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Builders of the future

Autore

Dasir

Hektor


Modificare il paesaggio, in questo caso quello urbano, inciderlo in maniera “morbida” ed al contempo “violenta”, affinchè, le tracce “fragili” della vernice,  possano diventare pesanti come pietre, come cemento. Ecco a volte, il disegno paesaggistico, può essere stravolto, da un lavoro “abusivo”, bidimensionale, ma al contempo rivoluzionario, che ci consente di avere dei luoghi, una nuova lettura. Ne nasce un “nuovo paesaggio”, provvisorio, che però ci offre gratuitamente attimi “fissi” di quegli infiniti “possibili” a cui è inevitabilmente destinato il paesaggio antropizzato. E’ come se per un istante il tempo si fermasse, a sancire un solo fotogramma di un dinamismo inarrestabile, che è il paesaggio che passa e si modifica, continuamente, davanti ai nostri occhi di “mortali” spettatori .

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A day in San Gimignano


In cinque siamo partiti da Milano, da Piazzale Bausan alla Bovisa, alle ore 7,15. L’obbiettivo, non dichiarato, era quello di fare uno “striscio paesaggistico” dalla Lombardia alla Toscana.  La tappa finale del nostro viaggio era San Gimignano. Attraversando la città ancora “dormiente”, in un sabato dei primi di marzo e provenendo dal tessuto urbano disastrato ed incoerente della trasformazione della Bovisa, che tarda ad arrivare, ci si accorge della massa di automobili che infesta questa città. Accatastate sui marciapiedi, sulle aiuole, in doppia e tripla fila, ovunque, le auto disegnano il paesaggio urbano milanese (In media ogni 1000 abitanti in Italia esistono 768 veicoli – a Milano sono 810 ogni 1000 abitanti). Veloci, nella tranquillità di una mattinata serena e fresca in cui il picco delle micropolveri sottili, non ammorba ancora l’aria, in circa quindici minuti, entriamo nella Tangenziale Est a Lambrate. Dal rilevato autostradale, il paesaggio della periferia est milanese appare in tutta la sua tragicità, dove le strutture viabilistiche ed una teoria di capannoni e residenze, oscurano l’orizzonte. Superato il casello autostradale dell’Autostrada A1, procediamo lesti in direzione Bologna, la pianura agricola, in maniera prepotente conquista l’orizzonte paesaggistico, dimostrando che qui è ancora forte, nonostante sia tempestata qua e là da complessi industriali e logistici di dimensione impressionante, che irridono la dimensione cadenzata delle cascine agricole. All’Autostrada A1, da Piacenza, lentamente si avvicina il fascio di binari dell’Alta Velocità, costruendo così una struttura antropica, un “muro di cemento” di rara ignoranza paesaggistica. I pochi provvedimenti di mitigazione appaiono poca cosa ed i ponti, che scavalcano questo apparato (A1 + TAV), quasi comici nella loro “gobbuta” e “stupida” elevazione verticale. Si procede così, senza grande affanno, sino a Bologna, vista la quasi totale assenza dei TIR che caratterizzano, con lunghe colonne, i giorni feriali di questa arteria che collega il nord al sud Italia (soltanto il 9% circa delle merci è caricato sui treni, dati al 2009 : si tratta di una delle percentuali più basse di tutta Europa, in Germania, è del 21%, e la media europea è del 17%).

Da Bologna, o meglio da Casalecchio di Reno,  veniamo “intubati” nel nuovo percorso, in costruzione, della A1, la così detta “Variante di valico”, che tra tunnel e barriere anti-rumore, nega la vista di questa parte di paesaggio. Da Sasso Marconi, o giù di lì (La Quercia), si ritorna sul vecchio tracciato, da cui si gode, lo scempio paesaggistico in atto nell’Appennino Tosco-Emiliano con la costruzione della “Variante di Valico” tra La Quercia ed Incisa. Un’opera impressionante, che spesso, troppo spesso costituisce un raddoppio del vecchio tracciato, che non verrà demolito. Tra deviazioni, frane, modifica delle falde acquifere, ecc. l’opera tarda a concludersi ed i costi sono lievitati considerevolmente.

Come scrive Salvatore Settis, nel suo bel libro “Paesaggio, Costituzione, Cemento” (Ed. Einaudi 2010) : “ la Repubblica italiana fu il primo stato al mondo a porre la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio (art. 9 della Costituzione italiana)”, ma poi questo spirito di tutela, tradottosi anche in Leggi quali la 1089/39 e la 1497/39, sembra essersi polverizzato in una miriade di normative locali e di controversie, tanto che oggi, lo scempio paesaggistico, appare un’attività a cui i soggetti interessati partecipano nell’indifferenza più totale.

Siamo arrivati a San Gimignano verso le 11,00 e dopo un accurato sopralluogo della città murata e turrita, ed aver osservato l’ameno paesaggio dei dintorni, sensualmente ondulato ed “operato nei secoli” dall’agricoltura come un pizzo; davanti al un piatto di Pici cacio e pepe, e ad un bicchiere di vino rosso del Chianti, viene logico porsi alcune domande e darsi qualche risposta.

Innanzitutto il Paesaggio è estremamente difficile da cogliere, con un solo sguardo, in quanto complesso e multi-sfaccettato (come scrive Settis), però è anche vero che quello che abbiamo visto, tra Milano e San Gimignano, è innanzitutto frutto di una incapacità di governare il sistema complesso della “bellezza italiana” o di una “senziente” deriva verso obbiettivi progettuali anti-paesaggistici, più che di un’incapacità di “cogliere” il significato di questo Paesaggio che si sta sistematicamente fagocitando. Lo cogliamo benissimo il Paesaggio, ma tutti assieme : operatori pubblici e privati, nonché gli stessi Cittadini, opponiamo a questo “scempio paesaggistico”, il “volgere lo sguardo”. Come scrive Giovanna Meandri, nel suo intelligente libro “Cultura, Paesaggio, Turismo” (Ed. Gremesse 2006) : “Non possiamo permettere che l’Italia continui a sprecare una delle sue risorse migliori: la sua bellezza, la sua cultura, i suoi paesaggi unici. Sono risorse strategiche, non delocalizzabili nel mercato globale, che né la Cina, né l’India possono sottrarci e su cui abbiamo interesse ad investire……Il Paesaggio, l’ambiente, il patrimonio e la produzione culturale costituiscono un immenso valore in grado di sviluppare una filiera produttiva che può garantirne la tutela, favorirne la fruizione e creare nuove imprese e nuova buona occupazione.”

Ecco secondo me, non si tratta di vagheggiare un Paese Italia senza autostrade, senza treni ad alta velocità, senza grande industria, ma di incominciare a progettare una nazione in grado di pensare ad uno sviluppo in cui  “Fare Paesaggio” sia l’epicentro di una maniera per affrontare la costruzione del futuro. Ecco quando si progetta un’infrastruttura, un edificio, una città, al centro deve esserci, oltre alla sua utilità effettiva, i suoi costi, la maniera di come la inserisco in un sistema produttivo in cui il Paesaggio (come dovrebbe ovvio essere) è al centro delle desiderata degli operatori privati e dei Cittadini, nonché l’obbiettivo primigenio dello Stato.

Diverrà quindi logico, non eseguire uno “scempio paesaggistico”, ma fare in modo che si adottino tutti quei provvedimenti, anche di condivisione democratica con i Cittadini, in grado di ridurre il più possibile l’impatto sociale e paesaggistico, ed il consumo di suolo, per qualunque opera (anche la più piccola) si inserisca nel Paesaggio.

Il Paesaggio, per come lo intendiamo noi umani è sempre il frutto di un “contrasto equilibrato” tra  ambiente naturale e/o antropizzato e spazio costruito realizzato dall’uomo. Proprio come a San Gimignano, dove alla bellezza della città murata e turrita, si antepone un territorio agricolo altrettanto bello.

Alle 16,30 abbiamo ripreso la via per ritornare verso casa, dove siamo arrivati attorno alle 20,00 dopo 356 chilometri.

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Ufo robot, ufo robot…tataratatarattatttta


Le nanotecnologie sono l’insieme dei metodi e delle tecniche  per la manipolazione della materia a scala atomica e molecolare. Esse hanno lo scopo di costruire prodotti con speciali ed eccezionali proprietà chimico – fisiche.  In un famosissimo discorso, nel 1959, del futuro premio Nobel per la Fisica Richard Feynman (Nobel nel 1965), di fatto si diede inizio alla ricerca in questo campo, così definito della “nanoscienza”.

La cosa “inquietante” è che ancora oggi, che molti prodotti che utilizzano le nanotecnologie vengono gradualmente messi in commercio, anche se non sappiamo bene prevedere i rischi a livello molecolare dell’inserimento nell’ambiente di questi “nanoprodotti”.

Proiezioni, sostengono che il mercato delle nanotecnologie potrà diventare nel periodo 2010/2015 di circa cinque volte più importante di quello dei semiconduttori. In Italia il Veneto è all’avanguardia in questo settore, avendo l’unico distretto di ricerca e produzione “orientato” esclusivamente sulle nanotecnologie (http://www.venetonanotech.it/it/).

Mentre alcuni di questi nuovi materiali possono avere applicazioni benefiche ed innovative nelle procedure mediche, medicazioni di ferite e prodotti farmaceutici, cresce enormemente la preoccupazione sui possibili effetti tossici, sia per gli esseri viventi che per l’ambiente. Le nanoparticelle sono state collegate soprattutto alle malattie polmonari e ai danni genetici. Soprattutto quando questi materiali vengono utilizzati nell’edilizia quali : pitture, vernici, coibenti, impermeabilizzanti, ecc..

Si legge sul blog http://www.ecplanet.com/node/1878 che :

“Adesso, per la prima volta, uno studio scientifico ha stabilito una relazione chiara e causale tra il contatto umano con le nanoparticelle e gravi problemi di salute. Secondo un articolo pubblicato sull’ European Respiratory Journal

(http://www.nano.org.uk/news/aug2009/latest1937.htm)

da un gruppo di ricercatori cinesi diretti da Yuguo Song, del Dipartimento di Medicina del Lavoro e Tossicologia Clinica del Chaoyang Hospital di Beijing, sette giovani operaie si sono gravemente ammalate dopo aver lavorato in una fabbrica di vernici che utilizzava la nanotecnologia. Le operaie hanno sofferto danni gravi e permanenti ai polmoni, oltre ad eruzioni cutanee su viso e braccia. Due di loro sono morte, mentre le altre cinque non sono ancora guarite, nonostante siano passati diversi anni. Circa cinquecento studi hanno dimostrato la tossicità della nanotecnologia per gli animali, le cellule umane e l’ambiente. Sebbene l’articolo di Song provi per la prima volta l’evidenza della tossicità negli esseri umani, secondo la ricercatrice Silvia Ribeiro questo risultato potrebbe essere solo la punta dell’iceberg di un’industria estremamente rischiosa.”

Oggi, secondo studi recenti, più di due migliaia di prodotti basati sulla nanotecnologia, sono stati resi disponibili ai consumatori di tutto il mondo. E’ sempre più crescente l’utilizzo delle minuscole particelle in ogni cosa, dai prodotti convenzionali come gli utensili da cucina antiaderenti, accendigas, racchette da tennis più resistenti, fino a dispositivi sofisticati come sensori indossabili che monitorizzano la postura. In edilizia è un vero e proprio “boom”. Continuamente arrivano ai tecnici e/o progettisti, e-mail o pubblicità su prodotti che utilizzano nanotecnologie, come ad esempio: 1) pitture miracolose, traspiranti ed in grado di “coibentare” un muro come se si fosse fatto un “cappotto” di 10 cm di spessore, frutto della tecnologia aerospaziale; 2) pannelli di spessore infinitesimale, in grado sostituirsi direttamente ai muri, grazie a gel miracolosi; 3) convertitori di ruggine in grado di risanare, per sempre,  i metalli aggrediti; ecc. ecc..

Certo i costi sembrano ancora leggermente proibitivi, ma continuano a ridursi di anno in anno. L’immagine e la facilità d’uso di questi prodotti, ne consentono una rapida penetrazione sul mercato, ma come abbiamo visto i rischi ci sono e fintanto che non è stato realizzato uno studio epidemiologico su larga scala, forse sarebbe meglio non adottarli ed introdurli così nell’ambiente. Viene in mente, con le nanotecnologie, la facilità e la superficialità, con cui, fu introdotto l’Eternit nell’ambiente, ed i danni che poi produsse all’ambiente stesso ed all’uomo.

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Metabolism Talks…..


Un “Dream Team”: Rem Koolhaas e Hans Ulrich Obrist, due viaggiatori spazio temporali incalliti, due “visionari”, quali autori. A stì due aggiungete una Designer grafica “de paura” Irma Boom (un cognome un programma). Se poi ci mettete il tema, che però a sto punto è un pò come la ciliegina sulla torta : I Metabolisti (anni Sessanta), ecco a voi sfornato, per i tipi di Taschen, un librazzo, un volumone di sicuro successo (anche perchè ha un costo accettabile € 39,90).

Tra i ringraziamenti degli autori, anche l’onnipresente Stefano Boeri, che avendo un’età matura (è del 1956), ha potuto apprezzare i “deliri” di Kenzo Tange,  Fumihiko Maki, Kisho Kurokawa e soci, contestualizzati in quell’irripetibile periodo storico.

Che dire, un prodotto che mancava, affascinante, ricco di preveggenza e di possibili “porte” per il futuro  dell’architettura . Si fa il punto, parlandone con i sopravvissuti, del primo movimento di architettura non occidentale. Dopo la “tabula rasa” della Seconda Guerra Mondiale, culminata con le atomiche giapponesi, i Metabolisti hanno rappresentato lo stile l’architettura della ricostruzione (ovviamente filo-occidentale) e dopo l’Expo 70, tenutasi in Giappone, hanno conquistato il Mondo e soprattutto l’Oriente. Tantissime foto rare di progetti visionari, belle immagini e “ghiotte” interviste.

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bbarc


In un quartiere di nuova concezione, a nord di Basilea (St. Johann), vicino al Forum Novartis, da poco è stato inaugurato il “possente” Volta-Zentrum. Si tratta di un edificio  in calcestruzzo a vista, bianco, che di fatto sta divenendo un punto di riferimento nella città esterna. Molte delle pareti esterne di quest’edificio multisfaccettato, modellano e creano lo spazio pubblico esterno, che fa parte anch’esso dell’intervento. Ne nasce una “spazialità espansa”, in cui l’edificio, diventa il fulcro visivo e prospettico dell’intorno urbano, coinvolgendo la Stazione di St. Johann, le vie contermini, il cavalcavia vicino, ecc..

Così l’insieme della fermata del tram, la Stazione, la nuova organizzazione spaziale della piazza e il Volta-Zentrum stesso  conferiscono al luogo una nuova identità, accattivante e molto urbana. Una grande scala a chiocciola nera, l’abitabilità insolita del “sotto cavalcavia”, l’essenzialità degli arredi urbani, fanno di questa piazza, un luogo eccellente dello “stare” e della socialità urbana.

Il “monolite”, esaltato dalla luce e dal calcestruzzo a vista, appare come una struttura dinamica e polivalente, che comprende spazi commerciali e appartamenti raggruppati intorno a due cortili interni.

Ultime quattro immagini tratte dal sito dei progettisti

http://www.bbarc.ch/

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Gli interni in Piano Renzo


Mi sono chiesto più volte, se l’immagine esterna di un edificio, deve anche riflettersi negli interni, oppure le due immagini devono necessariamente divergere. Ad esempio in Piano Renzo, quasi sempre l’esterno è indipendente dagli interni, che sono sempre rigorosamente semplici accoglienti, minimalisti, ma “caldi”. Un caso emblematico e il Zentrum Paul Klee di Berna, dove ad un esterno “tecnologico”, che però riesce a creare, con le sue forme, una “liaison” con il paesaggio, divenendone quasi un’appendice interpretativa indispensabile; corrispondono degli interni, che in fin dei conti sono sempre i soliti. Gli stessi del “Sole 24 Ore” di Milano, della sede del “New York Times” a New York, del “Beyeler Museum” a Basilea/Rheien. Anche qui a Berna, prestigiosi pavimenti lignei chiari, pareti semplici a tinte tenui con colori solo laddove necessari per evidenziare qualcosa, corpi illuminanti “tecnici” con coni luminosi soft, porte massicce e pesanti ma comode da movimentare. Tanta attenzione per l’acustica, sia nei controsoffitti che nelle dotazioni impiantistiche. Molta cura negli aspetti di “microclima interno”, sia nella ventilazione che nella climatizzazione. Tanta luce naturale controllata da tende e frangisole. Spesso in Piano Renzo, sono le finestre, con le loro “inquadrature paesaggistiche” a determinare una tensione, una relazione tra interno ed esterno. Anche gli arredi, sempre in legno chiaro, sono essenziali “puliti”. La parte migliore sono i servizi igienici (sempre studiare come vengono realizzati da queste archistar, infatti qui spesso si hanno delle sorprese), che sono il punto dove Piano Renzo, concentra tutta la ricchezza, l’opulenza nell’uso dei materiali e degli accessori, ma anche qui senza “imboscate”, come invece spesso avviene con Herzog & de Meuron o Jean Nouvel.

Dichiara lo stesso Piano Renzo, riferendosi alla sua maniera di fare architettura : “Più elimino il superfluo, più ottengo economie dei materiali. Più riduco i materiali, più mi avvicino alla natura ed entro in contatto con la luce e il vento. La qualità di un edificio dipende in gran parte da una buona illuminazione e dagli effetti piacevoli della ventilazione.” (Renzo Piano – Intervista a cura di Luigi Prestinenza Puglisi in Luminous 3/2009), ecco io credo che in questa operazione di “sottrazione” di “eliminazione”, stia il segreto della così detta architettura degli interni. Infatti poi, spesso, saranno gli utenti ad aggiungere il superfluo, personalizzando lo spazio a loro piacimento.

 

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Gipsoteca


Antonio Canova (nato il 1 novembre 1757) morì a Venezia il  13 ottobre 1822, mentre era a casa di un suo amico , in una tappa del suo viaggio intrapreso per far ritorno a Roma.

Il tempio sepolcrale che custodisce le sue spoglie è a Possagno, in provincia di Treviso, suo paese di nascita dove egli stesso, alcuni anni prima di morire, nel 1819, progettò personalmente e fece costruire a sue spese Il tempio.

Il suo cuore è conservato all’interno del cenotafio che i suoi allievi, gli vollero dedicare a Venezia, in Santa Maria Gloriosa dei Frari.

La casa natale di Antonio Canova è oggi diventata a Possagno un museo “particolare” che raccoglie la pinacoteca dell’artista veneto, alcuni disegni, le incisioni delle opere e numerosi cimeli. Accanto alla casa, sorge la maestosa Gipsoteca canoviana, un enorme edificio a forma basilicale, voluto dal fratellastro dell’Artista, ed unico erede, Giovanni Battista Sartori, e progettato (1836) dall’architetto veneziano Francesco Lazzari (1791-1871) per raccogliere i preziosissimi modelli in gesso, i bozzetti in terracotta, alcuni marmi che si trovavano nello studio dell’artista a Roma al momento della sua morte.

La Gipsoteca canoviana fu ampliata nel 1957, nell’occasione delle celebrazioni del duecentesimo anniversario della nascita dell’Artista, con una nuova addizione, progettata dall’architetto veneziano Carlo Scarpa (1906-1978). Un’opera magnifica in cui scultura ed architettura, si fondono nella luce, che abilmente lo Scarpa, ha saputo magistralmente gestire, per valorizzare al massimo le opere di Canova. I pavimenti degradano leggermente, quasi a seguire l’andamento naturale del terreno, la pianta è a forma di cuneo e si insinua tra la Gipsoteca esistente, gli angoli del soffitto sono smaterializzati per divenire degli “occhi di luce”. Gli intonaci chiari sono trattati per sembrare ruvidi e grezzi, quasi a contrastare la bianca lucidità delle opere scultoree canoviane. Dettagli “estremi” ed azzardati, frutto di elucubrazioni sofisticate di un sapiente dell’archi-scultura, praticata da Scarpa, molto prima di chiunque altro, difatti l’edificio fa acqua dappertutto : dal tetto, dai serramenti, ecc.. D’altronde chi fa ricerca ed innovazione linguistica, in architettura, rischia molto. La Gipsoteca Canoviana di Possagno (Treviso) è uno di quei posti assolutamente da visitare, perchè permeato dovunque della “magia dell’architettura intelligente”.

http://www.museocanova.it/index.php?option=com_content&view=article&id=56&Itemid=62&lang=it

La raccolta delle centinaia di gessi conservati nella Gipsoteca di Possagno consentono di restituire il duro lavoro, meticoloso e gravoso che Canova profondeva nelle sue opere, e che ne hanno fatto un maestro assoluto. Le statue infatti non nascevano quasi mai dalla lavorazione intuitiva del marmo, ma dopo un metodico e precisissimo studio, dal disegno all’argilla, dal gesso al marmo. Il modello in gesso, in particolare, veniva realizzato con una colata su un “negativo” ricavato dalla precedente opera in argilla; nel gesso venivano applicati una miriade di chiodini di bronzo, tuttora visibili nelle statue di Possagno, che consentivano con un apposito e sofisticato pantografo, di trasferire le misure e le proporzioni del gesso nel marmo.

Inoltre Canova lavorava in “simbiosi” con i suoi collaboratori, che inizialmente sbozzavano la scultura, poi lui di persona, la rifiniva, con gli ultimi ritocchi, levigando e dando la forma con le “azioni” più adatte. Le sculture sembrano vere perché impregnava la spugna nell’acqua del secchio con i suoi strumenti sporchi la passava sul marmo poroso ed infine ci metteva la cera dando così il colore dell’incarnato.

Nel giardino davanti alla casa, tuttora coltivato secondo le modalità e con le essenze arboree del tardo Settecento, vive ancora oggi una grande Pino italico (Pinus Pinea), piantato dallo stesso Canova nel 1799.

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Museum der Kulturen


Per cultura, in generale s’intende un insieme di funzioni, di usi, di convenzioni che regolano l’agire umano. La cultura trova espressione nell’azione. Una cultura è anche adattamento all’ambiente.

La cultura è la forma che assume la coscienza nel corso dello scambio che l’uomo ha con la natura esterna e con la propria. Anche la propria natura gli si presenta (all’uomo) come estranea nella misura in cui è già costituita. Alla natura esterna e alla natura interna si aggiunge, nel corso dello sviluppo, la natura sociale che gli si presenta altrettanto estranea.

A seconda della natura dello scambio con la natura e con se stesso, la cultura assume, per le società umane, forme diverse : magiche, religiose, filosofiche, letterarie, artistiche, scientifiche, teoriche. Poiché la cultura non ha un rapporto con se stessa bensì con la realtà che riflette.

Museum der Kulturen Basel, ha di recente (novembre 2011) assunto una nuova identità  nel cuore della città medievale di Basilea. Moderne, eleganti sale espositive inondate di luce invitano a passeggiare e guardare, ad informarsi. Un’idea dello studio di Basilea Herzog & de Meuron : un tetto in piastrelle esagonali di ceramica (fatte a mano) dalle forme plastiche ed accattivanti, consente al vecchio edificio neoclassico del 1849 di Melchior Berri , che fu il primo museo costruito nella Svizzera tedesca, di acquisire così, una nuova identità. Vi si accede dalla piazza del Muster, attraverso una cortina di edifici storici. La corte è stata trasformata in una piazzetta degradante con una “pavimentazione a texture” (mattoni klinkerati), che conduce all’ingresso del museo. Gli spazi interni nuovi, sono comodi ed accoglienti e si integrano perfettamente con le parti esistenti dell’edificio. Magnifiche le finestre “di paesaggio” che consentono di osservare i tetti e gli edifici del centro storico di Basilea, facendo del museo un’architettura di “stanze con vista”.

http://www.mkb.ch/de.html

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Lo studio


Lo spazio dove si crea è spesso l’immagine stessa di ciò che viene creato. E’ la cifra stilistica del proprio mestiere. Lo studio di Basilea delle archistar Herzog & De Meuron, non si discosta da questa regola. Di fatto lo studio è una specie di piccolo villaggio, una cittadella, vicinissima al Fiume Reno, entro cui, più edifici, di diversa natura, contribuiscono a  creare quella dimensione spaziale che è l’anima stessa del mestiere di architetto. Recentemente, verso il grande fiume, è stato realizzato un edificio finestrato, pluripiano, che fa “espandere” ulteriormente lo spazio di questo villaggio della creatività. Dentro, su tavoli lignei spartani ed essenziali, computer, materiali e moltissimi plastici di studio. Tutto è essenziale, quasi minimalista. Qua e là materiali, pezzi di edifici, ogni stanza, un progetto. L’ingresso è costituito da una casa borghese storica, con tetto a falde, che dall’esterno non sarebbe possibile ipotizzare quale studio professionale. Appena si entra si è distratti da una teoria di case, ognuna diversa dall’altra (anche per altezza ed epoca di costruzione), tutte con una funzione diversa. Le case sono collegate fra loro da una serie di verande, corridoi, cortili, e pergolati che ne fanno uno studio assolutamente non convenzionale: un “piccolo villaggio anomalo” in cui lavorano oltre duecentotrenta giovani architetti provenienti da tutto il Mondo. Lo Studio personale di Jacques Herzog, si trova in una villa bianca (pennellata in alcuni punti di argento) quasi al centro del “villaggio”.

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