Ricerca

costruttoridifuturo

Builders of the future

Autore

Dasir

…….tre (paesaggi | scenari)


Tra la sera del 29 ottobre e la notte tra il 31 ed il 1 di novembre, mi sono letto “avidamente”, un libro che ho dovuto prenotare alla libreria, perché ormai introvabile. Il libro in oggetto si intitola “In questo progresso scorsoio” (Garzanti – Le forme – 2009) ed è una lunga conversazione di Andrea Zanzotto con Marzio Breda. Ne riporto qui alcuni brani.

1) “Scompaiono le biodiversità e non sappiamo nemmeno se si possa più parlare di natura, visto che la natura è sterilizzata dalla chimica, plastificata e che persino le colline vengono spostate dai bulldozer e ricostruite in favore di sole per ottimizzare i raccolti dei vigneti. Siamo immersi in una tensione continua, che spinge a uno sviluppo cannibalistico, vorace. Un affanno a costruire che ci mangia la terra sotto i piedi, letteralmente. L’effetto è la devastazione e lo spaesamento universale….”

2) “Mi pare che per molti aspetti sia sempre l’Italia secentesca raccontata dal Manzoni nei Promessi sposi, il nostro vero libro etnico e purtroppo ancora futuribile. E non vedo significative differenze tra la Prima e la Seconda Repubblica di una nazione che non ha mai avuto una vera religione civile, un ethos comune. Il nostro era e resta un banalissimo e torvo teatrino (nonostante la storia letteraria abbia sempre tenuto in campo l’idea di un’unità del paese, fin dal Medioevo), con una classe dirigente che si è autosqualficata facendo collassate le stesse strutture dello stato, per il prevalere di una corruzione che ha coinvolto interi ceti, di una classe che ha di fatto osteggiato l’opera di veri e propri eroi lasciati soli contro i pidocchi mafiosi, che anzi vennero distribuiti a metastasi in tutte le regioni. E’ un paese dominato da una volgarità fatua e rissosa (sostenuta da una certa devastante tv), inserito senza troppa coerenza e convinzione tra l’Europa invecchiante e le esplosioni demografiche vicine. Come dire che siamo sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma, mentre intorno a noi enormi mutamenti sono in corso e scienza e tecnica ne trascinano il gioco, a loro volta giocate dai tortuosi e occulti poteri economici.”

3) “ Basta leggere quel bellissimo libro che è Gli ultimi giorni di Gautama Buddha, dove dove è rappresentato il senso della tranquillità di fronte a qualsiasi cosa, anche la più avversa, perché altrimenti il processo di liberazione non può verificarsi. E’ la storia di Buddha che, quando arriva agli ottant’anni, parte con un suo assistente e va in giro a mendicare, in obbedienza al proprio precetto di non possedere nulla. Arrivato da un Re, che naturalmente conosceva la sua predicazione spirituale, e subito accolto e ospitato, a un certo momento Buddha si rende conto che i funghi che gli hanno servito sono velenosi, ma continua a mangiarli finchè muore. Forse pensa, fedele alla sua stessa dottrina, che non deve ricambiare il male con il male…Di fatto, così sospeso tra estrema indulgenza ed estremo ascetismo, sceglie di morire. E anche questo epilogo mi pare mantenga il punto interrogativo se il suo insegnamento si configuri più come filosofia che come una religione.”

Cosa vuol dire oggi paesaggio italiano nell’epoca della cultura 2.0/3.0, della società della rete, sempre connessa. Me lo sono chiesto guardando una persona che conosco, ad un convegno sul paesaggio, che si affannava, con metodologie, anche di rete, a trovare connessioni, tra le persone, tra le tendenze, tra i movimenti. Una cosa impossibile, soprattutto quando al centro c’è il paesaggio, che in Italia, per definizione è  vario, multiforme e quindi frammentato, polverizzato. Come lo sono anche gli abitanti, le genti. Ciò che vale in un luogo, cento metri più in là perde valore, importanza e subentrano nuove categorie. L’Italia non hai mai un unico Genius Loci, sovrapponibile ovunque, ma migliaia, milioni di situazioni locali estremamente diversificate. Probabilmente il paesaggio, nella testa degli italiani, vuol dire contrasti, tensioni, contraddizioni, preservazione di una identità locale, frammentazioni. Vuol dire, soprattutto, che non esiste un’idea comune di paesaggio, ma molte idee di paesaggio; probabilmente paesaggi plurimi. Ciò è ancora più evidente con le nuove generazioni. Infatti le nuove generazioni, che si occupano di paesaggio, le  potremmo definire “critiche”, hanno caratteristiche di estrema introversione, ma sono decise, chiare nei loro intenti ed estremamente critiche nei confronti di qualunque lettura consolidata e “ferma” del paesaggio. Sanno di essere minoritarie, ma in continua crescita. Queste generazioni, che nel complesso potremmo definire come Nuova Generazione Critica, di fatto si antepongono alla generazione critica del sessantotto, che è invece anziana, impotente avendo “ucciso” proprio per frammentazione ed incapacità di unificazione, il movimento politico dei Verdi, che invece in Europa è ormai una realtà consolidata, anche di governo, soprattutto in Germania. La generazione critica del sessantotto è incapace di leggere proprio questa nuova tendenza generazionale, muovendosi, quando ha a che fare con il paesaggio, con categorie “canoniche” consolidate, non adatte a costruire un dialogo. Invece con questa “Nuova Generazione Critica” non bisogna semplificare, cercando per forza una unitarietà, ma bisogna, invece, saper gestire la complessità della frammentazione, in maniera dinamica, colta, direi “fluida”, con forti contenuti anche autocritici. Bisogna sviluppare una comunicazione (anche in rete) e degli eventi, con forti caratteristiche innovative,  senza sensazionalismi o troppo ricchi di “memoria”, oppure eccessiva “eleganza”, ma con forti caratteristiche “virali”, e “trasgressione”. Comunicazione ed eventi che soprattutto siano sui fatti…… e nei fatti e consentano alla gente di raccontarsi, piuttosto che cercare di interpretarla.


Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

La Nuvola (Gratis)


Oggi, avendo poco o nulla da fare, a causa di una crisi del settore edilizio, che sta “mordendo sempre di più” (i pagamenti delle fatture sono passati in tre mesi, da 60 giorni a 180 giorni!) , ci siamo messi, in studio, a valutare alcune offerte “free” in rete, in merito al cloud computing. Dato che sarebbe un bel vantaggio condividere in rete file ed in parte il lavoro di disegno e di controllo. Da alcune settimane Google Chrome, ci stimolava a visionare le App del suo Web Store. E così abbiamo fatto. A parte il fatto che in questo negozio virtuale, a farla da padroni sono i giochi in rete : Angry Birds, Plants Zombies, Cargo Bridge, ecc., però da alcune settimane anche le applicazioni per gestire meglio la posta elettronica ed i social network, nonchè quelle per il lavoro, stanno acquisendo sempre più credibilità. Tra queste, oggi abbiamo provato Autocad WS. Dal Web Store di Chrome, una volta creato un account, ti scarichi gratuitamente (free)  la tua App, che poi ti appare, insieme alle altre, nella videata del browser (Chrome), a fianco dei siti più visitati. Quindi puoi aprire il programma, che ovviamente è in remoto, per l’appunto in Cloud Computing (o Nuvola che dir si voglia).

La videata di Autocad WS

E’ un programma strepitoso, Autocad WS, che ti consente di lavorare in rete, in gruppo, condividendo lo stesso disegno, chattando per passarsi informazioni e suggerimenti. Insomma una nuova dimensione del nostro lavoro di architetti. Immaginate, tre persone, che si “incontrano” nella “Nuvola” e lavorano, disegnano e discutono di un progetto di architettura che stanno realizzando assieme; uno di questi “inusuali” progettisti, magari stà in un parco, dove wi-fi accede ad una rete pubblica ADSL, l’altro stà comodamente a casa, un altro ancora (più tradizionale) stà in ufficio.  Ovviamente all’inizio bisogna caricare un file, in quanto per ora (il programma è di Autodesk) non è possibile generare direttamente un file nuovo. Poi tutto funziona come in un Autocad normale, tutti i comandi sono semplificati, ed alla fine delle attività progettuali è possibile salvare il file in rete, nella “Nuvola”. E’ possibile anche farne, del file,  un PDF, caricare immagini, inserire un CTB di stampa. Per ora tutto solamente in 2D, ma è già tantissimo. Inoltre, sempre nel Web Store di Chrome puoi scaricarti un App gratuita per scrivere relazioni o testi sempre in condivisione e nella “Nuvola”. Il tutto (Autocad WS e Testi) ha anche apposite App per funzionare sia sui tablet che sugli smartphone. Se poi a tali strumenti si aggiunge la possibilità di un dialogo, “vis à vis”, via Skype, anche le riunioni di coordinamento appaiono come una cosa antelucana. Inoltre i file in PDF (di disegno e di scritto) che abbiamo generato, li possiamo inviare a mezzo di posta elettronica ad un service, che li stampa e li recapita dove si vuole.  La sensazione è che in un futuro molto prossimo, lo studio tradizionale, l’ufficio, statico e costoso, sia definitivamente “morto”, in favore di un telelavoro, dove ognuno sceglie quando erogare la propria prestazione (magari di notte o a frammenti), condividendo solo riunioni operative in rete, nella “Nuvola”. A predominare è il cronoprogramma, la consegna finale, magari con step intermedi. Meraviglioso e tutto gratuito !!!! ????

https://chrome.google.com/webstore/detail/dcjeclnkejmbepoibfnamioojinoopln

Avrò 52 anni, tra pochi mesi, se penso che ho iniziato a lavorare a 19 anni (nel 1979) come disegnatore, sulla carta da lucido, con la china, lasciando su quei fogli sudore, ma anche abilità e tempo, tanto tempo, a  tracciare linee coerenti ed esteticamente gradevoli. Se penso che anche solamente scegliere la grammatura della carta da lucido era un’arte sopraffina ed ognuno aveva il proprio “stile” e le proprie “manie”. Se penso che nello studio in cui ho iniziato a lavorare, che era “piccolo”, eravamo in quindici persone (c’era chi iniziava squadrando solamente fogli, chi faceva i sottomano a matita, chi disegnava dettagli, ecc.), oggi nel mio studio siamo in tre e “movimentiamo” gli stessi quantitativi di lavoro d’allora. Posso, quindi, tranquillamente dichiarare che il lavoro del “fare architettura” è profondamente cambiato in questi ultimi 30 anni, in meglio o in peggio, non so, certamente è definitivamente cambiato il modello sociale ed economico legato a questo tipo di lavoro, che da manuale si è definitivamente trasformato in virtuale. Rimpianti, assolutamente nessuno, è semplicemente la logica conseguenza dell’evoluzione sociale e tecnologica; anche se poi gli edifici, ancora oggi, è necessario che qualcuno li costruisca “realmente” in maniera fisica………. come allora.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Norman versus Maurizio (St. Moritz)


St. Moritz

Due architetti: uno, un’archistar internazionale (l’inventore dell’ High-Tech), l’altro, il numero due, che lavora esclusivamente in Engadina (quello che noi definiremmo un professionistone).

Il primo, Lord Norman Foster (Manchester, 1935), da illustre “turista residente”, autore di due dei più accattivanti e moderni edifici di St. Moritz : La residenza “Chesa Futura” e il complesso commerciale e residenziale del “Murezzan”. Due edifici dove il legno, è usato in maniera “altamente tecnologica” . Con la Chesa Futura ed il Murezzan, Foster ha imposto nuovi standard all’architettura alpina : un’intelligente scelta di materiali “storici” e naturali, la precisione nella lavorazione progettuale e nello sviluppo dei dettagli tecnologici, l’integrazione “spinta” nel contesto esistente e un linguaggio formale “innovativo” che deriva coerentemente da esigenze tecniche, ma non solo, anche dalla volontà di stupire.

Norman Foster – http://www.fosterandpartners.com/Practice/Default.aspx

Il secondo, da “vero residente”, invece ha costruito alcune abitazioni a Maloja; si chiama Renato Maurizio ed è un architetto di montagna, oltre che acquerellista molto apprezzato. Il suo paese di nascita è un paesino della Val Bregaglia, Casaccia (nel 1949) e svolge la sua professione di architetto a Maloja . L’attività a cui si applica ormai da molti anni, non si localizza mai fuori dall’Engadina, fatto che lo ha fatto diventare un architetto “locale” poco conosciuto all’estero. I progetti e le realizzazioni di Renato Maurizio, soprattutto, sono impostati secondo un principio di legame “intimo” con la tradizione locale, ma con uno sguardo attento alla cultura architettonica moderna e senza mai rassegnarsi al “regionalismo”. I suoi edifici indicano una via “possibile” per rimettere in armonia artificio e natura, paesaggio antropizzato e paesaggio naturale.

Renato Maurizio – http://www.swiss-architects.com/it/maurizio/de/

Due architetti molto diversi tra loro, che interpretano il Genius loci architettonico e tecnologico della valle che da Chiavenna (Italia) porta a St. Moritz (Svizzera) in maniere molto diverse. Due progettisti di edifici ad alto contenuto di eco-sostenibilità, sia architettonica che impiantistica. Due professionisti che hanno del paesaggio antropizzato di questi luoghi ameni, due idee molto diverse, che però ci prospettano scenari futuri nel solco della modernità, senza “piegarsi” a inutili e “storicistiche” salvaguardie paesaggistiche fine a sè stesse. Questa è la vera, unica “salvaguardia” possibile del paesaggio naturale ed antropico, proiettarlo, con rispetto e “conoscenza” nel futuro, senza cemento inutile e banale, ma anche senza rinunciare a quella che è la principale attività umana su questo pianeta.

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Chesa Futura” – 2004

Qui sotto alcune immagini dell’edificio di Norman Foster a St. Moritz “Murezzan” – 2007

Qui sotto alcune immagini dell’edificio residenziale di Renato Maurizio a Maloja “La Soldanella” – 2007

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Illuminazioni


“L’arte è un’esperienza unica ed illuminante”, da qui il termine “Illuminazioni”, che caratterizza la 54 esima Esposizione Internazionale d’Arte, voluto dalla svizzera Bice Curiger, curatrice per questa mostra d’arte contemporanea biennale.

http://www.labiennale.org/it/arte/index.html

La cosa che appare più evidente nel percorrere, sia i padiglioni dei Giardini, che l’Arsenale, è che la Biennale stà progressivamente dilatandosi, esondando, nella città di Venezia. La mappa di “Illuminazioni” è emblematica in tal senso, centinaia sono gli appuntamenti sparsi un po’ovunque. Inoltre la “massa” di opere, obbliga gli “avventori” ad un vero e proprio “tour de force” fisico e psichico, ormai per apprezzare con un minimo di serietà l’esposizione, è necessario almeno un fine settimana.

Un altro tema che con questa 54 esima mostra, sembra ormai emergere in maniera definitiva, è il limite ormai fragilissimo che separa le varie discipline dell’arte contemporanea : pittura, scultura, fotografia, teatro, cinema, ecc.. L’arte contemporanea ormai vive esclusivamente di contaminazioni, di ibridazioni, e questa constatazione è ormai un fatto irreversibile. Soprattutto la scultura ha stabilito, ormai da anni una liaison dangerous “stabile” con l’architettura. E questa 54 esima Biennale d’arte, sembra sancire questo patto indissolubile. Mi viene in mente, quella bellissima e stupefacente mostra tenutasi al Museo Beyeler di Basilea, qualche anno fa (tra il 2004ed il 2005), dal titolo “Archisculpture”; lì si declinava, in senso storico, questa continua e perniciosa relazione tra architettura e scultura. In quella “illuminante” mostra sembrava ancora possibile un apporto disciplinare separato, di reciproco arricchimento. Invece qui a Venezia, oggi, gli architetti fanno gli scultori, come gli scultori fanno gli architetti, senza nessuna differenza, a volte persino ignorandosi l’un, l’altro. E’ questo un fatto gravissimo, che nel tempo, impoverirà necessariamente ambedue le discipline.

Scrive Bice Curiger: ” Si è cercato di stabilire (ndr. nella mostra) un ritmo, come nella poesia; ma anche di creare incontri inaspettati tra opere e artisti provenienti da orizzonti culturali diversi e che lavorano secondo criteri differenti. Siamo infatti convinti che il mondo dell’arte non è solo una colonia di individui che agiscono soli : è soprattutto una comunità d’intenti”.

Tantissimi giovani a questa 54 esima Biennale arte di Venezia. Moltissimi visitatori stranieri, anche in una giornata feriale in mezzo alla settimana, come quando ci sono andato io. Sarà aperta fino al 27 novembre 2011. Assolutamente da non mancare.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Uno, due ………..


UNO – Oggi, 29 ottobre 2011, ho partecipato con alcuni amici, fino alle 14,00 al Forum Nazionale “Salviamo il Paesaggio, difendiamo i territori”, che si teneva a Cassinetta di Lugagnano, da mane a sera, con il tentativo di completare l’elaborazione di una proposta di Legge di iniziativa popolare concernente : “Principi e azioni per la tutela, il governo e la pianificazione pubblica del territorio per la salvaguardia dei suoli liberi e del paesaggio”

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=647

Vista la quantità degli iscritti, la manifestazione si teneva nel parco “De Andre”, dove un comodo emiciclo, consentiva ai partecipanti di confrontarsi sul tema, ognuno portando la propria esperienza. Tra i partecipanti: Giulia Crespi (ex presidente del FAI), Stefano Boeri (assessore alla cultura ed expo 2015 del comune di Milano), Carlo Petrini (presidente Slow Food), Pietro Raitano (Altreconomia), Domenico Finiguerra (Sindaco di Cassinetta di Lugagnano), Luca Fioretti (presidente dell’Associazione Comuni Virtuosi), Vittoria Brancaccio (presidente Agriturist), Paolo Carsetti (Forum Movimenti Acqua), ecc..

Tanta partecipazione (oltre 500 persone), tante idee, tante testimonianze interessanti sul paesaggio e la sua tutela. Tantissimi architetti lì per riciclarsi? Chissà. Molta voglia di fare, di agire, di contrastare uno scempio che stà sotto gli occhi di tutti. Ma, invece, le cose che a me sono sembrate più evidenti sono state : 1) innanzitutto la dominanza del colore grigio dei capelli dei partecipanti, infatti l’età media probabilmente era molto, molto alta; viene quindi ovvio chiedersi se un movimento così vetusto può costruire il futuro; 2) come mai i giovani sono poco sensibili, refrattari ad un tale messaggio; 3) la bellezza del luogo, la sua amena eccezionalità, chissà come mai questo tipo di manifestazioni non si fanno là dove il paesaggio viene devastato, villipeso, alla Bovisa di Milano, piuttosto che al Corviale a Roma.

Ecco forse la risposta potrebbe essere questa, al Forum hanno partecipato pochi giovani, perché il nostro è soprattutto un paese di vecchi, i quali hanno costruito un evento a “loro uso e consumo”, nel posto giusto, bello, ricco di memoria, con il cibo giusto  del “Mercato della Terra”. Un evento “Slow”, di anziani delusi dal movimento ecologista, dalla sinistra, dai verdi, che ora si rifugiano nella grande “arca del paesaggio”. Renzi direbbe il cimitero dei “Dinosauri”. Infatti l’unico episodio di palese “frizione” è stato elaborato da un giovane di “terratrema” (http://www.laterratrema.org/) che ha contestato Petrini proprio sul fatto di essere ora contro Expo 2015, pur essendo uno degli ispiratori iniziali del progetto. Fatto opinabile, ma perfettamente contestualizzabile nella complessità della visione che hanno oggi i giovani, del termine “paesaggio”. Questione per nulla, nemmeno sondata dai “soloni” oggi lì presenti, che procedono indefessi, anche nel testo di “Proposta di Legge popolare”, con le solite categorie canoniche.

DUE – Oggi, 29 ottobre 2011, ho partecipato, alle 15,30 con due amici (di cui uno con un cane), all’inizio delle piantumazioni, nel “Parco della Balossa”, che è un PLIS (Parco Locale di Interesse Sovracomunale), voluto dai comuni di Cormano e di Novate Milanese. Un progetto coraggioso, un parco agricolo “fragile”, in una delle aree più inquinate e cementificate d’Europa, a salvaguardia di un ultimo frammento di paesaggio agricolo lombardo dell’area nord di Milano.

http://www.comune.cormano.mi.it/news/news_dettaglio.asp?id=1475&gruppo=Ecologia&id_gruppo=6

Buona partecipazione, tantissime giovani famiglie (quì, quasi nessun capello grigio), con i figli, a compiere un atto, piantare un albero o un arbusto, che “parla del paesaggio” più di qualunque altra cosa. Perché parla al cuore, più che alla testa. Ricordo, quando ragazzino, andai a piantare, proprio come hanno fatto oggi alla Balossa, giovani piante nell’allora nascente Parco Nord. Oggi, molti di quegli alberi, hanno più di 30 anni, ed hanno segnato la mia vita. Non a caso ho fatto l’architetto e non a caso, mi sono occupato di paesaggio, acquisendo in merito un master. Sono anche presidente della commissione per il Paesaggio del comune di Novate Milanese. E sempre non a caso, da oltre due anni sono Guardia Ecologica Volontaria (GEV – http://www.parconord.milano.it/servizio-volontario-di-vigilanza-ecologica) del Parco Nord. E domani sarò lì al Parco, insieme a tanti colleghi, a tutelare quelle piante che ho contribuito a piantare tanti anni fa, ed a divulgare una “cura” per il paesaggio che non può essere scritta con le leggi. Ecco forse, oggi, in merito a salvare il paesaggio e difendere i territori per il futuro, lo si è fatto più alla Balossa, che a Cassinetta di Lugagnano. E forse sarebbe il caso che Forum di questo tipo, seppur molto interessanti ed importanti, avvengano in contesti, meno ameni, direttamente sul “fronte” (ad incontrare coloro che saranno i veri fruitori di leggi di salvaguardia), magari proprio mentre si “costruisce” il paesaggio e lo si “fissa” in maniera indelebile nella memoria futura delle persone, più o meno giovani.


Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate


Nabisco


Se andate a New York, non potete mancare di eseguire questa gita, che oltre ad essere di notevole importanza culturale, consente di apprezzare il paesaggio ameno della regione nord dello Stato di New York. E’ come eseguire uno “striscio”, una “sezione” del rapporto tra la metropoli ed il suo retroterra. Con circa 90 minuti di treno partendo dalla Grand Central Station di New York, attraversando il quartiere di Harlem e costeggiando le rive del Fiume Hudson, si giunge a Beacon, dove è sorto da alcuni anni un nuovo “luogo” dell’arte contemporanea. Si tratta del museo DIA art foudation (Riggio Galleries – http://www.diabeacon.org/), che sorge in quelli che furono gli stabilimenti innovativi edificati nel 1929 dall’industria dolciaria Nabisco.

La progettazione della ristrutturazione del DIA di Beacon è stata affidata ad un’insolita associazione tra artisti ed architetti, Robert Irwin e Open Office Architects. Il primo è un bravo artista ambientale californiano; i secondi sono soprattutto dei designer, specializzati in ristrutturazioni. Il risultato è piacevole, molto elegante e per nulla stucchevole. Nell’elegante ed immensa  struttura industriale in mattoni (30.000 mq.), realizzata in ferro, cemento e vetro, che di fatto si trova in piena campagna, gli interni sono magicamente illuminati da una serie impressionante di lucernari, qui sono accolte opere di numerosi artisti europei ed americani che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea. Concettuali, Minimalisti, Post-minimalisti trovano qui il loro luogo ideale di collocazione. Si tratta di opere realizzate a partire dagli anni sessanta fino alla contemporaneità. Una specie di cimitero dell’arte “fuori formato”. Il rigore formale, la serialità, la geometria e la modularità sono gli elementi che ricorrono spesso in questa collezione permanente, unica al mondo per la selezione “curata ed attenta” delle opere. Ogni ambito è dedicato ad un singolo autore. Si tratta di “stanze enormi”, in grado di contenere anche “pezzi” di dimensioni ragguardevoli, spesso collocate lì per sempre, come in un grande “deposito visitabile”. Sono presenti, tra gli altri, Joseph Beuys, Louise Bourgeois, Walter De Maria, Dan Flavin, Robert Irwin, Donald Judd, Sol LeWitt, Bruce Nauman, Gerhard Richter, Richard Serra, Robert Smithson. L’esterno dell’edificio, riserva una serie di sorprese, allo stabilimento della fine degli anni ’20, si antepone il giardino, vera e propria opera di paesaggio, che media con l’intorno; giardino spesso ribassato in alcune parti e progettato da Robert Irwin.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Boeriexpo


Concept Expo 2015 – Progetto Herzog/Boeri 2009

La partita per Expo 2015, probabilmente è già stata decisa, e Stefano Boeri, non è concorde con le scelte progettuali e tematiche, che sono state attuate. Oggi, 27 ottobre 2011 (Milano, Palazzo Castiglioni in Corso Venezia 47/49) al convegno “Expo 2015 e Lombardia” è stata l’occasione per il neo Assessore alla Cultura e per Expo 2015 della Giunta Pisapia, nonché architetto, per ribadire il proprio punto di vista. Ha dichiarato : “Ora che l’Expo ha preso una sua strada progettuale che non condivido, bisogna lavorare da qui al 2015 per rendere credibili e conosciuti i temi di Expo 2015 ”.

L’espressione del suo volto, oggi, testimoniava chiaramente del suo imbarazzo a parlare, come ha fatto con la solita franchezza che lo contraddistingue, di alcuni aspetti “delicati” inerenti anche il tema stesso della manifestazione. Ed ha continuato precisando, che bisogna sfruttare questo evento, dato che in qualunque caso focalizzerà l’attenzione mondiale sulla città di Milano e sul tema dell’alimentazione “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, per raccontare le trasformazioni che la città dovrà attuare per instaurare un nuovo rapporto tra tessuto edilizio e territorio agricolo, puntando su tre punti: 1) enogastronomia, 2) energie rinnovabili, 3) filiera alimentare. Quindi partire subito per generare sul territorio milanese e lombardo, una vera e propria trasformazione socio-culturale, della maniera di produrre e di consumare. Milano, da oggi sino ad arrivare all’Expo 2015, deve diventare un luogo di eventi, di proposte innovative, di ricerca, di conservazione della biodiversità, di studi sul paesaggio agricolo. E tutto ciò dovrà avvenire con eventi che si realizzeranno sul territorio, per rendere credibile e stimolante il tema che Expo 2015 si è data. Bisogna mostrare a tutti una città che cambia, aprendosi al Mondo. Si potrà attuare questa “rivoluzione” partendo dalla piccola e media impresa, perché è lì che si concentrano le attività nel campo agro-alimentare e nell’enogastronomia. Bisogna dare, al Mondo, una nuova idea di paesaggio puntando tutto sull’universo agricolo.

Ed ancora : “Purtroppo il progetto, il nuovo masterplan di Expo 2015, presentato ieri a Cernobbio (International Participants Meeting.) è molto lontano da quello di due anni fa”, ci saranno tre livelli di partecipazione: i paesi che realizzeranno autonomamente i padiglioni, quelli che li realizzeranno appoggiandosi alla struttura tecnica di Expo 2015, infine quelli che (essendo piccoli e con poche risorse) si collocheranno in una specie di “cluster tematici” (caffè, riso, ecc.) disegnati da Dante Ferretti, scenografo, vincitore di un premio Oscar. Inoltre per attuare il masterplan, non si parla più di concorsi di idee sui singoli progetti, e su ciò bisogna attivarsi, vigilare, come ordini professionali, per cercare di difendere questa opzione. Invece, ha dichiarato Stefano Boeri, il dopo Expo 2015 è una questione molto controversa, di certo si sa che sarà gestito da una società Arexpo con a capo (maggioranza di azionariato) i comuni di Milano e Rho. Per Boeri, l’area deve diventare, dopo il 2015, un centro internazionale di studi e ricerca nel campo agro-alimentare, con università e centri di innovazione, ed anche un grande orto botanico. Un luogo della conoscenza alimentare in un mondo dove 4,5 miliardi di persone sono scarsamente alimentate, a scapito di 1,5 miliardi di persone che invece soffrono di obesità, sovra-alimentazione e problemi di salute conseguenti. Ha chiuso il suo intervento dichiarando che dobbiamo tenere ben presente che l’Italia è conosciuta al mondo proprio per la sua qualità nella produzione di alimenti unici; un mondo dove vi sono nazioni in cui Carlin Petrini (inventore di Slow-Food) è molto più conosciuto di Giorgio Armani, quindi Expo 2015 ed il suo tema devono farsi forza innanzitutto di questo.

Un intervento lucido, quasi programmatico, quello di Boeri; un intervento progettuale che ha tracciato un percorso, molto intelligente ed interessante. Un percorso che di fatto, in sintesi,  ci dice: se la partita sul masterplan di Expo è persa, si tratta semplicemente di una “battaglia”, almeno sino al 2015 bisogna attuare un cambiamento socio-culturale della città di Milano, del suo territorio e soprattutto dei cittadini. Saranno poi queste nuove opzioni (biodiversita, rapporto città-agricoltura, innovazione alimentare, paesaggio, ecc.) ad evitare che le aree di Expo, diventino luoghi di speculazione edilizia. Progetto ambizioso, colto, come tutti i grandi progetti, ma reale, fattibile………e soprattutto molto condivisibile!

http://video.repubblica.it/edizione/milano/il-viaggio-virtuale-a-expo-2015/79281?videoAddio

Video del masterplan presentato a Cernobbio

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Resilienza


http://www.biblioteca.wwf.it/enciclopedia/detta_enciclo.php?id=214

Cosa è la resilienza nell’architettura, nell’edilizia, nel paesaggio? Una risposta possibile, la devo agli “stimoli” dati dai link di un’amica di rete (che ovviamente non conosco di persona), e potrebbe essere questa.

Il “Sistema di Terra” è complesso, fragile e resistente contemporaneamente. Ci sono molti aspetti che noi non capiamo ancora, ma per millenni abbiamo “usato” questo “sistema  in maniera esasperata e speculativa.  Ciononostante, noi siamo la prima generazione con la consapevolezza dei rischi globali e nuovi che stà affrontando l’umanità.

Noi constatiamo quotidianamente l’evidenza che il nostro progresso, su questo pianeta, gestito quale  specie dominante, è avvenuto troppo rapidamente e ad un prezzo molto alto. Modelli insostenibili di produzione, di occupazione del suolo, di consumo, e di crescita della popolazione, stanno sfidando l’elasticità e la resilienza ecologica e biologica del pianeta per sostenere le attività umane.

Ecco, in tal senso, attività umane, come l’architettura (l’edilizia nel suo complesso) e la gestione del paesaggio, (infrastrutture comprese), essendo tra le principali in cui si “diletta” la specie umana da millenni, possono essere proprio la base di partenza per “stimolare” e “rivitalizzare” quella resilienza che deve essere alla base di una ripartenza qualitativa. Ovviamente dobbiamo dimenticarci la “crescita infinita”, il dominio della quantità sulla qualità e procedere nel senso di una “decrescita consapevole”, che ovviamente non vuol dire “fermarsi”. Si tratta di procedere in un progressivo e consapevole, nonché condiviso, rallentamento di tutta la società mondiale, con una “focalizzazione” verso obbiettivi di sostenibilità diffusa, ad alta qualità di vita e di utilizzo del tempo.  Intendo anche con ciò, la necessità ormai impellente, soprattutto del “Mondo Occidentale”, dove la crisi del settore edile e della gestione del paesaggio, stà con ciclica frenesia “esplodendo”, di riorganizzare positivamente l’intero settore verso una maggiore sensibilità alle opportunità positive che le nuove tecnologie, l’ecosostenibilità, offrono. Si tratta di avere un rapporto nuovo con il territorio, con il paesaggio, passare da una logica di continua cementificazione sistematica, ad una logica di salvaguardia del terreno agricolo fertile. Prediligere la riqualificazione o la sostituzione del tessuto edilizio esistente, addirittura riducendolo, laddove possibile. Come scrive Jeremy Rifkin  nel suo bel saggio “La terza rivoluzione industriale” (ed. Mondadori, 2011) : “La via verso un futuro più equo e sostenibile, sarà una nuova rivoluzione, dove centinaia di milioni di persone in tutto il mondo produrranno energia verde a casa, negli uffici e nelle fabbriche, e la condivideranno con gli altri, proprio come adesso condividono informazioni tramite Internet. Questo nuovo regime energetico, non più centralizzato e gerarchico ma distribuito e collaborativo, segnerà il passaggio dalla globalizzazione alla continentalizzazione, al locale”. Quindi: decrescita consapevole, eco-sostenibilità diffusa, riduzione del consumo di territorio, per stimolare la resilienza, questi i segreti ed anche gli unici possibili campi di azione nell’architettura e nella gestione del paesaggio, per stimolare, la capacità dell’ecosistema “Pianeta Terra” di auto-ripararsi. Potrebbe anche essere il mezzo per dare nuovo slancio motivazionale alla esistenza e perfino a raggiungere nuove e fino ad ora non affrontate mete importanti.

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

http://www.herzogdemeuron.com/index.html


Oggi mentre mi accingevo a scrivere il solito articoletto quotidiano (o giù di lì), mi sono imbattuto in rete, nel sito degli architetti svizzeri Herzog & De Meuron. Le due note archistar di Basilea, si erano sempre rifiutate di realizzare un sito sulla loro attività professionale. Poi quest’anno, hanno sfornato l’ennesima “sorpresa”. Anzichè arrovellarsi in complicati effetti speciali e graficismi, valgano quali esempi  il sito di Zaha Hadid e quello di Renzo Piano,

http://www.zaha-hadid.com/

http://www.rpbw.com/

i due “maestri d’imboscata” hanno prodotto qualcosa di inusuale, di essenziale. Un inno alla semplicità “scarna”, alla purezza, in perfetta antitesi alla tendenza sino ad ora in atto, che è quella di “offrire tanto”, forse troppo (grafica, colori, immagini prestanti, ecc.), che spesso l’architettura viene “soffocata”, deliberatamente la si uccide mettendola in secondo piano. L’home page di Herzog & De Meuron, è di fatto una pagina bianca “statica”, nuda, con pochissimi e piccoli bottoni. E’ chi entra che deve “cercare”, non viceversa. Il sito è più che altro, di fatto, un database, che contiene in poche indispensabili immagini (qualche volta quasi artigianali), testi essenziali e qualche filmato, tutto il racconto della loro storia professionale e dei progetti in atto. Si parla dello studio (con 354 collaboratori), ma anche delle opportunità di lavoro, si racconta di come si elaborano i progetti e come evolvono le idee che li supportano, ecc.. Insomma una “genialata”, l’ennesima. Mentre gli altri fanno di tutto per stupire, quì si ritorna a focalizzare l’attenzione sull’architettura, sulla professionalità di un lavoro che è ancora artigianale, da “bottega”, quasi didattico. Infatti alla fine, nella sezione PRACTICE > FAQ > PROJECT VISIT, si scopre un PDF “scaricabile”, prodotto da loro, che localizza e referenzia, in una mappa, con immagini, tutti i progetti realizzati da Herzog & De Meuron a Baisilea, una “chicca” che sembra dirci : ” L’architettura è una disciplina che impari ed aggiorni continuamente, sul campo, visitando edifici, guardando paesaggi”.

http://www.herzogdemeuron.com/index.html

Con il rispetto del copyright delle immagini selezionate

Blog su WordPress.com.

Su ↑