portano ovunque.

Nel nuovo “Coin Excelsior”, trovano posto: moda, cibo e design e soprattutto tanti e prestigiosi marchi : Maison Martin Margiela, Christian Laboutin, Tiffany (qui con il primo negozio  italiano), Jimmy Choo, ecc..

Sezione dell’edificio “Coin Excelsior”

Si parte dagli interrati, dove il protagonista è il gusto con le isole e i ristoranti firmati Eat’s. Qui si può trovare una cantina di vini immaginifica, ma anche pesce e verdure (cosa rarissima nel centro di Milano). Tutto riservato al beauty, invece, il piano terra con un angolo gustoso occupato dai raffinatissimi dolci francesi Laudurée. Il primo piano è riservato ai designer americani, ancora poco distribuiti in Italia e destinati al pubblico femminile (Helmut Lang, ecc.); nel secondo piano il protagonista è l’uomo, in una miscellanea  tra stilisti tradizionali ed emergenti (Maison Martin Margiela, Marc Jacobs, ecc.). Il settore donna “esonda” al terzo piano con marchi storici (Valentino, Chloé, Marni e Joseph, ecc.).

Tanta pioggia, oggi 5 novembre 2011, mentre la Liguria e soprattutto Genova, rimane alluvionata con numerose vittime trascinate dallo “sfarinamento liquido” di un paesaggio italiano che presenta i conti di decenni di incuria cementificatoria; a Milano lo shopping sfrenato del sabato continua indifferente. La nostra visita al faraonico “Coin Excelsior” ha palesato le numerose contraddizioni di una Nazione che contemporaneamente lamenta una crisi economica strisciante (riservata ai più) che rasenta pericolosamente il default e le code (per pochi…..ma tanti), qui al Departement Store di Galleria del Corso, per acquistare prodotti di extra lusso : una T-shirt di cotone “firmata” 160 euro; un giubbotto “firmato” in Gore-Tex 1750 euro; un pacco di pasta di farro da 500 grammi 4,85 euro; un paio di scarpe da ginnastica “firmate” 295 euro; una torta di mandorle da 200 grammi 26,50 euro; un bikini “firmato” 140 euro il pezzo sotto e 220 euro quello sopra; una stecca di cioccolata di Modica da 50 grammi 8,95 euro. Che Silvio “Anton Custer” Berlusconi non abbia tutti i torti ? Che l’Italia sia un paese “diviso”, “dilaniato”, con il  50% degli abitanti che è al limite della sopravvivenza, ed il 50% che invece è molto benestante e della crisi se ne può “fottere”?

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La città delle donne (Roma)


MAXXI

Roma è tornata al centro della “passerella” architettonica internazionale contemporanea  il 12 novembre 2009, con la presentazione alla stampa del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, appena completato, progettato da Zaha Hadid (Baghdad, IRAQ, 1950).

Sono passati quasi dieci anni dall’assegnazione del concorso internazionale di idee per la realizzazione del nuovo centro museale romano. Nel lontano 2000, tra le oltre 270 candidature giunte, 15 gruppi progettuali ammessi alla seconda fase, il progetto vincitore risulta quello della archistar anglo/irachena. Sbaragliando illustri e più noti concorrenti come : Jean Nouvel e Rem Koolhaas,  viene così interrotta la supremazia del sesso maschile dello star system architettonico proponendo una soluzione progettuale innovativa e creativa. Nel 2004 Zaha Hadid vince il Premio Pritzker per l’architettura contemporanea.

L’architettura del MAXXI, che sulla carta sembrava irrealizzabile, ai più, ora genera un effetto ardito e dirompente. La spazialità è fluida, si potrebbe affermare “liquida”, degna della società descritta da Baumann. Un’architettura da vivere sul posto, più che da raccontare: le categorie canoniche d’interpretazione dell’architettura sembrano termini appartenenti al passato. Sale, stanze espositive, auditorium, laboratori, depositi, ecc., dedicati all’arte contemporanea nel suo insieme : architettura, fotografia, scultura, pittura, videoart, ecc.. Vedute, visuali, scorci inusuali, aperture, connessioni, disequilibri, si alternano attraverso una sorprendente articolazione spaziale, dove non esiste più una cesura tra interno ed esterno. Un altri enorme, alto più di 20 metri, con pochissimi pilastri, banconi/reception in Corian, gettato in opera, scale ardite auto-portanti, tutto sembra orchestrato per stupire. I costi lievitati da 50 milioni di euro, ad oltre 132 milioni di euro. L’idea del Maxxi nasce nel 1998 con il trasferimento delle ex caserme Montello al Mibac. Nel 2000 lo studio Zaha Hadid si aggiudica il concorso per il progetto. Nel 2003 iniziano le demolizioni e la costruzione dell’opera ad opera dell’Ati Maxxi 2006 (Italiana costruzioni e Sac). L’opera è stata costruita su un lotto di 29mila metri. Gli spazi esterni sono di 19.640 metri (oggi oggetto di interventi di land-art ed istallazioni provvisorie d’arte. La superficie espositiva complessiva è di oltre 10mila metri quadrati.

MACRO

Odile Decq (Laval, Francia, 1955) , fu la vincitrice nel lontano 2001, del concorso internazionale bandito dal Comune di Roma per l’ ampliamento del Macro (Museo d’Arte Contemporanea Roma). Il museo ha aperto al pubblico il 3 dicembre 2010. Il progetto, interrompe l’approccio tradizionale tipicamente italiano di esasperata integrazione tra vecchio e nuovo, quando ci si trova, come qui, in un contesto di carattere storico, la nuova costruzione si inserisce nella struttura preesistente ridefinendone però l’intera morfologia ed il percorso espositivo. L’opera architettonica è stata realizzata con il coordinamento tecnico e procedurale dell’Ufficio Città Storica dell’Assessorato all’Urbanistica, mentre il controllo amministrativo è stato curato direttamente dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma. La direzione dei lavori è stata seguita dal team Zètema Progetto Cultura, società a cui sono stati dati in gestione anche i  servizi museali.

Il MACRO, con l’addizione dei nuovi spazi, pensati da Odile Decq, diventa un luogo museale contemporaneo che illustra il percorso creativo che conduce alla contemporaneità. La nuova e unica entrata del Museo, segna l’ingresso di un’architettura dedicata all’arte, un intero isolato, caratterizzato da una superficie espositiva considerevole, cui si aggiungono le nuove aree dedicate ai servizi e al pubblico: la grande terrazza “sui tetti”, la sala conferenze, la libreria (con ampia dotazione di testi), il ristorante, la caffetteria (molto intima e piacevole), il parcheggio e l’area didattica, per raggiungere una superficie complessiva di 19.590 mq, incluso il parcheggio pluripiano interrato di oltre 160 posti auto, utilizzabile anche dai residenti del quartiere.

Le forme dinamiche e colorate della nuova struttura, perfettamente integrate nel contesto preesistente, creano ora un paesaggio di percorsi, anche aerei, sensuale e luminoso (di luce naturale) in cui i diversi linguaggi del contemporaneo trovano la loro collocazione spaziale naturale. Si instaura così un “sistema ridondante” in cui la nuova costruzione “impollina” gli elementi che la circondano, restituendo una trasparenza seducente ed articolata.

Il complesso degli edifici della ex Birra Peroni, dove ha sede il MACRO fu realizzato dall’architetto Gustavo Giovannoni, tra il 1901 e il 1922. Nel 1989 il Comune di Roma destina una parte dello stabilimento a sede della Galleria Comunale d’Arte Moderna, ed iniziano i lavori, seguiti direttamente dalla Sovrintendenza di Roma. Finalmente nel settembre 1999 la galleria apre al pubblico. Nel 2001 un concorso internazionale assegna i lavori di riqualificazione del secondo lotto dello stesso isolato della fabbrica all’architetto francese donna Odile Decq. Nel 2002 sono stati assegnati al MACRO due capannoni dismessi del Mattatoio di Testaccio, nel 2003 è stato restaurato e aperto al pubblico un primo capannone di circa 1.000 mq con il nome di Macro Future, oggi MACRO Testaccio, nel 2007 è stato aperto al pubblico il secondo capannone di altri 1.000 mq, sempre con ingresso da piazza Orazio Giustiniani. Nel marzo 2010 è stato restaurato un terzo padiglione dell’ex Mattatoio di Roma denominato Pelanda dei suini. Costo complessivo dell’intervento di Odile Decq, 27 milioni di euro.

Due architetture, due edifici realizzati da due donne, con diverse sensibilità spaziali, ed anche due “fisicità” e profili caratteriali diversi. Architetture che ci hanno regalato due ex aree dimesse, proiettate nel futuro, in maniera intelligente. Due “granai per i periodi di carestia” scriverebbe saggiamente Marguerite Yourcenar.

Se andate a Roma, per una volta, lasciate perdere i ruderi, le macerie, la storia, la “memoria” di cui la nostra splendida capitale è piena e proiettatevi per un attimo in questa nuova “dimensione”, un po’ più  periferica, dove il “paesaggio contemporaneo”, fatto di cemento ma realizzato con sensibilità “al femminile”,  può riservarvi considerazioni inaspettate.

MAXXI

Sito istituzionale : http://www.fondazionemaxxi.it/

Video : http://vimeo.com/12708450

Sito della progettista : http://www.zaha-hadid.com/

MACRO

Sito istituzionale : http://www.macro.roma.museum/

Video : http://vimeo.com/12146980

Sito della progettista : http://www.odbc-paris.com/web/

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Norman versus Maurizio (St. Moritz)


St. Moritz

Due architetti: uno, un’archistar internazionale (l’inventore dell’ High-Tech), l’altro, il numero due, che lavora esclusivamente in Engadina (quello che noi definiremmo un professionistone).

Il primo, Lord Norman Foster (Manchester, 1935), da illustre “turista residente”, autore di due dei più accattivanti e moderni edifici di St. Moritz : La residenza “Chesa Futura” e il complesso commerciale e residenziale del “Murezzan”. Due edifici dove il legno, è usato in maniera “altamente tecnologica” . Con la Chesa Futura ed il Murezzan, Foster ha imposto nuovi standard all’architettura alpina : un’intelligente scelta di materiali “storici” e naturali, la precisione nella lavorazione progettuale e nello sviluppo dei dettagli tecnologici, l’integrazione “spinta” nel contesto esistente e un linguaggio formale “innovativo” che deriva coerentemente da esigenze tecniche, ma non solo, anche dalla volontà di stupire.

Norman Foster – http://www.fosterandpartners.com/Practice/Default.aspx

Il secondo, da “vero residente”, invece ha costruito alcune abitazioni a Maloja; si chiama Renato Maurizio ed è un architetto di montagna, oltre che acquerellista molto apprezzato. Il suo paese di nascita è un paesino della Val Bregaglia, Casaccia (nel 1949) e svolge la sua professione di architetto a Maloja . L’attività a cui si applica ormai da molti anni, non si localizza mai fuori dall’Engadina, fatto che lo ha fatto diventare un architetto “locale” poco conosciuto all’estero. I progetti e le realizzazioni di Renato Maurizio, soprattutto, sono impostati secondo un principio di legame “intimo” con la tradizione locale, ma con uno sguardo attento alla cultura architettonica moderna e senza mai rassegnarsi al “regionalismo”. I suoi edifici indicano una via “possibile” per rimettere in armonia artificio e natura, paesaggio antropizzato e paesaggio naturale.

Renato Maurizio – http://www.swiss-architects.com/it/maurizio/de/

Due architetti molto diversi tra loro, che interpretano il Genius loci architettonico e tecnologico della valle che da Chiavenna (Italia) porta a St. Moritz (Svizzera) in maniere molto diverse. Due progettisti di edifici ad alto contenuto di eco-sostenibilità, sia architettonica che impiantistica. Due professionisti che hanno del paesaggio antropizzato di questi luoghi ameni, due idee molto diverse, che però ci prospettano scenari futuri nel solco della modernità, senza “piegarsi” a inutili e “storicistiche” salvaguardie paesaggistiche fine a sè stesse. Questa è la vera, unica “salvaguardia” possibile del paesaggio naturale ed antropico, proiettarlo, con rispetto e “conoscenza” nel futuro, senza cemento inutile e banale, ma anche senza rinunciare a quella che è la principale attività umana su questo pianeta.

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Chesa Futura” – 2004

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Murezzan” – 2007

Qui sotto alcune immagini dell’edificio residenziale di Renato Maurizio a Maloja “La Soldanella” – 2007

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Illuminazioni


“L’arte è un’esperienza unica ed illuminante”, da qui il termine “Illuminazioni”, che caratterizza la 54 esima Esposizione Internazionale d’Arte, voluto dalla svizzera Bice Curiger, curatrice per questa mostra d’arte contemporanea biennale.

http://www.labiennale.org/it/arte/index.html

La cosa che appare più evidente nel percorrere, sia i padiglioni dei Giardini, che l’Arsenale, è che la Biennale stà progressivamente dilatandosi, esondando, nella città di Venezia. La mappa di “Illuminazioni” è emblematica in tal senso, centinaia sono gli appuntamenti sparsi un po’ovunque. Inoltre la “massa” di opere, obbliga gli “avventori” ad un vero e proprio “tour de force” fisico e psichico, ormai per apprezzare con un minimo di serietà l’esposizione, è necessario almeno un fine settimana.

Un altro tema che con questa 54 esima mostra, sembra ormai emergere in maniera definitiva, è il limite ormai fragilissimo che separa le varie discipline dell’arte contemporanea : pittura, scultura, fotografia, teatro, cinema, ecc.. L’arte contemporanea ormai vive esclusivamente di contaminazioni, di ibridazioni, e questa constatazione è ormai un fatto irreversibile. Soprattutto la scultura ha stabilito, ormai da anni una liaison dangerous “stabile” con l’architettura. E questa 54 esima Biennale d’arte, sembra sancire questo patto indissolubile. Mi viene in mente, quella bellissima e stupefacente mostra tenutasi al Museo Beyeler di Basilea, qualche anno fa (tra il 2004ed il 2005), dal titolo “Archisculpture”; lì si declinava, in senso storico, questa continua e perniciosa relazione tra architettura e scultura. In quella “illuminante” mostra sembrava ancora possibile un apporto disciplinare separato, di reciproco arricchimento. Invece qui a Venezia, oggi, gli architetti fanno gli scultori, come gli scultori fanno gli architetti, senza nessuna differenza, a volte persino ignorandosi l’un, l’altro. E’ questo un fatto gravissimo, che nel tempo, impoverirà necessariamente ambedue le discipline.

Scrive Bice Curiger: ” Si è cercato di stabilire (ndr. nella mostra) un ritmo, come nella poesia; ma anche di creare incontri inaspettati tra opere e artisti provenienti da orizzonti culturali diversi e che lavorano secondo criteri differenti. Siamo infatti convinti che il mondo dell’arte non è solo una colonia di individui che agiscono soli : è soprattutto una comunità d’intenti”.

Tantissimi giovani a questa 54 esima Biennale arte di Venezia. Moltissimi visitatori stranieri, anche in una giornata feriale in mezzo alla settimana, come quando ci sono andato io. Sarà aperta fino al 27 novembre 2011. Assolutamente da non mancare.

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Nabisco


Se andate a New York, non potete mancare di eseguire questa gita, che oltre ad essere di notevole importanza culturale, consente di apprezzare il paesaggio ameno della regione nord dello Stato di New York. E’ come eseguire uno “striscio”, una “sezione” del rapporto tra la metropoli ed il suo retroterra. Con circa 90 minuti di treno partendo dalla Grand Central Station di New York, attraversando il quartiere di Harlem e costeggiando le rive del Fiume Hudson, si giunge a Beacon, dove è sorto da alcuni anni un nuovo “luogo” dell’arte contemporanea. Si tratta del museo DIA art foudation (Riggio Galleries – http://www.diabeacon.org/), che sorge in quelli che furono gli stabilimenti innovativi edificati nel 1929 dall’industria dolciaria Nabisco.

La progettazione della ristrutturazione del DIA di Beacon è stata affidata ad un’insolita associazione tra artisti ed architetti, Robert Irwin e Open Office Architects. Il primo è un bravo artista ambientale californiano; i secondi sono soprattutto dei designer, specializzati in ristrutturazioni. Il risultato è piacevole, molto elegante e per nulla stucchevole. Nell’elegante ed immensa  struttura industriale in mattoni (30.000 mq.), realizzata in ferro, cemento e vetro, che di fatto si trova in piena campagna, gli interni sono magicamente illuminati da una serie impressionante di lucernari, qui sono accolte opere di numerosi artisti europei ed americani che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea. Concettuali, Minimalisti, Post-minimalisti trovano qui il loro luogo ideale di collocazione. Si tratta di opere realizzate a partire dagli anni sessanta fino alla contemporaneità. Una specie di cimitero dell’arte “fuori formato”. Il rigore formale, la serialità, la geometria e la modularità sono gli elementi che ricorrono spesso in questa collezione permanente, unica al mondo per la selezione “curata ed attenta” delle opere. Ogni ambito è dedicato ad un singolo autore. Si tratta di “stanze enormi”, in grado di contenere anche “pezzi” di dimensioni ragguardevoli, spesso collocate lì per sempre, come in un grande “deposito visitabile”. Sono presenti, tra gli altri, Joseph Beuys, Louise Bourgeois, Walter De Maria, Dan Flavin, Robert Irwin, Donald Judd, Sol LeWitt, Bruce Nauman, Gerhard Richter, Richard Serra, Robert Smithson. L’esterno dell’edificio, riserva una serie di sorprese, allo stabilimento della fine degli anni ’20, si antepone il giardino, vera e propria opera di paesaggio, che media con l’intorno; giardino spesso ribassato in alcune parti e progettato da Robert Irwin.

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Boeriexpo


Concept Expo 2015 – Progetto Herzog/Boeri 2009

La partita per Expo 2015, probabilmente è già stata decisa, e Stefano Boeri, non è concorde con le scelte progettuali e tematiche, che sono state attuate. Oggi, 27 ottobre 2011 (Milano, Palazzo Castiglioni in Corso Venezia 47/49) al convegno “Expo 2015 e Lombardia” è stata l’occasione per il neo Assessore alla Cultura e per Expo 2015 della Giunta Pisapia, nonché architetto, per ribadire il proprio punto di vista. Ha dichiarato : “Ora che l’Expo ha preso una sua strada progettuale che non condivido, bisogna lavorare da qui al 2015 per rendere credibili e conosciuti i temi di Expo 2015 ”.

L’espressione del suo volto, oggi, testimoniava chiaramente del suo imbarazzo a parlare, come ha fatto con la solita franchezza che lo contraddistingue, di alcuni aspetti “delicati” inerenti anche il tema stesso della manifestazione. Ed ha continuato precisando, che bisogna sfruttare questo evento, dato che in qualunque caso focalizzerà l’attenzione mondiale sulla città di Milano e sul tema dell’alimentazione “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, per raccontare le trasformazioni che la città dovrà attuare per instaurare un nuovo rapporto tra tessuto edilizio e territorio agricolo, puntando su tre punti: 1) enogastronomia, 2) energie rinnovabili, 3) filiera alimentare. Quindi partire subito per generare sul territorio milanese e lombardo, una vera e propria trasformazione socio-culturale, della maniera di produrre e di consumare. Milano, da oggi sino ad arrivare all’Expo 2015, deve diventare un luogo di eventi, di proposte innovative, di ricerca, di conservazione della biodiversità, di studi sul paesaggio agricolo. E tutto ciò dovrà avvenire con eventi che si realizzeranno sul territorio, per rendere credibile e stimolante il tema che Expo 2015 si è data. Bisogna mostrare a tutti una città che cambia, aprendosi al Mondo. Si potrà attuare questa “rivoluzione” partendo dalla piccola e media impresa, perché è lì che si concentrano le attività nel campo agro-alimentare e nell’enogastronomia. Bisogna dare, al Mondo, una nuova idea di paesaggio puntando tutto sull’universo agricolo.

Ed ancora : “Purtroppo il progetto, il nuovo masterplan di Expo 2015, presentato ieri a Cernobbio (International Participants Meeting.) è molto lontano da quello di due anni fa”, ci saranno tre livelli di partecipazione: i paesi che realizzeranno autonomamente i padiglioni, quelli che li realizzeranno appoggiandosi alla struttura tecnica di Expo 2015, infine quelli che (essendo piccoli e con poche risorse) si collocheranno in una specie di “cluster tematici” (caffè, riso, ecc.) disegnati da Dante Ferretti, scenografo, vincitore di un premio Oscar. Inoltre per attuare il masterplan, non si parla più di concorsi di idee sui singoli progetti, e su ciò bisogna attivarsi, vigilare, come ordini professionali, per cercare di difendere questa opzione. Invece, ha dichiarato Stefano Boeri, il dopo Expo 2015 è una questione molto controversa, di certo si sa che sarà gestito da una società Arexpo con a capo (maggioranza di azionariato) i comuni di Milano e Rho. Per Boeri, l’area deve diventare, dopo il 2015, un centro internazionale di studi e ricerca nel campo agro-alimentare, con università e centri di innovazione, ed anche un grande orto botanico. Un luogo della conoscenza alimentare in un mondo dove 4,5 miliardi di persone sono scarsamente alimentate, a scapito di 1,5 miliardi di persone che invece soffrono di obesità, sovra-alimentazione e problemi di salute conseguenti. Ha chiuso il suo intervento dichiarando che dobbiamo tenere ben presente che l’Italia è conosciuta al mondo proprio per la sua qualità nella produzione di alimenti unici; un mondo dove vi sono nazioni in cui Carlin Petrini (inventore di Slow-Food) è molto più conosciuto di Giorgio Armani, quindi Expo 2015 ed il suo tema devono farsi forza innanzitutto di questo.

Un intervento lucido, quasi programmatico, quello di Boeri; un intervento progettuale che ha tracciato un percorso, molto intelligente ed interessante. Un percorso che di fatto, in sintesi,  ci dice: se la partita sul masterplan di Expo è persa, si tratta semplicemente di una “battaglia”, almeno sino al 2015 bisogna attuare un cambiamento socio-culturale della città di Milano, del suo territorio e soprattutto dei cittadini. Saranno poi queste nuove opzioni (biodiversita, rapporto città-agricoltura, innovazione alimentare, paesaggio, ecc.) ad evitare che le aree di Expo, diventino luoghi di speculazione edilizia. Progetto ambizioso, colto, come tutti i grandi progetti, ma reale, fattibile………e soprattutto molto condivisibile!

http://video.repubblica.it/edizione/milano/il-viaggio-virtuale-a-expo-2015/79281?videoAddio

Video del masterplan presentato a Cernobbio

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Resilienza


http://www.biblioteca.wwf.it/enciclopedia/detta_enciclo.php?id=214

Cosa è la resilienza nell’architettura, nell’edilizia, nel paesaggio? Una risposta possibile, la devo agli “stimoli” dati dai link di un’amica di rete (che ovviamente non conosco di persona), e potrebbe essere questa.

Il “Sistema di Terra” è complesso, fragile e resistente contemporaneamente. Ci sono molti aspetti che noi non capiamo ancora, ma per millenni abbiamo “usato” questo “sistema  in maniera esasperata e speculativa.  Ciononostante, noi siamo la prima generazione con la consapevolezza dei rischi globali e nuovi che stà affrontando l’umanità.

Noi constatiamo quotidianamente l’evidenza che il nostro progresso, su questo pianeta, gestito quale  specie dominante, è avvenuto troppo rapidamente e ad un prezzo molto alto. Modelli insostenibili di produzione, di occupazione del suolo, di consumo, e di crescita della popolazione, stanno sfidando l’elasticità e la resilienza ecologica e biologica del pianeta per sostenere le attività umane.

Ecco, in tal senso, attività umane, come l’architettura (l’edilizia nel suo complesso) e la gestione del paesaggio, (infrastrutture comprese), essendo tra le principali in cui si “diletta” la specie umana da millenni, possono essere proprio la base di partenza per “stimolare” e “rivitalizzare” quella resilienza che deve essere alla base di una ripartenza qualitativa. Ovviamente dobbiamo dimenticarci la “crescita infinita”, il dominio della quantità sulla qualità e procedere nel senso di una “decrescita consapevole”, che ovviamente non vuol dire “fermarsi”. Si tratta di procedere in un progressivo e consapevole, nonché condiviso, rallentamento di tutta la società mondiale, con una “focalizzazione” verso obbiettivi di sostenibilità diffusa, ad alta qualità di vita e di utilizzo del tempo.  Intendo anche con ciò, la necessità ormai impellente, soprattutto del “Mondo Occidentale”, dove la crisi del settore edile e della gestione del paesaggio, stà con ciclica frenesia “esplodendo”, di riorganizzare positivamente l’intero settore verso una maggiore sensibilità alle opportunità positive che le nuove tecnologie, l’ecosostenibilità, offrono. Si tratta di avere un rapporto nuovo con il territorio, con il paesaggio, passare da una logica di continua cementificazione sistematica, ad una logica di salvaguardia del terreno agricolo fertile. Prediligere la riqualificazione o la sostituzione del tessuto edilizio esistente, addirittura riducendolo, laddove possibile. Come scrive Jeremy Rifkin  nel suo bel saggio “La terza rivoluzione industriale” (ed. Mondadori, 2011) : “La via verso un futuro più equo e sostenibile, sarà una nuova rivoluzione, dove centinaia di milioni di persone in tutto il mondo produrranno energia verde a casa, negli uffici e nelle fabbriche, e la condivideranno con gli altri, proprio come adesso condividono informazioni tramite Internet. Questo nuovo regime energetico, non più centralizzato e gerarchico ma distribuito e collaborativo, segnerà il passaggio dalla globalizzazione alla continentalizzazione, al locale”. Quindi: decrescita consapevole, eco-sostenibilità diffusa, riduzione del consumo di territorio, per stimolare la resilienza, questi i segreti ed anche gli unici possibili campi di azione nell’architettura e nella gestione del paesaggio, per stimolare, la capacità dell’ecosistema “Pianeta Terra” di auto-ripararsi. Potrebbe anche essere il mezzo per dare nuovo slancio motivazionale alla esistenza e perfino a raggiungere nuove e fino ad ora non affrontate mete importanti.

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